«Dans les lettres et dans les arts, les règles sont les leçons de

l’expérience, le résultat de l’observation sur ce qui doit produire

l’effet qu’on se propose». (MARMONTEL, _Elem. de Litt._, alla parola

_Règles_).—Come le parole influiscono sul senso, accade sovente che

ad una voce, presa per analogia da un’altra serie d’idee, e che è

metaforica, si dia tutto il valore che ha nel suo significato proprio.

Così accadde alle Regole; e dietro a questo nome, è venuto nelle lettere

il corredo degli altri nomi che vanno con esso, quando è preso nel senso

naturale. Quindi si ode dire: _trasgressione_, _osservanza_ ecc. Si dice:

_pigliarsi una licenza_, quando uno scrittore non segue strettamente il

modo dimostrato in questa _scuola dell’esperienza_; e ciò per ottenere un

maggior effetto. E questo vocabolo _licenza_ è improprio assai, perchè

il giudizio di quel tal modo di trattare l’argomento non deve ricavarsi

dalla esperienza del modo con cui furon trattati gli argomenti anteriori,

ma dal modo con cui si gusti quello di cui si tratta; e così le Regole

non ci hanno che fare. Le Regole risultano da ogni particolare soggetto,

e sono per esso il modo con cui piace agli uomini di concepirlo. Ogni

cosa difforme da questo modo è fallo, e ogni cosa conforme non è licenza,

ma convenienza, non dovendosi raffrontare che col soggetto stesso.

Per convincersi che la regola arbitraria delle due Unità nuoce

all’arte, basti osservare la progressione dei loro effetti nelle

opere di Corneille[1091]. Nel _Cid_, egli tralasciò quella di Luogo,

evidentemente; e quella di Tempo la seguì più in apparenza che in

realtà, poichè diede e ai sentimenti e ai fatti un corso, che non si

può comprendere verisimilmente in un giorno. E come sì gli uni che gli

altri sono dedotti con progressione non men naturale e verisimile che

maravigliosa, la regola non ha fatto danno, e basterebbe cangiare le

parole che accennano l’unità per toglierne l’idea, come gli effetti non

ci sono. Il grand’uomo fu, come ognun sa, straziato da uomini, il cui

giudizio la posterità non vede senza fremito essere stato anteposto al

suo (benchè sia pronta a far lo stesso). Allora egli, per aver pace e per

godere senza ostacoli quella riputazione che aspettava dai suoi lavori,

difese prima quella divina tragedia dagli oppositori, non già provando

che i principj loro erano sciocchezze, ma che la tragedia era conforme a

quei loro principj; d’indi in poi, egli si attenne sempre alle Regole, e

storpiò gli argomenti, e abbandonò quelli che non si potevano storpiare

così facilmente. E quale è quella sua tragedia dove si trovino quei pregi

originali, e di un carattere moderno e nuovo, come nel Cid?... (Verificar

questo, rileggendo le tragedie e le prose di Corneille, e distinguere

meglio la differenza tra il _Cid_ e le altre)[1092].

* * * * *

Veniamo ora alle ragioni, colle quali si è voluto provare che la

regola dell’Unità di Tempo non è punto arbitraria, ma che deriva dalla

costituzione organica del Dramma. Siccome il fondamento che si pone a

questa regola e a quella dell’Unità di Luogo è il medesimo, così verrà

a trattarsi dell’una e dell’altra insieme, e gli esempj si prenderanno

promiscuamente dall’una e dall’altra.

La necessità intrinseca che il fatto rappresentato nella Tragedia non

oltrepassi lo spazio d’un giorno, e che la rappresentazione si mantenga

sempre in un luogo, è dedotta da un solo principio. Io lo rapporterò

colle parole di un celebre spositore della _Poetica_, il Castelvetro;

benchè, a dir vero, le ragioni per cui sembra a lui che sia inverisimile

la rappresentazione che oltrepassi quello spazio e quel luogo, vi sieno

enumerate con maggior diligenza che delicatezza.

