CAP. XXXIV.

_Come messer Carlo eletto imperadore fu presso che morto di veleno._

Nella cronica del nostro anticessore è fatta memoria, come la santa

Chiesa di Roma, sappiendo come Carlo figliuolo del re Giovanni di

Boemia era di virtù e di senno e di prodezza il più eccellente prenze

della Magna, morto il Bavaro, che lungo tempo in discordia colla Chiesa

avea occupato lo ’mperio, non ostante che il re Giovanni vivesse,

ordinò di farlo eleggere allo ’mperio. Ed essendo in discordia gli

elettori, perocchè l’arcivescovo di Maganza non gli volea dare la boce

sua, papa Clemente trovando ch’egli era stato de’ fautori del Bavaro,

il privò dell’arcivescovado, ed elessene un altro; il quale avendo il

titolo, non ostante non avesse la possessione, come il papa volle diede

la sua boce al detto Carlo, e così ebbe piena la sua elezione. Costui

eletto era impotente di cavalleria e di moneta a potere mantenere campo

ad Aia la Cappella quaranta dì, a rispondere con la forza dell’arme

a chi lo volesse contastare, secondo la consuetudine degli eletti

imperadori: e però santa Chiesa dispensò con lui questa ceremonia,

e levollo dal pericolo e dalla spesa. E in questo servigio la Chiesa

prese saramento da lui, che venendo alla corona egli perdonerebbe a’

comuni di Toscana ogni offesa fatta all’imperadore Arrigo suo avolo

e agli altri imperadori, e tratterebbegli come amici senza alcuna

oppressione. Dopo questo, morto il padre nella battaglia del re di

Francia, come detto è, a costui succedette, e fu chiamato re di Boemia.

E cercando d’accogliere forza per potere venire alla corona dello

imperio, ed essendo poco pregiato e meno ubbidito dagli Alamanni,

tenendosi gravati della sua elezione, egli umile si stava chetamente

in Boemia aspettando suo tempo. La reina con femminile consiglio

volendo attrarre l’amore del marito dall’altre donne, ch’era giovane,

avvegnachè assai onesta, gli fece dare a mangiare certa cosa, la quale

mangiata dovea crescere l’amore alla sua donna. Nella qual cosa, o erba

o altro che mescolato vi fosse che tenesse veleno, come presa l’ebbe,

ne venne a pericolo di morte; e per aiuto di grandi e subiti argomenti,

pelato de’ suoi peli, ricoverò la salute del suo corpo. Della qual

cosa facendo condannare a morte due suoi siniscalchi per giustizia,

la reina, parendo che per sua semplice operazione, più che per colpa

che avessono, i famigli del loro eletto imperadore fossono per morire

innocenti, s’inginocchiò dinanzi al re dicendo, come que’ cavalieri non

aveano colpa di quello accidente, ma se colpa c’era, era sua: perocchè

per femminile consiglio, volendo più attrarre a se il suo amore, non

credendo far cosa che offendere il dovesse, li fece dare quella cosa a

bere, ovvero a mangiare: e però, se giustizia se n’avea a fare, ella

era degna per la sua ignoranza d’ogni pena, e non coloro ch’erano

innocenti. Il discreto signore udite queste parole, considerò la

fragilità e la natura delle femmine, e colla sua mansuetudine inchinò

l’animo all’errore dell’amore femminile, e con molta benignità perdonò

alla reina dolcemente, e liberò i suoi siniscalchi, rimettendogli ne’

loro ufici e onori. Alcuni dissono, che messer Luchino de’ Visconti

di Milano il fece avvelenare per tema di perdere la sua tirannia. Ed

essendo lo eletto imperadore nel pericolo della morte, si disse che

promise a Dio se campasse, che perdonerebbe a chi l’avesse offeso e

non ne farebbe alcuna vendetta; e quale che fosse la cagione, l’effetto

seguitò, che vendetta nessuna fece.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 41 / 190 题