Nella quistione se il teatro sia utile o dannoso ai costumi, è avvenuto

un fatto non unico, ma osservabile, ed è: che essendo essa stata

ventilata più volte, l’opinione dei più e la pratica sieno rimaste

favorevoli al teatro, e nello stesso tempo non duri la memoria che degli

scritti che lo impugnano. Un’opera apologetica, che si citi come libro

di morale profonda, e di cui si dica: questa ha sciolte le difficoltà

degli oppositori; non v’è, ch’io sappia. Ma chi non conosce, almeno di

nome, le operette che contro il teatro scrissero in Francia due grandi

scrittori, ed un uomo di grandi talenti, voglio dire Nicole, Bossuet, e

G. G. Rousseau? Non parlo degli Italiani, perchè scrittori che sieno, nel

discutere questa materia, saliti a principj un po’ reconditi di filosofia

morale, nè io mi sono abbattuto a trovarne, nè la fama mi ha avvertito

esservene alcuno. Da chi abbia letto il _Discorso_ del marchese Maffei

_sui teatri antichi e moderni_, non mi sarà spero imputato a colpa il

non tenerne conto, poichè è impossibile non sentire quanto egli sia

lontano dall’aver veduto in questa discussione gl’importanti argomenti

di considerazioni morali che vi hanno veduto i Francesi sunnominati. Fa

veramente stupore il trovare, in quella dissertazione tanto poveretta di

pensieri quanto ridondante di una certa erudizione, che l’autor suo aveva

lette le _Riflessioni_ di Bossuet, poichè le cita; e non si sa come

dalla lettura di quel libro egli sia disceso a ripigliare la materia, che

ivi è trattata con osservazioni tolte dall’intimo del cuore umano e con

principj alti e generali, per trattarla poi tanto superficialmente.

Dopo il Nicole e il Bossuet, la questione non fu per molti anni più

suscitata, ch’io sappia, se non dai teologi di professione. Ma, nelle

materie morali specialmente, le opinioni dei teologi non divenivano

quasi più soggetto di discussione (poichè cominciava a prevalere quella

massima, che si è poi tanto diffusa, essere la Teologia una scienza

da sè, che ha le sue opinioni, le quali non servono per lo più che ad

entrare nel corpo di essa scienza, e non a far parte della sapienza

civile e ad esser norma della condotta nei casi della vita), quando

un uomo, ch’era tutt’altro che teologo, pubblicò la famosa lettera a

D’Alembert contro il Teatro, e richiamò per qualche tempo l’attenzione

della colta Europa su questo argomento.

L’opinione che Rousseau sostenne, venne attribuita al suo genio pei

paradossi: eppure la sua Lettera è ancora celebre, e letta, e le

confutazioni di D’Alembert e di Marmontel sono quasi dimenticate; per non

parlar di quelle che lo furono al loro nascere. La Lettera di Rousseau,

che per la più parte è composta di ragioni tolte dall’operetta di Bossuet

di cui non vi è mai fatta menzione, ebbe tosto una fama più estesa e

più alta di questa: e questa superiorità di fama le è venuta, s’io non

m’inganno, da quello appunto che la rende inferiore all’altra in vero

merito. Bossuet, in questo scritto, come in tutti gli altri, cava i suoi

argomenti dalla Rivelazione, considera tutta la natura dell’uomo in

rapporto con essa, subordina i mezzi allo scopo, la vita presente alla

eterna, estimando l’una e l’altra secondo il valor loro. Rousseau non

considera che il bene o il male nel tempo; e benchè voglia tutto ridurre

alla morale, spoglia questa della sua vera importanza, non riducendola

a Dio che ne è il principio. Non è quindi da stupirsi se conseguenze,

che hanno del vero in sè, fossero più gradite all’intelletto, e meno

avverse al senso, in un autore che le presenta isolate, e stanti da sè

come principj, e aventi in sè la loro ragione e la loro sanzione, che

quindi possono essere tranquillamente abbandonate, quand’anche sembrino

incontrastabili; che in chi le cava e le mostra unite ad un corpo

di dottrina e di morale, che il mondo non vuol ricevere, o che vuol

dimenticare.

Io oso qui ripigliare una parte di questa quistione, nella quale mi

sembra che i sunnominati scrittori si sieno ingannati. La quistione

si distingue principalmente in due punti, e sono: il teatro, ossia lo

spettacolo, e le opere drammatiche considerate come scritti, come poemi.