Ecco quello ch’egli dice, nella sposizione al passo della _Poetica_

citato poco sopra: «Aristotele parla spezialmente dello spazio che può

al più occupare la Tragedia, che è un giro del sole, là dove lo spazio

dell’azione dell’Epopea non è determinato. Perciocchè l’Epopea, narrando

con parole sole, può raccontare un’azione avvenuta in molti anni ed

in diversi luoghi senza sconvenevolezza niuna, presentando le parole

all’intelletto nostro le cose distanti di luogo e di tempo; la qual cosa

non può fare la Tragedia, la quale conviene avere per soggetto un’azione

avvenuta in picciolo spazio di luogo ed in picciolo spazio di tempo, cioè

in quel luogo ed in quel tempo dove e quando i rappresentatori dimorano

occupati in operazione, e non altrove, nè in altro tempo. Ma così come il

luogo stretto è il palco, così il tempo stretto è quello che i veditori

possono a loro agio dimostrare sedendo in teatro, il quale io non veggo

che possa passare il giro del sole, cioè ore dodici: conciosia cosa che

per la necessità del corpo, come è mangiare, bere, diporre i superflui

pesi del ventre e della vescica, dormire, e per altre necessità, non

possa il popolo continuare oltre il predetto termine così fatta dimora

in teatro. Nè è possibile dargli ad intendere che sieno passati più dì

e notti, quando essi sensibilmente sanno che non sono passate se non

poche ore, non potendo l’inganno in loro aver luogo, il quale è tuttavia

riconosciuto dal senso».

Se questa è la vera cagione della pretesa inverisimiglianza, che nasce

dalla differenza fra il corso del tempo supposto ed il reale, possiamo

noi moderni a ragione vantarci di avere, colla bene intesa costruzione

dei nostri teatri, allargati del doppio i confini della illusione

teatrale. Poichè noi abbiamo teatri ove si può con ogni agio fare, e

tuttavia si fanno, quelle cose di cui parla il Castelvetro, e che

non giova ripetere; e quindi (almeno per una parte degli uditori, e

per quella appunto che naturalmente dev’essere la più attenta) si può

supporre che la dimora in teatro sia di due giorni. Ma io non vorrei

essere tacciato di avere scelto un testo sguajato, per toglier fede al

principio e forza alla difficoltà: chè, a dir vero, essa, comunque in

altri modi espressa, non viene a dire altro in tutti gli scritti dove

io possa averla rinvenuta. Tutti convengono in questo, che essendo nel

Dramma i fatti posti dinnanzi agli occhi dello spettatore, a differenza

della Epopea che li narra con parole, perchè in esso si trovi quel

grado di verisimiglianza che crea l’illusione, devono i fatti esser

rappresentati come se accadessero realmente. Ora, siccome se quei fatti

accadessero realmente non potrebbe lo spettatore assistere in poche ore

a quelli che occupano mesi o anni, nè assistere senza muoversi a quelli

che avvengono in diversi luoghi, così, perchè lo spettatore possa essere

veramente illuso, deve il tempo e il luogo dell’azione conformarsi a quel

tempo che lo spettatore sente veramente trascorrere, a quella unità di

luogo in cui egli sente veramente di rimanere.

Due massime erronee sono qui, a parer mio, il fondamento della regola.

