Con che fidente affetto
Vengo al tuo santo trono,
M’atterro al tuo cospetto,
Mio Giudice, mio Re!
Con che ineffabil gaudio
Tremo dinanzi a Te!
Cenere e colpa io sono:
Ma vedi chi T’implora,
Chi vuole il tuo perdono,
Chi merita, Chi adora,
Chi rende grazie in me.
DOPO LA COMUNIONE.
Sei mio; con Te respiro:
Vivo di Te, gran Dio!
Confuso a Te col mio
Offro il tuo stesso amor.
Empi ogni mio desiro;
Parla, chè tutto intende;
Dona, chè tutto attende,
Quando T’alberga, un cor.
NOTE DEL MANZONI AGL’“INNI SACRI„.
IL NATALE.
_a_) _Parvulus enim natus est nobis, et Filius datus est nobis._ Is. IX,
6.
_b_) _Et fons de domo Domini egredietur, et irrigabit torrentem
spinarum._ Ioel. III, 18.
_c_) _Filius meus es tu, ego hodie genui te._ Psalm. II, 7.
_d_) _Et tu, Bethlehem Ephrata, parvulus es in millibus Iuda: ex te mihi
egredietur qui sit dominator in Israel, et egressus eius ab initio, a
diebus æternitatis._ Mich. V, 2.
_e_) _Et pannis eum involvit, et reclinavit eum in præsepio._ Luc. II, 7.
_f_) _Et pastores erant in regione eadem vigilantes... Et ecce angelus
Domini stetit iuxta illos, et claritas Dei circumfulsit illos... Et
subito facta est cum angelo multitudo militiæ cælestis laudantium Deum,
et dicentium: Gloria in altissimis Deo..._ Luc. II, 8, 9, 13, 14.
LA PASSIONE.
_g_) _Et ascendet sicut virgultum coram eo, et sicut radix de terra
sitienti... Despectum et novissimum vivorum, virum dolorum, et scientem
infirmitatem; et quasi absconditus vultus eius... et nos putavimus eum
quasi leprosum et percussum a Deo._ Is. LIII, 2, 3, 4.
_h_) _Posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum._ Is. LIII, 6.
_i_) _Peccavi, tradens sanguinem iustum._ Matth. XXVII, 4.
_j_) _Sanguis eius super nos et super filios nostros._ Matth. XXVII, 25.
_k_) _Omnes nos quasi oves erravimus._ Is. LIII, 6.
LA RISURREZIONE.
_l_) _Qui suscitavit eum a mortuis._ Paul. ad Galat. I, 1.
_m_) _Et excitatus est tanquam dormiens Dominus, tanquam potens
crapulatus a vino._ Psalm. LXXVII, 65.
_n_) _Et orietur vobis timentibus nomen meum Sol iustitiæ._ Malach. IV, 2.
_o_) _Et veniet Desideratus cunctis gentibus._ Agg. II, 8.
_p_) _Ab exitu sermonis, ut iterum ædificetur Ierusalem, usque ad
Christum ducem, hebdomades septem, et hebdomades sexaginta duæ erunt....
Et post hebdomades sexaginta duas occidetur Christus, et non erit eius
populus qui eum negaturus est._ Dan. XI, 25, 26.
_q_) _Vespere autem sabbati, quæ lucescit in prima sabbati, venit Maria
Magdalene et altera Maria videre sepulchrum.—Et ecce terræmotus factus
est magnus. Angelus enim Domini descendit de cœlo: et accedens revolvit
lapidem, et sedebat super eum.—Erat autem aspectus eius sicut fulgur,
et vestimentum eius sicut nix.—Præ timore autem eius exterriti sunt
custodes, et facti sunt velut mortui.—Respondens autem angelus dixit
mulieribus:...—Non est hic; surrexit enim._ Matth. XXVIII, 1-6.
_r_) _Christus Dominus surrexit._ La Chiesa.
_s_) _Regina cœli lætare, quia quem meruisti portare, resurrexit sicut
dixit: ora pro nobis Deum._ La Chiesa.
LA PENTECOSTE.