Essi condannarono l’uno e l’altro: io intendo di prescindere affatto dal

primo. Il secondo comprende la poesia tragica e la comica, e le altre

specie che in fine poi si riducono a queste due; delle quali io scelgo di

parlare puramente della tragica.

In questa, essi hanno esaminate due cose: il modo con cui è stata

trattata, e lo hanno detto immorale, provandolo con assai esempj; il modo

possibile di trattarla, e hanno detto dover essere naturalmente immorale,

poichè il fine che l’arte vi si propone, cioè d’interessare, non si

può ottenere che a discapito della morale. Dover quindi la Tragedia

essere viziosa secondo l’arte, o dannosa al costume. Verrebbe da ciò una

conseguenza, che essi non hanno lasciato di dedurre: che più una tragedia

sarà perfetta, più sarà immorale. Se la conseguenza fosse giusta, nessuno

può dubitare che la Tragedia non fosse da proscriversi; perchè nessuno

vorrà affermare essere da conservarsi una cosa che sia opposta allo scopo

morale, a cui tutto si deve dirizzare.

Io spero però di poter provare che questi scrittori hanno errato

nell’affermare che non è possibile la Tragedia morale; e che l’errore

è venuto in tutti da una stessa origine. Essi hanno osservato una

sola scuola drammatica, e dagli esempj di questa hanno dedotti tutti

i possibili modi di poesia drammatica. Essi hanno supposto che non si

poteva interessare in altro modo.

Io esporrò il principio colle loro stesse parole; indi m’ingegnerò

di provare che esso è arbitrario, che non è necessario far derivare

l’interesse drammatico dal principio che essi hanno creduto il solo,

e il quale convengo con loro nel chiamare immorale. Che anzi il più

alto interesse drammatico si ottiene in diverso modo; e addurrò esempj

che mostrino essere questo genere di Tragedia non solo possibile, ma

esistente da molto tempo. E come nel leggere i poeti tragici più rinomati

coll’intenzione di osservare la parte morale, mi è sembrato scoprire

alcuni fonti più comuni d’immoralità che non ho trovato accennati da

altri, io li additerò, spiegandoli con esempj tolti dai più lodati.

Nel che se trovassi il vero, potrei ottenere due fini: di indicare, a

chi scrive drammi, certi scogli ove hanno inciampato gli altri; e di

segnarli ai lettori di quelle opere, perchè li possano più facilmente

avvertire. Nè agli uni nè agli altri io pretendo far da maestro; ma

non è impossibile che, essendomi io fermato molto tempo in queste

considerazioni, v’abbia veduta qualche cosa che può essere sfuggita ad

occhi più acuti de’ miei.

* * * * *

Il motivo per cui sembra ai tre scrittori suddetti essere il dramma di

sua natura immorale, si è che il suo scopo è, a loro dire, di eccitare

le passioni e di assecondarle. «Le but même de la comédie engage les

poëtes à ne représenter que des passions vicieuses. Car le fin qu’ils se

proposent est de plaire aux spectateurs; et ils ne leur sauraient plaire,

qu’en mettant dans la bouche de leurs acteurs... etc. C’est ce qui fait

qu’il n’y a rien de plus pernicieux que la morale poétique et romanesque,

parceque ce n’est qu’un amas de fausses opinions, qui naissent de la

concupiscence, _et qui ne sont agréables qu’en ce qu’elles flattent_

les inclinations corrompues des lecteurs ou des spectateurs.... Ce qui

rend encore plus dangereuse l’image des passions que les comédies nous

proposent, c’est que les poëtes _pour les rendre agréables_ sont obligés

non seulement de les représenter d’une manière fort vive... etc.».

(NICOLE, _Traité de la comédie_).

Ecco che dice Nicole contro il dramma in generale; benchè pare ch’egli

si contenti quasi di condannare quelli che al suo tempo si conoscevano,

si leggevano e si recitavano in Francia, senza cercare diligentemente

se potrebbe darsi un dramma onesto. Ma contro questa ipotesi, si leva

apertamente il Bossuet. Udiamolo: «Le premier principe sur lequel

agissent les poëtes tragiques et comiques, c’est qu’il faut intéresser

le spectateur; et si l’auteur ou l’acteur d’une tragédie ne le sçait

pas émouvoir, et le transporter de la passion qu’il veut exprimer, où

tombe-t-il si ce n’est dans le froid, dans l’ennuyeux, dans le ridicule,

selon les règles des maîtres de l’art?».................

