Se mai più che d’Euterpe il furor santo,

E d’Erato il sospiro, o dolce madre,

L’amaro ghigno di Talia mi piacque,

Non è consiglio di maligno petto.

Nè del mio secol sozzo io già vorrei

Rimescolar la fetida belletta,

Se un raggio in terra di virtù vedessi,

Cui sacrar la mia rima. A te sovente

Così diss’io: ma poi che sospirando,

Come si fa di cosa amata e tolta,

Narrar t’udia di che virtù fu tempio

Il casto petto di colui che piangi;

Sarà, dicea, che di tal merto pera

Ogni memoria? E da cotanto esemplo

Nullo conforto il giusto tragga, e nulla

Vergogna il tristo? Era la notte; e questo

Pensiero i sensi m’avea presi; quando,

Le ciglia aprendo, mi parea vederlo

Dentro limpida luce a me venire,

A tacit’orma. Qual mentita in tela,

Per far con gli occhi a l’egra mente inganno,

Quasi a culto, la miri, era la faccia.

Come d’infermo, cui feroce e lungo

Malor discarna, se dal sonno è vinto,

Che sotto i solchi del dolor, nel volto

Mostra la calma, era l’aspetto. Aperta

La fronte, e quale anco gl’ignoti affida:

Ma ricetto parea d’alti pensieri.

Sereno il ciglio e mite, ed al sorriso

Non difficile il labbro. A me dappresso

Poi ch’e’ fu fatto, placido del letto

Su la sponda si pose. Io d’abbracciarlo,

Di favellare ardea; ma irrigidita

Da timor da stupor da reverenza

Stette la lingua; e mi tremò la palma,

Che a l’amplesso correva. Ei dolcemente

Incominciò: Quella virtù, che crea

Di due boni l’amor, che sian tra loro

Conosciuti di cor, se non di volto,

A vederti mi tragge. E sai se, quando

Il mio cor ne le membra ancor battea,

Di te fu pieno; e quanta parte avesti

De gli estremi suoi moti. Or poi che dato

Non m’è, com’io bramava, a passo a passo

Per man guidarti su la via scoscesa,

Che anelando ho fornita, e tu cominci,

Volli almeno una volta confortarti

Di mia presenza. Io, con sommessa voce,

Com’uom, che parla al suo maggiore, e pensa

Ciò che dir debba, e pur dubbiando dice,

Risposi: Allor ch’io l’amorose e vere

Note leggea, che a me dettasti prime,

E novissime furo; e la dolcezza

De l’esser teco presentia, chi detto

M’avria che tolto m’eri! E quando in caldo

Scritto gli affetti del mio cor t’apersi,

Che non saria da gli occhi tuoi veduto,

Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo

Di te nutrissi desiderio, il pensa.

E come il pellegrin, che d’amor preso

Di non vista città, ver quella move;

E quando spera che la meta il paghi

Del cammin duro e lungo, e fiso osserva

Se le torri bramate apparir veggia;

E mira più da presso i fondamenti

Per crollo di tremuoto in su rivolti,

E le porte abbattute, e fori e case

Tutto in ruina inospital converso;

E i meschini rimasti interrogando,

Con pianto ascolta raccontar de i pregi

E disegnar de i siti; a questo modo

Io sentia le tue lodi; e qual tu fosti

Di retto acuto senno, d’incolpato

Costume, e d’alte voglie, ugual, sincero,

Non vantator di probità, ma probo:

Com’oggi al mondo al par di te nessuno

Gusti il sapor del beneficio, e senta

Dolor de l’altrui danno. Egli ascoltava

Con volto nè superbo nè modesto.

Io rincorato proseguia: Se cura,

Se pensier di quaggiù vince l’avello,

Certo so ben che il duol t’aggiunge e il pianto

Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,

Te perdendo, ha perduto. E se possanza

Di pietoso desio t’avrà condotto

Fra i tuoi cari un istante, avrai veduto

Grondar la stilla del dolor sul primo

Bacio materno. Io favellava ancora,

Quand’ei l’umido ciglio, e le man giunte

Alzando in ver lo loco onde a me venne,

Mestamente sorrise, e: Se non fosse

Ch’io t’amo tanto, io pregherei che ratto

Quell’anima gentil fuor de le membra

Prendesse il voi, per chiuder l’ali in grembo

Di Quei, ch’eterna ciò che a Lui somiglia.