_t_) _Et dominabitur a mari usque ad mare._ Ps. LXXI, 8.—[Cfr. nel
_Cinque maggio_: «Scoppiò da Scilla al Tanai, Dall’uno all’altro
mar».—SCH.]
_u_) _Altare de terra facietis mihi._ Exod. XX, 24.
_v_) _Non potest civitas abscondi supra montem posita._ Matth. V, 14.
_z_) _Beati pauperes, quia vestrum est regnum Dei._ Luc. VI, 20.
IL NOME DI MARIA.
_A_) _Exurgens autem Maria in diebus illis abiit in montana... Et
intravit in domum Zachariæ, et salutavit Elisabeth._ Luc. I, 39, 40.
_B_) _Ecce enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes._ Luc. I, 48.
_C_) _Ecce virgo concipiet, et pariet Filium._ Is. VII, 14.—_Ipsa conteret
caput tuum._ Gen. III, 15.
_D_) _Electa ut sol, terribilis ut castrorum acies ordinata._ Cantic. VI,
9.
APPENDICE
IL PRIMO GETTO DEGL’«INNI SACRI»
IL NATALE.
Nel manoscritto (cfr. _Opere Inedite o rare di A. M. pubblicate da_ R.
BONGHI; vol. I, p. 173 ss.) v’è, in principio, la data: _13 luglio 1813_:
in fine, _29 settembre 1813_, e tra molti sgorbi e svolazzi: _Explicit
infeliciter_.
Tra le molte strofe rifatte e rifiutate, credo che metta conto di
riferire solo le quattro che, nel primo getto, tenevan luogo delle due:
_L’Angel del cielo....._ e _E intorno a lui....._ Eccole:
Non lunge a veglia stavano
Dal gregge lor pastori:
Ecco repente un Angelo,
Ecco del ciel fulgori;
Grave terror li prese,
Ma tosto a lor cortese
Quel nuncio favellò:
—Non paventate; altissima
Nuova di gaudio io porto:
Il salvator de gli uomini
Fra voi quest’oggi è sorto;
Il Cristo io dico: andate,
Ne la città cercate;
Questo segnal vi do:
Entro un presepe, un bambolo
Vedrete in panni involto:
Egli è!—Disse, e per l’ampia
Notte scendea disciolto
D’altri celesti un volo,
Che si libraro a stuolo
Intorno al messaggier.
Gloria al Signor cantarono,
E in terra pace al buono,
In cor volgendo, attoniti,
Che ben voler, che dono;
Ma vinta in tanta piena,
Perdeasi la serena
Possa di quei pensier.
LA PASSIONE.
Il Bonghi annota (p. 177): «È di tutti quello che ha meno strofe rifatte;
e più varianti non cancellate delle strofe attuali.—Ha in principio la
data: _Incipit 3 marzo 1814_, però non ne furono scritte che le due prime
strofe, e smise; innanzi alla terza, è scritto: _Ripreso il giorno 11
luglio_, e dopo la strofa terza e quarta, levò mano da capo; innanzi
alla quinta, è scritto: _1815, ripreso 5 gennajo_, e scrisse le strofe
quinta, sesta, settima, ottava: innanzi alla nona, è posta la data: _26
settembre_; innanzi alla decima, _28 settembre_; in ultimo: _Explicit
ottobre 1815_».
LA RISURREZIONE.
In principio è la data: _Aprile 1812_; in fine: _Explicit 23 giugno. Da
correggersi_. «Però», osserva il Bonghi (p. 165), «non si vede che lo
correggesse: l’inno è stato stampato come qui è scritto».
La strofa: _Ai mirabili Veggenti....._ fu più volte tentata.
Voi che a gente ahi troppo sorda
Ragionaste del futuro,
Come il vecchio si ricorda
De le cose che già furo,
E le narra a i figli intenti
Che l’ascoltano sedenti
Al notturno focolar.....
Voi che un dì vi ricordaste
De l’età non nate ancora,
E rapiti le narraste
A l’Ebreo fedele allora,
Come narra i prischi eventi
Il buon padre a i figli intenti
Al notturno focolar.....
Voi Profeti, che a le genti
Favellaste del futuro.....
