_Come i baroni italiani e catalani per loro discordie guastarono
l’isola di Cicilia._
Avendo detto dell’isola di Maiolica, quella di Cicilia ci s’offera con
dissimigliante fortuna. Essendo per la mortalità morto il valoroso
duca Giovanni, balio e governatore dell’isola di Cicilia, rimaso
picciolo fanciullo di dieci anni messer Luigi figliuolo che fu di
don Pietro, il quale si fece appellare re di Cicilia, a cui aspettava
l’eredità del detto reame. Costui avea due fratelli minori di se, l’uno
chiamato Giovanni, l’altro Federigo. E non essendo della casa reale
nessuno in età che governasse l’isola per lo fanciullo, discordia
nacque tra i baroni: e dall’una parte erano i Palizzi caporali, e
con loro teneano quelli di Chiaramonte, e’ conti di Vintimiglia, e i
discendenti conti della casa degli Uberti di Firenze, de’ quali era
capo il conte Scalore, e con costoro teneano quasi la maggiore parte
degl’Italiani dell’isola. E questi si faceano chiamare la parte del re,
e a loro segno rispondeano le migliori città della marina dell’isola,
Messina, Siracusa, Melazzo, Cefalu, Palermo, Trapani, Mazzara, Sciacca,
Girgenti, Taormina, e gran parte delle buone terre e castella fra la
terra dell’isola. E dall’altra parte era don Brasco d’Araona caporale
con gli altri Catalani dell’isola, e il figliuolo di Giovanni Barresi
colla sua casa, genero di don Brasco, e molti altri di Catania, i quali
aveano a loro segno alla marina la città di Catania, Iaci, Alicata,
Tose, la Catona, e il capo d’Orlando; e fra terra grande numero di
città e di castella. E per simigliante modo si faceano costoro chiamare
la parte del re. E per le loro divisioni cominciarono a far guerra
l’uno contra l’altro. E catuna parte s’armava, e afforzava d’avere
seguito di gente dell’isola: e catuno volea governare il reame per
lo re, e non potendosi trovare via d’accordo tra loro, cominciarono
a cavalcare l’uno sopra l’altro; e dove si scontravano si combatteano
mortalmente. E spesso rompea e sconfiggea l’una gente l’altra, e senza
misericordia a tenere prigione s’uccidevano insieme, e montando la loro
sfrenata mala volontà, cominciarono ad ardere le loro possessioni e
le biade ne’ campi, come fossono in terra di nimici; e facendo questo
guasto, oggi in una contrada, e domani nell’altra, consumarono il paese
senza alcuna misericordia. E seguitando l’uno dì appresso dell’altro
questa pestilente furia tra loro, in poco tempo fu tanta tribolazione
tra’ paesani, e tanta disfidanza, che lasciarono il coltivamento delle
terre, e il nutricamento del bestiame: onde avvenne che quello paese,
il quale per antico era fontana viva di grano, e di biade, e d’ogni
vittuaglia, a spandere per lo mondo tra i cristiani e tra i saracini,
che solo tra loro nell’isola non avea che manicare; e il bestiame per
simigliante modo fu consumato e disperso. Per la quale cosa avvenne
che l’anno 1349 a Palermo, e a più altre città, per inopia convenne
si provvedesse per comune consiglio grano mescolato con orzo, e dare
ogni settimana certa piccola distribuizione per testa d’uomo, acciocchè
potessono miserevolmente mantenere la loro vita. E non potendosi
sostentare i popoli con questa misera provvisione, convenne che il
popolo minuto in gran parte per nicistà abbandonasse l’isola, e molti
ne fuggirono in Calavra e nel’isola di Sardigna per scampare dalla
fame la loro vita. E questa pestilenzia non avvenne a’ Ciciliani per
sterilità di tempo avverso, che i campi aveano da Dio la loro stagione
fertile, e abbondevole della grazia del cielo. E non era tolto loro
il coltivamento da nimici strani, nè per rubellione di loro signorie,
nè per odio del paese, ch’era patria de’ suoi abitanti a catuna parte
e reame d’uno medesimo re: ma stimasi avvenisse per dimostrazione
del peccato della ingratitudine dell’abbondanza di troppi beni, e
a dimostrare come è divoratrice senza rimedio d’ogni buono stato la
cittadinesca discordia, e il divoratore fuoco della laida invidia.