_Processo de’ traditori di Romagna, e di certi Provenzali._
Seguita il processo de’ traditori, che si provvedeano con molta
sagacità a ingannare l’uno l’altro, e catuno infine con la sua parte
dell’impresa rimase disfatto e ingannato. E dell’attizzamento di questa
maladetta favilla crebbe fuoco, il cui fumo corruppe tutta Italia,
e offuscò gli occhi a’ liberi popoli, e ottenebrò la vista de’ sacri
pastori, e fu cagione di nuovi avvenimenti di signori, e di grandi e
gravi revoluzioni di stati, come seguendo a’ loro tempi racconteremo.
Per questa impresa della Chiesa, i tiranni di Bologna, che allora erano
messer Giovanni e messer Iacopo di messer Taddeo di Romeo de’ Peppoli
di Bologna, avendo occupata la città alla Chiesa di Roma sotto certo
censo, ed essendo in grande stato e pompa nella signoria, temeano che
la Chiesa non racquistasse la signoria di Romagna; e dall’altra parte
si tenea dissimulando per lo conte, che per lo loro caldo e favore
messer Giovanni Manfredi avesse rubellata Faenza alla Chiesa, e che
segretamente atassono a mantenere la difesa. E però il conte, che
era più sperto in coperta malizia, che in aperta prodezza o virtù,
continovo attendeva a tendere suoi lacci, come i tiranni i loro, e
mostravansi insieme con molta confidanza e grande amistà, e davansi
aiuto e consiglio l’uno all’altro, coperto di frode e di dolo.