La gioia dei fanciulli, che ora è accennata nella sola seconda metà della
strofa: _O fratelli, il santo rito..._, era prima espressa in un’intera
strofa, cui manca o il penultimo o l’antipenultimo verso.
Se il fanciullo in tanta festa
A la madre sua gioconda
Chiederà: che gioja è questa?
—È risorto—gli risponda—
Quei che disse un di: lasciate
I fanciulli a me venir.
LA PENTECOSTE.
Nel manoscritto, il principio è scritto in due forme molto diverse.
Innanzi alla prima, che va sino alla decima strofa, è la data _21 giugno
1817_. Il Manzoni l’ha abbandonata, ma non cancellata. Le prime tre
strofe son molto tormentate di varianti, e rifatte per intero due volte,
prima di lasciare da parte. Sonavano così (la prima stesura della prima
strofa non ha ancora a posto i versi tronchi):
1. Monte ove Dio discese,
Ove su l’ardue nuvole
Le ardenti ale distese
La gloria del Signor,
Salve, o pendice eletta
Del solitario Sinai
Salve infocata vetta,
Ove il Signor posò.
Caliginosa rupe,
Ove ristette Adonai,
E su le nubi cupe
L’ignito solio alzò,
Salve, o solingo Sinai,
Ov’ei, fra il tuono e il lampo
De’ suoi redenti al campo
Il suo voler dettò.
2. Ma tu più cara a Dio,
Sionne, or di silenzio
Coperta e non d’obblio,
Vedova de’ tuoi re;
Tu bella un tempo e libera,
Che bella ancor sarai,
Tu che saluto avrai
Che degno sia di te?
Ma tu che un dì signora
Fosti di tanti popoli,
Che il sarai forse ancora,
Sion, madre di re,
Sepolta or nel silenzio
Ma nell’obblio non mai,
Tu che saluto avrai
Che degno sia di te?
3. Poi che su’ colli tuoi
Scese il potente Spirito,
Che l’universo poi
Empiè di sua virtù;
Senza di cui l’amabile
Legge di Dio che vale?
Al duro cor mortale
La legge è servitù.
Fra la tua doppia cima
Scese il promesso Spirito,
Ivi diffuse in prima
Le piene sue virtù;
Senza di cui l’amabile
Legge di Dio che vale?
Al duro cor mortale
La legge è servitù.
Seguivano poi tre altre strofe, qua e là variate ma non rifatte. Esse
dicono:
4. È face alta su l’onda
Che scogli e sirti illumina,
Che fa veder la sponda
Ma che non può salvar.
Invan da lunge il naufrago
Il suo periglio ha scorto,
Invan, ch’ei piomba absorto
Nel conosciuto mar.
5. Ma questa eterna in Dio
Pietosa Aura ineffabile,
Di cui giammai desio
Indarno un cor non ha;
Questa d’Adamo al misero
Germe il cammino addita,
E alla promessa vita
Gioja e vigor gli dà.
6. O del peccato ancella
E della colpa immemore
Terra, al Signor rubella,
Chi ti cangiò così?
Donde su tanta tenebre
Sì viva luce uscìa?
E su che fronti in pria
Dovea levarsi il dì?
La settima strofa appar ritentata più volte:
7. Come la piccioletta
Prole al suo nido stringesi,
E della madre aspetta
Indarno il noto vol:
Ella, tornando al tepido
Nido con l’esca usata,
Per l’aria insanguinata
Cadde percossa al suol;...
Come, ristretti al nido,
I non pennuti parvoli
Stanno aspettando il fido
Vol della madre invan;...
. . . . . . . . . .
Cadde percossa al pian;...
Qual, se gran tempo il fido
Vol della madre aspettano,
Treman ristretti al nido
I non pennuti ancor:
Lei, che reddiva al tepido
Nido con l’esca usata,
Nell’aria insanguinata
Percosse il cacciator;...
Come lo stuolo immoto
Dei non pennuti parvoli
Freme aspettando il noto
Vol della madre invan;...
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . . .
Qual, se la madre è lunge,
Stringonsi al nido e chiamano [aspettano]
La madre che non giunge
I non pennuti ancor....