Che fin ch’io non la veggo, e ch’io son certo

Di mai più non lasciarla, esser felice

Pienamente non posso. A questi accenti

Chinammo il volto, e taciti ristemmo:

Ma per gli occhi d’entrambi il cor parlava.

Poi che il pianto e i singulti a le parole

Dieder la via, ripresi: A le sue piaghe

Sarà dittamo e latte il raccontarle

Che del tuo dolce aspetto io fui beato,

E ridirle i tuoi detti. Ora, per lei

Ten prego, dammi che d’un dubbio fero

Toglierla io possa. Allor che de la vita

Fosti al fin presso, o spasimo, o difetto

Di possanza vital feceti a gli occhi

Il dardo balenar che ti percosse?

O par ti giunse impreveduto e mite?

Come da sonno, rispondea, si solve

Uom, che nè brama nè timor governa,

Dolcemente così dal mortal carco

Mi sentii sviluppato; e volto indietro,

Per cercar lei, che al fianco mio si stava,

Più non la vidi. E s’anco avessi innanzi

Saputo il mio morir, per lei soltanto

Avrei pianto, e per te: se ciò non era,

Che dolermi dovea? Forse il partirmi

Da questa terra, ov’è il ben far portento,

E somma lode il non aver peccato?

Dove il pensier da la parola è sempre

Altro, e virtù per ogni labbro ad alta

Voce lodata, ma nei cor derisa;

Dov’è spento il pudor; dove sagace

Usura è fatto il beneficio, e brutta

Lussuria amor; dove sol reo si stima

Chi non compie il delitto; ove il delitto

Turpe non è, se fortunato; dove

Sempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo.

Dura è pel giusto solitario, il credi,

Dura, e pur troppo disegual, la guerra

Contra i perversi affratellati e molti.

Tu, cui non piacque su la via più trita

La folla urtar che dietro al piacer corre

E a l’onor vano e al lucro; e de le sale

Al gracchiar voto e del censito volgo

Al petulante cinguettìo, d’amici

Ceto preponi intemerati e pochi,

E la pacata compagnia di quelli

Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,

Segui tua strada; e dal viril proposto

Non ti partir, se sai. Questa, risposi,

Qualsia favilla, che mia mente alluma,

Custodii, com’io valgo, e tenni viva

Finor. Nè ti dirò com’io, nodrito

In sozzo ovil di mercenario armento,

Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto

De l’insipida stoppia, il viso torsi

Da la fetente mangiatoia; e franco

M’addussi al sorso de l’Ascrea fontana.

Come talor, discepolo di tale,

Cui mi saria vergogna esser maestro,

Mi volsi ai prischi sommi; e ne fui preso

Di tanto amor, che mi parea vederli

Veracemente, e ragionar con loro.

Nè l’orecchio tuo santo io vo’ del nome

Macchiar de’ vili, che oziosi sempre,

Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro

L’operosa calunnia. A le lor grida

Silenzio opposi, e a l’odio lor disprezzo.

Qual merti l’ira mia fra lor non veggio;

Ond’io lieve men vado a mia salita,

Non li curando. Or dimmi, e non ti gravi,

Se di te vero udii che la divina

De le Muse armonia poco curasti.

Sorrise alquanto, e rispondea: Qualunque

Di chiaro esemplo, o di veraci carte

Giovasse altrui, fu da me sempre avuto

In onor sommo. E venerando il nome

Fummi di lui, che ne le reggie primo

L’orma stampò de l’italo coturno:

E l’aureo manto lacerato ai grandi,

Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili;

E di quel, che sul plettro immacolato

Cantò per me: _Torna a fiorir la rosa_.

Cui, di maestro a me poi fatto amico,

Con reverente affetto ammirai sempre

Scola e palestra di virtù. Ma sdegno

Mi fero i mille, che tu vedi un tanto

Nome usurparsi, e portar seco in Pindo

L’immondizia del trivio, e l’arroganza,

E i vizj; lor; che di perduta fama

Vedi, e di morto ingegno, un vergognoso

Far di lodi mercato e di strapazzi.

