CAP. LIV.

_Come messer Giovanni Manfredi rubellò Faenza alla Chiesa._

Messer Giovanni Ricciardi de’ Manfredi avendo conceputo il tradimento

ch’egli intendea fare, cominciò segretamente a dare ordine al fatto:

e avvennegli bene, che il conte sopraddetto andò a corte a Vignone.

E per alcuno sentimento di gelosia, per sicurtà menò con seco messer

Guglielmo fratello carnale del detto messer Giovanni, come per grande

confidenza di sua compagnia, e lasciò vececonte un Provenzale di poca

virtù, con trecento cavalieri a sua compagnia. E oltre a ciò, lasciò

fornite le fortezze della città e le castella di fuori. Messer Giovanni

de’ Manfredi con molta stanzia tenea grande familiarità col vececonte,

e con singulare studio traeva a se l’amore e la benivoglienza de’

cittadini. E come gli parve tempo, cominciò a mettere copertamente

fanti in Faenza a pochi insieme, e feceli ricettare a’ suoi confidenti.

E seppe sì fare, che in poco tempo ebbe nella città cinquecento

fanti forestieri a sua petizione, innanzi che il vececonte o alcuno

se ne fosse accorto. Ma discordandosi da lui messer Giovanni dello

Argentino suo consorto, per via di setta, sentì come in certa contrada

nel contado, gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo non si

trovavano, e non si sapea dove fossono. E per questo sospettando di

tradimento, fece sentire al vececonte, com’egli sapea che gli amici di

messer Giovanni di messer Ricciardo in cotale e in cotale parte non

si ritrovavano, perchè temea che in Faenza non apparisse novità; il

visconte avendo con messer Giovanni singolare amicizia e confidenza,

non volea intendere di lui alcuno sospetto, ma provvedea al riparo. E

appressandosi il tempo che il fatto si dovea muovere, la cosa si venia

più scoprendo. Allora il visconte ingelosito mandò a fare richiedere

degli amici di messer Giovanni: costoro andarono prima a messer

Giovanni a sapere quello ch’avessono a fare. Messer Giovanni disse

loro: tornatevi a casa, e armatevi co’ vostri parenti e amici, e levate

il romore. Ed egli co’ cittadini con cui egli si confidava, e co’ fanti

che avea messi in Faenza s’andò ad armare, e accolto il suo aiuto, uscì

delle case armato, e fecesi forte a’ suoi palagi. Levato il romore, il

visconte fu a cavallo co’ suoi cavalieri e con fanti appiè soldati, e

dirizzossi alle case di messer Giovanni, ove sentiva la gente armata.

E giunto al luogo, trovando messer Giovanni co’ suoi armati cominciò a

combattere con loro fortemente. Messer Giovanni co’ suoi si difendeva

virtudiosamente, sostenendo il dì e la notte, senza perdere della

piazza. La mattina messer Giovanni prese una parte della sua gente, e

misesi sul fosso della città, onde attendea soccorso da alcuni suoi

amici di fuori, e sforzandosi il visconte di levarlo di quel luogo,

non ebbe podere. La gente venne, e misono un ponte, ch’aveano fatto

però, sopra il fosso, e atati da quelli d’entro valicarono senza

contrasto, e furono trecento fanti di Valdilamone, e altri amici di

messer Giovanni, e due bandiere di quaranta cavalieri che vi mandò il

signore di Ravenna. Il Provenzale sbigottito per codardia, avendo la

maggior parte de’ cittadini in suo aiuto, e tutte le fortezze della

città in sua guardia, e l’aiuto delle masnade di santa Chiesa a cavallo

e a piè, ed essendo vincitore, standosi fermo, tanta viltà gli occupò

la mente, ch’egli abbandonò le fortezze della terra, e la libera

signoria ch’egli avea nelle sue mani, e tutto il suo onore, e non stato

cacciato, abbandonò la città, e fuggissi a Imola colla sua gente, ove

per reverenzia di santa Chiesa fu ricevuto, e raccettato mansuetamente.

E abbandonata per costoro la città di Faenza e le sue fortezze, messer

Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi ne rimase libero signore.

E incontanente si collegò col capitano di Forlì, e col signore di

Ravenna, e co’ signori di Bologna, che temeano della Chiesa, perchè per

tirannia teneano le città contro al volere della Chiesa, e segretamente

davano aiuto e consiglio a messer Giovanni, acciocchè Faenza e Romagna

non rimanesse all’ubbidienza della Chiesa. Questo appresso si dimostrò

manifestamente, come leggendo nostro trattato si potrà trovare. E

questo rubellamento avvenne a dì 27 di febbraio del detto anno.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 61 / 190 题