CAP. LXV.

_Del male stato che si condusse la città di Bologna, e di certi

trattati che allora si tennono._

Come il duca Guernieri co’ suoi cavalieri fu in Bologna, prese per suo

abituro una contrada, e in quella volle le case, e le masserizie, e

quello che in esse trovò da vivere, come se egli avesse presa la terra

per forza: e non era chi osasse parlare contro a suo volere. Gli altri

soldati all’esempio di costui cominciarono a fare il simigliante.

I nimici di fuori cavalcavano ogni dì intorno alla terra, pigliando

gli uomini, e predando le ville del contado, venendo spesso fino alle

porti. Per la qual cosa la città cominciò a sentire grandissimi disagi

e carestia d’ogni bene, e i cittadini oppressati dentro e di fuori,

non sapendo che si fare, e non trovando accordo col conte per ambiziosa

superbia, messer Iacopo e’ cittadini di Bologna, di grande concordia,

e d’uno consentimento, vollono dare la guardia di Bologna libera al

comune di Firenze, disponendosi al tutto di volere lasciare la signoria

messer Iacopo, sperando che ciò fatto, colla Chiesa non mancherebbe

accordo. E nel vero questa era salutevole via: ma certi cittadini

popolani di Firenze della casa ... che aveano in quel tempo stato in

Firenze, ed erano per la Chiesa al servigio del conte e del tesoriere,

per loro spezialità avvisandosi, che venendo Bologna alle mani della

Chiesa, come speravano, e’ ne sarebbono governatori, e farebbonsene

ricchi e grandi; e per questa cagione smossono i loro amici cittadini

grandi e popolani: ed eglino medesimi essendo a consigliare quello

ch’era grandezza e stato del loro comune, e riposo di tutta Italia, si

opposono al contradio, dicendo, che il comune n’offenderebbe troppo il

papa, e’ cardinali e la santa Chiesa. Ed essendo favoreggiati da’ loro

amici, ebbono podere di non lasciare imprendere al comune di Firenze

questo servigio, e commisono grande materia di molto male a tutta

Italia, e non pervennono alla loro corrotta intenzione. I Bolognesi

disperati di questo, ove riposava tutta la loro speranza, e ’l conte

montato nella cima della sua superbia, coloro non sapevano più che si

fare, e il conte credendo senza contasto venire al suo intendimento

d’avere la città per forza, essendo stato infino al settembre a Castel

san Pietro, volle muovere l’oste, e porsi su le porti di Bologna; e

sarebbegli venuto fatto, tanto erano i cittadini oppressati da’ soldati

d’entro, e in disagio di tutte le cose da vivere, le quali al continuo

montavano in disordinata carestia, e non aveano capo a cui i cittadini

e’ forestieri ubbidissono, ma come la mala provvedenza del conte

meritò, i soldati mossono quistione come appresso diviseremo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 72 / 190 题