CAP. LXVII.

_Come messer Giovanni tenne suoi trattati della città di Bologna._

Tornando messer Giovanni in Bologna, e lasciati a’ soldati della

Chiesa gli stadichi promessi, trovò la città in molto male stato per

le cagioni già dette, e non vide modo come difendere si potesse, e

conobbe che perdere gli convenia la signoria di Bologna in breve tempo.

I cittadini di Firenze, che desideravano l’accordo di quella città

colla Chiesa, sentendo tornato in Bologna messer Giovanni, vi mandarono

de’ loro cittadini più solenne ambasciata, i quali da’ tiranni furono

ricevuti a onore, e di loro volontà trattarono accordo col conte, e

condussono il trattato a questo punto. Che i tiranni lasciassono al

tutto la signoria della città e contado, e renderla alla Chiesa di

Roma per lo modo usato: ch’ella tornasse al governamento del popolo,

e avere continuo i rettori della Chiesa, e pagare il censo consueto;

e al presente voleano ricevere nella città il conte con cinquecento

cavalieri, e riformare doveano loro stato al popolo, per quelli

cittadini che ’l comune di Firenze vi mandasse a ciò fare. Il conte

che avea provati i rimprocci de’ soldati, e il pericolo che correa

con loro, dichinava le corna della sua superbia, e acconciavasi alla

detta concordia. Ma come pomposo e vano, si strinse al consiglio di

questo partito che potea pigliare con messer Guglielmo da Fogliano,

e con messer Frignano, figliuolo bastardo di messer Mastino, e altri

conestabili che v’erano per messer Mastino, i quali non v’erano tanto

per onore di santa Chiesa, quanto per loro vantaggio, per cui faceva

la guerra, e speravano con loro malizia conducere la città di Bologna

piuttosto in mano del loro signore, che del conte e della Chiesa di

Roma, i quali dissono al conte: tu vedi che i signori di Bologna non

possono più, e la città è condotta a tanta stremità dentro, che delle

mani tue non puote uscire: e però non pensare a questi patti, che noi

te ne faremo libero signore colla spada in mano. Il conte pomposo,

pieno di vanagloria, con lieve testa, non pensò i casi che occorrono

nelle guerre, e per le vane promesse de’ fallaci adulatori ruppe il

trattato menato per gli ambasciadori del comune di Firenze fedelmente,

a onore e a beneficio di santa Chiesa, e a ricoveramento di riposo al

fortunoso stato di quella città. Vedendo i tiranni la sconcia volontà

del conte, si pensarono con tradimento de’ loro cittadini e della loro

patria venire a un altro loro intendimento, già mosso per la malizia

e per lo sdegno di messer Giovanni; e però, acciocchè più copertamente

a’ loro cittadini potessono fare l’inganno, dissono che al tutto erano

diliberati mettere Bologna nella guardia del comune di Firenze. E a

questo i Bolognesi e grandi e piccoli di buona voglia s’accordarono,

e sotto questa concordia elessono tre de’ maggiori cittadini di cui

il popolo faceva maggiore capo, e quasti tre con altri compagni, e con

pieno mandato, mandarono a Firenze con diversi intendimenti. Il popolo

credendosi racquistare libertà e pace sotto la protezione del comune di

Firenze, e i tiranni avendone tratti i caporali del popolo, pensarono

senza contasto, come fatto venne loro, di venire a loro intendimento,

di potere vendere la città e i suoi cittadini all’arcivescovo di

Milano. Gli ambasciadori in fede e con grandissima affezione vennono

a Firenze, e spuosono la loro ambasciata, solennemente dinanzi a’

signori, e a’ loro collegi, e a molti altri grandi e buoni cittadini

di Firenze, richiesti e adunati per la detta cagione. E il dicitore

fu messer Ricciardo da Saliceto, famoso dottore di legge, e la sua

proposta fu: _Ad Dominum cum tribularer clamavi, ec._ E con nobile

ed eccellente orazione, e con efficaci ragioni e induttivi argomenti,

conchiuse la sua dimanda, a inducere il comune di Firenze a prendere

la guardia della città e de’ cittadini di Bologna. I governatori del

comune di Firenze già aveano alcuna spirazione del trattato ch’e’

tiranni di Bologna aveano col signore di Milano, e comprendevano che

questi ambasciadori fossono mandati a inganno: nondimeno per non aversi

a riprendere, in quello consiglio deliberarono di mandare solenni

ambasciadori di presente a corte per trovare accordo col papa, e in

questo mezzo di mandare cavalieri, e de’ suoi cittadini alla guardia di

Bologna, per contentare il popolo. Ma l’altro dì vegnente fu manifesto

a’ signori di Firenze e agli ambasciadori di Bologna, che i tiranni

l’aveano per danari venduta all’arcivescovo di Milano; e fu per lettera

de’ tiranni detti comandato agli ambasciadori, che non si dovessono

partire di Firenze senza loro comandamento; allora fu al tutto la cosa

palese, e seguitò il fatto come appresso racconteremo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 74 / 190 题