Giunta l’azione a questo punto, io domando: dove si rivolge la curiosità

e l’interesse dello spettatore? che desidera egli ora d’intendere? qual

personaggio vorrebb’egli considerare, se non Riccardo? Egli è quegli

sull’anima del quale i fatti fin ora rappresentati devon produrre il

più grande effetto, e quest’effetto appunto aspetta di contemplare

lo spettatore. Qui dunque entra in iscena Riccardo. E mi si permetta

di avvertire di passaggio, che Shakespeare è eccellente nell’arte di

presentare agli occhi quelle cose appunto alle quali egli ha rivolta

l’attenzione, e che questo pregio lo deve, come gli altri, parte

all’ingegno suo e parte al suo sistema. Appare dunque Riccardo; ma

in qual luogo si figura ch’egli appaja? Non avrà egli certo voluto

sbarcare nella contea di Gloucester dove si trova il suo emulo, chè nè

la sicurezza sua, nè il cammino, lo conducevano a questa unità di luogo.

Egli scende sulle coste del paese di Galles. Avrebbe forse potuto

l’autore fare in modo che si trovassero i due rivali successivamente

nello stesso luogo, e non mancano esempj di simili orditure; vi avrebbe

messo grandissimo studio, e vi sarebbe riuscito alla meglio: ma montava

egli il pregio di farlo?

Riccardo, posto piede a terra, si consulta cogli amici che gli rimangono.

E qui cominciano quelle scene, dove si vede il re orgoglioso, leggiero,

dispotico, irreflessivo, temperato da quel gran maestro che è la

sventura: da quel maestro, che sarebbe tanto utile ai potenti ed ai

deboli, se le sue lezioni non fossero sempre dimenticate al momento

ch’egli depone la sferza, e s’egli potesse produrre un sol fatto per

mille proponimenti. Mirabili scene! Mirabile Shakespeare, se esse sole

rimanessero del tuo divino intelletto, che rara cosa non sarebbero

tenute! Ma l’intelletto tuo ha potuto tanto trascorrere per le ambagi

del cuore umano, che bellezze di questa sfera diventano comuni nelle tue

opere.

Il carattere del re si è cangiato, o per dir meglio, i casi hanno

fatto comparire quello che nel suo carattere v’era di più nascosto

e di più profondo. Il corso di questo carattere, i pensieri che

dall’annunzio della disgrazia fino allo sbarco sono succeduti nella sua

mente, s’indovinano quasi, e certo la storia, direi così, dell’animo

di Riccardo, abbraccia più di qualche ora. Questa situazione poteva

trattarsi, a quello ch’io vi posso scorgere, in tre modi: o tralasciare

questo rivolgimento d’animo prodotto dal rivolgimento della fortuna; o

ristringerne e menomarne i segni, in modo che non richiedesse più spazio

di qualche ora; o supporre il tempo che non è rappresentato, e dare il

carattere compiuto. Quale di questi tre modi abbia eletto Shakespeare,

ognuno il vede; e come io spero, ognuno vede ch’egli ha fatto ottimamente.

[1082] Il Bonghi avverte: «Qui una crocetta richiama questa citazione,

trascritta nel margine superiore [_Gerus. Lib._ XIX, 14]:

....e, visto il lato [fianco] infermo,

Grida: Lo schermitor vinto è di schermo».

[1083] Nel _Cymbeline_.—SCH.

[1084] L’analisi n’è fatta anche, non in diverso modo, ma per un fine

diverso, nella _Lettre à M. C... sur l’unité de temps etc._ [BONGHI].

IV.

Perchè le discussioni tornassero davvero a profitto delle lettere, si

vorrebbe tener conto degli argomenti della contraria parte; e quando

una questione è messa in campo, non la porre da un canto prima di

scioglierla. Ma invece si usa assai, come si è usato sempre, di ripetere

molte volte le stesse ragioni, senza badare a quelle che altri vi abbia

contrapposto. S’ode verbigrazia dire ogni giorno che Shakespeare è

un genio rude ed indisciplinato, che, senza regole, senza intenzione

premeditata, scorre qui e là, e s’incontra talvolta in qualche bellezza

straordinaria. Questa opinione tanto ripetuta è espressamente e

lungamente confutata dal sig. Schlegel (_Cours de Litt. dram._). Questa

confutazione pare a me tale da distruggere affatto questa opinione; ma ad

ogni modo è certo che non conviene più ad uomo che nelle lettere cerchi

il vero di quelle, il ridire questa tale opinione, senza mostrare come

ella sia vera a malgrado di quello che ne ha detto il sig. Schlegel. Se

alcuno trova argomenti più in là dei suoi, sarà da rendergli grazie; ma

non curarli, è un troppo esser certo della opinione propria e volgare:

giacchè senza dubbio questi meritano d’essere, se non ricevuti, almeno

confutati......

