_Come messer Giovanni de’ Peppoli andò nell’oste, e fu preso._
Messer Giovanni de’ Peppoli signore di Bologna, avendo dal conte
dimostramento di tanta libertà, e sentendo che il papa l’amava e
davali molta fede, prese sicurtà per lo trattato ch’egli menava, e
perchè aveva nell’oste del conte dugento suoi cavalieri, e avea grande
amistà con molti altri conestabili dell’oste. E volendo mostrare
al conte com’egli era fedele di santa Chiesa, per ricoprire le sue
coperte operazioni fatte contro a quella, secondo la malizia del conte,
pervenne a sua volontà: e contro al consiglio di messer Iacopo suo
fratello, di presente prese in sua compagnia de’ maggiori cittadini
di Bologna, e di suoi soldati trecento cavalieri, e promettendo al
fratello che non passerebbe Castel san Pietro, si mise a cammino.
Ed essendo giunti la mattina a buon ora a Castel san Pietro, come il
peccato conduce, e le fini de’ tiranni s’apparecchiano per non pensato
sentiere, come si vide a Castel san Pietro non attese la promessa al
fratello, ma volendo improvviso e tosto giugnere al conte, cavalcò
senza arresto: e prima fu giunto al padiglione del conte, che sapesse
che vi dovesse venire; e scavalcato, il conte il ricevette con grande
festa, mostrandogli ne’ sembianti amore fraternale; e molto s’allegrava
con lui della sua cortese venuta. E questo fu a dì 6 di luglio in
sulla nona, che ’l caldo era grande. Innanzi fece venire vini, frutte
e confetti, per fare rinfrescare lui e la sua brigata ch’erano ivi;
e in questo soggiorno, veggendosi il conte tra le mani il tiranno
di Bologna, o ch’egli avesse prima pensato il tradimento, o che
subitamente l’animo il tirasse all’inganno, bevendo e mangiando insieme
in grande sollazzo, mandò il suo maliscalco a fare armare cavalieri
e masnadieri cui egli volle, dando voce di fare assalto a quelli di
Salervolo. E come furono armati, fece promettere a’ conestabili paga
doppia e mese compiuto, acciocchè non si mettessono alla difesa del
signore di Bologna. Messer Giovanni che avea bevuto e mangiato, e preso
rinfrescamento a volontà del conte, attendea che il conte gli parlasse:
e non vedendo che ne facesse sembiante, disse a quelli ambasciadori
che quella ambasciata gli aveano portata, che dicessono al conte che si
dovea diliberare; e già cominciava a dubitare. Il conte rispuose, che
attendeva il suo maliscalco, che di presente vi sarebbe, e fornirebbono
loro parlamento. Ancora erano le parole, quando messer Rostagno
maliscalco dell’oste giunse colla gente armata al padiglione del conte
ove messer Giovanni attendea, e fugli intorno: e apparecchiatogli
uno cavallo de’ suoi, disse: messer Giovanni, montate qui su: e
immantinente vi fu posto più tosto che non vi sarebbe montato, e
senza contesa o difesa, di salto fu menato prigione a Imola. Uno suo
famiglio cominciò a gridare e a piagnere, dicendo: oimè, signore mio:
e di presente gli fu morto a’ piedi. E giunto in Imola, fu messo nella
rocca, e ordinatogli buona guardia. I cittadini di Bologna, e tutta
la compagnia che avea menata di Bologna, e i dugento cavalieri che
avea tenuti nell’oste in servigio del conte, in quella medesima ora,
come preda di nimici vinta in battaglia, furono presi, e rubato loro
l’arme, e’ cavalli, e arnesi, e i soldati così rubati furono cacciati
del campo; e i cittadini di Bologna furono tenuti prigioni alquanti dì,
e manifestato per tutto il grande tradimento, furono lasciati. E messer
Giovanni rimase in prigione: il quale, dappoichè pervenne alla tirannia
di Bologna, non tenne fede a parte guelfa, nè a’ suoi cittadini,
nè a’ Fiorentini, nè all’altre città di sua vicinanza: e però forse
degnamente con tradimento fu punito della sua corrotta fede.