E poi ancora tre strofe:
8. Tal, poi che tratto al colle
Il buon Maestro esanime
Imporporò le zolle
Del suo sublime [eminente] altar,
Dei trepidanti Apostoli
Il mesto [l’orbato] stuol confuso
Solea sovente al chiuso
Ostello ricovrar;
9. Ove credenza al vero [al non visto vero]
Non diè [Negò] l’errante [Negò credenza] Didimo,[1271]
E fe’ promessa......
Che vana al rischio uscì;
E poi che in nube il videro
Ascendere all’empiro,
Del suo promesso spiro
Ivi attendeano il dì.
[_Da omettersi o da rifarsi._]
10. Ecco un fragor s’intese
Qual d’improvviso turbine;
Fiamma dal ciel discese
E sovra lor ristè: [_Da correggersi._]
Sui labbri indotti [Sui rozzi labbri] il vario
Mirabil suono Ei pose,
Da quel parlar [E da quel suon] pensose
Pender le genti Ei fè.
[_Rifiutato._]
Innanzi alla nuova forma è scritto: _Ricominciato il 17 aprile 1819_; e
in fine: _2 ottobre_. «Nessun altro inno ha più pentimenti, cancellature,
tentativi di questo», scrive il Bonghi, che vi si sofferma. Io mi
limiterò a notare che, dopo le prime due strofe, che gli fluirono dalla
penna come poi le stampò (salvo che, in luogo de’ vv. 3 e 4 della 1ª,
aveva prima scritto:
Custode e testimonio
Dell’alleanza eterna),
il Manzoni ritentò d’incastrare la tenera e cara similitudine, intorno a
cui aveva tanto, e sì vanamente, lavorato nella prima stesura (str. 7ª e
8ª); ma anche questa volta dovè abbandonare per disperata l’impresa. Ecco
i più notevoli tra i nuovi rimaneggiamenti:
Come in lor nido [macchia] i parvoli,
Sparsi di piuma lieve,
Cheti la madre aspettano
Che più tornar non deve,
Chè, discendendo al tepido
Nido con l’esca usata,
Per l’aria insanguinata
Cadde percossa al suol....
Siccome augei che trepidi
Invan da lungo il fido
Vol della madre aspettano
Cheti nell’alto nido;
Ella, tornando al tepido
Covo coll’esca usata....
[Ella che a lor sollecita
Reddia coll’esca usata]....
..........
Qual se, tornando al tepido
Nido con l’esca usata,
Cadde percossa tortora
Per l’aria insanguinata;
E all’improvviso strepito
Udì fermarsi il volo;
Trema l’imbelle stuolo
Dei non pennuti ancor....
Siccome augei che pavidi,
Chiusi nell’alte fronde,
L’alata madre chiamano,
Che al grido non risponde...
..........
..........
..........
..........
Con questo cuor [Mesto così] degli undici
Il vedovo drappello
Giva in quei giorni a chiudersi
Nell’ignorato [Nel solitario] ostello.
Qual era il tuo principio,
Sposa immortal di Dio!
Timor, silenzio, obblio,
E inoperoso duol.
La magnifica strofa: _Come la luce rapida..._ è costata molto lavoro. Da
prima il Manzoni scrisse:
Felici turbe, in Solima
Nel sacro dì venute,
Che in sermon vario udirono
Il suon della salute;
E al gran principio attonite,
Pensar che in ogni lido
Risonerebbe il grido
Che da quel loco uscì.
Poi, cercò d’esprimere l’effetto della discesa dello Spirito sui popoli
con una similitudine, che, ritentata, lasciò da ultimo a mezza strada:
Tale il pastor d’Elvezia,
Col gregge errando in volta,
Ad or ad or lo strepito
D’acque sorgenti ascolta....
Tal nell’alpestre Elvezia
Talor s’arresta il vago
Pastor, là dove il Rodano
Esce dal freddo lago....
Poi, si rifece alla prima forma (cfr. str. 6ª del primissimo getto):
O della colpa immemore
E delle colpe ancella,
Terra, divota agl’idoli
E al tuo signor rubella,
È nato il Sol che splendere
Dovrà sovr’ogni lido,
Porgi l’orecchio al grido
Che da Sionne uscì.
