dire immorali le opere teatrali francesi, così errarono nel credere che
il teatro sia essenzialmente immorale. —Questo loro errore viene in parte
dal non aver conosciuto il teatro inglese, e in parte forse dal non
immaginare che potessero le cose teatrali essere trattate in altro modo
da quello seguito dai Francesi; nei quali trovavano l’arte portata al più
alto grado in ogni parte, fuorchè nella morale.
Toccare questo punto: che la perfezione morale è la perfezione dell’arte,
e che perciò Shakespeare sovrasta agli altri, perchè è più morale.—Più
si va in fondo del cuore, più si trovano i principj eterni della virtù,
i quali l’uomo dimentica nelle circostanze comuni e nelle passioni più
attive che profonde, e nelle quali hanno gran parte i sensi. I Francesi
dipingono gli uomini occupati ad ottenere uno scopo manifesto, e quindi
eccitano minor simpatia. Questa nasce più forte per i patimenti che per
i desiderj e per i conati verso un intento, sia d’amore, sia d’ambizione
o d’altro. Noi non ci immedesimiamo colla rappresentazione dell’uomo
mosso da queste passioni, come con quella dei dolori e dei terrori. Il
desiderio eccita minor simpatia, perchè per desiderare bisogna trovarsi
nelle circostanze particolari, e per esser commosso e atterrito basta
esser uomo. La rappresentazione dei dolori profondi e dei terrori
indeterminati è sostanzialmente morale, perchè lascia impressioni che
ci avvicinano alla virtù. Quando l’uomo esce coll’immaginazione dal
campo battuto delle cose note e degli accidenti coi quali è avvezzo
a combattere, e si trova nella regione infinita dei possibili mali,
egli sente la sua debolezza, le idee ilari di vigore e di difesa lo
abbandonano, e pensa che, in quello stato, la sola virtù e la retta
coscienza, e l’aiuto di Dio, ponno dar qualche soccorso alla mente.
Ognuno consulti sè stesso dopo la lettura di una tragedia di Shakespeare,
se non senta un consimile effetto nel suo animo.
* * * * *
Cangiamento che deve produrre in ogni giudizio delle nostre azioni, e in
ogni nostro sentimento, questa massima, resa volgare dal Vangelo: _Che
ogni avvenimento di questa vita mortale è mezzo e non fine_.
La morale dei Cori greci consisteva nei sentimenti che dovevano
conseguire dal dogma della fatalità. L’idea divulgata dalla Religione
Cristiana deve predominare in ogni componimento.
Quegli i quali accusano la Religione di essere inutile all’uomo, perchè
tutto dispone ad un’altra vita, fanno a parer mio due errori. Il primo
è una petizione di principio: perchè come la Religione propone il
conseguimento della felicità (vero fine dell’uomo, senza quistioni) nella
vita futura, bisogna provare che questa promessa sia falsa e che non
vi sia un’altra vita più importante, prima di accusare la Religione di
trascurare le cose importanti di questa, perchè essa ottiene il suo fine
quando conduca l’uomo alla felicità maggiore. Il secondo errore sta nel
non riflettere che la Religione, per farci ottenere questa seconda vita,
propone appunto i mezzi che possono rendere la presente meno infelice
all’universale[1080].
* * * * *
Alcune belle opere moderne sulla poesia sono cagione che più non si
ripeta così frequentemente quel falso principio: che i precetti non
influiscono sul miglioramento di quest’arte. Sì, i precetti materiali
che non riguardano che l’ordine esteriore e la forma; ma i precetti
morali, che insegnano quali sentimenti si debbano eccitare dalla poesia e
che gli eccitano insegnandoli, producono un effetto grandissimo. Quando
uno scrittore, cogli esempj dei grandi poeti e colle considerazioni
generali sull’animo umano, mostra quello che la poesia può fare, illumina
ed accende gli spiriti nati alla poesia, e li toglie dal volgare affatto:
ai mediocri che vogliono pur battere la strada della imitazione, toglie
ogni fama, e lo fa vedere quale egli è, e così scoraggia chi li vorrebbe
seguire.
* * * * *
I teatri sono utili, secondo l’opinione di alcuni politici, per
procurare un divertimento all’universale, e distorlo dal pensiero de’
suoi mali e da altre occupazioni pericolose.
