e l’interesse dello spettatore? che desidera egli ora d’intendere? qual
personaggio vorrebb’egli considerare, se non Riccardo? Egli è quegli
sull’anima del quale i fatti fin ora rappresentati devon produrre il
più grande effetto, e quest’effetto appunto aspetta di contemplare
lo spettatore. Qui dunque entra in iscena Riccardo. E mi si permetta
di avvertire di passaggio, che Shakespeare è eccellente nell’arte di
presentare agli occhi quelle cose appunto alle quali egli ha rivolta
l’attenzione, e che questo pregio lo deve, come gli altri, parte
all’ingegno suo e parte al suo sistema. Appare dunque Riccardo; ma
in qual luogo si figura ch’egli appaja? Non avrà egli certo voluto
sbarcare nella contea di Gloucester dove si trova il suo emulo, chè nè
la sicurezza sua, nè il cammino, lo conducevano a questa unità di luogo.
Egli scende sulle coste del paese di Galles. Avrebbe forse potuto
l’autore fare in modo che si trovassero i due rivali successivamente
nello stesso luogo, e non mancano esempj di simili orditure; vi avrebbe
messo grandissimo studio, e vi sarebbe riuscito alla meglio: ma montava
egli il pregio di farlo?
Riccardo, posto piede a terra, si consulta cogli amici che gli rimangono.
E qui cominciano quelle scene, dove si vede il re orgoglioso, leggiero,
dispotico, irreflessivo, temperato da quel gran maestro che è la
sventura: da quel maestro, che sarebbe tanto utile ai potenti ed ai
deboli, se le sue lezioni non fossero sempre dimenticate al momento
ch’egli depone la sferza, e s’egli potesse produrre un sol fatto per
mille proponimenti. Mirabili scene! Mirabile Shakespeare, se esse sole
rimanessero del tuo divino intelletto, che rara cosa non sarebbero
tenute! Ma l’intelletto tuo ha potuto tanto trascorrere per le ambagi
del cuore umano, che bellezze di questa sfera diventano comuni nelle tue
opere.
Il carattere del re si è cangiato, o per dir meglio, i casi hanno
fatto comparire quello che nel suo carattere v’era di più nascosto
e di più profondo. Il corso di questo carattere, i pensieri che
dall’annunzio della disgrazia fino allo sbarco sono succeduti nella sua
mente, s’indovinano quasi, e certo la storia, direi così, dell’animo
di Riccardo, abbraccia più di qualche ora. Questa situazione poteva
trattarsi, a quello ch’io vi posso scorgere, in tre modi: o tralasciare
questo rivolgimento d’animo prodotto dal rivolgimento della fortuna; o
ristringerne e menomarne i segni, in modo che non richiedesse più spazio
di qualche ora; o supporre il tempo che non è rappresentato, e dare il
carattere compiuto. Quale di questi tre modi abbia eletto Shakespeare,
ognuno il vede; e come io spero, ognuno vede ch’egli ha fatto ottimamente.
[1082] Il Bonghi avverte: «Qui una crocetta richiama questa citazione,
trascritta nel margine superiore [_Gerus. Lib._ XIX, 14]:
....e, visto il lato [fianco] infermo,
Grida: Lo schermitor vinto è di schermo».
[1083] Nel _Cymbeline_.—SCH.
[1084] L’analisi n’è fatta anche, non in diverso modo, ma per un fine
diverso, nella _Lettre à M. C... sur l’unité de temps etc._ [BONGHI].
IV.
Perchè le discussioni tornassero davvero a profitto delle lettere, si
vorrebbe tener conto degli argomenti della contraria parte; e quando
una questione è messa in campo, non la porre da un canto prima di
scioglierla. Ma invece si usa assai, come si è usato sempre, di ripetere
molte volte le stesse ragioni, senza badare a quelle che altri vi abbia
contrapposto. S’ode verbigrazia dire ogni giorno che Shakespeare è
un genio rude ed indisciplinato, che, senza regole, senza intenzione
premeditata, scorre qui e là, e s’incontra talvolta in qualche bellezza
straordinaria. Questa opinione tanto ripetuta è espressamente e
lungamente confutata dal sig. Schlegel (_Cours de Litt. dram._). Questa
confutazione pare a me tale da distruggere affatto questa opinione; ma ad
ogni modo è certo che non conviene più ad uomo che nelle lettere cerchi
il vero di quelle, il ridire questa tale opinione, senza mostrare come
ella sia vera a malgrado di quello che ne ha detto il sig. Schlegel. Se
alcuno trova argomenti più in là dei suoi, sarà da rendergli grazie; ma
non curarli, è un troppo esser certo della opinione propria e volgare:
giacchè senza dubbio questi meritano d’essere, se non ricevuti, almeno
confutati......