Poi, finalmente, spuntò la similitudine della luce; che si presentò così:
Qual sulla terra il rapido
Lume del sol discende,
E sulle cose in vario
Color distinto splende....
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E prende il color vario
Del loco ove si posa....
Come quaggiù la rapida
Luce, dovunque posa,
Va suscitando i varii
Color di cosa in cosa....
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E adduce i color varii
Ovunque si riposa....
E seguitava:
Tal la parola, al fervido
Spirital soffio [Soffio repente] accesa,
In cento suoni intesa
Dalle tue labbra uscì.
A mezzo della strofa seguente, _Adorator degl’idoli..._, ripigliava:
Colui che spinge il fulmine
Per l’infiammata [infocata] via,
Che ai mari il turbo invia,
E le rugiade al fior;
Quei che comanda al fulmine,
Quei che diè nome al cielo,
Che sul romito stelo
Fa germogliare il fior;
Che diè la penna all’aquila,
Che sul tuo nobil viso
Scrisse il pensier, che ai bamboli
Diè l’ineffabil riso,
Che di sua man fra l’opere
Invan cercando vai
Quel che adorar non sai
Ma che ti senti in cor;
È un solo; è fuor dei secoli,
Generator perenne:
È Verbo eterno, è spirito
Che oggi a salvar ti venne.
A Lui dall’empie immagini
La terra alfin ritorni;
E voi che aprite i giorni
Di più felice età,....
Dopo il verso _Nel suo dolor pensò?..._, ripigliava:
Dalle infeconde lagrime
Una speranza è nata,
Che sugli erbosi [sui deserti] tumuli
Siede pensosa [tranquilla] e guata,
E alzando il dito, al vigile
Pensiero un calle [segno] accenna,
Che l’immortal sua penna
Tutto varcar [Oltrepassar] non può.
Oh vieni ancora, o fervido
Spiro, nei nostri seni;
Odi, o pietoso, i cantici
Che ti ripeton: Vieni!
A te la fredda Vistola,
A te risuona il Tebro,
A te la Senna e l’Ebro,
E il Sannon mesto a te.
Te sanguinose invocano
Consolator le sponde
Che le vermiglie cingono
E le pacifich’onde;
Te salvator l’armigero
Coltivator d’Hajti,
Fido agli eterni riti,
Canta, disciolto il piè.
Vieni!, a te grida il Libano,
Il Libano fedele,
Ove crescean sì vividi
I cedri ad Israele.
Oggi il fedel che al Golgota
La vuota tomba adora,
Dove scendesti allora
Prega che scenda ancor.
Oh scendi, altor di Vergini,
Allevator [Suscitator] di prodi;
Tu che spirar negli animi
I santi pensier godi,
Quei che formò, benefica
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior,
Che lento poi, sulle umili
Erbe, morrà non colto,
Nè sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se l’almo sol nol visita
Nel mite aer sereno,
Se non gli nutre in seno
La vita che gli diè.
Scendi nel cor, cui l’arida
Via dell’esiglio piace,
Che già divora i gaudii
Dell’avvenir fallace;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
Sgombra da’ nostri petti
Ciò che immortal non è.
Ma se talor dal piangere,
Dal bramar vano affranti,
Cadiamo, in sulla sterile
Via del deserto, ansanti
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
Ma qui gli fallì la lena. Vi scrisse più tardi: _Ripreso di nuovo il 26
settembre 1822_. Ricopiò la strofa: _Perchè, baciando i pargoli_.... e ad
essa fece seguire le altre, di poco variate.
[1271] Cfr. _Joan. XX_, 24 ss.: «Thomas antem unus ex duodecim, qui
dicitur Didymus,... dixit eis: Nisi videro in manibus eius fixuram
clavorum, et mittam digitum meum in locum clavorum, et mittam manum meam
in latus eius, non credam». [SCH.].
IL NOME DI MARIA.