L’una, che la presenza materiale dello spettatore sia una delle

condizioni dell’arte; la seconda, che l’arte, per eccitare in noi la

simpatia colla rappresentazione, debba valersi degli stessi mezzi con

cui le cose reali fanno impressione sull’animo nostro. E quanto alla

prima, egli è evidente che la presenza dello spettatore è riguardata

come parte essenziale, poichè la inverisimiglianza si deduce, non dal

volere che un uomo concepisca successivamente fatti successivi per lunghi

intervalli di tempo e di luogo, ma che li veggia senza lunghezza di

tempo e mutazione di luogo. Basterà dunque il dire che la presenza dello

spettatore non deve entrare nella composizione dell’opera. Lo spettatore

non è già una parte dell’azione, è una mente estrinseca ad essa che la

contempla: lo spettatore non è governato coi modi stessi che l’azione, nè

l’azione coi modi dello spettatore; l’azione ha un tempo, il quale deve

parer _verisimile_ allo spettatore considerandolo nell’azione stessa,

ma paragonandolo alle sue proprie modificazioni. Egli è, ripeto, fuori

dell’azione. Se la massima di cui si tratta potesse essere ammessa, ne

verrebbe una strana conseguenza, cioè che il porre in iscena i drammi

nuoce alla perfezione dell’arte loro: poichè è concesso da tutti i

critici che il non astringersi ai modi reali di tempo e di luogo lascia

un più largo campo ad una più varia e più forte imitazione. Quante volte

non s’ode dire: sì, quello scrittore ha grandi bellezze, ma le ottiene a

discapito della verisimiglianza. Ora, se la inverisimiglianza non viene

che dalla presenza dello spettatore, se i dialoghi drammatici che formano

un’azione possono dilettare senza la recita materiale, se letti sono pur

sempre opera dell’arte, convien dire che è possibile una più grande, più

bella Tragedia, che non è quella che si può vedere in teatro. «Tragedia

da tavolino», si dirà; ma l’_Iliade_, l’_Eneide_, l’_Orlando_ non sono

essi poemi da tavolino? Sofocle ed Euripide ci dilettano in altro modo

che per la lettura? E la recita accresce tanto pregio all’arte, che

senz’essa l’arte non produce i suoi più grandi effetti?

Nè si dica che il difetto vi si troverebbe pure alla lettura, perchè la

mente si trasporta alla rappresentazione; poichè io suppongo un genere

di composizione nel quale le cose si rappresentino col solo dialogo, e i

fatti che non si conoscono da esso vi sieno accennati semplicemente, come

il nome di chi parla. E questo genere è possibile, ed ha in sè tutte le

condizioni per esser perfetto, senza la rappresentazione. Ma perchè ho

io detto possibile? Tutto Shakespeare è tale! E se dai lavori prodotti

in un genere si può stimare il genere stesso, nessuno dubiterà che la

Tragedia da leggersi non sia superiore alla Tragedia da rappresentarsi,

perchè nessuno dubiterà che la lettura, verbigrazia, del _Macbeth_ non

produca un più vario, un più profondo effetto di commozione, di simpatia

e d’istruzione morale, che qualunque delle moderne tragedie in cui le

unità sono osservate. Nè io per questo concedo che il _Macbeth_ e tante

altre divine tragedie sieno da togliersi al teatro: io tengo che la

verisimiglianza di cui l’arte abbisogna vi si trovi perfettamente; ma

dalla conseguenza ho voluto far sentire il valore del principio.

Il secondo principio, al parer mio, erroneo, si è: che l’arte, per

formare in noi un’impressione colla rappresentazione, debba valersi degli

stessi mezzi con cui le cose reali fanno impressione sull’animo nostro.

E che questo principio sia sottinteso nelle ragioni che si adducono

per la regola delle Unità, mi sembra chiaro, poichè queste ragioni si

riducono a questo: che siccome nella realtà il mezzo, col quale io posso

assistere agli avvenimenti che occupano una data lunghezza di tempo, si

è di percorrere quel tempo, il mezzo col quale io posso assistere ad

avvenimenti che accadono in diversi luoghi, si è di trasportarmi a quei

luoghi; così l’arte, non potendo usare gli stessi mezzi, non può produrre

gli stessi effetti, e quindi bisogna ristringere gli effetti ai mezzi

reali che io ho e che posso impiegare a quella rappresentazione. Ma il

fatto sta che le arti non si valgono, per farci impressione, degli stessi

mezzi che servono alle cose reali. Le arti imitative non sono venute

da altro che dall’aver gli uomini riflettuto e sentito che si poteva

produrre un’impressione simile al concetto nato in noi dalle cose reali,

senza riprodurle. L’imitazione non consiste adunque nel creare cose

eguali al fatto, ma di modo somiglianti al fatto che sieno il più che

si può eguali al concetto; perchè il fine è questo, e i modi di creare

quest’imitazione sono mezzi subordinati a questo fine.

Io credo di poter dilucidare questo principio coll’esempio d’un’altra

arte; e benchè sappia quanto i paragoni fra esse riescano spesso

fallaci, mi sembra che in questo caso possano condurre al vero, poichè

si tratta di una cosa comune alle arti tutte, che è il concetto umano.