V.
[Pel _Conte di Carmagnola_].
Lessing (_Dramaturgie_, t. 2º, pag. 54, a proposito del _Riccardo III_,
tragedia del Weiss)[1085] vuole provare, contro il Corneille, che in ogni
caso è vera la massima di Aristotele, che «le malheur, tout-à-fait exempt
de faute, d’un homme vertueux, n’est point un sujet pour la tragédie; car
cela est odieux». Rivedere accuratamente questo passo sì in Aristotele
che in Lessing, e averlo presente nella composizione del carattere e dei
patimenti della moglie del Conte.
Esaminare più ponderatamente quel passo del Lessing [pag. 57]: «La pensée
qu’il puisse y avoir des hommes malheureux sans la moindre faute de leur
part, est en elle-même affreuse. Les Payens avoient cherché à éloigner
d’eux cette noire idée autant que possible; et nous voudrions la
nourrir, et nous amuser à des spectacles qui la confirment? Nous, à qui
la Religion et la raison doivent avoir persuadé qu’elle est aussi fausse
que blasphématoire?».—Questo motivo della Religione cristiana, che il
Lessing cita per confermare il suo sistema, mi pare anzi che gli faccia
contro. Il Cristianesimo,
Venendo in terra a illuminar le carte,
ha talmente cambiate le idee e i sentimenti intorno al bene e al male,
all’utile e al dannoso, che mi pare che convenga andar sempre cauti
assai nell’applicazione dei principj morali degli scrittori Gentili.
Questa vita mortale, che il Gentilesimo rappresentava come avente il
principio e il fine in sè stessa, il Cristianesimo ce la fa considerare
come vita di preparazione. Quindi gli avvenimenti si riguardano non
solo pel diletto o pel dolore che arrecano con sè, ma ancora, anzi
principalmente, pei rapporti loro colla vita futura, nella quale sola noi
possiamo concepire il compimento d’ogni nostro destino. Quindi quegli
accidenti pei quali agli Ateniesi un uomo pareva _un homme malheureux_,
non bastano perchè appaja a noi tale nel più esteso senso: perchè noi
sappiamo considerare i dolori presenti come espiazione dei falli, da cui
nemmeno i più puri vanno esenti, stromento di perfezionamento in chi
soffre, come preparazione a beni futuri, e quindi come veri beneficj
della Provvidenza. Questi mali poi, oltre che non sono assoluti perchè
compiscono il destino di chi gli sopporta, sono anche temperati assai da
due virtù, che sono de’ più bei doni che Dio abbia fatto agli uomini: la
speranza, e la rassegnazione che da essa viene.
[1085] Ho tra mani l’edizione di cui si serviva il Manzoni: _Dramaturgie
ou observations critiques sur plusieurs pièces de théâtre tant anciennes
que modernes; ouvrage intéressant, traduit de l’allemand de feu M.
LESSING par un François, revu corrigé et publié par M. JUNKER, premier
professeur de droit public à l’Ecole royale militaire et censeur royal_.
_A Paris_, 1785; in due parti.—SCH.
VI.[1086]
«Entrambi hanno fatto il loro dovere». Questo si è detto molte volte, e
si dice tuttavia in molti casi, nei quali si suppongono a due persone
doveri contrarj su uno stesso oggetto. Supposizione assurda. Si osservino
tutti questi casi, e si vedrà che i due doveri supposti sono fondati su
opinioni speciali e temporanee, su istituzioni ecc., e che si dimentica
sempre il fine che si deve cercare nella determinazione da prendersi
dalle due persone. Ora, il fine giusto non può essere che uno. Esempio:
la scena, per tanti rapporti bellissima, del _Tiberio_ di Chénier, nella
quale Cneo implora Agrippina perchè desista dall’accusare Pisone padre di
Cneo. Agrippina risponde che il dovere suo è di accusarlo e di perderlo,
e il dovere di Cneo di far tutto per salvarlo. Questo sentimento è
falso, perchè due tendenze opposte non ponno essere egualmente buone e
giuste. Ora, donde viene il falso in questo caso? Dall’essersi il poeta
applicato puramente ai rapporti personali delle due parti, alla sorte di
Pisone e alla vendetta di Germanico, e dall’aver dimenticato la verità e
la giustizia, e il fine per cui sono istituite le accuse, le difese, i
tribunali e i giudici: il qual fine è tutt’altro che di dare occasione
ai parenti d’un morto di vendicarlo, e di mostrarsi sensibili alla sua
perdita, e di dare occasione ad un figlio di salvare suo padre.