Stolti! Non ombra di possente amico,

Nè lodator comprati avea quel sommo

D’occhi cieco, e divin raggio di mente,

Che per la Grecia mendicò cantando.

Solo d’Ascra venian le fide amiche

Esulando con esso, e la mal certa

Con le destre vocali orma reggendo:

Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene,

E Rodi a Smirna cittadin contende:

E patria ei non conosce altra che il cielo.

Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli

Sopravissuti, oscura e disonesta

Canizie attende. E tacque; e scosse il capo,

E sporto il labbro, amaramente il torse,

Com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo.

Gioja il suo dir mi porse, e non ignota

Bile destommi; e replicai: Deh! vogli

La via segnarmi, onde toccar la cima

Io possa, o far, che s’io cadrò su l’erta,

Dicasi almen: su l’orma propria ei giace.

Sentir, riprese, e meditar: di poco

Esser contento: da la meta mai

Non torcer gli occhi: conservar la mano

Pura e la mente: de le umane cose

Tanto sperimentar, quanto ti basti

Per non curarle: non ti far mai servo:

Non far tregua coi vili: il santo Vero

Mai non tradir: nè proferir mai verbo,

Che plauda al vizio, o la virtù derida.

O maestro, o, gridai, scorta amorosa,

Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio

Non mi sia spento; a governar rimani

Me, cui natura e gioventù fa cieco

L’ingegno, e serva la ragion del core.

Così parlava e lagrimava: al mio

Pianto ei compianse, e: Non è questa, disse,

Quella città, dove sarem compagni

Eternamente. Ora colei, cui figlio

Se’ per natura, e per eletta amico,

Ama ed ascolta, e di filial dolcezza

L’intensa amaritudine le molci.

Dille ch’io so, ch’ella sol cerca il piede

Metter su l’orme mie; dille che i fiori,

Che sul mio cener spande, io gli raccolgo,

E gli rendo immortali; e tal ne tesso

Serto, che sol non temerà nè bruma,

Ch’io stesso in fronte riporrolle, ancora

De le sue belle lagrime irrorato.

Dolce tristezza, amor, d’affetti mille

Turba m’assalse; e da seder levato,

Ambo le braccia con voler tendea

A la cara cervice. A quella scossa,

Quasi al partir di sonno io mi rimasi;

E con l’acume del veder tentando,

E con la man, solo mi vidi; e calda

Mi ritrovai la lagrima sul ciglio.

A PARTENEIDE

E tu credesti che la vista sola

Di tua casta bellezza innamorarmi

Potente non saria, che anco col suono

Di tua dolce parola il cor mi tenti,

Vergine Dea? Col tuo secondo Duca[1301]

Te vidi io prima, e de le sacre danze

O dimentica o schiva; e pur sì franco,

Sì numeroso il portamento, e tanto

Di rosea luce ti fioriva il volto,

Che Diva io ti conobbi, e t’adorai.

Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieto

D’amor primiero ti porgea la destra,

Di sì fidata compagnia, che primo

Giurato avrei che per trovarti ei l’erta

Superasse de l’Alpe, ei le tempeste

Affrontasse del Tuna, e tremebondo

De la mobil Vertigo, e da l’ardente

Confusion battuto, in sul petroso

Orlo giacesse. Entro il mio cor fean lite

Quegli avversarj che van sempre insieme,

Riverenza ed Amor; ma pur sì pio

Aprivi il riso, e non so che di noto

Mi splendea ne’ tuoi sguardi, che Amor vinse,

E m’appressai securo. E quel cortese,

Di cui cara l’immago ed onorata

Sarammi infin che la purpurea vita

M’irrigherà le vene, a me rivolto,

Con gentil piglio la tua man levando,

Fea d’offrirmela cenno. Ond’io più baldo

La man ti stesi; ma tremò la mano

E il cor: chè tutto in su la fronte allora

Vidi il dio sfolgorarti, e tosto in mente

Chi sei mi corse, ed in che pura ed alta

Aria nutrita, ed a che scorte avvezza.

Mesto allor la tua vista abbandonai;

Ma l’inquïeto immaginar, che sempre

Benchè d’alto caduto in alto aspira,

Sovra l’aspro sentiero a vol si mosse

Del tuo vaggio, e a te fidato, al sommo

Stette de l’Alpe, e si librò securo

Sovra i vestigj e i desiderj umani.