[1093] Questo titolo ha una variante: _Dello scopo morale della Tragedia

considerato nei suoi rapporti colla perfezione estetica._

II.—Traccia del discorso.

V’ha due modi di considerare le quistioni morali: prescindendo dal

Vangelo—, ponendolo per fondamento.

Convinto della verità di esso, deggio seguire questa seconda

via.—Assurdità della prima.

Impugnatori più noti del Teatro: Bossuet, Nicole, J. J. Rousseau.—I due

primi cristianamente; in alcune parti il terzo, e come.

Le loro objezioni si dividono in due parti: Opere drammatiche, Teatro.—Si

prescinde dalla seconda quistione.

Le objezioni contro il dramma si risolvono in questa: Che si eccitano

le passioni, e che non si può esser poeta drammatico altrimenti.—Questo

giudizio è nato dal non esaminare che drammatici francesi. Essi sono

tali; ma si può e si deve interessare altrimenti.—Essi fanno simpatizzare

il lettore colle passioni dei personaggi, e lo fanno complice.

Si può farlo sentire separatamente dai personaggi e dei personaggi, e

farlo giudice.—Esempio insigne: Shakespeare.

Varj modi di immoralità drammatiche:

1.º Il già detto.

2.º Noi abbiamo una inclinazione a seguire più il nostro giudizio che

le leggi divine ed umane. Quando ci sembri che vi sia più bene o minor

male a farlo, siamo più contenti, perchè combiniamo la coscienza col

sodisfacimento dell’orgoglio. Quindi tutti i casi trovati per mostrare

come talvolta sia lecito mentire. I poeti drammatici hanno assecondata

questa inclinazione, rappresentando casi in cui mille inconvenienti si

trovino nella esecuzione della legge, e mille vantaggi e mille sentimenti

virtuosi nella trasgressione.—Esempj: _Heraclius_, _Tell_.

Foss’anche giusto quello che si propone in questi drammi, è pericoloso,

è inutile: perchè non si deve temere che gli uomini pecchino di troppo

scrupolo. Falso poi: perchè noi non dobbiamo render conto delle

conseguenze delle nostre azioni, ma dei motivi; perchè quelle non sono

in mano nostra, ma questi. Noi non prevediamo quello che nascerà: forse

evitando un male colla infrazione, male di cui non saremmo colpevoli,

ne produciamo mille impreveduti, e che verranno per nostra volontà. Chi

ha fatto la legge immutabile, sapeva le conseguenze; e non avendo fatte

eccezioni, non le possiamo far noi.

3.º modo d’immoralità: rappresentare i beni e i mali con quel falso

aspetto col quale siamo già inclinati a considerarli. È noto che

l’uomo va d’illusione in illusione cercando la felicità. Disingannato

d’una, cerca l’altra; abbandona, conosce, e disprezza una vanità, e le

contrappone un’altra vanità come realtà. Nella vita reale non possiamo

trattenerci a lungo in questo errore sopra un oggetto particolare,

perchè la vanità di esso si manifesta da sè. Ma i poeti ci trasportano

a supporre la realtà del godimento negli altri. Trovano in noi la

disposizione a questo inganno; perchè riconosciamo in noi la falsità,

ma, per la inclinazione a supporre beni reali quelli che non abbiamo,

crediamo felici quelli che li possiedono. Ci rappresentano uomini

correnti dietro un oggetto, e ci sembra che saranno _compiutamente_

felici nel possederlo. L’animo nostro non analizza nè distingue questi

sentimenti, ma li prova. Esempj, oltre i francesi: il Pastore del Tasso,

e in opposizione, il Vecchio di Euripide nella _Ifigenia_.[1094]

Opinione ricantata e falsa: che il poeta, per interessare, deve movere

le passioni. Se fosse così, sarebbe da proscriversi la poesia. Ma non è

così. La rappresentazione delle passioni che non eccitano simpatia, ma

_riflessione sentita_, è più poetica d’ogni altra.—Pensare ben bene e

dichiarare questa risposta.

Una prova di questo si è che le tragedie di lieto fine interessano meno.

Finchè mi rappresentate gli uomini anelanti ad uno scopo finito, io sento

con essi per la disposizione sopraddetta; ottenuto che l’hanno, benchè

io non rifletta alla vanità di esso, pure vi perdo ogni interesse,—per

pensare ad altro; poichè noi viviamo nell’avvenire, cioè nella speranza.