Dalla stessa assurda confusione nasce il sentimento, posto sovente in
bocca ai personaggi tragici virtuosi: cioè il desiderio di non riuscire
in un’impresa alla quale dirigono i loro sforzi.—Contradittorio e falso:
sinonimi.
[1086] Questo frammento si trova scritto nella prima pagina d’un mezzo
foglio, nella cui seconda è trascritto il seguente passo di Montesquieu,
quantunque fra i due non vi sia relazione: «La lecture des ouvrages
distingués, écrits dans des époques plus ou moins éloignées de la
nôtre, doit souvent faire réfléchir bien tristement sur les bornes et
l’incertitude des connaissances humaines. On voit dans un livre le cachet
d’un esprit supérieur, on y trouve des idées tres-avancées pour le temps
dans lequel elles furent découvertes, et on n’en reconnaît pas moins
que ces idées sont legères, superficielles, fausses. On dit: c’était
admirable pour le temps. Quoi! il est donc des erreurs inévitables,
et qu’il faut traverser pour arriver à la vérité? Et que deviendra
un jour cette masse de lumières que nous croyons être le domaine de
l’époque actuelle, et dont nous nous glorifions? Peut-être un sujet de
pitié pour les générations futures. On pourrait peut-être tirer de ces
réflexions un résultat utile, en observant quel est le caractère de ces
idées excellentes pour un temps, et qu’on est forcé de rejeter dans un
autre: on y trouverait, je crois, quelque chose de local, de spécial;
on verrait dans l’esprit de ceux qui les ont mises en avant un défaut
de logique et de courage dans l’application rigoureuse et suivie des
grands principes qu’ils avaient eux-mêmes reconnus; on y verrait un
sacrifice à des opinions dominantes, à des institutions puissantes; une
frayeur de paradoxes, frayeur déraisonnable, et qui ne produit rien de
bon, et n’empêche rien, puisque ces conséquences qui paraissent hardies
seront tirées un jour infailliblement si elles découlent logiquement des
principes». V. _L’Esprit des Lois, et son commentaire moderne_. [Nota del
BONGHI].
VII.
L’inquietudine, connaturale all’uomo finch’egli rimane su questa terra
dove non può giungere al suo ultimo fine, fa sì ch’egli sia sempre
scontento del proprio stato, e supponga che maggior riposo si trovi
nelle altre condizioni[1087]. Quindi quella opinione, comune agli
uomini che vivono nell’agitazione degli affari e nelle pompe mondane,
che nelle condizioni che si chiamano inferiori si trovi maggior
contentezza d’animo. Il fatto è però che anche in esse domina la medesima
inquietudine. Mi sembra dunque che i poeti rappresentino al vero la
natura, quando dipingono i potenti mossi da una certa invidia degli
uomini privati e oscuri, in quelle circostanze però in cui sentono più
vivamente il dolore e il vuoto dello splendore mondano. Ma quando il
Tasso rappresenta il famoso pastore che accoglie Erminia, pago della sua
sorte, cade, mi sembra, in un errore volgare, immaginando l’animo del
pastore non quale doveva essere, ma quale doveva sembrare ad Erminia.
Ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale, è dissimile dal vero.
Essa tende a confermarci nel costume che abbiamo, pur troppo, di dedurre
una falsa conseguenza da un fatto pur troppo reale; cioè dal non esser
noi sodisfatti che altri, in circostanze diverse dalle nostre, possano
esserlo.—Vedi, per confronto, la famosa scena di Agamennone col vecchio
nella _Ifigenia in Aulide_ di Euripide.—AG: _Beatum te judico, o senex:
Beatum judico virorum quicumque non periculosam Vitam transegit ignotus,
inglorius: Eos vero qui in honore versantur, minus beatos judico_.—SENEX:
_Atqui decus est ibi vitae_».
