«Chiarissimo signore, Le debbo doppj ringraziamenti, e pel pensiero

ch’Ella ha avuto d’abbellire in versi latini quella mia Ode _Ei fu_, e

per la gentilezza con la quale si è piaciuto di comunicarmi la sua bella

versione. La prego di gradire le mie sincere congratulazioni: non posso

esprimerle il sentimento da me provato alla replicata lettura della sua

composizione; questo sentimento è stato il diletto che fanno nascere i

bei versi. La copia dell’Ode da Lei comunicatami differisce dal testo

in qualche piccola cosa. Le noto qui sotto le poche differenze per

obbedirla, non già perchè Ella cangi nulla alla versione, la quale sta

pur bene com’è. Rimango pieno di riconoscenza per l’onore ch’Ella m’ha

fatto, e col più sincero ossequio.

_Suo umiliss. devot. servitore_

ALESSANDRO MANZONI».

«St. 4: _S’erge commosso_—Sorge or commosso.

St. 7: _Ferre_—Serve.

St. 10: _Ei sparre_—E sparve.

St. 14: _E ricordò_—E ripensò».

Contemporaneamente, e magari qualche giorno prima, l’Ode fu pubblicata,

insieme con la traduzione tedesca del Goethe, nel vol. IV, fasc. 1º, pag.

182-88, del giornale _Ueber Kunst und Alterthum_, ottobre o novembre del

1822. Il Goethe lesse e tradusse, nella str. _E ripensò..., percorse

valli_ invece di _percossi valli_. Quella sua traduzione egli la recitò

alla Corte di Weimar l’8 agosto 1822. (Cfr. nella _Cultura_ del Bonghi,

fasc, del 1º febbraio 1883, una lettera di H. SIMON di Berlino).

Il consigliere Grüner narra in una sua lettera d’aver sentito leggere

dal Goethe stesso il testo dell’ode manzoniana. Il gran poeta, egli

scrive, «era quasi trasfigurato e commosso, i suoi occhi mandavano

scintille, la precisa accentazione di ogni parola e insieme l’espressione

m’incantavano; e quando ebbe finito, ci fu un momento di pausa. Ci

guardammo a vicenda, e leggemmo il nostro entusiasmo l’uno negli occhi

dell’altro. Non è vero, riprese Goethe, non è vero che Manzoni è un gran

poeta? Io vorrei, gli risposi, che Manzoni fosse stato presente a questa

declamazione: egli avrebbe avuto un ampio compenso dell’opera sua».

(Cfr. L. SENIGAGLIA, _Relazioni di Goethe e di Manzoni_, nella _Rivista

Contemporanea_, Firenze, 1888).

Annota il Bonghi (_Op. ined. o rare_, I, 15-16): «Certo che il Manzoni

non la pubblicò lui. Dopo averla scritta, la mandò alla Censura per

ottenerne licenza, e questa gliela negò. Ma egli, come raccontava, aveva

usato un piccolo sotterfugio: alla Censura ne aveva mandato due copie,

facendo conto che qualcuno degl’impiegati di polizia n’avrebbe trafugata

una, e così la poesia si sarebbe divulgata. Il che appunto accadde, e

sin dal giorno dopo tutta Milano la leggeva, senza che all’autore se ne

potesse far colpa».—Dalle _Carte segrete della polizia austriaca_ (II,

317) si apprende come, ancora nel 1823, «la polizia di Vicenza avvertisse

essersi sparsa un’ode in morte di Napoleone, della quale sospettavasi

autore un tal Manzoni di Verona, mentre poi un poliziotto letterato, il

Lancetti, ne asseriva autore il Monti!». (Cfr. D’ANCONA, _Poesie di A.

M._, Firenze, Barbèra, 1892, p. 88).

Riproduco il testo dell’edizione autentica delle _Opere varie_, 1845,

ponendo a pie’ di pagina le varianti dell’edizione di Jena 1827. Per

alcuni emendamenti alle copie che correvano manoscritte, cfr. la lettera

del Manzoni al Pagani, del 15 novembre 1821; e per tutto il resto,

D’OVIDIO, _Discussioni manzoniane_, pag. 198 ss.

