_Come l’arcivescovo di Milano mandò a prendere la possessione di
Bologna._
Come l’arcivescovo di Milano ebbe fermo il patto della compera di
Bologna con messer Giovanni, non guardò con alcuna reverenzia o debito
di ragione che la città fosse di santa Chiesa, ma cresciuto nella
tirannesca superbia subitamente fece apparecchiare messer Bernabò
suo nipote, figliuolo di messer Stefano, valente uomo e di grande
ardire, e con millecinquecento barbute di soldati eletti il mise a
cammino, e mandollo a pigliare la tenuta di Bologna. Sentendo questa
venuta il doge Guernieri, ch’era in bando dell’arcivescovo di Milano,
con tutta sua masnada si partì di Bologna; e standosi fuori della
città, accogliea gente senza soldo per fare una compagna. Messer
Bernabò giunto alla città entrò dentro senza alcuno contasto co’ suoi
cavalieri, e con trecento che prima avea alla guardia di Bologna vi
si trovò con millecinquecento barbute: e prese la tenuta e la guardia
della città e delle castella di fuori, e appresso convocò i cittadini
a parlamento, e per forza fece loro ratificare la vendita fatta per
i tiranni, e dinuovo aggiudicarsi fedeli dell’arcivescovo e de’ suoi
successori. E l’obbligazioni e le carte e il saramento fece fare il
meglio seppe divisare; e questo fu fatto all’uscita del mese d’ottobre
1350. E così ebbe fine la tirannia della casa di Romeo de’ Peppoli,
grandi ed antichi cittadini di Bologna, i quali erano stati onorati
e fatti signori da’ loro cittadini, dalla cacciata del cardinale del
Poggetto legato del papa, i quali aveano loro signoria mantenuta assai
dolcemente co’ cittadini. Essendo di natura guelfi, per la tirannia
erano quasi alienati dalla parte, e i Fiorentini, amicissimi di quello
comune, trattavano in molte cose con dissimulata e corrotta fede; e
perocchè a’ traditori della patria tosto pare che Iddio apparecchi la
vendetta, in breve tempo seguitò a messer Iacopo e a messer Giovanni,
per addietro tiranni di Bologna, pena del peccato commesso, come
seguendo nostra materia racconteremo.