E questo è giusto e vero: ma ci sono speranze veraci e speranze fallaci.

Ora il poeta non deve trattenerci in queste, ma condurci alle altre.

Altrimenti è poeta immorale, quindi superficiale. Quando io, leggendo

versi, penso più in là del Poeta, e contra quello che ha detto il poeta,

l’effetto è tolto, ed il lettore è più poeta di lui.

Si è accennato che le obiezioni dei moralisti suddetti pigliano di mira

le Opere e il Teatro.—Esposizione succinta della seconda quistione. Si

prescinde assolutamente da essa.

—Quelli che lo credono utile, errano disapprovando i moralisti cristiani

che ne dissuadono. Essi lo credono utile come rimedio; riflettano che i

moralisti cristiani insegnano a farne senza a quelli che persuadono ad

astenersene.—Apologo del medico.

Nella scena prima dell’atto IV del _Guglielmo Tell_, vi è un esempio

del pericolo di far partecipare lo spettatore alla passione del

personaggio; tanto più che questa passione sembra giusta, mentre è ira

contra uno scellerato. Un pescatore osserva con un suo figliuoletto la

barca dov’è Gessler con Tell, agitata dai venti:—«Giudizj di Dio! Sì, è

desso, il Governatore, che là è tratto. Egli naviga là, e conduce seco

il suo delitto. La mano del vendicatore lo ha bentosto ritrovato: ora

egli riconosce un potente signore sopra di sè. Queste onde non [cedono

alla sua voce]. Queste rupi non piegano le loro teste dinnanzi al suo

cappello». E aggiunge: —«O fanciullo, non pregare, non istrapparlo dal

braccio del Giudice». Il fanciullo:—«Io non prego pel Governatore, io

prego per Tell che è nella barca con lui».—Questo sentimento orribile è

espresso senza disapprovazione; nè io voglio credere che uscisse dal

cuore di Schiller, ma egli avrà voluto rappresentare al vivo l’abbominio

di quegli uomini per Gessler. Ma egli ha errato, mettendosi a rischio

di far sentire lo spettatore come il suo personaggio. Del resto, mi

sembra che, poichè egli ha immaginato di far pregare il fanciullo, ha

perduto l’occasione di una scena bellissima. Se il padre invece (il

che è nella natura d’un uomo pio e retto) dicesse al figlio di pregare

anche per Gessler, che commozione non ecciterebbe! Quanti sentimenti non

risveglierebbe di quella Religione che insegna a chi l’ascolta di pregare

per Gessler e per Tell, per l’oppresso e per l’oppressore; a riguardare

gli uomini i più scellerati come creati anch’essi per la virtù, come

capaci di emendarsi e di seguirla, e sè stesso come capace dei più

grandi errori, qualora Dio lo abbandoni; che insegna a riguardar tutti

gli uomini come fratelli, e se gl’iniqui vogliono rompere questo santo

vincolo, c’impone di tenerci stretti a loro, con quella carità che ha per

fondamento non il merito loro, ma i precetti e gli esempj di Gesù Cristo!

Quanto più Gessler è stato dipinto scellerato, più pericoloso è questo

sentimento, perchè lo spettatore è disposto a riceverlo. Certo, v’è una

simpatia in ciò; ma dev’egli, il poeta, secondare questa inclinazione

nostra? No, certamente; e se il diletto è il fine della poesia, io

m’immagino che dall’aver vinto questo impeto d’odio, e dall’avere accolti

in sè i sentimenti sublimi che ho accennato poco sopra, ne debba nascere

un vivo, soave ed alto piacere, e questo deve il poeta trasfondere nello

spettatore.—Questi può avere piaceri viziosi e piaceri virtuosi: i

secondi sono i più poetici.—_Satiabor cum apparuerit gloria tua_. (Salmo

XVI).

[1094] Leggesi nel margine inferiore: «Il peggio si è che anche i poeti

lirici ne sono pieni». [BONGHI].

III.—Dello scopo morale e della perfezione estetica della Tragedia.

Distinzione di bello poetico e di vero morale, assurda.

Punto dove coincidono questi due attributi in un componimento dell’arte.

La Verità, la quale è sommamente piacevole, e sommamente perfezionatrice.

Verità nella rappresentazione dei fatti dell’animo. Ciò che è fatti, ciò

che dovrebb’essere conati, desiderj.