V.

[Pel _Conte di Carmagnola_].

Lessing (_Dramaturgie_, t. 2º, pag. 54, a proposito del _Riccardo III_,

tragedia del Weiss)[1085] vuole provare, contro il Corneille, che in ogni

caso è vera la massima di Aristotele, che «le malheur, tout-à-fait exempt

de faute, d’un homme vertueux, n’est point un sujet pour la tragédie; car

cela est odieux». Rivedere accuratamente questo passo sì in Aristotele

che in Lessing, e averlo presente nella composizione del carattere e dei

patimenti della moglie del Conte.

Esaminare più ponderatamente quel passo del Lessing [pag. 57]: «La pensée

qu’il puisse y avoir des hommes malheureux sans la moindre faute de leur

part, est en elle-même affreuse. Les Payens avoient cherché à éloigner

d’eux cette noire idée autant que possible; et nous voudrions la

nourrir, et nous amuser à des spectacles qui la confirment? Nous, à qui

la Religion et la raison doivent avoir persuadé qu’elle est aussi fausse

que blasphématoire?».—Questo motivo della Religione cristiana, che il

Lessing cita per confermare il suo sistema, mi pare anzi che gli faccia

contro. Il Cristianesimo,

Venendo in terra a illuminar le carte,

ha talmente cambiate le idee e i sentimenti intorno al bene e al male,

all’utile e al dannoso, che mi pare che convenga andar sempre cauti

assai nell’applicazione dei principj morali degli scrittori Gentili.

Questa vita mortale, che il Gentilesimo rappresentava come avente il

principio e il fine in sè stessa, il Cristianesimo ce la fa considerare

come vita di preparazione. Quindi gli avvenimenti si riguardano non

solo pel diletto o pel dolore che arrecano con sè, ma ancora, anzi

principalmente, pei rapporti loro colla vita futura, nella quale sola noi

possiamo concepire il compimento d’ogni nostro destino. Quindi quegli

accidenti pei quali agli Ateniesi un uomo pareva _un homme malheureux_,

non bastano perchè appaja a noi tale nel più esteso senso: perchè noi

sappiamo considerare i dolori presenti come espiazione dei falli, da cui

nemmeno i più puri vanno esenti, stromento di perfezionamento in chi

soffre, come preparazione a beni futuri, e quindi come veri beneficj

della Provvidenza. Questi mali poi, oltre che non sono assoluti perchè

compiscono il destino di chi gli sopporta, sono anche temperati assai da

due virtù, che sono de’ più bei doni che Dio abbia fatto agli uomini: la

speranza, e la rassegnazione che da essa viene.

[1085] Ho tra mani l’edizione di cui si serviva il Manzoni: _Dramaturgie

ou observations critiques sur plusieurs pièces de théâtre tant anciennes

que modernes; ouvrage intéressant, traduit de l’allemand de feu M.

LESSING par un François, revu corrigé et publié par M. JUNKER, premier

professeur de droit public à l’Ecole royale militaire et censeur royal_.

_A Paris_, 1785; in due parti.—SCH.

VI.[1086]

«Entrambi hanno fatto il loro dovere». Questo si è detto molte volte, e

si dice tuttavia in molti casi, nei quali si suppongono a due persone

doveri contrarj su uno stesso oggetto. Supposizione assurda. Si osservino

tutti questi casi, e si vedrà che i due doveri supposti sono fondati su

opinioni speciali e temporanee, su istituzioni ecc., e che si dimentica

sempre il fine che si deve cercare nella determinazione da prendersi

dalle due persone. Ora, il fine giusto non può essere che uno. Esempio:

