_Secondo trattato di Bologna._
Messer Giovanni de’ Peppoli avvelenato di sdegno della sua presura,
vedendo che però perdea la tirannia di Bologna, avendo con non
piccola fatica recato Messer Iacopo al suo volere, e vota la terra de’
caporali di cui temea, e fortificata la guardia nella città, avendo
segretamente tenuto trattato coll’arcivescovo di Milano, coll’impeto
del suo dispettoso cuore, ebbe podere di vendere la città e’ suoi
cittadini della sua propria patria, e da cui avea ricevuto esaltamento
della sua signoria e onore, e niente per loro difetto del suo caso,
cosa molto detestabile a udire. Costui vedendo che ’l suo trattato era
scoperto, cavalcò di presente a Milano, e fermò la maledetta vendita
per dugentomila fiorini, de’ quali si dovea dare certa parte a’
soldati della Chiesa per riavere gli stadichi che avea loro lasciati
per liberare la sua persona, e a lui e al fratello dovea rimanere in
loro libertà il castello di san Giovanni in Percesena, e Nonandola e
Crevalcuore. E tornato lui, manifestata la vendita, i Bolognesi grandi
e piccoli si tennono soggiogati di giogo d’incomportabile servaggio, e
molto si doleano palesemente e in occulto l’uno coll’altro; e innanzi
che la terra si pigliasse per lo signore di Milano grande gelosia
ebbono i traditori della patria, e molto vegghiarono e di dì e di notte
alla guardia della città. Ma i vili e codardi cittadini non ardirono
di levarsi contra a’ tiranni, nè a muovere romore nella terra: che se
fatto l’avessono, leggiermente coll’aiuto del comune di Firenze, a cui
dispiaceva la vicinanza di sì potente tiranno, sarebbe venuto fatto
di tornare in libertà. Alcuna trista vista ne feciono mollemente, e
in fine si lasciarono vendere e sottoporre al duro giogo, del mese
d’ottobre gli anni di Cristo 1350.