Verità nell’eccitamento degli affetti. Simpatia al bene.

Verisimiglianza, mezzo unico per arrivare a queste due. Verità storica,

tipo della verisimiglianza.

SOPRA UNA STAFFILATA DEL MONTI AI ROMANTICI[1095]

_(Dialogo con un amico)._

Passeggiando jeri dopo il pranzo, come si suole, sul Corso di Porta

Orientale, mi abbattei, come accade, in un amico, il quale, fermatomi,

come si fa, mi chiese, ed io a lui, notizie della salute, le quali,

grazie al cielo, furono ottime da ambe le parti.—E quella staffilata che

Monti ha data ai romantici? diss’egli poi tosto. Scrivo com’egli disse:

Monti, senza più, giacchè è uno di quei nomi, che, fuori d’ogni taccia

d’inciviltà, si può dire e scrivere senz’altri accompagnamenti. Ma per

tornare al fatto:—Che staffilata? domandai io.—Diavolo! diss’egli; lì,

dopo i personaggi del dialogo in cinque pause.... via, nell’ultimo volume

della _Proposta_.—Da vero ch’io non vi capisco, risposi.—Come? replicò

egli, non avete lette quelle parole: _Il luogo della scena è romantico,

cioè dove torna più conto?_—Oh santa provvidenza! sclamai io: e questa

vi pare una staffilata?—No, eh? diss’egli: sarà un biscottino.—Oh bene,

ripresi io, giacchè voi l’intendete a questo modo, non sarà vero ch’io

vi lasci finchè io non v’ho fatto vedere che l’intendete a rovescio; voi

andate di qua, ed io torno indietro e vengo con voi.—Così detto, innestai

bravamente il mio braccio destro tra il suo sinistro e le coste di questa

parte, e m’avviai con lui.

—Come diavolo, dissi poi, avete voi potuto sentire una staffilata in

quelle parole?—Come? rispose egli: oh non è ella chiara? o burlate voi?

Non voglion dire quelle parole che i romantici schivano le difficoltà,

fanno quello che torna loro più comodo?—Oh bella! diss’io: non fanno

così tutti gli uomini che hanno cervello? Volete che si faccia ciò che

torna men conto? Noi andiamo ora a casa vostra; se venisse uno e dicesse:

vedete, coloro vogliono andare a Porta Vercellina, e camminano per la

Corsìa dei Servi, che è la strada più breve; vogliono andar presto e

con la minor fatica possibile, e mettono un piede innanzi l’altro,

invece di andare a piè zoppo: fanno quello che torna loro più conto:

credete voi che costui ci darebbe una staffilata?—Oh! disse l’amico:

questa è ben curiosa! che ha che fare l’andare a casa col luogo della

scena?[1096]—Hanno che fare in questo, risposi io, che nell’un caso

e nell’altro è cosa molto ragionevole far ciò che torna conto; e chi

osserva che voi fate così, non intende burlarvi. Che cosa vuol dire

tornar conto? Essere spediente, venire utile, servire all’intento. Se

Monti avesse detto che il mutare la scena, come i romantici dicono che

si debba fare, secondo lo richiede l’azione, è metodo che allontana

dall’intento che l’autore si debbe prefiggere, avrei inteso, con

maraviglia però, ch’egli voleva censurare quel metodo. Ma egli dice il

contrario, e per me non posso vedere in quelle parole altro che una

approvazione. E non vedete che egli stesso in quel dialogo ha seguito un

tal metodo?—Sì, replicò l’amico, ma quivi è tutto in burla, non è mica

un componimento serio. —Che vuol dire? ripigliai io; che negli argomenti

serii bisogna fare quello che non torna conto? Ma non vedete che, serio o

scherzevole che l’argomento sia, il principio è lo stesso? Perchè Monti

ha mutata la scena in quel dialogo? Perchè ad esprimere quell’un concetto

che egli aveva immaginato, bisognava fare scorrere l’immaginazione del

lettore in varie parti. E facendolo egli in un soggetto tutto fantastico,

dove i luoghi sono affatto immaginarj, come volete voi che censuri il

metodo che insegna a mutare la scena a seconda di trasposizioni di

personaggi, o realmente avvenute, o molto più verosimili? il metodo che

prende queste mutazioni, o nelle cose stesse, o nella natura delle cose?