Pigliamo un esempio dunque dalla pittura; e per non uscire di teatro,

pigliamolo da una scena, e sia questa un paese. La pittura è l’arte di

rappresentare agli occhi nostri la somiglianza d’una cosa per mezzo di

un’opera artefatta, che non è la cosa stessa. Quando io contemplo un

paese reale, si crea di esso un idolo, un concetto, nella mia mente. Se

io sciolgo questo concetto nelle varie parti di cui è composto, e per

così dire conflato, se paragono una, o più di queste parti del concetto,

colle parti del paese reale che le ha originate nella mia mente, trovo

che non sono ad esse perfettamente eguali, cioè che l’idolo parziale di

questa parte non corrisponde alla parte che ha nel concetto generale. Per

esempio, una pianta alta sei uomini, distante da me cinquecento braccia,

mi sembra più picciola che una pianta alta quattro e distante cento

braccia. Io veggo qui dunque la distanza alterare nel mio concetto l’idea

della grandezza, e sento che io posso concepire questo paese in due

differenti modi: quale è di questi due modi che l’arte pittorica imita?

Quello analitico, per così dire, non le è dato imitarlo, nè essa tende a

ciò; ma sibbene il modo dell’unico concetto. Può essa bensì avvicinarsi,

più o meno, al modo analitico; ma, a misura che si avvicina a questo,

ella va perdendo il carattere e il nome d’arte. Può, p. es., imitare

un ramo d’albero che si contenga in un quadro, dando ad ogni foglia i

contorni di grandezza naturale; ma oltrechè in questa cosa pure l’è forza

di usare la prospettiva, essa fa uno dei suoi meno nobili e meno lodati

effetti. Il modo di concetto che la pittura imita, si è il secondo,

perchè gli uomini hanno trovato che si può in un picciolo spazio, su

un piano liscio, imitare il concetto creato in noi dalla veduta di un

esteso paese. Hanno trovato che gli effetti prodotti dalla distanza,

dalla ineguaglianza della superficie, si possono imitare senza riprodurre

queste condizioni, e così dilettare. La pittura adunque non rifà le

cose reali, perchè, a dirla con parola tecnica, l’arte non lo promette;

non imita nello spazio quella sola parte di cose reali che ci potrebbe

stare, perchè l’arte promette assai più, ma rinchiude in quel dato spazio

l’imitazione di quelle cose che possono riprodurre un concetto. (Più

chiaro). Il senso poi dell’artista trova in ogni quadro i limiti che

l’arte e il concetto danno alla estensione delle cose imitate. Questi

sono indicati dalla novità e dalla somiglianza al concetto interiore.

Nello stesso, stessissimo modo, mi sembra che proceda l’arte drammatica.

Essa non può rinnovare nell’anima dello spettatore la serie intera delle

sensazioni, che nascerebbero in lui dal trovarsi presente ad avvenimenti

che richieggono uno spazio di tempo e di luogo più esteso di un teatro

e di tre o quattr’ore. Non vuole rinchiudere l’azione in questo spazio,

nei casi (e sono i novantanove centesimi) in cui l’azione non vi potrebbe

stare. Non imita dunque nè la totale e intera azione, con tutte le

sensazioni che l’accompagnerebbero se fosse reale, perchè non lo può; nè

si ristringe a quella parte di essa che trova una corrispondenza reale in

chi la rimira, perchè, come ho detto della pittura, l’arte promette assai

più, essendo la mente capace di considerare in tre ore i fatti, le cause,

gli effetti, le passioni, i rivolgimenti ecc. ecc., che possono accadere

in un assai più lungo spazio di tempo. Essa rinchiude adunque, in quel

dato spazio, l’imitazione di quelle cose che possono imitare il concetto

nato in noi dalla rimembranza di questi fatti. Non potendo servirsi dei

mezzi con cui apprendiamo, nella successione di spazio e di luogo, gli

accidenti veri, si serve dei mezzi proprj ad essa, ed appropriati alla

mente umana. Quindi, p. es., essa, non potendo servirsi della reale

durata del tempo (l’attenzione non può in generale durare, se è molto

interrotta), supplisce a questa colle idee che richiamano alla mente

quella della durata, ed è la successione ragionata degli avvenimenti.

