_Come messer Iacopo Peppoli rimaso in Bologna si provvidde alla difesa._
Infra queste sopraddette tempeste, messer Iacopo de’ Peppoli ch’era
rimaso in Bologna sentendo preso il fratello, e che l’oste del conte
avea preso Castel san Pietro, e venia sopra lui a Bologna: e come
messer Mastino signore di Verona e di Vicenza s’era scoperto suo
nimico, non sapea che si fare; ma come la necessità intrigata dalla
paura argomenta, mandò per soccorso al signore di Milano, e al marchese
di Ferrara, e al comune di Firenze, e in ogni parte onde sperava
avere alcuno aiuto o consiglio; e mandate le lettere e’ messaggi,
richiese con grande istanza i cittadini di Bologna, che a questo punto
soccorressono al suo e al loro pericolo. I quali già domati dal servile
giogo della tirannia, essendo venuto il tempo della franchezza, per
povertà d’animo, e per li loro peccati, non furono degni di cotale
beneficio, che senza contasto a quel punto era in loro potenzia di
tornare in libertà. E aveano il comune di Firenze vicino nimico della
tirannia, il quale per la libertà di quel popolo avrebbe prestato
loro aiuto e favore, e riparato allo assalto del conte, con giusta
cagione di pace e di concordia con la santa Chiesa, disposto che il
tiranno fosse della tirannia. Ma perocchè ne’ popoli più regna corso
di fortuna che libertà d’arbitrio, per apparecchiarsi alle debite
pene de’ peccati, per li quali l’empio tiranno regna, fu accecato
il loro intendimento: e mollemente s’apparecchiarono alla difesa per
paura del tiranno, combattuti nell’animo dall’apparecchiata libertà.
In questo stante l’arcivescovo signore di Milano sentì la presura di
messer Giovanni, e scoperto l’animo di messer Mastino, mandò al conte
suoi ambasciadori dolendosi dell’ingiuria fatta a messer Giovanni suo
amico, e di sua lega e compagnia, dimandando che di presente il dovesse
liberare: e quando questo non facesse, mandò comandamento a’ suoi
capitani e a’ suoi cavalieri che erano al servigio del conte, che di
presente si dovessono partire da lui. Il conte rispuose di non volerlo
lasciare perocchè sapea al certo ch’egli avea fatta rubellare, la città
di Faenza alla Chiesa di Roma, e come tenea trattato col capitano di
Forlì, e col signore di Ravenna, e con quello di Faenza, di rompergli
l’oste a un dì nominato, e di prendere lui a grande tradimento: e
però avea preso il traditore, e intendea tenerlo a volontà del papa
e di santa Chiesa. E però fu comandato a’ cavalieri dell’arcivescovo
si dovessono partire. Ma i cavalieri, e’ loro capitani, che aveano
promesse dal conte di due paghe doppie e di due mesi compiuti, non
si vollono partire, e rimasono cassi dal soldo dell’arcivescovo; e il
conte con lo sfrenato animo, non guardandosi innanzi, gli condusse al
soldo della Chiesa, facendo debito sopra debito. E riveduta sua gente,
si trovò a Castel san Pietro con tremila barbute e con grande popolo di
soldo.