—Ma se queste parole non volessero dire altro se non il tornar conto

usuale, ragionevole, perchè Monti le avrebbe dette? Se ne togliete la

staffilata, non significano più niente. Che sugo c’è, in grazia?—Molto

sugo, a parer mio, risposi; e giacchè stiamo interpretando ognuno secondo

le nostre idee, io vi dirò il senso che ho inteso in quelle parole,

e che mi pare assai arguto e opportuno. Nelle cose della vita non si

rimprovera ad uno il fare secondo che gli torna conto, ma nelle cose

della letteratura...—Oh le belle cose!...—Signor sì, questo è sovente

un soggetto di rimprovero. Ed ecco come è venuta questa strana idea, se

avete pazienza di ascoltarmi un momento. Si è osservato che nel far bene

v’è difficoltà, si è associata l’idea della difficoltà a quella della

perfezione, e con un passo facilissimo si è venuto a supporre, così in

nube, come si suole, che vincere le difficoltà sia sempre avvicinarsi

alla perfezione; evitarle, sia allontanarsene. E non si è osservato

che molte difficoltà non vengono da altro, che da una opposizione al

buon senso con fini storti ed arbitrarii. Ora in quelle poche parole,

applicando al metodo romantico quella formola comune, si fa sentire che

quella regola universale, e riconosciuta da tutti nelle altre cose, vale

pure per le cose letterarie; che le difficoltà, gl’impicci, i giuochi di

forza non sono più ragionevoli in letteratura che nel resto: cosa che non

avrebbe sugo, se non fosse invalso un principio, o pure un sentimento

confuso del contrario, ma che ne ha appunto perchè è invalso. Ditemi

un po’, se venisse uno e dicesse: «Monti adopera quello stile così

peregrino e così naturale, così forbito e così veemente, così singolare

di perfezione insomma, perchè...., perchè adopera le parole che trova

più opportune ad esprimere il suo felice concetto, sceglie quelle che

gli torna conto. Ma il Cieco d’Adria non faceva così, non prendeva la

via facile, quando fece quel sonetto di cui tutte le parole cominciano

con un D». Ditemi un po’, di chi credereste che volesse rider costui, di

Monti o del Cieco d’Adria? E volete un’altra prova? Non vi ricordate che

tutti i romantici, che hanno scritto per provare che la scena va mutata

a seconda dell’azione, hanno tutti addotta questa ragione, che il far

così torna conto? E volete voi supporre che Monti voglia denotare come

scansatori di difficoltà, come uomini che hanno bisogno di aiutarsi colle

irregolarità per far qualche cosa, Shakespeare e Goethe? che questi non

avrebbero saputo adattarsi, con un po’ di buona grazia, ad una legge di

cui diecimila autori hanno trovato l’esecuzione così agevole? che egli

abbia voluto....

—Oh! disse l’amico: io non so nè voglio sapere che cosa si vogliano

tutte queste ciarle, e non m’importa un zero di scena e di non scena.

Ho gittata quella parola tanto per dir qualche cosa, non mai credendo

di tirarmi addosso tutta questa tiritera. I letterati se la sbrighino

tra loro, che a me non fa nulla. E parliamo d’altro.—Tiritera! diceva io

tra me, mentre egli andava cercando in suo cuore l’appicco d’un altro

discorso. Tiritera! Scriverò queste belle ragioni che ho dette, le

manderò al giornale, e il pubblico dirà poi s’ella è stata una tiritera.

[1095] La parte 2ª del III volume della _Proposta_ di Vincenzo Monti

fu pubblicata nel 1824; il primo dialogo in _cinque pause_ che vi si

contiene, ha per interlocutori: _i poeti dei primi secoli della lingua

italiana, e il luogo della scena_, vi si dice, _è romantico, cioè dove

torna più conto_.—Da queste parole, come nel rimanente è detto dal

Manzoni stesso, questi prese occasione al seguente _Dialogo con un amico

sulla staffilata ai romantici_, che l’amico pretendeva vi si contenesse,

ed egli finge di credere che non vi si contenga.... Il concetto v’è

tutto; e, come suole, è acuto, e pieno di lepore il modo di esprimerlo.

Ma si vede che il breve scritto è un primo getto; e tuttora molto lontano

dalla perfezione a cui il Manzoni l’avrebbe condotto, se si fosse

risoluto a pubblicarlo. [BONGHI].

[1096] Ecco, annota il Bonghi, come questi due primi paragrafi sono

trascritti:

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 40 / 45 段