Da una serie di questi astrae quelli che tendono a formare un’unità

intellettuale. (Vegga il lettore sulle Unità l’eccellente Lezione decima

del libro sopra citato del signor Schlegel). E qui pure, come nella

pittura, il senso dell’artista deve trovare in ogni azione drammatica

i limiti che l’arte e il concetto le assegnano. Quella congerie di

avvenimenti, che la mente si diletta a contemplare insieme perchè vi

scorge una tendenza ad un fine, è atta a diventare soggetto di una azione

drammatica. Trovata questa, l’estensione dello spazio fittizio e di luogo

e di tempo dove bisogna cercarla se non nell’azione stessa? E con qual

regola bisogna misurarla, se non colla proporzione che le parti hanno fra

di loro, e colla durata possibile dell’attenzione ad un concetto, senza

stancarsi, e colla moltiplicità possibile di cose legate ad un fine,

senza che ne venga la confusione?

Quale è l’uomo che ha potuto trovare un modulo di tempo fittizio per

tutte le possibili azioni drammatiche? Aristotele non lo ha certamente

preteso. Ma i suoi commentatori, e coloro che hanno ricevuto le dottrine

loro, hanno creduto di poterlo ritrovare. E qui si sono messi in luogo,

dove non si appoggiano nè ai principj veri dell’arte, nè ai principj

veri stabiliti da loro; poichè, veggendo che chi riduce la drammatica

alle sole cose possibili nel tempo occupato dalla imitazione, viene a

privarla dei suoi più grandi mezzi di diletto, hanno allargato questo

tempo con un confine arbitrario. Al che non hanno voluto stare alcuni di

coloro che ammettevano il principio della illusione intesa a quel modo, e

questi, come è stato osservato, sono i più conseguenti: il che spesso si

vede, chè fra quelli che tengono un’opinione falsa, i meglio ragionatori

vengono a rendere il sistema più stravagante. Ma quelli che vogliono

comporsi per avvicinarsi al vero, senza abbandonare quello ch’essi

credono il solo vero, bisogna che inventino temperamenti arbitrarj. E

tale è questo delle dodici o ventiquattr’ore. Poichè non sono possibili

nella imitazione drammatica che due modi di tempo, il reale o il

fittizio. Il reale è quello che s’impiega, il fittizio è quello che si

suppone impiegarvisi; e il giro del sole (quando si sia stabilito per

tutti i drammi) non è nè l’uno nè l’altro. Si può anzi credere che questo

sistema non sarebbe venuto in mente ad alcuno, se Aristotele non avesse

fatto parola del giro del sole. Il signor Schlegel, che osservò che

Aristotele non parlò di esso dottrinalmente ma storicamente, ha trovate

le ragioni per cui (oltre il Coro permanente, parte essenziale del dramma

dei Greci) le azioni drammatiche non abbisognavano presso di loro,

ordinariamente, d’un tempo fittizio che oltrepassasse il giro del sole.

Se il povero filosofo ritornasse a questo mondo, si stupirebbe delle

opinioni che gli si attribuirono, non meno che M. de Pourceaugnac della

prole che gli attribuiscono quelle due finte provinciali.

Rimetto di nuovo il lettore alla stessa bella Lezione decima. E per

conchiudere col paragone della pittura, la regola del giro del sole

equivale ad una di questa sorte sui quadri che rappresentano paesi: non

sia lecito rappresentare in una scena l’estensione che oltrepassi, per

esempio, trecento braccia. Ma lo spettatore, che vede la scena che gli

rappresenta una gran lontananza di paese, che sa che le condizioni reali

del paese non vi sono, che nè egli nè gli altri vi possono passeggiare

per entro, che la distanza non vi esiste quale è finta ecc.; lo

spettatore, che pure si accontenta di quella illusione che gli dà quel

paese, non crederà poi che basti quella dell’azione, se le condizioni

reali del fatto non vi sono conservate in modo ch’egli debba credere di

poter assistervi realmente?