Poi riverito il tuo celeste nido,

Di pensiero in pensier, di monte in monte,

Seguitando il desio, ver la mia sacra

Terra drizzai le penne, ed i cognati

Reti giganti valicando, alfine

Vidi l’Orobia valle. Ivi un portento

Al mio guardar s’offerse: una indistinta

Aeria forma or si movea qual pura

Nuvoletta d’argento, ed or di neve

Fiocco parea che un bel cespuglio vesta.

Ma pur l’immagin bella e fuggitiva

Tanto con l’occhio seguitai, che vera

Alfin m’apparve, a te simile alquanto,

Vergine intatta, e non veduta ancora,

E d’immortal concepimento anch’ella.

Non tenea scettro, non cingea corona

Se non di fiori; e sol di questi vaga,

Fra i color mille onde splendea distinta

La verdissima piaggia, or la viola,

Or la rosa coglieva, or l’amaranto,

Tal che Matelda rimembrar mi feo,

Qual la vide il divin nostro Poeta

Ne l’alta selva da lui sol calcata.

Ed ecco, alfin del mio venire accorta,

Volger le luci al pellegrin parea,

Piene di maraviglia; e la rosata

Faccia levando, mi parea guardarlo,

E sorridere a lui come si suole

Ad aspettato. E quando io, de la diva

Bellezza innebriato e del gentile

Atto, con l’ali de la mente a lei

Appressarmi tentai, se udir potessi

Come in cielo si parla, affaticate

Caddero l’ali de la mente, e al guardo

Tacque la bella vision. Ma sempre

Da quel momento la memoria al core

Di lei ragiona. E quando in sul mattino

Lieve lo spirto dal sopor si scioglie

(Allor per l’aria de’ pensier celesti

Libero ei vola, e da le basse voglie

De la vita mortal quasi il divide

Un deserto d’obblio), sempre in quell’ora,

Più che mai bella quell’eterea Virgo

Mi vien dinnanzi. Or d’oro o d’onor vani

Nessun mi parli; un solo amor mi tenta,

Sola una cura: degli Orobj dorsi

Rivisitar l’asprezza, e questa Diva,

Deh mel consenta! accompagnar primiero

Per le italiche ville pellegrina.

Che se l’evento il mio sperar pareggia,

Se nè la vita nè l’ardir mi falla,

Forse, più ardito condottier già fatto,

Ti piglierò per mano; e come io valgo,

Meraviglia gentile a la mia sacra

Italia io mostrerotti, a quell’augusta

D’uomini madre e d’intelletti, augusta

Di memorie nutrice e di speranze.[1302]

[1301] _Il Fauriel, che aveva tradotto in prosa francese il poema

idillico in dodici canti, e in tedesco, del danese Baggesen,

«Parthénäis». La traduzione fu pubblicata solo più tardi, nel 1810._

[1302] _Postilla del Manzoni_: «Quando ai due illustri amici [il Baggesen

ed il Fauriel] non pajano affatto cattivi, mi studierò di farli ancor men

cattivi, avendo già notate varie cose da levarsi, e pensatene alcune che

si potrebbero più opportunamente aggiungere».

URANIA

POEMETTO.

Su le populee rive e sul bel piano

Da le insubri cavalle esercitato,

Ove di selva coronate attolle

La mia città le favolose mura,

Prego, suoni quest’Inno: e se pur dégna

Penne comporgli di più largo volo

La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno

Sposa gentil, che a te gradito ei vegna

Chieggo a le Grazie. Chè da i passi primi

Nel terrestre viaggio ove il desio

Crudel compagno è de la via, profondo

Mi sollecita amor che Italia un giorno

Me de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga,

Italia, ospizio de le Muse antico.