la scena, per tanti rapporti bellissima, del _Tiberio_ di Chénier, nella

quale Cneo implora Agrippina perchè desista dall’accusare Pisone padre di

Cneo. Agrippina risponde che il dovere suo è di accusarlo e di perderlo,

e il dovere di Cneo di far tutto per salvarlo. Questo sentimento è

falso, perchè due tendenze opposte non ponno essere egualmente buone e

giuste. Ora, donde viene il falso in questo caso? Dall’essersi il poeta

applicato puramente ai rapporti personali delle due parti, alla sorte di

Pisone e alla vendetta di Germanico, e dall’aver dimenticato la verità e

la giustizia, e il fine per cui sono istituite le accuse, le difese, i

tribunali e i giudici: il qual fine è tutt’altro che di dare occasione

ai parenti d’un morto di vendicarlo, e di mostrarsi sensibili alla sua

perdita, e di dare occasione ad un figlio di salvare suo padre.

Dalla stessa assurda confusione nasce il sentimento, posto sovente in

bocca ai personaggi tragici virtuosi: cioè il desiderio di non riuscire

in un’impresa alla quale dirigono i loro sforzi.—Contradittorio e falso:

sinonimi.

[1086] Questo frammento si trova scritto nella prima pagina d’un mezzo

foglio, nella cui seconda è trascritto il seguente passo di Montesquieu,

quantunque fra i due non vi sia relazione: «La lecture des ouvrages

distingués, écrits dans des époques plus ou moins éloignées de la

nôtre, doit souvent faire réfléchir bien tristement sur les bornes et

l’incertitude des connaissances humaines. On voit dans un livre le cachet

d’un esprit supérieur, on y trouve des idées tres-avancées pour le temps

dans lequel elles furent découvertes, et on n’en reconnaît pas moins

que ces idées sont legères, superficielles, fausses. On dit: c’était

admirable pour le temps. Quoi! il est donc des erreurs inévitables,

et qu’il faut traverser pour arriver à la vérité? Et que deviendra

un jour cette masse de lumières que nous croyons être le domaine de

l’époque actuelle, et dont nous nous glorifions? Peut-être un sujet de

pitié pour les générations futures. On pourrait peut-être tirer de ces

réflexions un résultat utile, en observant quel est le caractère de ces

idées excellentes pour un temps, et qu’on est forcé de rejeter dans un

autre: on y trouverait, je crois, quelque chose de local, de spécial;

on verrait dans l’esprit de ceux qui les ont mises en avant un défaut

de logique et de courage dans l’application rigoureuse et suivie des

grands principes qu’ils avaient eux-mêmes reconnus; on y verrait un

sacrifice à des opinions dominantes, à des institutions puissantes; une

frayeur de paradoxes, frayeur déraisonnable, et qui ne produit rien de

bon, et n’empêche rien, puisque ces conséquences qui paraissent hardies

seront tirées un jour infailliblement si elles découlent logiquement des

principes». V. _L’Esprit des Lois, et son commentaire moderne_. [Nota del

BONGHI].

VII.

L’inquietudine, connaturale all’uomo finch’egli rimane su questa terra

dove non può giungere al suo ultimo fine, fa sì ch’egli sia sempre

scontento del proprio stato, e supponga che maggior riposo si trovi

nelle altre condizioni[1087]. Quindi quella opinione, comune agli

uomini che vivono nell’agitazione degli affari e nelle pompe mondane,

che nelle condizioni che si chiamano inferiori si trovi maggior

contentezza d’animo. Il fatto è però che anche in esse domina la medesima

inquietudine. Mi sembra dunque che i poeti rappresentino al vero la

natura, quando dipingono i potenti mossi da una certa invidia degli

uomini privati e oscuri, in quelle circostanze però in cui sentono più

vivamente il dolore e il vuoto dello splendore mondano. Ma quando il

Tasso rappresenta il famoso pastore che accoglie Erminia, pago della sua

sorte, cade, mi sembra, in un errore volgare, immaginando l’animo del

pastore non quale doveva essere, ma quale doveva sembrare ad Erminia.

Ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale, è dissimile dal vero.

Essa tende a confermarci nel costume che abbiamo, pur troppo, di dedurre

una falsa conseguenza da un fatto pur troppo reale; cioè dal non esser

noi sodisfatti che altri, in circostanze diverse dalle nostre, possano

esserlo.—Vedi, per confronto, la famosa scena di Agamennone col vecchio

nella _Ifigenia in Aulide_ di Euripide.—AG: _Beatum te judico, o senex:

Beatum judico virorum quicumque non periculosam Vitam transegit ignotus,

inglorius: Eos vero qui in honore versantur, minus beatos judico_.—SENEX:

_Atqui decus est ibi vitae_».

