ch’Ella ha avuto d’abbellire in versi latini quella mia Ode _Ei fu_, e
per la gentilezza con la quale si è piaciuto di comunicarmi la sua bella
versione. La prego di gradire le mie sincere congratulazioni: non posso
esprimerle il sentimento da me provato alla replicata lettura della sua
composizione; questo sentimento è stato il diletto che fanno nascere i
bei versi. La copia dell’Ode da Lei comunicatami differisce dal testo
in qualche piccola cosa. Le noto qui sotto le poche differenze per
obbedirla, non già perchè Ella cangi nulla alla versione, la quale sta
pur bene com’è. Rimango pieno di riconoscenza per l’onore ch’Ella m’ha
fatto, e col più sincero ossequio.
_Suo umiliss. devot. servitore_
ALESSANDRO MANZONI».
«St. 4: _S’erge commosso_—Sorge or commosso.
St. 7: _Ferre_—Serve.
St. 10: _Ei sparre_—E sparve.
St. 14: _E ricordò_—E ripensò».
Contemporaneamente, e magari qualche giorno prima, l’Ode fu pubblicata,
insieme con la traduzione tedesca del Goethe, nel vol. IV, fasc. 1º, pag.
182-88, del giornale _Ueber Kunst und Alterthum_, ottobre o novembre del
1822. Il Goethe lesse e tradusse, nella str. _E ripensò..., percorse
valli_ invece di _percossi valli_. Quella sua traduzione egli la recitò
alla Corte di Weimar l’8 agosto 1822. (Cfr. nella _Cultura_ del Bonghi,
fasc, del 1º febbraio 1883, una lettera di H. SIMON di Berlino).
Il consigliere Grüner narra in una sua lettera d’aver sentito leggere
dal Goethe stesso il testo dell’ode manzoniana. Il gran poeta, egli
scrive, «era quasi trasfigurato e commosso, i suoi occhi mandavano
scintille, la precisa accentazione di ogni parola e insieme l’espressione
m’incantavano; e quando ebbe finito, ci fu un momento di pausa. Ci
guardammo a vicenda, e leggemmo il nostro entusiasmo l’uno negli occhi
dell’altro. Non è vero, riprese Goethe, non è vero che Manzoni è un gran
poeta? Io vorrei, gli risposi, che Manzoni fosse stato presente a questa
declamazione: egli avrebbe avuto un ampio compenso dell’opera sua».
(Cfr. L. SENIGAGLIA, _Relazioni di Goethe e di Manzoni_, nella _Rivista
Contemporanea_, Firenze, 1888).
Annota il Bonghi (_Op. ined. o rare_, I, 15-16): «Certo che il Manzoni
non la pubblicò lui. Dopo averla scritta, la mandò alla Censura per
ottenerne licenza, e questa gliela negò. Ma egli, come raccontava, aveva
usato un piccolo sotterfugio: alla Censura ne aveva mandato due copie,
facendo conto che qualcuno degl’impiegati di polizia n’avrebbe trafugata
una, e così la poesia si sarebbe divulgata. Il che appunto accadde, e
sin dal giorno dopo tutta Milano la leggeva, senza che all’autore se ne
potesse far colpa».—Dalle _Carte segrete della polizia austriaca_ (II,
317) si apprende come, ancora nel 1823, «la polizia di Vicenza avvertisse
essersi sparsa un’ode in morte di Napoleone, della quale sospettavasi
autore un tal Manzoni di Verona, mentre poi un poliziotto letterato, il
Lancetti, ne asseriva autore il Monti!». (Cfr. D’ANCONA, _Poesie di A.
M._, Firenze, Barbèra, 1892, p. 88).
Riproduco il testo dell’edizione autentica delle _Opere varie_, 1845,
ponendo a pie’ di pagina le varianti dell’edizione di Jena 1827. Per
alcuni emendamenti alle copie che correvano manoscritte, cfr. la lettera
del Manzoni al Pagani, del 15 novembre 1821; e per tutto il resto,
D’OVIDIO, _Discussioni manzoniane_, pag. 198 ss.
L’ode _Marzo 1821_ e il frammento _Il proclama di Rimini_ furono la prima
volta stampati in un opuscoletto di 15 pagine, a Milano, tipografia
di Giuseppe Redaelli, nel 1848, col titolo: _Pochi versi | inediti
| di Alessandro Manzoni_, Nel verso della pagina di frontispizio è
questa avvertenza: «Edizione messa sotto la tutela delle veglianti
leggi e convenzioni, e che si vende _una lira italiana_, in favore dei
profughi veneti, per cura della Commissione Governativa delle offerte
per la causa nazionale.—NB. Si riterranno contraffatte tutte le copie
che non portassero il marchio della Commissione suddetta». Difatto,
sul frontispizio della copia che possiedo, c’è un bollo rotondo, con
dentro scrittovi: _Gov.º Provv.º | Commissione | delle offerte._—In quel
medesimo anno fortunoso, furon di quei versi fatte altre tre edizioni, a
Milano «luglio 1848», a Venezia e a Livorno.—Di poi, nel 1860, il Manzoni
li fece ristampare coi tipi e nel sesto dell’edizione delle _Opere
varie_ del 1845, continuando la numerazione di queste, e ripetendone,
completato, l’indice. Nella copia che ho tra mani, essi fanno corpo col
resto, senza che appaia traccia visibile del diverso anno della stampa.