Nè fuggitive dai laureti achei

Altrove il seggio de l’eterno esiglio

Poser le Dive; e quando a la latina

Donna si feo l’invendicato oltraggio,

Dal barbaro ululato impäurite

Tacquero, è ver, ma l’infelice amica

Mai non lasciâr; chè ad alte cose al fine

L’itala Poësia, bella, aspettata,

Mirabil virgo, da le turpi emerse

Unniche nozze. E tu le bende e il manto

Primo le désti, e ad illibate fonti

La conducesti; e ne le danze sacre

Tu le insegnasti ad emular la madre,

Tu de l’ira mäestro e del sorriso,

Divo Alighier, le fosti. In lunga notte

Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,

Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo

Su la vedova terra il sole invia,

Nol sa la valle ancora e la cortese

Vital pioggia di luce ancor non beve,

E già dorata il monte erge la cima.

A queste alme d’Italia abitatrici

Di lodi un serto in pria non colte or tesso;

Chè vil fra ’l volgo odo vagar parola

Che le Dive sorelle osa insultando

Interrogar che valga a l’infelice

Mortal del canto il dono. Onde una brama

In cor mi sorge di cantar gli antichi

Beneficj che prodighe a l’ingrato

Recâr le Muse. Urania al suo diletto

Pindaro li cantò. Perchè di tanto

Degnò la Dea l’alto pöeta e come,

Dirò da prima; indi i celesti accenti

Ricorderò, se amica ella m’ispira.

Fama è che a lui ne la vocal tenzone

Rapisse il lauro la minor Corinna.

Misero! e non sapea di quanto Dio

L’ira il premea; chè a la famosa Delfo

Venendo, i poggi d’Elicona e il fonte

Del bel Permesso ei salutando ascese;

Ma d’Orcomene ove le Grazie han culto,

Il cammin sacro omise. Il dévio passo

Vider da lunge e il non curar superbo

Del fatal giovanetto le Immortali,

E promiser vendetta. Al meditato

Inno di lode liberato il volo

Pindaro avea, quando le belle irate,

Aërie forme a mortal guardo mute,

Venner seconde di Corinna al fianco.

Aglaja in pria su la virginea gota

Sparse un fulgor di rosea luce, e un mite

Raggio di gioja le diffuse in fronte:

Ma la fragranza de’ castalj fiori

Che fanno l’opra de l’ingegno eterna,

Eufrosine le diede; e tu pur anco,

Dolce qual tibia di notturno amante,

Lene Talia, le modulasti il canto.

Di tanti doni avventurata in mezzo

Corinna assurse: il portamento e il volto

Stupìa la turba, e il dubitar leggiadro

E il bel rossor con che tremando al seno

Posò la cetra; e, sotto la palpebra

Mezza velando la pupilla bruna,

Söave incominciò. Volava intorno

La divina armonia che, con le molli

Ale i cupidi orecchi accarezzando,

Compungea gl’intelletti, e di giocondo

Brivido i cori percotea. Rapito

L’emulo anch’ei, non alito non ciglio

Movea, nè pria de’ sensi ebbe ripresa

La signoria, che verdeggiar la fronda

Invidïata vide in su le nere

Trecce di lei, che fra il romor del plauso

Chinò la bella gota ove salia

Del gaudio mista e del pudor la fiamma.

Di dolor punto e di vergogna, al volgo

L’egregio vinto si sottrasse, e solo

Sul verde clivo onde l’äeria fronte

Spinge il Parnaso, s’avvïò. Dolente

Errar da l’alto Licoreo lo scòrse

Urania Dea cui fu diletto il fato

Del giovanetto, e di blandir sua cura

Nel pio voler propose. È nei riposti

Del sacro monte avvolgimenti un bosco

Romito opaco, ove talor le Muse,

Sotto il tremolo rezzo esercitando

L’ambrosio piè, ringioviniscon l’erbe

Da mortal orma non offese ancora.

A l’entrar de la selva, e sovra il lembo

Del vel che la tacente ombra distende,

Balza l’Estro animoso, e de le accese

Menti il Diletto, e, ne la palma alzata

Dimettendo la fronte, il Pensamento

Sta col Silenzio che per man lo tiene.

Bella figlia del Tempo e di Minerva

V’è la Gloria, sospir di mille amanti:

Vede la schiva i mille, e ad un sorride.

Ivi il trasse la Diva. A l’appressarsi,

De l’aura sacra a l’aspirar, di lieto

Orror compreso in ogni vena il sangue

Sentia l’eletto, ed una fiamma leve

Lambir la fronte ed occupar l’ingegno.

