CAP. LXIII.

_Come messer Iacopo Peppoli rimaso in Bologna si provvidde alla difesa._

Infra queste sopraddette tempeste, messer Iacopo de’ Peppoli ch’era

rimaso in Bologna sentendo preso il fratello, e che l’oste del conte

avea preso Castel san Pietro, e venia sopra lui a Bologna: e come

messer Mastino signore di Verona e di Vicenza s’era scoperto suo

nimico, non sapea che si fare; ma come la necessità intrigata dalla

paura argomenta, mandò per soccorso al signore di Milano, e al marchese

di Ferrara, e al comune di Firenze, e in ogni parte onde sperava

avere alcuno aiuto o consiglio; e mandate le lettere e’ messaggi,

richiese con grande istanza i cittadini di Bologna, che a questo punto

soccorressono al suo e al loro pericolo. I quali già domati dal servile

giogo della tirannia, essendo venuto il tempo della franchezza, per

povertà d’animo, e per li loro peccati, non furono degni di cotale

beneficio, che senza contasto a quel punto era in loro potenzia di

tornare in libertà. E aveano il comune di Firenze vicino nimico della

tirannia, il quale per la libertà di quel popolo avrebbe prestato

loro aiuto e favore, e riparato allo assalto del conte, con giusta

cagione di pace e di concordia con la santa Chiesa, disposto che il

tiranno fosse della tirannia. Ma perocchè ne’ popoli più regna corso

di fortuna che libertà d’arbitrio, per apparecchiarsi alle debite

pene de’ peccati, per li quali l’empio tiranno regna, fu accecato

il loro intendimento: e mollemente s’apparecchiarono alla difesa per

paura del tiranno, combattuti nell’animo dall’apparecchiata libertà.

In questo stante l’arcivescovo signore di Milano sentì la presura di

messer Giovanni, e scoperto l’animo di messer Mastino, mandò al conte

suoi ambasciadori dolendosi dell’ingiuria fatta a messer Giovanni suo

amico, e di sua lega e compagnia, dimandando che di presente il dovesse

liberare: e quando questo non facesse, mandò comandamento a’ suoi

capitani e a’ suoi cavalieri che erano al servigio del conte, che di

presente si dovessono partire da lui. Il conte rispuose di non volerlo

lasciare perocchè sapea al certo ch’egli avea fatta rubellare, la città

di Faenza alla Chiesa di Roma, e come tenea trattato col capitano di

Forlì, e col signore di Ravenna, e con quello di Faenza, di rompergli

l’oste a un dì nominato, e di prendere lui a grande tradimento: e

però avea preso il traditore, e intendea tenerlo a volontà del papa

e di santa Chiesa. E però fu comandato a’ cavalieri dell’arcivescovo

si dovessono partire. Ma i cavalieri, e’ loro capitani, che aveano

promesse dal conte di due paghe doppie e di due mesi compiuti, non

si vollono partire, e rimasono cassi dal soldo dell’arcivescovo; e il

conte con lo sfrenato animo, non guardandosi innanzi, gli condusse al

soldo della Chiesa, facendo debito sopra debito. E riveduta sua gente,

si trovò a Castel san Pietro con tremila barbute e con grande popolo di

soldo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 70 / 190 题