L’ode _Marzo 1821_ e il frammento _Il proclama di Rimini_ furono la prima

volta stampati in un opuscoletto di 15 pagine, a Milano, tipografia

di Giuseppe Redaelli, nel 1848, col titolo: _Pochi versi | inediti

| di Alessandro Manzoni_, Nel verso della pagina di frontispizio è

questa avvertenza: «Edizione messa sotto la tutela delle veglianti

leggi e convenzioni, e che si vende _una lira italiana_, in favore dei

profughi veneti, per cura della Commissione Governativa delle offerte

per la causa nazionale.—NB. Si riterranno contraffatte tutte le copie

che non portassero il marchio della Commissione suddetta». Difatto,

sul frontispizio della copia che possiedo, c’è un bollo rotondo, con

dentro scrittovi: _Gov.º Provv.º | Commissione | delle offerte._—In quel

medesimo anno fortunoso, furon di quei versi fatte altre tre edizioni, a

Milano «luglio 1848», a Venezia e a Livorno.—Di poi, nel 1860, il Manzoni

li fece ristampare coi tipi e nel sesto dell’edizione delle _Opere

varie_ del 1845, continuando la numerazione di queste, e ripetendone,

completato, l’indice. Nella copia che ho tra mani, essi fanno corpo col

resto, senza che appaia traccia visibile del diverso anno della stampa.

Riproduco quest’ultimo testo, riscontrandolo con quello dell’opuscoletto

del 1848, quasi in tutto identico.

SCHERILLO.

IL CINQUE MAGGIO.[1272]

ODE.

Ei fu.[1273] Siccome immobile,

Dato il mortai sospiro,

Stette la spoglia immemore

Orba di tanto spiro,

Così percossa, attonita

La terra al nunzio sta,[1274]

Muta pensando all’ultima

Ora dell’uom fatale;[1275]

Nè sa quando una simile

Orma di piè mortale

La sua cruenta polvere

A calpestar verrà.

Lui folgorante[1276] in solio[1277]

Vide il mio genio e tacque;[1278]

Quando, con vece assidua,

Cadde, risorse e giacque,

Di mille voci al sonito

Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio

E di codardo oltraggio,

Sorge or commosso al subito

Sparir di tanto raggio;[1279]

E scioglie all’urna un cantico

Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,

Dal Manzanarre[1280] al Reno,

Di quel securo il fulmine

Tenea dietro al baleno;

Scoppiò da Scilla al Tanai,

Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri

L’ardua sentenza: nui

Chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

Del creator suo spirito

Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida

Gioia[1281] d’un gran disegno,

L’ansia d’un cor che indocile

Serve,[1282] pensando al regno;

E il giunge, e tiene un premio

Ch’era follia sperar;[1283]

Tutto ei provò: la gloria

Maggior dopo il periglio,

La fuga e la vittoria,

La reggia e il triste esiglio:

Due volte nella polvere,

Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,

L’un contro l’altro armato,

Sommessi a lui si volsero,

Come aspettando il fato;

Ei fe’ silenzio, ed arbitro

S’assise in mezzo a lor.

E sparve,[1284] e i dì nell’ozio

Chiuse in sì breve sponda,

Segno d’immensa invidia

E di pietà profonda,

D’inestinguibil odio

E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago

L’onda s’avvolve e pesa,

L’onda su cui del misero,

Alta pur dianzi e tesa,

Scorrea la vista a scernere

Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo

Delle memorie scese![1285]

Oh quante volte ai posteri

Narrar sè stesso imprese,

E sull’eterne pagine

Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito

Morir d’un giorno inerte,

Chinati i rai fulminei,

Le braccia al sen conserte,

Stette, e dei dì che furono

L’assalse il sovvenir!

E ripensò[1286] le mobili

Tende, e i percossi valli,

E il lampo de’ manipoli,

E l’onda dei cavalli,

E il concitato imperio,

E il celere ubbidir.[1287]

Ahi! forse a tanto strazio

Cadde lo spirto anelo,

E disperò; ma valida

Venne una man dal cielo,

E in più spirabil aere

Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei[1288] floridi

Sentier della speranza,

Ai campi eterni, al premio

Che i desidéri[1289] avanza,

Dov’è[1290] silenzio e tenebre

La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica[1291]

Fede ai trionfi avvezza![1292]

Scrivi ancor questo,[1293] allegrati;

Chè più superba altezza

Al disonor del Golgota

Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri

Sperdi ogni ria parola:

Il Dio che atterra e suscita,

Che affanna e che consola,

Sulla deserta coltrice

Accanto a lui[1294] posò.