Poetica è quindi assai la rappresentazione delle rimembranze meste
del passato che ci sembra essere stato più felice per noi, e delle
speranze dell’avvenire; ma deve il poeta far sentire la vanità di questi
sentimenti. A chi dicesse che la poesia è fondata sull’immaginazione e
sul sentimento, e che la riflessione la raffredda, si può rispondere che
più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell’uomo, più si trova
poesia vera. Non è però che non si possa godere una certa tranquillità in
questo mondo, ma essa viene da principj soprannaturali, ed è falso che
sia tolta dalla natura stessa delle cose e dei desiderj nostri.
* * * * *
Se gli uomini seguissero i precetti del Vangelo, godrebbero fra loro
tutta quella pace che si può avere a questo mondo. Le gare vengono dal
volere ognuno possedere quelle cose che il mondo chiama beni: il Vangelo
insegna a sprezzarli. Ognuno se ne ritirerebbe, e aspirerebbe a quei beni
per cui non ci può esser gara litigiosa, essendo essi infiniti, e potendo
ognuno acquistarli, non solo senza privarne gli altri, ma cooperando a
farli acquistare agli altri. Mirabile sapienza del Vangelo! e mirabile
corruttela dell’uomo!
[1087] Cfr. nei _Promessi Sposi_, cap. ultimo, la similitudine del letto.
[B.].
VIII.
Non fu sì santo, nè benigno Augusto,
Come la tuba di Virgilio suona:
L’avere avuto in poesia buon gusto,
La proscrizione iniqua gli perdona.
_Orlando Furioso._ Canto 35, st. 26.
Dio liberi! La poesia è uno dei più nobili ornamenti della natura
umana. Coltivata da tutti i popoli e in tutti i tempi, ella è la viva
espressione dei più alti, dei più intimi sensi che possano capire
nell’animo dell’uomo. Essa serve mirabilmente a rappresentare come
esistente quel bello morale, che è così vero nei nostri desiderj e
nelle nostre idee, ma che non ci è dato vedere in questa vita così
interamente come noi lo immaginiamo; e a questo modo consola e migliora
gli uomini. Ma se ella dovesse stortare i nostri giudizj, pervertire i
nostri sentimenti sul bene e sul male, sarebbe una peste, un vitupero, un
flagello. «La proscrizione iniqua gli perdona»! Mai no, messer Ludovico.
Virgilio all’incontro non ha potuto far perdonare a sè medesimo la sua
indegna adulazione. Per quanto gli uomini amino i bei versi, amano
ancor più la sicurezza e la vita, e le eterne idee della giustizia; e
le orribili carneficine non si dimenticano per le lodi d’un poeta. Se
l’indegnazione contro l’ingrato, vile, e crudele pupillo di Cicerone,
non si è manifestata sempre così vivamente nella memoria dei secoli
come si conveniva, è da attribuirsi non già al giudizio di Virgilio, ma
sibbene alla potenza de’ suoi successori, come avverte il Machiavelli. Ma
tanto è vero che le lodi dei poeti non bastano a corrompere il giudizio
dei posteri sulle azioni dei potenti, come vorrebbe qui far credere
l’Ariosto, ch’egli medesimo mostra di non dar nessun peso a quelle lodi,
dicendo che
Non fu sì santo, nè benigno Augusto,
Come la tuba di Virgilio suona;
e facendo così vedere ch’egli s’informa dei fatti non dai poeti, ma dagli
storici, e che vuole anche in questi distinguere il vero dal falso.
Due ottave più sù aveva egli detto che i Signori
del sepolcro uscirian vivi,
Ancor che avesser tutti i rei costumi,
Purchè sapesson farsi amica Cirra.