In principio ha la data: _9 novembre 1812_; in fine: _19 aprile
1813_. Nel manoscritto, in calce della prima pagina, dov’è la
prima strofa (il cui quarto verso suona: «D’una cognata annosa»),
è la seguente osservazione (cfr. più sù, i _Materiali estetici_):
All’ingegno umano pajono belle quelle cose dell’arte che hanno analogia
con esso. Le regole sono i modi già trovati e posti in uso per arrivare
a questa analogia. Coloro che giudicano secondo le regole, intendono
principalmente a scoprire l’analogia dell’opera colle regole, e così
l’animo loro preoccupato non può sentire se vi sia quell’altra prima
analogia. Questi giudizj sono imperfetti per molte ragioni; e le
principali sono: che le regole non comprendono tutte le possibili
analogie, e che si può errare nell’applicazione di esse anche buone. Il
vocabolo _pedantesco_ pare significhi tali maniere di giudizj.
L’Inno sembra avesse da principio questo diverso cominciamento:
Cara è a molti fidanza il patrio suolo
E il dì supremo oltre passar col grido;
Ma di mille volenti, appena un solo
Vince il cimento infido
[Ma il voglion mille, e vince appena un solo
L’esperimento infido.]
Questa cura superba ardea quei grandi
Per cui fu [Figli di] Roma ad imperar nudrita,
Che diero in cambio de la fama i blandi
Ozj e la dolce vita.
E quando, oltre tant’Alpe e tanta in pria
Mal tentata onda, in mille terre dome
[E quando ogni Alpe, ogni tentata in pria
Onda varcata............]
Più che mai bello risonar s’udia
Di quei prestanti [più degni, valenti] il nome....
Qui è scritto _Incipit_, e quella che poi fu la prima strofa. Dopo la
strofa: _O Vergine, o Signora..._, seguiva quest’altra:
I re fan doni a’ tuoi delubri santi;
Presso i talami aurati, le regine
Orando stanno, a’ preziosi innanti
Tuoi simulacri inchine.
La strofa: _In che lande selvagge...._ fu tentata più volte.
Non è di fior, cred’io, tanto selvaggia
Famiglia omai, che de le pinte foglie [di sue ricche spoglie]
Ornato ancor dell’are tue non aggia
Le benedette soglie.....
Qual famiglia di fiori in si selvaggia
Landa a lontano sol tinge le foglie,
Che ornato ancor......
La strofa: _La femminetta...._ fu cominciata così:
La femminetta nel tuo sen cortese
L’inosservata lagrima accomanda;
poi postillò: «Et quae desperat tractata nitescere posse, relinquit»; ma,
per buona fortuna, ci si rimise.
Tu de la femminetta che ti prega
L’inosservata lagrima raccogli....
In margine, scrisse finalmente i due versi come ora si leggono.
FRAMMENTO D’UN INNO.
La signora Luisa Collet, essendo venuta a Milano sulla fine del 1859,
presentò al Manzoni una copia del suo poemetto _La femme_. Il poeta,
rivedendola, le disse: «Voi sentite profondamente la natura. Ho trovato
nel vostro poema della donna, e particolarmente nella _Paysanne_, dei
passi che me l’hanno fatto capire. C’è in quel racconto un paragone tra
le anime le cui virtù rimangono nascoste, e certe bellezze della montagna
dischiuse soltanto allo sguardo di Dio, che mi ha colpito. Io pure ho
fatto un avvicinamento dello stesso genere, in una poesia che non ho poi
pubblicata».
I versi della signora Collet, cui il Manzoni pare alludesse, son questi:
«Pour le désert la nature a ses fêtes:
Des lieux choisis que l’homme n’a point vus,
Sur les hauts monts des floraisons secrètes,
Des gais sentiers, des lacs, des bois touffus.
Fraîcheur des eaux, aménité des mousses,
Senteurs montant de la terre au ciel bleu.
Combien ainsi vous devez être douces,
Vous dévoilant, vierges, à l’œil de Dieu!
.................
Il est aussi des âmes inconnues
Dont les vertus fleurissent en secret;
Tout le parfum de ces urnes élues
Se perd en Dieu comme un encens discret....».