Poetica è quindi assai la rappresentazione delle rimembranze meste

del passato che ci sembra essere stato più felice per noi, e delle

speranze dell’avvenire; ma deve il poeta far sentire la vanità di questi

sentimenti. A chi dicesse che la poesia è fondata sull’immaginazione e

sul sentimento, e che la riflessione la raffredda, si può rispondere che

più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell’uomo, più si trova

poesia vera. Non è però che non si possa godere una certa tranquillità in

questo mondo, ma essa viene da principj soprannaturali, ed è falso che

sia tolta dalla natura stessa delle cose e dei desiderj nostri.

* * * * *

Se gli uomini seguissero i precetti del Vangelo, godrebbero fra loro

tutta quella pace che si può avere a questo mondo. Le gare vengono dal

volere ognuno possedere quelle cose che il mondo chiama beni: il Vangelo

insegna a sprezzarli. Ognuno se ne ritirerebbe, e aspirerebbe a quei beni

per cui non ci può esser gara litigiosa, essendo essi infiniti, e potendo

ognuno acquistarli, non solo senza privarne gli altri, ma cooperando a

farli acquistare agli altri. Mirabile sapienza del Vangelo! e mirabile

corruttela dell’uomo!

[1087] Cfr. nei _Promessi Sposi_, cap. ultimo, la similitudine del letto.

[B.].

VIII.

Non fu sì santo, nè benigno Augusto,

Come la tuba di Virgilio suona:

L’avere avuto in poesia buon gusto,

La proscrizione iniqua gli perdona.

_Orlando Furioso._ Canto 35, st. 26.

Dio liberi! La poesia è uno dei più nobili ornamenti della natura

umana. Coltivata da tutti i popoli e in tutti i tempi, ella è la viva

espressione dei più alti, dei più intimi sensi che possano capire

nell’animo dell’uomo. Essa serve mirabilmente a rappresentare come

esistente quel bello morale, che è così vero nei nostri desiderj e

nelle nostre idee, ma che non ci è dato vedere in questa vita così

interamente come noi lo immaginiamo; e a questo modo consola e migliora

gli uomini. Ma se ella dovesse stortare i nostri giudizj, pervertire i

nostri sentimenti sul bene e sul male, sarebbe una peste, un vitupero, un

flagello. «La proscrizione iniqua gli perdona»! Mai no, messer Ludovico.

Virgilio all’incontro non ha potuto far perdonare a sè medesimo la sua

indegna adulazione. Per quanto gli uomini amino i bei versi, amano

ancor più la sicurezza e la vita, e le eterne idee della giustizia; e

le orribili carneficine non si dimenticano per le lodi d’un poeta. Se

l’indegnazione contro l’ingrato, vile, e crudele pupillo di Cicerone,

non si è manifestata sempre così vivamente nella memoria dei secoli

come si conveniva, è da attribuirsi non già al giudizio di Virgilio, ma

sibbene alla potenza de’ suoi successori, come avverte il Machiavelli. Ma

tanto è vero che le lodi dei poeti non bastano a corrompere il giudizio

dei posteri sulle azioni dei potenti, come vorrebbe qui far credere

l’Ariosto, ch’egli medesimo mostra di non dar nessun peso a quelle lodi,

dicendo che

Non fu sì santo, nè benigno Augusto,

Come la tuba di Virgilio suona;

e facendo così vedere ch’egli s’informa dei fatti non dai poeti, ma dagli

storici, e che vuole anche in questi distinguere il vero dal falso.

Due ottave più sù aveva egli detto che i Signori

del sepolcro uscirian vivi,

Ancor che avesser tutti i rei costumi,

Purchè sapesson farsi amica Cirra.