Bell’ufficio della poesia! Egli è come un dire agli uomini che non hanno
la sorte di nascer poeti: Fratelli, anzi non fratelli; questi Signori
vi hanno fatto del male assai: essi hanno calpestata la giustizia e
l’umanità, e voi avete dovuto sopportarli e sentirne dir bene: veramente
parrebbe almeno che la morte dovesse venire a fare le parti più giuste,
e che l’abbominazione dei posteri fosse almeno il castigo di costoro;
ma dovete sapere ch’essi hanno fatto del bene a noi poeti, cioè ci
hanno accarezzati e pasciuti, e noi, che siamo più poeti che uomini,
vogliamo che, per ricompensa, alle azioni triste di costoro si dia il
premio dovuto alle buone, la gloria e la benedizione dei posteri. Noi,
abbandonando la confederazione che unisce gli uomini di cuor retto al
sostegno delle massime virtuose, quella confederazione nella quale gli
uomini di alto intelletto dovrebbero essere i primi, ci studiamo di dar
forza al vizio.—Ah! messer Ludovico, quando scrivevate quelle ottave
non vi avete pensato bene, o avete parlato per baja: il che sta male in
argomento così serio!
Della Unità di Tempo.
Benchè la regola della così detta Unità di Tempo sia stata combattuta
presso altre nazioni, io credo ch’ella sia tenuta in Italia per legge in
fatto e in dottrina, almeno per la Tragedia, giacchè tutte le tragedie
lodate sono ordinate secondo essa, e non conosco scrittore che di
proposito vi abbia contradetto. Io non so se l’opinione siasi (come
accade sovente) internata in questa questione più che gli scritti, ma in
iscritto io la credo questione nuova. Ma siccome appunto gli stranieri,
come dissi sopra ed ognuno sa, la vanno da qualche tempo ventilando, non
è possibile trattarla senza ridire cose già dette da essi. Non sapendo
io medesimo sceverare, astrarre, e dispiccare, per così dire, le idee
mie proprie su questo soggetto da quelle che possono essere ricavate o
suggerite da opere anteriori, e non volendo essere nè parere plagiario,
cito a piè di pagina quelle di queste opere che io ho lette[1088].
In esse si vuol provare che questa regola è arbitraria e nocevole
all’arte; e per quello che a me sembra, ciò vi è provato più che a
sufficienza. Ma egli è certamente un danno pel progresso delle idee
intorno alla drammatica, che gli argomenti posti in mezzo da questi
scrittori non sieno nè generalmente ricevuti, nè confutati. Essi hanno
discusse le ragioni di coloro che tengono l’opinione contraria, hanno
addotte le ragioni per cui quelle sembrano loro insussistenti; e queste
ragioni essi (singolarmente i tre più moderni) le hanno ricavate da
principj certo più alti e più riposti che quelli a cui gli avversarj
loro fossero giunti mai. Eppure si ode sovente ripetere la regola, ed i
principj su cui essa è fondata, come se le opposizioni non meritassero
il pregio di farne parola. Ciò si vede sovente nelle dispute letterarie.
Eppure esse meritano d’essere, se non ricevute, almeno confutate. Questi
scrittori avranno in qualche parte errato trattando questa questione;
ma se non hanno trovato sempre la verità, sono iti a cercarla, per vie
nuove, profonde e difficili, in quella lontana e vasta regione ov’ella
si trova; essi portano novelle di quel paese, e all’aria loro, ai loro
discorsi, fanno sentire di esservi stati.
La regola dell’Unità di Tempo è stata difesa prima colla autorità e
poscia coi principj. A questi tempi, quando uno cita Aristotele in
questa questione, io credo che lo nomini non come giudice, ma, dirò
così, come testimonio: voglio dire che non lo fa per confermare la
regola coll’autorità dell’opinione di quel filosofo, ma perchè il nome
suo è stato tante volte unito a questa, che va con essa per abitudine.