[1272] IN MORTE DI NAPOLEONE (IL CINQUE MAGGIO).

[1273] Ei fu:

[1274] sta;

[1275] fatale,

[1276] sfolgorante

[1277] soglio

[1278] tacque,

[1279] raggio,

[1280] Mansanàre

[1281] Gioja

[1282] Ferve

[1283] sperar,

[1284] Ei sparve

[1285] scese;

[1286] Ei ripensò

[1287] obbedir.

[1288] E l’avviò sui

[1289] desiderj

[1290] Ov’è

[1291] Bella, immortal, benefica

[1292] avvezza,

[1293] questo:

[1294] Lui

MARZO 1821.

ODE.

ALLA ILLUSTRE MEMORIA DI TEODORO KŒRNER[1295] POETA E SOLDATO DELLA

INDIPENDENZA GERMANICA MORTO SUL CAMPO DI LIPSIA IL GIORNO XVIII

D’OTTOBRE MDCCCXIII NOME CARO A TUTTI I POPOLI CHE COMBATTONO PER

DIFENDERE O PER RICONQUISTARE UNA PATRIA.

Soffermati sull’arida sponda,

Volti i guardi al varcato Ticino,

Tutti assorti nel novo destino,

Certi in cor dell’antica virtù,

Han giurato: Non fia che quest’onda

Scorra più tra due rive straniere;

Non fia loco ove sorgan barriere

Tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro

Rispondean da fraterne contrade,

Affilando nell’ombra le spade

Che or levate scintillano al sol.

Già le destre hanno strette le destre;

Già le sacre parole son porte:

O compagni sul letto di morte,

O fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,

Della Bormida al Tanaro sposa,

Del Ticino e dell’Orba selvosa

Scerner l’onde confuse nel Po;

Chi stornargli del rapido Mella

E dell’Oglio le miste correnti,

Chi ritogliergli i mille torrenti

Che la foce dell’Adda versò,

Quello ancora una gente risorta

Potrà scindere in volghi spregiati,

E a ritroso degli anni e dei fati,

Risospingerla ai prischi dolor:

Una gente che libera tutta,

O fia serva tra l’Alpe ed il mare;

Una d’arme, di lingua, d’altare,

Di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,

Con quel guardo atterrato ed incerto,

Con che stassi un mendico sofferto

Per mercede nel suolo stranier,

Star doveva in sua terra il Lombardo;

L’altrui voglia era legge per lui;

Il suo fato, un segreto d’altrui;

La sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio

Torna Italia, e il suo suolo riprende;

O stranieri, strappate le tende

Da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,

Dal Cenisio alla balza di Scilla?

Non sentite che infida vacilla

Sotto il peso de’ barbari piè?

O stranieri! sui vostri stendardi

Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;

Un giudizio da voi proferito

V’accompagna all’iniqua tenzon;

Voi che a stormo gridaste in quei giorni:

Dio rigetta la forza straniera;

Ogni gente sia libera, e pera

Della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste

Preme i corpi de’ vostri oppressori,

Se la faccia d’estranei signori

Tanto amara vi parve in quei dì;

Chi v’ha detto che sterile, eterno

Saria il lutto dell’itale genti?

Chi v’ha detto che ai nostri lamenti

Saria sordo quel Dio che v’udì?

Si, quel Dio che nell’onda vermiglia

Chiuse il rio che inseguiva Israele,

Quel che in pugno alla maschia Giaele

Pose il maglio, ed il colpo guidò;

Quel che è Padre di tutte le genti,

Che non disse al Germano giammai:

Va, raccogli ove arato non hai;

Spiega l’ugne;[1296] l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente

Grido uscì del tuo lungo servaggio;

Dove ancor dell’umano lignaggio

Ogni speme deserta non è;

Dove già libertade è fiorita,

Dove ancor nel segreto matura,

Dove ha lacrime un’alta sventura,

Non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti

L’apparir d’un amico stendardo!