Questo tempo proprio dell’azione, è, per così dire, di due maniere, il

reale e il supposto. Scegliendo da una storia, per esempio, quei fatti

che costituiscono una unità, si rappresenta _realmente_ il tempo occupato

da quei fatti, si suppone il tempo che li divide. Il tempo, per cui

questi fatti sono distesi, è il supposto; quello che essi tengono, è il

reale. Il tempo invece dello spettatore è tutto reale, perchè egli non

suppone, nè deve supporre, in sè una durata fittizia. Il tempo reale da

lui impiegato basta a concepire gli avvenimenti rappresentati. Così,

le tre ore materiali dello spettatore possono essere proporzionate

alla intelligenza di un fatto di tre mesi; e se si consideri il fine,

che è la contemplazione dell’unità, più proporzionate, secondo l’arte,

che l’assistenza al fatto pel corso reale di tre mesi, pei quali le

sensazioni relative ad esso verrebbero interrotte da mille altre

sensazioni, e dopo i quali, per averne un concetto unico, bisognerebbe

appunto fare astrazione da tutte queste modificazioni estranee. L’arte

imita nello spettatore immaginario quello che la memoria farebbe in uno

spettatore reale.

Quando si dice che le due Unità, di tempo e di luogo, non sono prescritte

da Aristotele, i sostenitori di esse rispondono: che importa che

Aristotele le abbia prescritte o no? esse sono fondate sulla ragione:

ecco ciò che importa.

È utile alla scoperta del vero la storia delle opinioni. Quella delle

Unità è venuta a questo modo. Si è creduto trovarla in Aristotele,

in un tempo in cui egli era creduto infallibile; quindi, l’idea

dell’autorità fu più esaminata, e si dubitò delle sue asserzioni; quindi,

si cercò anche nelle sue asserzioni con più cura quello che vi era

stato aggiunto: allora i partigiani delle Unità furono costretti ad

abbandonare Aristotele, e vollero trovare delle ragioni. Ma su questo

campo sono venuti per forza; ma hanno credute e sostenute le Unità,

credendo di non aver bisogno di ragioni. Questa opinione è cominciata

con un errore di diritto, cioè che Aristotele non potesse ingannarsi,

e con un errore di fatto, cioè che Aristotele avesse prescritte le due

Unità. Sarebbe strano che una idea vera s’introducesse per queste vie,

ma non impossibile. No, certamente: una conseguenza falsa può essere

un’idea vera. Ma bisogna provarlo. E questo è ciò che non possono fare i

partigiani delle Unità: gli argomenti loro sono di quelli che si cercano

per comprovare un’opinione ricevuta per pregiudizio, non di quelli che

conducono a provare un’opinione, e ad esserne persuasi. Essi ascoltano

le ragioni degli avversarj coll’impazienza di chi non vorrebbe

dubitare....................

[1088] _Shakespeare, traduit de l’anglais_; t. I, _Discours des

Préfaces_, pag. C e seg.

_De la Littérature du Midi de l’Europe par J. C. L. SISMONDE DE SISMONDI_;

t. III, pag. 462 e seg.

_De l’Allemagne par M.ᵐᵉ LA BARONNE DE STAËL-HOLSTEIN_; t. II, pag. 7 e

seg.

_Cours de Littérature dramatique par A. W. SCHLEGEL, traduit de

l’allemand_; t. II, pag. 86 e seg.

[1089] Qui comincia la citazione fatta di questo luogo nella prefazione

al Carmagnola. Della parte avuta dal Castelvetro nella creazione della

dottrina delle due Unità, il Manzoni ragiona lungamente in una nota alla

parte seconda del _Discorso sul Romanzo Storico_. [BONGHI].

[1090] Qui, avverte il Bonghi, sono aggiunte tra le linee queste parole,

che però paiono cancellate: «Tempo fa, sarebbe bastato il provare che

Aristotele non ne aveva fatto un precetto, per farlo abbandonare; ma ora

l’effetto dura, anche tolta la causa. _Piaga per allentar d’arco non

sana_».

[1091] Si confronti la _Lettre à M. C*** sur l’unité de temps, etc._

[BONGHI].

[1092] La parentesi è aggiunta da me [BONGHI], per mostrar meglio che

questo è un richiamo che il Manzoni fa a sè.

DELLA MORALITÀ DELLE OPERE TRAGICHE[1093]

I.—Di alcuni oppugnatori del Teatro.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 39 / 45 段