Ad ogni modo, quegli che credono di provare che i teatri, come sono, sono
utili come preservativi di mali maggiori, hanno torto di dedurre da ciò,
che facciano male quegli che per principj religiosi conducono un picciol
numero a starne lontani. Poiché i principj religiosi che persuadono
questi ad una tale astinenza, fanno che essi non abbisognino di questo
rimedio; chè se potessero persuadere tutti, toglierebbero in un tempo a
tutti questo bisogno. Appena possono dire che sarebbero imprudenti, se
suggerissero di togliere i teatri senza sostituire l’influenza universale
dei principj religiosi, ed un’altra serie d’interessi e di occupazioni.
Perchè si possano togliere i teatri, bisogna fare in modo che quelli che
li frequentano perdano la voglia di frequentarli. Sulla possibilità e
sul modo di far questo, io non istarò a discorrere, che è troppo vasta
materia.
Al tempo che i medici vestivano toga e parlavano latino, trovandosi
uno d’essi in una brigata, se gli fece presso un solenne mangiatore, e
gli chiese che dovesse fare per certe indigestioni che di frequente lo
molestavano.—Ad ogni indigestione, pigliatevi un buon purgante, rispose
il medico. —Ma, replicò il ghiottone, io ho inteso dire che i purganti
sciupano lo stomaco.—Pur troppo è vero, disse il medico; ma questo è
un male inevitabile. Volete voi lasciare ammassare nel vostro corpo
tanti mali umori, che vi portino ad una febbre gastrica, e questa al
sepolcro?—Un uomo che era presente al consulto, e che non era dell’arte,
si fece ardito di proferire con molta modestia questa sua opinione:—Se
questo signore vivesse sobriamente, non potrebb’egli schivare le
indigestioni e i purganti?—Il medico gli si volse con un grave sorriso,
e disse: Io do consigli pratici, e non faccio progetti romanzeschi.—Un
altro presente, sorridendo al bel tratto del medico, aggiunse questa
profonda sentenza: Alcune cose sono bellissime in teoria, che non valgono
nulla in pratica.—Al che fu applaudito dagli astanti: un dei quali
proruppe in quest’altra non meno profonda sentenza: Bisogna considerare
gli uomini quali sono e non quali dovrebbero essere.—Queste sentenze sono
ora divenute comuni, e sono gran parte della sapienza del secolo.
* * * * *
Rivolgendo l’occhio al corso delle scienze morali dal loro principio
fino ai dì nostri, è doloroso il vedere come tutti quelli che in queste
primeggiarono, furono o perseguitati o beffeggiati e straziati almeno;
e tanto più, quanto più grande si manifestava negli scritti loro il
desiderio del progresso durevole degli uomini, e il sentimento affettuoso
della carità universale. Un uomo eccellente nelle scienze fisiche e
nelle arti liberali è stretto spesse volte dalla invidia e dalle ire dei
malevoli; ma questi ch’io dico si trovano in guerra col genere umano.
Volevo dire col genere letterato.
Si vede come i contemporanei hanno potuto perdonare ad un astronomo,
ad un naturalista, ad un matematico (non sempre però), di averli
spinti assai in là in queste dottrine; ma appena, in fatto di scienze
morali, scorgono gli uomini uno che li precorra di un gran tratto, e
che gl’inviti a seguirlo, si danno a toglier pietre da ogni parte e a
lapidarlo. Quando poi quella generazione è morta in cammino, i posteri
vanno oltre, trovano quelle pietre, le raccolgono divotamente, ne fanno
un monumento al povero defunto, e cantano un inno di lode a questi,
e d’imprecazioni ai loro antecessori, non omettendo però di gettar
pietre a chiunque di loro ardisca d’imitarlo e di precederli. Omettendo
le persecuzioni dei potenti, non fu scrittor morale di prim’ordine
che non abbia avuto a dolersi de’ suoi pari; i quali, invece di esser
riconoscenti a chi li amava e li bramava migliori, invece di consolarlo,
cogli amorevoli applausi, del dolore più intenso che lo spettacolo dei
mali cagiona a tali animi, invece _di ajutarlo a portare la croce del
genio_, lo satollarono di odj e di scherni e di sospetti, peggio che non
avrebbero fatto ad un nemico. Ben è vero che il più di questi scrittori
ricordano talvolta, con una cert’aria d’indifferenza e di tranquillo
disprezzo, tutte queste contradizioni; ma io non son di parere che
si debba loro affatto credere in questo: chè essi mostrarono questi
sentimenti o per ingannare i loro disgusti, o per non rallegrare i nemici
del vero e del bello, ai quali par troppo gran trionfo il contristare
un uomo tanto a loro superiore. Io stimo che ognuno di questi abbia
provato una continua amaritudine dal contegno dei suoi contemporanei:
perchè è una dote dolorosa dei sommi ingegni, il desiderio irrequieto
e ardente che gli uomini ricevano la verità che essi mettono in luce:
perchè negli animi elevati regna un senso di benevolenza, che si affligge
dell’inimicizia; perchè a questi animi ogni giudizio della mente d’un
uomo pare di una tale importanza e dignità, che non si possono ridurre a
non farne conto per quanto traviati essi sieno, e quando son tali che è
loro forza disprezzarli, questo disprezzo riesce loro penosissimo; perchè
infine nessuno è tanto forte e sicuro in sè medesimo, che possa far senza
gli applausi e l’incoraggiamento de’ suoi simili.