Bell’ufficio della poesia! Egli è come un dire agli uomini che non hanno

la sorte di nascer poeti: Fratelli, anzi non fratelli; questi Signori

vi hanno fatto del male assai: essi hanno calpestata la giustizia e

l’umanità, e voi avete dovuto sopportarli e sentirne dir bene: veramente

parrebbe almeno che la morte dovesse venire a fare le parti più giuste,

e che l’abbominazione dei posteri fosse almeno il castigo di costoro;

ma dovete sapere ch’essi hanno fatto del bene a noi poeti, cioè ci

hanno accarezzati e pasciuti, e noi, che siamo più poeti che uomini,

vogliamo che, per ricompensa, alle azioni triste di costoro si dia il

premio dovuto alle buone, la gloria e la benedizione dei posteri. Noi,

abbandonando la confederazione che unisce gli uomini di cuor retto al

sostegno delle massime virtuose, quella confederazione nella quale gli

uomini di alto intelletto dovrebbero essere i primi, ci studiamo di dar

forza al vizio.—Ah! messer Ludovico, quando scrivevate quelle ottave

non vi avete pensato bene, o avete parlato per baja: il che sta male in

argomento così serio!

Della Unità di Tempo.

Benchè la regola della così detta Unità di Tempo sia stata combattuta

presso altre nazioni, io credo ch’ella sia tenuta in Italia per legge in

fatto e in dottrina, almeno per la Tragedia, giacchè tutte le tragedie

lodate sono ordinate secondo essa, e non conosco scrittore che di

proposito vi abbia contradetto. Io non so se l’opinione siasi (come

accade sovente) internata in questa questione più che gli scritti, ma in

iscritto io la credo questione nuova. Ma siccome appunto gli stranieri,

come dissi sopra ed ognuno sa, la vanno da qualche tempo ventilando, non

è possibile trattarla senza ridire cose già dette da essi. Non sapendo

io medesimo sceverare, astrarre, e dispiccare, per così dire, le idee

mie proprie su questo soggetto da quelle che possono essere ricavate o

suggerite da opere anteriori, e non volendo essere nè parere plagiario,

cito a piè di pagina quelle di queste opere che io ho lette[1088].

In esse si vuol provare che questa regola è arbitraria e nocevole

all’arte; e per quello che a me sembra, ciò vi è provato più che a

sufficienza. Ma egli è certamente un danno pel progresso delle idee

intorno alla drammatica, che gli argomenti posti in mezzo da questi

scrittori non sieno nè generalmente ricevuti, nè confutati. Essi hanno

discusse le ragioni di coloro che tengono l’opinione contraria, hanno

addotte le ragioni per cui quelle sembrano loro insussistenti; e queste

ragioni essi (singolarmente i tre più moderni) le hanno ricavate da

principj certo più alti e più riposti che quelli a cui gli avversarj

loro fossero giunti mai. Eppure si ode sovente ripetere la regola, ed i

principj su cui essa è fondata, come se le opposizioni non meritassero

il pregio di farne parola. Ciò si vede sovente nelle dispute letterarie.

Eppure esse meritano d’essere, se non ricevute, almeno confutate. Questi

scrittori avranno in qualche parte errato trattando questa questione;

ma se non hanno trovato sempre la verità, sono iti a cercarla, per vie

nuove, profonde e difficili, in quella lontana e vasta regione ov’ella

si trova; essi portano novelle di quel paese, e all’aria loro, ai loro

discorsi, fanno sentire di esservi stati.

La regola dell’Unità di Tempo è stata difesa prima colla autorità e

poscia coi principj. A questi tempi, quando uno cita Aristotele in

questa questione, io credo che lo nomini non come giudice, ma, dirò

così, come testimonio: voglio dire che non lo fa per confermare la

regola coll’autorità dell’opinione di quel filosofo, ma perchè il nome

suo è stato tante volte unito a questa, che va con essa per abitudine.