Quante volte intendesti lo sguardo

Ne’ deserti del duplice mar!

Ecco alfin dal tuo seno sboccati,

Stretti intorno a’ tuoi santi colori,

Forti, armati de’ propri dolori,

I tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni

Il furor delle menti segrete:

Per l’Italia si pugna, vincete!

Il suo fato sui brandi vi sta.

O risorta per voi la vedremo

Al convito de’ popoli assisa,

O più serva, più vil, più derisa

Sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!

Oh dolente per sempre colui

Che da lunge, dal labbro d’altrui,

Come un uomo straniero, le udrà!

Che a’ suoi figli narrandole un giorno,

Dovrà dir sospirando: io non c’era[1297];

Che la santa vittrice bandiera

Salutata quel dì non avrà.

[1295] DI TEODORO KOERNER

[1296] l’ugne.

[1297] v’era

IL PROCLAMA DI RIMINI.

FRAMMENTO DI CANZONE

APRILE 1815.

O delle imprese alla più degna accinto,

Signor che la parola hai proferita,

Che tante etadi indarno Italia attese;

Ah! quando un braccio le teneano avvinto

Genti che non vorrian toccarla unita,

E da lor scissa la pascean d’offese;

E l’ingorde udivam lunghe contese

Dei re tutti anelanti a farle oltraggio;

In te sol uno un raggio

Di nostra speme ancor vivea, pensando

Ch’era in Italia un suol senza servaggio,

Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.

Sonava intanto d’ogni parte un grido,

Libertà delle genti e gloria e pace!

Ed aperto d’Europa era il convito;

E questa donna di cotanto lido,

Questa antica, gentil, donna pugnace

Degna non la tenean dell’alto invito:

Essa in disparte, e posto al labbro il dito,

Dovea il fato aspettar dal suo nemico,

Come siede il mendico

Alla porta del ricco in sulla via;

Alcun non passa che lo chiami amico,

E non gli far dispetto è cortesia.

Forse infecondo di tal madre or langue

Il glorioso fianco? o forse ch’ella

Del latte antico oggi le vene ha scarse?

O figli or nutre, a cui per essa il sangue

Donar sia grave?[1298] o tali a cui più bella

Pugna sembri tra loro ingiuria farse?

Stolta bestemmia! eran le forze sparse,

E non le voglie; e quasi in ogni petto

Vivea questo concetto:

Liberi non sarem se non siamo uni;

Ai men forti di noi gregge dispetto,[1299]

Fin che non sorga un uom che ci raduni.

Egli è sorto, per Dio! Sì, per Colui

Che un dì trascelse il giovinetto ebreo

Che del fratello il percussor percosse;

E fattol duce e salvator de’ sui,

Degli avari ladron sul capo reo

L’ardua furia soffiò dell’onde rosse;

Per quel Dio che talora a stranie posse,

Certo in pena, il valor d’un popol trade;

Ma che l’inique spade

Frange una volta, e gli oppressor confonde;

E all’uom che pugna per le sue contrade

L’ira e la gioia de’ perigli infonde.

Con Lui, signor, dell’Itala fortuna

Le sparse verghe raccorrai da terra,

E un fascio ne farai nella tua mano

................

[1298] greve?

[1299] dispetto

POESIE NON ACCOLTE DALL’AUTORE

NELLA SUA EDIZIONE DELLE “OPERE VARIE„

NOTA.—Il sonetto, ove il Manzoni fece il ritratto di sè stesso, è del

1801. Corse manoscritto tra le mani degli amici e ammiratori del Manzoni,

e non fu stampato se non dopo la sua morte. Nella Introduzione al vol. I

di queste _Opere_, ne riproduciamo l’autografo.

Il sonetto al Lomonaco fu stampato alla pag. 4 del I volume dell’opera:

_Vite degli eccellenti Italiani, composte per FRANCESCO LOMONACO, Italia,

1802_, con l’intestazione: «A Francesco Lomonaco. Sonetto per la Vita

di Dante, di Alessandro Manzoni, giovine pieno di poetico ingegno ed

amicissimo dell’autore».—Mi attengo a questo testo.