Poi che ne l’alto de la selva il pose

Non conscio passo, abbandonò l’altezza

Del solitario trono, e nel segreto

Asilo Urania il prode alunno aggiunse.

Come tal volta ad uom rassembra in sogno,

Su lunga scala o per dirupo, lieve

Scorrer col piè non alternato a l’imo,

Nè mai grado calcar nè offender sasso;

Tal su gli äerei gioghi sorvolando,

Discendea la celeste. Indi la fronte

Spóglia di raggi, e d’ale il tergo, e vela

D’umana forma il dio; Mirtide fassi,

Mirtide già de’ carmi e de la lira

A Pindaro mäestra; e tal repente

A lui s’offerse. Ei di rossor dipinto,

A che, disse, ne vieni? a mirar forse

Il mio rossore? o madre, oh! perchè tanta

Speme d’onor mi lusingasti in vano?

Come la madre al fantolin caduto,

Mentre lieto al suo piè movea tumulto,

Che guata impäurito e già sul ciglio

Turgida appar la lagrimetta, ed ella

Nel suo trepido cor contiene il grido,

E blandamente gli sorride in volto

Perch’ei non pianga; un tal divino riso,

Con questi detti, a lui la Musa aperse:

A confortarti io vegno. Onde sì ratto

«L’anima tua è da viltate offesa?»

Non senza il nume de le Muse, o figlio,

Di te tant’alto io promettea. Deh! come,

Pindaro rispondea, cura dei vati

Aver le Muse io crederò? Se culto

Placabil mai degl’Immortali alcuno

Rendesse a l’uom, chi mai d’ostie e di lodi,

Chi più di me di preci e di cor puro

Venerò le Camene? Or se del mio

Dolor ti duoli, proseguia, deh! vogli

L’egro mio spirto consolar col canto.

Tacque il labro, ma il volto ancor pregava,

Qual d’uom che d’udire arda, e fra sè tema

Di far parlando a la risposta indugio.

Allor su l’erba s’adagiaro: il plettro

Urania prese, e gli accordò quest’Inno

Che in minor suono il canto mio ripete.

Fra le tazze d’ambrosia imporporate,

Concittadine degli Eterni e gioja

De’ paterni conviti eran le Muse

Ne’ palagi d’Olimpo, e le terrene

Valli non use a visitar; ma primo,

Scola e conforto de la vita, in terra

Di Giove il cenno le invïò. Vedea

Giove da l’alto serpeggiar già folta

La vaga mortale orma, e sotto il pondo

Di tutti i mali andar curvata e cieca

L’umana stirpe: del rapito foco

Piena gli parve la vendetta; e a l’ira

Spuntate avea l’acri säette il tempo.

Alfin più mite ne l’eterno senno

Consiglio il Padre accolse, ed, Assai, disse

E troppo omai le Dire empio governo

Fer de la terra; assai ne’ petti umani

Commiser d’odj, e volser prone al peggio

Le mortali sentenze. Di felici

Genj una schiera al Dio facea corona,

Inclita schiera di Virtù (chè tale

Suona qua giù lor nome). A questi in pria

Scorrer la terra e perseguir le crude

De l’uom nemiche ed a più miti voglie

Ricondur l’infelice, impose il Dio.

Al basso mondo ove la luce altérna,

Sceser gli spirti obbedïenti, e tutto

Ricercârlo, ma in van; chè non levossi

A tanto raggio de’ mortali il guardo;

E di Giove il voler non s’adempia.

Però baldanza a quel voler non tolse

Difficoltà che a l’impotente è freno,

Stimolo al forte; essa al pensier di Giove

Novo propose esperimento. Al desco

Del Tonante le Muse una concorde

Movean d’inni esultanza; inebrïate

Tacean le menti degli Dei; fe’ cenno

Ei la destra librando; e la crescente

Del volubile canto onda ristette

Improvviso. Raggiò pacato il guardo

A le Vergini il Padre; e questo ad elle

D’amor temprato fe’ volar comando.