Più tardi, quando la signora Collet era per lasciare Milano, il Manzoni
le diresse la lettera seguente:
Madame, des vers comme ceux que vous avez eu la bonté de
m’envoyer, et la bonté encore plus grande de m’adresser,
m’auraient dans un autre temps donné l’envie irrésistible,
quoique audacieuse, d’y répondre par d’autres vers; mais à
présent il ne me reste plus pour la poésie que la faculté de la
goûter; je dis cette poésie qui, sortant du cœur, passe par une
imagination brillante et féconde. Et puisque sur ce sujet vous
pourriez ne pas entendre à demi-mot, je suis forcé d’ajouter
que c’est de votre poésie que j’entends parler. Je dois encore
ajouter que j’aurais peut-être exprimé ce sentiment d’un cœur
plus libre, avant de connaître les louanges qu’une indulgence
excessive vous a dictées, et contre lesquelles je proteste du
fond de ma conscience.
Vous trouverez pourtant des vers, madame, en tournant la page;
car je ne puis résister à la tentation de vous transcrire ceux
dont j’ai eu l’honneur de vous parler, et dans lesquels j’ai eu
le bonheur de me rencontrer avec vous.
C’était dans un hymne commencé trop tard, et que j’ai laissé
inachevé, sitôt que je me suis aperçu que ce n’était plus la
poésie qui venait me chercher, mais moi qui m’essoufflais à
courir après elle. J’y voulais répondre à ceux qui demandent quel
mérite on peut trouver aux vertus, stériles pour la société, des
pieux solitaires. Ce n’est que dans les deux dernières strophes
que vous trouverez, je l’espère, madame, quelques-unes de vos
pensées et de vos images, quoique moins vives; je transcris aussi
les deux premières, pour l’intelligence de l’ensemble.
Ed ecco i versi:
A Lui che nell’erba del campo
La spiga vitale nascose,
Il fil di tue vesti compose,
De’ farmachi il succo temprò;
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano,
Che il larice ai verni, e l’ontano
Durevole all’acque creò;
A quello domanda, o sdegnoso,
Perchè sull’inospite piagge,
Al tremito d’aure selvagge,
Fa sorgere il tacito fior;
Che spiega davanti a lui solo
La pompa del pinto suo velo;
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice, e muor.
La signora Collet li pubblicò nella sua _Italie des Italiens_ (Paris,
Dentu, 1862; vol. I, pag. 376). Li ripubblicarono poi: A. STOPPANI, _I
primi anni di A. Manzoni_, Milano, 1874, pag. 243-5; E. BONGHI, _Opere
ined. o rare_, I, 201-3; G. SFORZA, _Epistolario di A. Manzoni_, Milano,
Carrara, 1883, II, 283.
Il Bonghi annotò: «Quale fosse il titolo dell’Inno cui questi versi
appartengono, non è detto da lui; ma un suo amico, che ne ricorda
un’altra strofa, crede che così queste trascritte dal Manzoni, come
quella tenuta a mente da lui, appartengano ad un inno a’ _Santi_. Che
sarebbe quello che nell’autografo degl’Inni ha titolo _Ognissanti_, ma
di cui ivi non esistono se non i motti latini, che vi sarebbero stati
scritti per epigrafe»:
_in omnibus Christus._ (Paul., _Col._ III, 11).
_Multa quidem membra, unum autem corpus._ (_Cor._ 1, XII, 20).
_Omnes enim vos Unum estis in Christo Jesu._ (_Gal._ III. 28).
La strofa, tenuta a mente dall’amico del Manzoni cui accenna il Bonghi, è
questa:
Tu sola a Lui festi ritorno
Ornata del primo suo dono,
Te sola più sù che il perdono
L’Amor che può tutto locò.
SCHERILLO.
ODI
NOTA.—La prima edizione a stampa del _Cinque maggio_ non fu fatta
dal poeta, ma comparve, non senza mende e inesattezze (perfino nel
frontispizio!), a Lugano, sulla fine del 1822, con la versione latina di
Erifante Eritense (al secolo Pietro Soletti di Oderzo). Il traduttore
vi premise la seguente letterina ricevuta dal Manzoni, con la data di
Milano, 20 giugno 1822: