CAP. XXXI.

_Come i baroni italiani e catalani per loro discordie guastarono

l’isola di Cicilia._

Avendo detto dell’isola di Maiolica, quella di Cicilia ci s’offera con

dissimigliante fortuna. Essendo per la mortalità morto il valoroso

duca Giovanni, balio e governatore dell’isola di Cicilia, rimaso

picciolo fanciullo di dieci anni messer Luigi figliuolo che fu di

don Pietro, il quale si fece appellare re di Cicilia, a cui aspettava

l’eredità del detto reame. Costui avea due fratelli minori di se, l’uno

chiamato Giovanni, l’altro Federigo. E non essendo della casa reale

nessuno in età che governasse l’isola per lo fanciullo, discordia

nacque tra i baroni: e dall’una parte erano i Palizzi caporali, e

con loro teneano quelli di Chiaramonte, e’ conti di Vintimiglia, e i

discendenti conti della casa degli Uberti di Firenze, de’ quali era

capo il conte Scalore, e con costoro teneano quasi la maggiore parte

degl’Italiani dell’isola. E questi si faceano chiamare la parte del re,

e a loro segno rispondeano le migliori città della marina dell’isola,

Messina, Siracusa, Melazzo, Cefalu, Palermo, Trapani, Mazzara, Sciacca,

Girgenti, Taormina, e gran parte delle buone terre e castella fra la

terra dell’isola. E dall’altra parte era don Brasco d’Araona caporale

con gli altri Catalani dell’isola, e il figliuolo di Giovanni Barresi

colla sua casa, genero di don Brasco, e molti altri di Catania, i quali

aveano a loro segno alla marina la città di Catania, Iaci, Alicata,

Tose, la Catona, e il capo d’Orlando; e fra terra grande numero di

città e di castella. E per simigliante modo si faceano costoro chiamare

la parte del re. E per le loro divisioni cominciarono a far guerra

l’uno contra l’altro. E catuna parte s’armava, e afforzava d’avere

seguito di gente dell’isola: e catuno volea governare il reame per

lo re, e non potendosi trovare via d’accordo tra loro, cominciarono

a cavalcare l’uno sopra l’altro; e dove si scontravano si combatteano

mortalmente. E spesso rompea e sconfiggea l’una gente l’altra, e senza

misericordia a tenere prigione s’uccidevano insieme, e montando la loro

sfrenata mala volontà, cominciarono ad ardere le loro possessioni e

le biade ne’ campi, come fossono in terra di nimici; e facendo questo

guasto, oggi in una contrada, e domani nell’altra, consumarono il paese

senza alcuna misericordia. E seguitando l’uno dì appresso dell’altro

questa pestilente furia tra loro, in poco tempo fu tanta tribolazione

tra’ paesani, e tanta disfidanza, che lasciarono il coltivamento delle

terre, e il nutricamento del bestiame: onde avvenne che quello paese,

il quale per antico era fontana viva di grano, e di biade, e d’ogni

vittuaglia, a spandere per lo mondo tra i cristiani e tra i saracini,

che solo tra loro nell’isola non avea che manicare; e il bestiame per

simigliante modo fu consumato e disperso. Per la quale cosa avvenne

che l’anno 1349 a Palermo, e a più altre città, per inopia convenne

si provvedesse per comune consiglio grano mescolato con orzo, e dare

ogni settimana certa piccola distribuizione per testa d’uomo, acciocchè

potessono miserevolmente mantenere la loro vita. E non potendosi

sostentare i popoli con questa misera provvisione, convenne che il

popolo minuto in gran parte per nicistà abbandonasse l’isola, e molti

ne fuggirono in Calavra e nel’isola di Sardigna per scampare dalla

fame la loro vita. E questa pestilenzia non avvenne a’ Ciciliani per

sterilità di tempo avverso, che i campi aveano da Dio la loro stagione

fertile, e abbondevole della grazia del cielo. E non era tolto loro

il coltivamento da nimici strani, nè per rubellione di loro signorie,

nè per odio del paese, ch’era patria de’ suoi abitanti a catuna parte

e reame d’uno medesimo re: ma stimasi avvenisse per dimostrazione

del peccato della ingratitudine dell’abbondanza di troppi beni, e

a dimostrare come è divoratrice senza rimedio d’ogni buono stato la

cittadinesca discordia, e il divoratore fuoco della laida invidia.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 38 / 190 题