Riproduco quest’ultimo testo, riscontrandolo con quello dell’opuscoletto
del 1848, quasi in tutto identico.
SCHERILLO.
IL CINQUE MAGGIO.[1272]
ODE.
Ei fu.[1273] Siccome immobile,
Dato il mortai sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,[1274]
Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;[1275]
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.
Lui folgorante[1276] in solio[1277]
Vide il mio genio e tacque;[1278]
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:
Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio;[1279]
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre[1280] al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
Gioia[1281] d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve,[1282] pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;[1283]
Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il triste esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.
E sparve,[1284] e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;
Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese![1285]
Oh quante volte ai posteri
Narrar sè stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!
E ripensò[1286] le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.[1287]
Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò; ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;
E l’avviò, pei[1288] floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri[1289] avanza,
Dov’è[1290] silenzio e tenebre
La gloria che passò.
Bella Immortal! benefica[1291]
Fede ai trionfi avvezza![1292]
Scrivi ancor questo,[1293] allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui[1294] posò.
[1272] IN MORTE DI NAPOLEONE (IL CINQUE MAGGIO).
[1273] Ei fu:
[1274] sta;
[1275] fatale,
[1276] sfolgorante
[1277] soglio
[1278] tacque,
[1279] raggio,
[1280] Mansanàre
[1281] Gioja
[1282] Ferve
[1283] sperar,
[1284] Ei sparve
[1285] scese;
[1286] Ei ripensò
[1287] obbedir.
[1288] E l’avviò sui
[1289] desiderj
[1290] Ov’è
[1291] Bella, immortal, benefica
[1292] avvezza,
[1293] questo:
[1294] Lui
MARZO 1821.
ODE.
ALLA ILLUSTRE MEMORIA DI TEODORO KŒRNER[1295] POETA E SOLDATO DELLA
INDIPENDENZA GERMANICA MORTO SUL CAMPO DI LIPSIA IL GIORNO XVIII
D’OTTOBRE MDCCCXIII NOME CARO A TUTTI I POPOLI CHE COMBATTONO PER
DIFENDERE O PER RICONQUISTARE UNA PATRIA.
Soffermati sull’arida sponda,
Volti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: Non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!
L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò,
Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor:
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d’altrui;
La sua parte, servire e tacer.
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?
O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna all’iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera, e pera
Della spada l’iniqua ragion.
Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì?
Si, quel Dio che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio, ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
Va, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne;[1296] l’Italia ti do.
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.
Quante volte sull’Alpe spiasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno a’ tuoi santi colori,
Forti, armati de’ propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de’ popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.
Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: io non c’era[1297];
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.
[1295] DI TEODORO KOERNER
[1296] l’ugne.
[1297] v’era
IL PROCLAMA DI RIMINI.
FRAMMENTO DI CANZONE
APRILE 1815.
O delle imprese alla più degna accinto,
Signor che la parola hai proferita,
Che tante etadi indarno Italia attese;
Ah! quando un braccio le teneano avvinto
Genti che non vorrian toccarla unita,
E da lor scissa la pascean d’offese;
E l’ingorde udivam lunghe contese
Dei re tutti anelanti a farle oltraggio;
In te sol uno un raggio
Di nostra speme ancor vivea, pensando
Ch’era in Italia un suol senza servaggio,
Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.
Sonava intanto d’ogni parte un grido,
Libertà delle genti e gloria e pace!
Ed aperto d’Europa era il convito;
E questa donna di cotanto lido,
Questa antica, gentil, donna pugnace
Degna non la tenean dell’alto invito:
Essa in disparte, e posto al labbro il dito,
Dovea il fato aspettar dal suo nemico,
Come siede il mendico
Alla porta del ricco in sulla via;
Alcun non passa che lo chiami amico,
E non gli far dispetto è cortesia.
Forse infecondo di tal madre or langue
Il glorioso fianco? o forse ch’ella
Del latte antico oggi le vene ha scarse?
O figli or nutre, a cui per essa il sangue
Donar sia grave?[1298] o tali a cui più bella
Pugna sembri tra loro ingiuria farse?
Stolta bestemmia! eran le forze sparse,
E non le voglie; e quasi in ogni petto
Vivea questo concetto:
Liberi non sarem se non siamo uni;
Ai men forti di noi gregge dispetto,[1299]
Fin che non sorga un uom che ci raduni.