L’idillio _Adda_ fu mandato dal Manzoni al Monti con una lettera del 15

settembre 1803. Fu stampato nel 1875, postumo.

Gli sciolti _In morte di Carlo Imbonati_ furono la prima volta stampati

a Parigi, coi tipi di P. Didot il maggiore, nel 1806. Alla pag. 15, dove

la poesia finisce, è detto: «Tirato a 100 esemplari». Questa è l’unica

edizione dell’autore; ed è quella che seguiamo.

Gli sciolti _A Parteneide_ son della fine del 1807 e il principio del

1808. Rispondono a un’Ode del poeta danese Jens Baggesen, intitolata

_Parteneide a Manzoni_, che il BONGHI (_Op. ined. o rare_, I, 136-7) dà

tradotta. Un brano di questi versi stampò prima il SAINTE-BEUVE, nel

saggio sul Fauriel, il 1845 (_Portraits contemporains_, Paris, 1889, vol.

IV, pag. 200); li stamparon poi tutti il DE GUBERNATIS (_Il Manzoni e il

Fauriel_, p. 40-2) e il BONGHI.

L’_Urania_ fu la prima, e l’unica, volta pubblicata dal poeta in Milano,

dalla Stamperia Reale, nel 1809. Su questa è esemplata la presente

ristampa.

L’_Ira d’Apollo_ fu pubblicata la prima volta nell’_Eco, giornale di

scienze, lettere, arti, commercio e teatri_, di lunedì 16 novembre 1829

(Milano, a. II, n.º 137). Vi furon premesse queste parole: «Allorchè si

cominciò a quistionare tra i romantici e i classicisti, certo Grisostomo

pubblicò una lettera semiseria, in cui fra le altre cose volle escludere

dalla poesia la mitologia greca. Mentre molti gridavano contro quella

temerità, si vide venire, senza saper d’onde, una canzone che fu molto

lodata. Eccola, come fu rinvenuta fra le carte di un galantuomo che morì

tre settimane sono». Le varianti che dà il Bonghi (_Op. ined. o rare_, I,

153 ss.) son molte; ma mi è parso superfluo ridarle qui.

I versi pel ritratto del Monti furon la prima volta pubblicati dal

Tommaseo, nell’edizione fiorentina delle _Opere_ del Manzoni, presso i

fratelli Batelli, 1828-29.

I versi latini _Volucres_ furono stampati nella _Perseveranza_ del

29 maggio 1868; con un’avvertenza in cui, tra altro, era detto

averli il Manzoni «fatti passeggiando, come suole ogni giorno, nei

Giardini pubblici. Gli uccelli, chiusi nella gabbia del Bignami, hanno

risvegliato, nell’animo verde e giovanile di quel venerando canuto, il

pensiero e il desiderio della libertà».

Pei due distici al prof. Michele Ferrucci, dell’Università di Pisa, vedi

la noterella del Bonghi (I, 294).

RITRATTO DI SÈ STESSO

SONETTO.

Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,

Naso non grande e non soverchio umile,

Tonda la gota e di color vivace,

Stretto labbro e vermiglio, e bocca esile;

Lingua or spedita, or tarda, e non mai vile,

Che il ver favella apertamente, o tace;

Giovin d’anni e di senno, non audace;

Duro di modi, ma di cor gentile.

La gloria amo e le selve e il biondo Iddio[1300];

Spregio, non odio mai; m’attristo spesso;

Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.

A l’ira presto, e più presto al perdono;

Poco noto ad altrui, poco a me stesso:

Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.

[1300] Di riposo e di gloria insiem desio.

A FRANCESCO LOMONACO

PER LA VITA DI DANTE

Come il divo Alighier l’ingrata Flora

Errar fea, per civil rabbia sanguigna,

Pel suol, cui liberal natura infiora,

Ove spesso il buon nasce e rado alligna,

Esule egregio, narri; e Tu pur ora

Duro esempio ne dai, Tu, cui maligna

Sorte sospinse, e tiene incerto ancora

In questa di gentili alme madrigna.

Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi

Che pro se piangi, e ’l cener freddo adori,

E al nome voto onor divini fai?

