_Come messer Giovanni tenne suoi trattati della città di Bologna._
Tornando messer Giovanni in Bologna, e lasciati a’ soldati della
Chiesa gli stadichi promessi, trovò la città in molto male stato per
le cagioni già dette, e non vide modo come difendere si potesse, e
conobbe che perdere gli convenia la signoria di Bologna in breve tempo.
I cittadini di Firenze, che desideravano l’accordo di quella città
colla Chiesa, sentendo tornato in Bologna messer Giovanni, vi mandarono
de’ loro cittadini più solenne ambasciata, i quali da’ tiranni furono
ricevuti a onore, e di loro volontà trattarono accordo col conte, e
condussono il trattato a questo punto. Che i tiranni lasciassono al
tutto la signoria della città e contado, e renderla alla Chiesa di
Roma per lo modo usato: ch’ella tornasse al governamento del popolo,
e avere continuo i rettori della Chiesa, e pagare il censo consueto;
e al presente voleano ricevere nella città il conte con cinquecento
cavalieri, e riformare doveano loro stato al popolo, per quelli
cittadini che ’l comune di Firenze vi mandasse a ciò fare. Il conte
che avea provati i rimprocci de’ soldati, e il pericolo che correa
con loro, dichinava le corna della sua superbia, e acconciavasi alla
detta concordia. Ma come pomposo e vano, si strinse al consiglio di
questo partito che potea pigliare con messer Guglielmo da Fogliano,
e con messer Frignano, figliuolo bastardo di messer Mastino, e altri
conestabili che v’erano per messer Mastino, i quali non v’erano tanto
per onore di santa Chiesa, quanto per loro vantaggio, per cui faceva
la guerra, e speravano con loro malizia conducere la città di Bologna
piuttosto in mano del loro signore, che del conte e della Chiesa di
Roma, i quali dissono al conte: tu vedi che i signori di Bologna non
possono più, e la città è condotta a tanta stremità dentro, che delle
mani tue non puote uscire: e però non pensare a questi patti, che noi
te ne faremo libero signore colla spada in mano. Il conte pomposo,
pieno di vanagloria, con lieve testa, non pensò i casi che occorrono
nelle guerre, e per le vane promesse de’ fallaci adulatori ruppe il
trattato menato per gli ambasciadori del comune di Firenze fedelmente,
a onore e a beneficio di santa Chiesa, e a ricoveramento di riposo al
fortunoso stato di quella città. Vedendo i tiranni la sconcia volontà
del conte, si pensarono con tradimento de’ loro cittadini e della loro
patria venire a un altro loro intendimento, già mosso per la malizia
e per lo sdegno di messer Giovanni; e però, acciocchè più copertamente
a’ loro cittadini potessono fare l’inganno, dissono che al tutto erano
diliberati mettere Bologna nella guardia del comune di Firenze. E a
questo i Bolognesi e grandi e piccoli di buona voglia s’accordarono,
e sotto questa concordia elessono tre de’ maggiori cittadini di cui
il popolo faceva maggiore capo, e quasti tre con altri compagni, e con
pieno mandato, mandarono a Firenze con diversi intendimenti. Il popolo
credendosi racquistare libertà e pace sotto la protezione del comune di
Firenze, e i tiranni avendone tratti i caporali del popolo, pensarono
senza contasto, come fatto venne loro, di venire a loro intendimento,
di potere vendere la città e i suoi cittadini all’arcivescovo di
Milano. Gli ambasciadori in fede e con grandissima affezione vennono
a Firenze, e spuosono la loro ambasciata, solennemente dinanzi a’
signori, e a’ loro collegi, e a molti altri grandi e buoni cittadini
di Firenze, richiesti e adunati per la detta cagione. E il dicitore
fu messer Ricciardo da Saliceto, famoso dottore di legge, e la sua
proposta fu: _Ad Dominum cum tribularer clamavi, ec._ E con nobile
ed eccellente orazione, e con efficaci ragioni e induttivi argomenti,
conchiuse la sua dimanda, a inducere il comune di Firenze a prendere
la guardia della città e de’ cittadini di Bologna. I governatori del
comune di Firenze già aveano alcuna spirazione del trattato ch’e’
tiranni di Bologna aveano col signore di Milano, e comprendevano che
questi ambasciadori fossono mandati a inganno: nondimeno per non aversi
a riprendere, in quello consiglio deliberarono di mandare solenni
ambasciadori di presente a corte per trovare accordo col papa, e in
questo mezzo di mandare cavalieri, e de’ suoi cittadini alla guardia di
Bologna, per contentare il popolo. Ma l’altro dì vegnente fu manifesto
a’ signori di Firenze e agli ambasciadori di Bologna, che i tiranni
l’aveano per danari venduta all’arcivescovo di Milano; e fu per lettera
de’ tiranni detti comandato agli ambasciadori, che non si dovessono
partire di Firenze senza loro comandamento; allora fu al tutto la cosa
palese, e seguitò il fatto come appresso racconteremo.