Egli è sorto, per Dio! Sì, per Colui
Che un dì trascelse il giovinetto ebreo
Che del fratello il percussor percosse;
E fattol duce e salvator de’ sui,
Degli avari ladron sul capo reo
L’ardua furia soffiò dell’onde rosse;
Per quel Dio che talora a stranie posse,
Certo in pena, il valor d’un popol trade;
Ma che l’inique spade
Frange una volta, e gli oppressor confonde;
E all’uom che pugna per le sue contrade
L’ira e la gioia de’ perigli infonde.
Con Lui, signor, dell’Itala fortuna
Le sparse verghe raccorrai da terra,
E un fascio ne farai nella tua mano
................
[1298] greve?
[1299] dispetto
POESIE NON ACCOLTE DALL’AUTORE
NELLA SUA EDIZIONE DELLE “OPERE VARIE„
NOTA.—Il sonetto, ove il Manzoni fece il ritratto di sè stesso, è del
1801. Corse manoscritto tra le mani degli amici e ammiratori del Manzoni,
e non fu stampato se non dopo la sua morte. Nella Introduzione al vol. I
di queste _Opere_, ne riproduciamo l’autografo.
Il sonetto al Lomonaco fu stampato alla pag. 4 del I volume dell’opera:
_Vite degli eccellenti Italiani, composte per FRANCESCO LOMONACO, Italia,
1802_, con l’intestazione: «A Francesco Lomonaco. Sonetto per la Vita
di Dante, di Alessandro Manzoni, giovine pieno di poetico ingegno ed
amicissimo dell’autore».—Mi attengo a questo testo.
L’idillio _Adda_ fu mandato dal Manzoni al Monti con una lettera del 15
settembre 1803. Fu stampato nel 1875, postumo.
Gli sciolti _In morte di Carlo Imbonati_ furono la prima volta stampati
a Parigi, coi tipi di P. Didot il maggiore, nel 1806. Alla pag. 15, dove
la poesia finisce, è detto: «Tirato a 100 esemplari». Questa è l’unica
edizione dell’autore; ed è quella che seguiamo.
Gli sciolti _A Parteneide_ son della fine del 1807 e il principio del
1808. Rispondono a un’Ode del poeta danese Jens Baggesen, intitolata
_Parteneide a Manzoni_, che il BONGHI (_Op. ined. o rare_, I, 136-7) dà
tradotta. Un brano di questi versi stampò prima il SAINTE-BEUVE, nel
saggio sul Fauriel, il 1845 (_Portraits contemporains_, Paris, 1889, vol.
IV, pag. 200); li stamparon poi tutti il DE GUBERNATIS (_Il Manzoni e il
Fauriel_, p. 40-2) e il BONGHI.
L’_Urania_ fu la prima, e l’unica, volta pubblicata dal poeta in Milano,
dalla Stamperia Reale, nel 1809. Su questa è esemplata la presente
ristampa.
L’_Ira d’Apollo_ fu pubblicata la prima volta nell’_Eco, giornale di
scienze, lettere, arti, commercio e teatri_, di lunedì 16 novembre 1829
(Milano, a. II, n.º 137). Vi furon premesse queste parole: «Allorchè si
cominciò a quistionare tra i romantici e i classicisti, certo Grisostomo
pubblicò una lettera semiseria, in cui fra le altre cose volle escludere
dalla poesia la mitologia greca. Mentre molti gridavano contro quella
temerità, si vide venire, senza saper d’onde, una canzone che fu molto
lodata. Eccola, come fu rinvenuta fra le carte di un galantuomo che morì
tre settimane sono». Le varianti che dà il Bonghi (_Op. ined. o rare_, I,
153 ss.) son molte; ma mi è parso superfluo ridarle qui.
I versi pel ritratto del Monti furon la prima volta pubblicati dal
Tommaseo, nell’edizione fiorentina delle _Opere_ del Manzoni, presso i
fratelli Batelli, 1828-29.
I versi latini _Volucres_ furono stampati nella _Perseveranza_ del
29 maggio 1868; con un’avvertenza in cui, tra altro, era detto
averli il Manzoni «fatti passeggiando, come suole ogni giorno, nei
Giardini pubblici. Gli uccelli, chiusi nella gabbia del Bignami, hanno
risvegliato, nell’animo verde e giovanile di quel venerando canuto, il
pensiero e il desiderio della libertà».
Pei due distici al prof. Michele Ferrucci, dell’Università di Pisa, vedi
la noterella del Bonghi (I, 294).
RITRATTO DI SÈ STESSO
SONETTO.
Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,
Naso non grande e non soverchio umile,
Tonda la gota e di color vivace,
Stretto labbro e vermiglio, e bocca esile;
Lingua or spedita, or tarda, e non mai vile,
Che il ver favella apertamente, o tace;
Giovin d’anni e di senno, non audace;
Duro di modi, ma di cor gentile.
La gloria amo e le selve e il biondo Iddio[1300];
Spregio, non odio mai; m’attristo spesso;
Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.
A l’ira presto, e più presto al perdono;
Poco noto ad altrui, poco a me stesso:
Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
[1300] Di riposo e di gloria insiem desio.
A FRANCESCO LOMONACO
PER LA VITA DI DANTE
Come il divo Alighier l’ingrata Flora
Errar fea, per civil rabbia sanguigna,
Pel suol, cui liberal natura infiora,
Ove spesso il buon nasce e rado alligna,
Esule egregio, narri; e Tu pur ora
Duro esempio ne dai, Tu, cui maligna
Sorte sospinse, e tiene incerto ancora
In questa di gentili alme madrigna.
Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi
Che pro se piangi, e ’l cener freddo adori,
E al nome voto onor divini fai?
Sì da’ barbari oppressa opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
Pentita sempre, e non cangiata mai.
ADDA
IDILLIO.
Diva di fonte umil, non d’altro ricca
Che di pura onda e di minuto gregge,
Te, come piacque al ciel, nato a le grandi
De l’Eridano sponde, a questi ameni
Cheti recessi e a tacit’ombre invito.
Non feroci portenti o scogli immani,
Nè pompa io vanto d’infinito flutto
O di abitati pin; nè imperïoso
Innalzo il corno, a le città soggette
Signoreggiando le torrite fronti;
Ma verdi colli, e biancheggianti ville,
E lieti colti in mio cammin vagheggio,
E tenaci boscaglie a cui commisi,
Contro i villani d’aquilone insulti,
Servar la pace del mio picciol regno,
E con Febo alternar l’ombre salubri.
Nè al piangente colono è mio diletto
Rapir l’ostello e i lavorati campi,
Ad arricchir l’opposta avida sponda,
Novo censo al vicin; nè udir le preci
Inesaudite e gl’imprecanti voti
De le madri che seguono da lunge,
Con l’umid’occhio e con le strida, il caro
Pan destinato a la fame de’ figli,
E la sacra dimora e il dolce letto.
Sol talor godo con l’innocua mano
Piegar l’erbe cedenti, e da le rive
Sveller fioretti per ornarmi il seno
E le trecce stillanti. Nè gelosa
Tolgo agli occhi profani il mio soggiorno,
Ma dai tersi cristalli altrui rivelo
La monda arena. Anzi sovente, scesi
Dai monti Orobj i Satiri securi,
Tempran nel fresco mio la siria fiamma,
Col piè caprino intorbidando l’onda.
Ben al par d’Aretusa e d’Acheloo
Vanta natal divino e sede arcana,
Sacra ai congressi de le aonie suore;
Pur soave ed umil vassi Ippocrene
Su la libètride erba mormorando.
Ben so che d’altro vanto aver corona
Pretende il re de’ fiumi; e presso al Mincio,
Del primo onor geloso, ancor s’ascolta
Sonar l’onda sdegnosa armi ed amori;
E so ch’egli n’andò poi de la molle
Guarinia corda, or de la tua, superbo.
Ma non vedi con l’irta alga natìa
Splendermi il lauro in su la fronte? Salve,
Vocal colle Eupilino; a te mai sempre
Rida Bacco vermiglio e Cerer bionda:
Salve, onor di mia riva! A te sovente
Scendean Febo e le Muse eliconiadi,
Scordato il rezzo de l’Ascrea fontana.
Quivi sovente il buon cantor vid’io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello,
O, traendo l’inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella, che di lui temea
L’irato ciglio e il satiresco ghigno;
Ma alfin seguialo, e su le tempie antiche
Fea di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udillo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo de la prima etade;
O de’ potenti maledir l’orgoglio,
Come il genio natìo movealo al canto
E l’indomata gioventù de l’alma.
Or tace il pletto arguto, e ne’ miei boschi
È silenzio ed orror. Te dunque invito,
Canoro spirto, a risvegliar col canto
Novo romor cirreo. A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
E le immagini e l’estro e il furor sacro
E l’estasi soavi e l’auree voci
Già di sua man rinchiuse. A te venturo
Fiorisce il dorso brïanteo, le poma
Mostra Vertunno, e con la man ti chiama.
Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga,
Già mi preparo a salutar da lunge
L’alto Eridano tuo, che al novo suono
Trarrà meravigliando il capo algoso;
E tra gl’invidi plausi de le Ninfe,
Bella d’un inno tuo, corrergli in seno.
IN MORTE DI CARLO IMBONATI.
VERSI A GIULIA BECCARIA SUA MADRE.
Ch’ambo i vestigi tuoi cerchiata piangendo. CASA.