Figlie, a bell’opra il mio voler ministre

Elegge or voi. Non conosciute ancora

Errar vedete le Virtù fra i ciechi

Figli di Pirra: d’amor santo indarno

Arder tentaro i duri petti, e vinte

Farsi de l’ardue menti aprir le porte:

La forza sol de l’arti vostre il puote:

Là giù dunque movete: a voi seguaci

Vengan le Grazie; e senza voi men bella

Già la mia reggia il tornar vostro attende.

Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremi

Detti, dal ciglio e da le labra rise

Blandamente. Al divino atto commossa

Balzò l’eterea vetta, e d’improvviso

Di tutta luce biondeggiò l’Olimpo.

Nel primo aspetto de la terra intanto

Il lungo duol de le Virtù neglette

Vider le Muse; ma di lor la prima

Chi fu che volse le propizie cure

I bei precetti ad avverar del Padre?

Calliope fu che fra i mortali accorta

Orfeo trascelse; e sì l’amò che il nome

A lui di figlio non negò. Vicina

A l’orecchio di lui, ma non veduta,

Stette la Diva, e de l’alunno al core

Sciolse la bella voce onde si noma.

Il bel consiglio di Calliope tutte

Imitâr le sorelle; e d’un eletto

Mortal mäestra al par fatta ciascuna,

L’alme col canto ivan tentando, e l’ira

Vincea quel canto de le ferree menti.

Così dal sangue e dal ferino istinto

Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo

Di lor, che a terra ancor tenea il costume,

Che del passato l’avvenir fa servo,

Levâr di nuova forza avvalorato.

E quei gli occhi giraro, e vider tutta

La compagnia degli stranier divini,

Che a le Dire fea guerra. Ove furente

Imperversar la Crudeltà solea,

Orribil mostro che ferisce e ride,

Vider Pietà che mollemente intorno

A i cor fremendo, dei veduti mali

Dolor chiedea; Pietà, de gl’infelici

Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta

Con alta fronte passeggiar l’Offesa

Vider, gl’ingegni provocando, e mite

Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,

Lo spontaneo Perdon che con la destra

Cancella il torto e ne la manca reca

Il beneficio, e l’uno e l’altro obblia.

Blando a la Dira ei s’offeria: seguace

Lenta ma certa, l’orme sue ricalca

Nemesi, e quando inesaudito il vede,

Non fa motto ed aspetta. Un giorno al fine

Ne gl’iterati giri, orba dinanzi

Le vien l’Offesa; al tacit’arco impone

Nemesi allor l’alata pena; aggiunge

L’äerea punta impreveduta il fianco,

E l’empio corso allenta. Inonorata

La Fatica mirâr, che gli ermi intorno

Campi invano additava, a cui per anco

Non chiedea de la messe il pigro ferro

Gli aurei doni dovuti: a lei compagno

L’Onor si fea; se forse a la sua luce

Più cara a l’occhio del mortal venisse

L’utile Dea. Vider la Fede, immota

Servatrice dei giuri, e l’arridente

Ospital Genio che gl’ignoti astringe

Di fraterna catena; e tutta in fine

La schiera dia ne l’opra affaticarsi.

Videro, e novo di pietà, d’amore

Ne gli attoniti surse animi un senso,

Che infiammando occupolli. E già de’ lieti

Principj in cor secure, il plettro e l’arte

Sacra del plettro a i figli lor le Muse

Donâr, le Grazie il dilettar donaro

E il süader potente. Essi a la turba

Dei vaganti fratelli ivan cantando

Le vedute bellezze. Al suon che primo

Si sparse a l’aura, dispogliò l’antico

Squallor la terra, e rise: e tu qual fosti,

Che provasti, o mortal, quando sul core

La prima stilla d’armonia ti scese?

Quale a l’ara de’ Numi allor che il sacro

Tripode ferve, e tremolando rosse

Su le brage stridenti erran le fiamme,

Se la man pia del sacerdote in esse

Versi copia d’incenso, ecco di bruno

Pallor vestirsi il foco, e dal placato

Ardor repente un vortice s’innalza

Tacito, e tutto d’odorata nebbia

Turba l’etere intorno e lo ricrea;

Tal su i cori cadea rorido, e l’ira

V’ammorzava quel canto, e dolce, in vece,

Di carità, di pace vi destava

Ignota brama. A l’uom così le prime

Virtù fur conosciute onde bëata,

Quanto ad uom lice, e riposata e bella

Fassi la vita. Allora in cor portando

Il piacer de l’evento, e la divina

Giocondità del beneficio in fronte,

A l’auree torri de l’Olimpo il volo

Rïalzar le Camene. Ivi le prove

De l’alma impresa e le fatiche e il fine

Dissero al Padre; e pieno, in ascoltarle,

Da la bocca di lui scorrea quel dolce

Canto a l’orecchio dei miglior, la lode.