Egli è riconosciuto ormai che l’autorità degli uomini non vale che

a confermar quelle cose, che quegli uomini soli potevano sapere per

mezzi che non sieno concessi agli altri. Così, per esempio, l’autorità

storica, la quale, benchè fallibile, pure si segue, quando non ripugni

alla ragione; e in questo si largheggia assai per l’innato amore alla

certezza. Il fondamento di quest’autorità non è altro che il non poter

noi con altri mezzi renderci sicuri dei fatti accaduti prima di noi, che

per l’attestato di quelli che ne furono testimonj. Un altro genere di

autorità, il quale non è più tanto in vigore, si è quello appunto per

cui tante opinioni di Aristotele, o credute di Aristotele, furono tenute

giudizj irrefragabili; ed è fondato su questo argomento: quell’uomo vide

tanto addentro nelle cose, che è difficilissimo, quasi impossibile,

che egli si sia ingannato. Ma siccome Aristotele non è testimonio di

fatti veduti da lui solo, ma della verità di idee le quali rimangono in

perpetuo esposte alla contemplazione degli uomini, così doveva venire,

e venne assai prima d’ora, il momento in cui fossero ascoltati coloro

che dissero: Esaminiamo le idee e le ragioni di Aristotele col giudizio

nostro. E a quelli che dissero che l’autorità di Aristotele era superiore

a questo, risposero perentoriamente che quest’autorità stessa era fondata

sul solo giudizio nostro; poichè l’idea di questa autorità deriva

dall’esame e dal paragone delle cose trattate da Aristotele colle idee di

Aristotele intorno ad esse, e dal giudizio della conformità tra quelle

cose e queste idee. Questo giudizio adunque, dissero essi, è potente a

scoprire alcune verità nella natura delle cose, poichè vi ha scoperto la

uniformità con le idee di Aristotele: serviamocene adunque per cercare

di scoprire la natura delle cose. D’allora in poi, se uno propone di

provare che Aristotele, per esempio, ha detto uno sproposito, il lettore

sta attento bene agli argomenti, e li vuole di peso, prima di arrendersi

a credere che un tale la indovini meglio di Aristotele; quando prima non

si ammetteva alcuno a provare che Aristotele avesse detto uno sproposito.

Io vo ricantando cose vecchie, ma forse non del tutto inutili, poichè

questo modo di valersi dell’autorità, benchè non sostenuto da alcuno

in principio, è usitatissimo in pratica; e quando in una discussione

letteraria, o altra che sia, uno può citare l’opinione conforme alla sua

d’un uomo riputato, se ne serve ordinariamente più che la ragione nol

comporti, e fa di tutto per poter chiudere la disputa con questa come

ultima ragione.

E anche in questo caso, gli scrittori che non vogliono ammettere

l’Unità del Tempo, non solo enumerarono le ragioni contro di essa, ma

dovettero combattere l’autorità di Aristotele con argomenti estrinseci

alla questione particolare; facendo vedere in sostanza che Aristotele,

colla sola esperienza del teatro greco, non poteva comprendere tutti i

possibili modi di verosimiglianza teatrale: ed enumerando molti altri

motivi, per cui un uomo non poteva fare questa legge all’arte.

Ma uno di questi, il signor Schlegel, non solo nega il diritto di far la

legge, ma nega l’esistenza della legge stessa. Il codice c’è, e ognuno

puo accertarsi del fatto. Il signor Schlegel cita il solo passo della

_Poetica_, dove si tratta di questa Unità di Tempo; ed io lo trascrivo

qui dalla traduzione del Castelvetro: «Ora l’Epopea accompagnò la

Tragedia in fino a questo termine solo, che con parole è rassomiglianza

de’ nobili. Ma[1089] sono differenti in questo, che quella ha il verso

misurato semplice, ed è raccontativa e fornita di lunghezza, e questa si

sforza, quanto può il più, di stare sotto un giro del sole, o di mutarne

poco; ma l’Epopea è smoderata per tempo, e in ciò è differente dalla

Tragedia. Egli è vero che da prima similmente facevano questo stesso

nelle Tragedie e ne’ versi Epici». (_Parte principale seconda, particella

settima_).

«Il faut remarquer d’abord», aggiunge il signor Schlegel [_lez. X_],

«qu’Aristote ne donne ici aucun précepte, mais qu’il assigne à deux

genres un caractère distinctif, tiré historiquement des exemples qu’il

a sous les yeux». E ciò che dimostra che qui non è precetto, si è che

Aristotele non ne dà ragione alcuna; e quelle che si sono addotte per

provare che questo è un precetto, sono state cavate fuori da quelli

che, ritenendo esser questo un precetto perchè lo videro esser conforme

alla pratica più usuale dei Greci, credettero essere necessario di

ragionarlo. Nè questo è il solo caso che questioni lunghissime, passate

d’una in altra generazione, e agitate ancora, si sieno fatte sopra un

libro, che appunto non sia letto da una millesima parte di coloro che

pigliano parte nella questione. Forse che gli uomini amano di tenere

oscuri gli argomenti disputati, per timore di venire ad accordo?[1090]

* * * * *

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 38 / 45 段