Sì da’ barbari oppressa opprimi i tuoi,

E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,

Pentita sempre, e non cangiata mai.

ADDA

IDILLIO.

Diva di fonte umil, non d’altro ricca

Che di pura onda e di minuto gregge,

Te, come piacque al ciel, nato a le grandi

De l’Eridano sponde, a questi ameni

Cheti recessi e a tacit’ombre invito.

Non feroci portenti o scogli immani,

Nè pompa io vanto d’infinito flutto

O di abitati pin; nè imperïoso

Innalzo il corno, a le città soggette

Signoreggiando le torrite fronti;

Ma verdi colli, e biancheggianti ville,

E lieti colti in mio cammin vagheggio,

E tenaci boscaglie a cui commisi,

Contro i villani d’aquilone insulti,

Servar la pace del mio picciol regno,

E con Febo alternar l’ombre salubri.

Nè al piangente colono è mio diletto

Rapir l’ostello e i lavorati campi,

Ad arricchir l’opposta avida sponda,

Novo censo al vicin; nè udir le preci

Inesaudite e gl’imprecanti voti

De le madri che seguono da lunge,

Con l’umid’occhio e con le strida, il caro

Pan destinato a la fame de’ figli,

E la sacra dimora e il dolce letto.

Sol talor godo con l’innocua mano

Piegar l’erbe cedenti, e da le rive

Sveller fioretti per ornarmi il seno

E le trecce stillanti. Nè gelosa

Tolgo agli occhi profani il mio soggiorno,

Ma dai tersi cristalli altrui rivelo

La monda arena. Anzi sovente, scesi

Dai monti Orobj i Satiri securi,

Tempran nel fresco mio la siria fiamma,

Col piè caprino intorbidando l’onda.

Ben al par d’Aretusa e d’Acheloo

Vanta natal divino e sede arcana,

Sacra ai congressi de le aonie suore;

Pur soave ed umil vassi Ippocrene

Su la libètride erba mormorando.

Ben so che d’altro vanto aver corona

Pretende il re de’ fiumi; e presso al Mincio,

Del primo onor geloso, ancor s’ascolta

Sonar l’onda sdegnosa armi ed amori;

E so ch’egli n’andò poi de la molle

Guarinia corda, or de la tua, superbo.

Ma non vedi con l’irta alga natìa

Splendermi il lauro in su la fronte? Salve,

Vocal colle Eupilino; a te mai sempre

Rida Bacco vermiglio e Cerer bionda:

Salve, onor di mia riva! A te sovente

Scendean Febo e le Muse eliconiadi,

Scordato il rezzo de l’Ascrea fontana.

Quivi sovente il buon cantor vid’io

Venir trattando con la man secura

Il plettro di Venosa e il suo flagello,

O, traendo l’inerte fianco a stento,

Invocar la salute e la ritrosa

Erato bella, che di lui temea

L’irato ciglio e il satiresco ghigno;

Ma alfin seguialo, e su le tempie antiche

Fea di sua mano rinverdire il mirto.

Qui spesso udillo rammentar piangendo,

Come si fa di cosa amata e tolta,

Il dolce tempo de la prima etade;

O de’ potenti maledir l’orgoglio,

Come il genio natìo movealo al canto

E l’indomata gioventù de l’alma.

Or tace il pletto arguto, e ne’ miei boschi

È silenzio ed orror. Te dunque invito,

Canoro spirto, a risvegliar col canto

Novo romor cirreo. A te concesse

Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi

E le immagini e l’estro e il furor sacro

E l’estasi soavi e l’auree voci

Già di sua man rinchiuse. A te venturo

Fiorisce il dorso brïanteo, le poma

Mostra Vertunno, e con la man ti chiama.

Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga,

Già mi preparo a salutar da lunge

L’alto Eridano tuo, che al novo suono

Trarrà meravigliando il capo algoso;

E tra gl’invidi plausi de le Ninfe,

Bella d’un inno tuo, corrergli in seno.

IN MORTE DI CARLO IMBONATI.

VERSI A GIULIA BECCARIA SUA MADRE.

Ch’ambo i vestigi tuoi cerchiata piangendo. CASA.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 43 / 45 段