Ma stagion lunga ancor volta non era,

Che ne le Nove ritornate un caro

De la terra desio nacque; chè ameno

Oltre ogni loco a rivedersi è quello

Che un gentil fatto ti rimembri: e questa

Elesser sede che secreta intorno

Religïon circonda, e, l’arti antiche

Esercitando ancor, l’aura divina

Spirano a pochi in fra i viventi, e dánno

Colpir le menti d’immortal parola.

E te dal nascer tuo benigna in cura

Ebbe, o Pindaro, Urania. E s’oggi, o figlio,

Tanto amor non ti valse, ell’è d’un Nume

Vendetta: incauto, che a le Grazie il culto

Negasti, a l’alme del favor ministre

Dee, senza cui nè gl’Immortai son usi

Mover mai danza o moderar convito.

Da lor sol vien se cosa in fra i mortali

E di gentile, e sol qua giù quel canto

Vivrà che lingua dal pensier profondo

Con la fortuna de le Grazie attinga;

Queste implora coi voti, ed al perdono

Facili or piega. E la rapita lode

Più non ti dolga. A giovin quercia accanto

Talor felce orgogliosa il suolo usurpa,

E cresce in selva, e il gentil ramo eccede

Col breve onor de le digiune frondi:

Ed ecco il verno le dissipa; e intanto

Tacitamente il solitario arbusto

Gran parte abbranca di terreno, e, mille

Rami nutrendo nel felice tronco,

Al grato pellegrin l’ombra prepara.

Signor così degl’inni eterni, un giorno,

Solo in Olimpia regnerai: compagna

Questa lira al tuo canto, a te sovente

Il tuo destino e l’amor mio rimembri.

Tacque, e porse la cetra: indi rivolta,

Candida luce la ricinse: aperte

Le azzurre penne s’agitâr sul tergo,

Mentre nel folto de la selva al guardo

Del suo Poëta s’involò. La Diva

Ei riconobbe, e di terror, di lieta

Maraviglia compunto, il prezïoso

Dono tenea: ne l’infiammata fronte

Fremean d’Urania le parole e l’alta

Promessa e il fato: e la commossa corda,

Memore ancor del pollice divino,

Con lungo mormorar gli rispondea.

L’IRA D’APOLLO

PER LA LETTERA SEMISERIA DI GRISOSTOMO

Vidi (credi, se il vuoi, volgo profano!),

Vidi, là dove innalzasi

E nel Lario si specchia il Baradello,

Il delfico calar Nume sovrano,

E su la torre aerea

Ristar dell’antichissimo castello;

Gli spirava dal volto ira divina,

E da la chioma odor d’ambrosia fina.

Sperai che, quale in su la rupe ascrea

O sul giogo parnassio,

Dolce suono ei trarria da la sua cetra:

Ma il Nume che tutt’altro in testa avea,

Piegando il braccio eburneo,

Volse la man sul tergo a la faretra;

Con due dita ne colse acuto strale,

L’arco tese: fremè l’arco mortale.

Ove su l’ampio verdeggiar de’ prati,

Fra i balli de le Najadi,

Sorge l’alta Milan, la mira ei volse.

Mi comprese terror pei Lari amati,

E da le labbra tremule

La voce a stento ad implorar si sciolse:

«Ferma, che fai? Deh! non ferir, perdona,

Santo figlio di Giove e di Latona!»

Al dardo impazïente il vol ritenne,

E a me rivolto in placido

Sembiante, a dir mi prese il dio di Delo:

«Fino a noi da que’ lidi il grido venne

D’uomo a sfidar non pavido

Tutti gli Dei, tutte le Dee del cielo:

E l’audacia di lui resta impunita?

Pera l’empia città che il lascia in vita!»

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 44 / 45 段