_Come la gente del re d’Ungheria sconfisse i baroni del Regno._
Vedendo i capitani della gente del re d’Ungheria che la baronia del
Regno era accolta a Napoli contro a loro, e non si movea nè mostrava
in campo per le loro cavalcate, si feciono loro più presso a Meleto
quattro miglia presso a Napoli; e quivi stando, cominciarono a dare
voce che discordia fosse tra’ Tedeschi e gli Ungheri, e seguendo
loro malizia s’armarono, e acconciarono il campo come se dovessero
combattere insieme; e avendo tra loro mezzani gli Ungheri, come
malcontenti d’essere con Currado Lupo, dierono voce di volersene
tornare in Puglia. I giovani baroni che sentivano di presso le novelle
de’ loro nimici, e’ baldanzosi cavalieri napoletani credendo che la
discordia fosse tra gli Ungheri e’ Tedeschi come la boce correa, non
accorgendosi del baratto, e parendo loro che per difetto di vittuaglia
e’ non potessono più stare nel paese, quasi come la preda uscisse
loro tra le mani aspettando, fremivano nell’animo d’uscire fuori, e
correre sopra i nimici; e contradicendo il re e ’l suo consiglio la
furiosa presunzione de’ giovani baroni e de’ pomposi Napoletani, in
furia s’apparecchiarono dell’arme. E montati sopra i loro destrieri e
buoni cavalli, che n’erano bene forniti, e con ricchi arredi e nobili
sopransegne, colle cinture dell’oro e dell’argento cinte, in grande
pompa, avendo fatto loro capitani messer Ruberto di Sanseverino,
e messer Ramondo del Balzo, valenti baroni, e il conte di Sprech
Tedesco, e messer Guiglielmo da Fogliano, ordinate loro battaglie,
contradicendolo il re in persona, uscirono di Napoli, e addirizzaronsi
a’ nimici. Il cammino era corto, e il paese piano, sicchè in poca d’ora
furono giunti al campo, ove trovarono di costa a Meleto nella spianata
schierati i nemici, i quali aveano sentito il furioso movimento de’
ricchi baroni e cavalieri del Regno, e aveano con savio provvedimento
fatte tre schiere. Vedendo la folle condotta de’ loro avversari,
s’allegrarono, e’ baldanzosi regnicoli sì diedono francamente nella
prima schiera, la quale, per ordine fatto a maestria, s’aperse, e
lasciò valicare, e mescolare tra loro la cavalleria del Regno, non
ostante che assai fussono più di loro; e reggendo a testa la seconda
schiera e intrigata la battaglia, il conte di Lando, ch’era da parte
colla sua schiera, tornò un poco di campo, e venne loro alle reni,
e combattendoli dinanzi e didietro, avvegnachè v’avesse di valorosi
cavalieri, per la loro mala provvedenza in poca d’ora con non troppa
asprezza di battaglia gli ebbono vinti, e sbarattati e richiusi tra
loro per modo, che la maggior parte co’ loro capitani furono presi,
e pochi ne morirono. Quelli che poterono fuggire ne fuggirono, e
non furono incalciati, perchè erano presso alla città, e i loro
nemici n’aveano assai tra le mani a guardare, sicchè non si curarono
d’incalciare gli altri. Questa propriamente non si potè dire battaglia,
ma uno irretamento da pigliare baroni e cavalieri di grandi ricchezze.
I presi furono tra conti e baroni venticinque de’ maggiori del Regno,
con molti ricchi cavalieri napoletani di Capovana e di Nido, e nobili
scudieri e grandi borgesi e baroncelli del Regno, i quali erano tutti
bene montati. E come i capitani de’ Tedeschi e degli Ungheri ebbono
raccolti insieme i prigioni e la preda, con grande festa e sollazzo
d’avere acquistato grande tesoro senza fatica, gli condussono ad
Aversa; e messi i baroni e’ cavalieri in sicure prigioni, l’altra preda
divisono tra loro. E questo fu a dì sei di giugno 1349.