_Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna._
Essendo conte di Romagna messer Astorgio di Duraforte di Proenza,
il quale avea per moglie una nipote di papa Clemente sesto, o che
più vero fosse sua figliuola, il papa l’amava, e intendeva a farlo
grande. Costui il dì della Pasqua di Natale del detto anno, mostrando
familiarità co’ gentiluomini di Faenza, gli fece invitare a pasquare
seco. Ed essendo a desinare, riscaldati dalla vivanda e dal vino,
messer Giovanni de’ Manfredi dimestico del conte gli disse: in cotale
mattina per cagione di padronatico, ci è debitore il vescovo di Faenza
di mandare una gallina con dodici pulcini di pasta, e con carne cotta:
e quando questo e’ non fa, a noi è lecito mandare alla sua cucina,
e trarne la vivanda, e ciò che in quella si trova. La gallina non è
venuta, e però piacciavi che con vostra licenza noi possiamo usare
la ragione del nostro padronatico. La domanda fu indiscreta, essendo
in casa altrui, che non era certo che il vescovo avesse fallato;
e il conte con poco sentimento, non considerando il pericolo della
novità, concedette quella licenza follemente. Il vescovo avea fatto
suo dovere, e avea mandata a casa messer Giovanni d’Alberghettino la
gallina e i pulcini, a cui l’anno toccava quello onore, e la donna
per un suo scudiere l’avea mandata al marito al palagio del conte;
ma per comandamento fatto a’ portieri per lo conte che alcuno non
vi lasciassero entrare, se n’era tornato a casa. Nondimeno messer
Giovanni, ch’avea avuta la licenzia dal conte, disse a’ suoi famigli:
andate, e chiamate de’ nostri amici, e dite loro rechino le scuri, ed
entrate nel vescovado: e se le porti non vi sono aperte, colle scuri
l’aprite, e della cucina del vescovo gittate fuori vivanda, e ciò
che vi trovate dentro. Costoro andando agli amici di messer Giovanni
diceano: togliete le scuri, e venite con noi. Coloro ch’erano invitati
che togliessono le scuri non sapendo la cagione, pigliarono anche
l’altre armi, e l’uno confortava l’altro: e così armati traevano a
casa messer Giovanni. Le masnade del conte a piè e a cavallo che il
dì avieno la guardia, temendo di questa novità, trassono a casa messer
Giovanni, e cominciarono mischia contro a coloro vi trovarono armati.
I terrazzani si difendeano non sappiendo la cagione del fatto: la
gente traeva da ogni parte a romore. Sentendosi la novità al palagio
dov’erano i convitati, facendosi il conte alle finestre, vidde a piè
del palagio uno Franceschino di Valle, grande amico di messer Giovanni
Manfredi, a cui commise che andasse da sua parte a comandare alla sua
gente e a’ cittadini che lasciassono la zuffa e non contendessono
insieme. Costui disarmato andò a fare il comandamento da parte del
conte. La gente del conte, che conosceano costui amico di messer
Giovanni, presono maggiore sospetto, e rivolsonsi contro a lui, e
volendogli uno dare della spada in sulla testa, parando la mano al
colpo gli fu tagliata: e seguendo i colpi contro a lui, fu morto, e in
quello stante tre altri amici di messer Giovanni vi furono tagliati e
morti. Per la qual cosa, al matto movimento aggiunto la vergogna e il
danno, generò fellonia e sdegno in messer Giovanni, e conceputo nel
petto, propose nella mente di tentare cose quasi incredibili a poterli
venire fatte, secondo il suo piccolo e povero stato, le quali per molto
studio copertamente, come vedere si potrà appresso, condusse al suo
intendimento.