Egli è riconosciuto ormai che l’autorità degli uomini non vale che
a confermar quelle cose, che quegli uomini soli potevano sapere per
mezzi che non sieno concessi agli altri. Così, per esempio, l’autorità
storica, la quale, benchè fallibile, pure si segue, quando non ripugni
alla ragione; e in questo si largheggia assai per l’innato amore alla
certezza. Il fondamento di quest’autorità non è altro che il non poter
noi con altri mezzi renderci sicuri dei fatti accaduti prima di noi, che
per l’attestato di quelli che ne furono testimonj. Un altro genere di
autorità, il quale non è più tanto in vigore, si è quello appunto per
cui tante opinioni di Aristotele, o credute di Aristotele, furono tenute
giudizj irrefragabili; ed è fondato su questo argomento: quell’uomo vide
tanto addentro nelle cose, che è difficilissimo, quasi impossibile,
che egli si sia ingannato. Ma siccome Aristotele non è testimonio di
fatti veduti da lui solo, ma della verità di idee le quali rimangono in
perpetuo esposte alla contemplazione degli uomini, così doveva venire,
e venne assai prima d’ora, il momento in cui fossero ascoltati coloro
che dissero: Esaminiamo le idee e le ragioni di Aristotele col giudizio
nostro. E a quelli che dissero che l’autorità di Aristotele era superiore
a questo, risposero perentoriamente che quest’autorità stessa era fondata
sul solo giudizio nostro; poichè l’idea di questa autorità deriva
dall’esame e dal paragone delle cose trattate da Aristotele colle idee di
Aristotele intorno ad esse, e dal giudizio della conformità tra quelle
cose e queste idee. Questo giudizio adunque, dissero essi, è potente a
scoprire alcune verità nella natura delle cose, poichè vi ha scoperto la
uniformità con le idee di Aristotele: serviamocene adunque per cercare
di scoprire la natura delle cose. D’allora in poi, se uno propone di
provare che Aristotele, per esempio, ha detto uno sproposito, il lettore
sta attento bene agli argomenti, e li vuole di peso, prima di arrendersi
a credere che un tale la indovini meglio di Aristotele; quando prima non
si ammetteva alcuno a provare che Aristotele avesse detto uno sproposito.
Io vo ricantando cose vecchie, ma forse non del tutto inutili, poichè
questo modo di valersi dell’autorità, benchè non sostenuto da alcuno
in principio, è usitatissimo in pratica; e quando in una discussione
letteraria, o altra che sia, uno può citare l’opinione conforme alla sua
d’un uomo riputato, se ne serve ordinariamente più che la ragione nol
comporti, e fa di tutto per poter chiudere la disputa con questa come
ultima ragione.
E anche in questo caso, gli scrittori che non vogliono ammettere
l’Unità del Tempo, non solo enumerarono le ragioni contro di essa, ma
dovettero combattere l’autorità di Aristotele con argomenti estrinseci
alla questione particolare; facendo vedere in sostanza che Aristotele,
colla sola esperienza del teatro greco, non poteva comprendere tutti i
possibili modi di verosimiglianza teatrale: ed enumerando molti altri
motivi, per cui un uomo non poteva fare questa legge all’arte.
Ma uno di questi, il signor Schlegel, non solo nega il diritto di far la
legge, ma nega l’esistenza della legge stessa. Il codice c’è, e ognuno
puo accertarsi del fatto. Il signor Schlegel cita il solo passo della
_Poetica_, dove si tratta di questa Unità di Tempo; ed io lo trascrivo
qui dalla traduzione del Castelvetro: «Ora l’Epopea accompagnò la
Tragedia in fino a questo termine solo, che con parole è rassomiglianza
de’ nobili. Ma[1089] sono differenti in questo, che quella ha il verso
misurato semplice, ed è raccontativa e fornita di lunghezza, e questa si
sforza, quanto può il più, di stare sotto un giro del sole, o di mutarne
poco; ma l’Epopea è smoderata per tempo, e in ciò è differente dalla
Tragedia. Egli è vero che da prima similmente facevano questo stesso
nelle Tragedie e ne’ versi Epici». (_Parte principale seconda, particella
settima_).
«Il faut remarquer d’abord», aggiunge il signor Schlegel [_lez. X_],
«qu’Aristote ne donne ici aucun précepte, mais qu’il assigne à deux
genres un caractère distinctif, tiré historiquement des exemples qu’il
a sous les yeux». E ciò che dimostra che qui non è precetto, si è che
Aristotele non ne dà ragione alcuna; e quelle che si sono addotte per
provare che questo è un precetto, sono state cavate fuori da quelli
che, ritenendo esser questo un precetto perchè lo videro esser conforme
alla pratica più usuale dei Greci, credettero essere necessario di
ragionarlo. Nè questo è il solo caso che questioni lunghissime, passate
d’una in altra generazione, e agitate ancora, si sieno fatte sopra un
libro, che appunto non sia letto da una millesima parte di coloro che
pigliano parte nella questione. Forse che gli uomini amano di tenere
oscuri gli argomenti disputati, per timore di venire ad accordo?[1090]
* * * * *