CAP. LXI.

_Come messer Giovanni de’ Peppoli andò nell’oste, e fu preso._

Messer Giovanni de’ Peppoli signore di Bologna, avendo dal conte

dimostramento di tanta libertà, e sentendo che il papa l’amava e

davali molta fede, prese sicurtà per lo trattato ch’egli menava, e

perchè aveva nell’oste del conte dugento suoi cavalieri, e avea grande

amistà con molti altri conestabili dell’oste. E volendo mostrare

al conte com’egli era fedele di santa Chiesa, per ricoprire le sue

coperte operazioni fatte contro a quella, secondo la malizia del conte,

pervenne a sua volontà: e contro al consiglio di messer Iacopo suo

fratello, di presente prese in sua compagnia de’ maggiori cittadini

di Bologna, e di suoi soldati trecento cavalieri, e promettendo al

fratello che non passerebbe Castel san Pietro, si mise a cammino.

Ed essendo giunti la mattina a buon ora a Castel san Pietro, come il

peccato conduce, e le fini de’ tiranni s’apparecchiano per non pensato

sentiere, come si vide a Castel san Pietro non attese la promessa al

fratello, ma volendo improvviso e tosto giugnere al conte, cavalcò

senza arresto: e prima fu giunto al padiglione del conte, che sapesse

che vi dovesse venire; e scavalcato, il conte il ricevette con grande

festa, mostrandogli ne’ sembianti amore fraternale; e molto s’allegrava

con lui della sua cortese venuta. E questo fu a dì 6 di luglio in

sulla nona, che ’l caldo era grande. Innanzi fece venire vini, frutte

e confetti, per fare rinfrescare lui e la sua brigata ch’erano ivi;

e in questo soggiorno, veggendosi il conte tra le mani il tiranno

di Bologna, o ch’egli avesse prima pensato il tradimento, o che

subitamente l’animo il tirasse all’inganno, bevendo e mangiando insieme

in grande sollazzo, mandò il suo maliscalco a fare armare cavalieri

e masnadieri cui egli volle, dando voce di fare assalto a quelli di

Salervolo. E come furono armati, fece promettere a’ conestabili paga

doppia e mese compiuto, acciocchè non si mettessono alla difesa del

signore di Bologna. Messer Giovanni che avea bevuto e mangiato, e preso

rinfrescamento a volontà del conte, attendea che il conte gli parlasse:

e non vedendo che ne facesse sembiante, disse a quelli ambasciadori

che quella ambasciata gli aveano portata, che dicessono al conte che si

dovea diliberare; e già cominciava a dubitare. Il conte rispuose, che

attendeva il suo maliscalco, che di presente vi sarebbe, e fornirebbono

loro parlamento. Ancora erano le parole, quando messer Rostagno

maliscalco dell’oste giunse colla gente armata al padiglione del conte

ove messer Giovanni attendea, e fugli intorno: e apparecchiatogli

uno cavallo de’ suoi, disse: messer Giovanni, montate qui su: e

immantinente vi fu posto più tosto che non vi sarebbe montato, e

senza contesa o difesa, di salto fu menato prigione a Imola. Uno suo

famiglio cominciò a gridare e a piagnere, dicendo: oimè, signore mio:

e di presente gli fu morto a’ piedi. E giunto in Imola, fu messo nella

rocca, e ordinatogli buona guardia. I cittadini di Bologna, e tutta

la compagnia che avea menata di Bologna, e i dugento cavalieri che

avea tenuti nell’oste in servigio del conte, in quella medesima ora,

come preda di nimici vinta in battaglia, furono presi, e rubato loro

l’arme, e’ cavalli, e arnesi, e i soldati così rubati furono cacciati

del campo; e i cittadini di Bologna furono tenuti prigioni alquanti dì,

e manifestato per tutto il grande tradimento, furono lasciati. E messer

Giovanni rimase in prigione: il quale, dappoichè pervenne alla tirannia

di Bologna, non tenne fede a parte guelfa, nè a’ suoi cittadini,

nè a’ Fiorentini, nè all’altre città di sua vicinanza: e però forse

degnamente con tradimento fu punito della sua corrotta fede.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 68 / 190 题