* * * * *
L’emulazione letteraria fra le nazioni, che anima gli scrittori dell’una
a vituperare gli scrittori delle altre, è picciola, illiberale e dannosa.
Quando avrete creduto provare che la nazione tale non ha poesia, non
ha versi, non ha una bella lingua (lasciando da parte che l’assunto
è assurdo), non darete già più pregio alla vostra poesia, ai vostri
versi, alla vostra lingua; farete credere anzi che voi siete tanto
poco sicuri della vostra gloria patria, che non potete farla comparir
grande che comprimendo le altre. Gli uomini animati dal vero amore
del bello, considerano ogni progresso nelle arti letterarie e in ogni
cosa appartenente all’uomo, come un guadagno comune; e se in un’altra
contrada, in un’altra lingua, sorge, per esempio, un gran poeta, si
rallegrano che il genere umano ha un gran poeta di più. Poichè uno non
può esser grande in queste facoltà, che dicendo cose utili a tutti gli
uomini.
* * * * *
Allora le belle lettere saranno trattate a proposito, quando le si
riguarderanno come un ramo delle scienze morali. Le lettere ebbero per
anni, anzi per secoli, un singolare destino in Italia: d’essere cioè
pregiate e magnificate oltremodo da quelli che le coltivavano, e tenute
in vilissimo conto da quelli che attendevano a studj diversi. Il che
procedeva dall’essere le lettere male esercitate dagli uni, e male intese
dagli uni e dagli altri. Scorrendo le poesie di più di due secoli, vi
si vede predominare una stima preponderante per la poesia stessa e pei
poeti quali essi sieno, non mancando il poeta quasi mai di parlare di
sè come di un uomo sovrumano. Il parlare coi fati, l’alzare monumenti
indistruttibili, il dar da fare al tempo edace, il farsi beffe della
morte, sono le solite canzoni che vi si trovano per entro. Nello stesso
tempo si parla con disprezzo quasi d’ogni altra cosa, salvo sempre i
potenti vivi. Egli è strano udire un uomo, in un componimento fatto per
cantare, verbi grazia, le nozze del signor tale colla signora tale, o
altro fatto di simile importanza, l’udirlo, dico, parlare con disprezzo
di coloro che per sete d’oro tentano l’elemento infido, e tali altre
bazzecole; le quali non voglion dire altro se non che il commercio è
una corbelleria, anzi una peste, e l’uomo che vuole ben meritare dei
contemporanei e dei posteri, deve starsene a scander versi per le nozze
del signor tale colla signora tale. Così, nei libri di scienze, scritti
da un di quegli uomini che vedono una cosa sola e non sanno distinguere
nemmeno le più vicine a quella, è parlato della poesia come di una baja
da fanciulli. E non è raro di trovare l’epiteto _poetico_ per qualificare
una immaginazione falsa, non fondata, o stravagante. Il che non vuol dire
altro se non che questi scrittori non sanno che sia, che sia stata, e che
possa essere, la poesia[1081].
* * * * *
Le scienze morali tendon, come tutte le altre scienze, a riunire in corpo
una serie di verità naturalmente collegate, e ad escludere le false
opinioni che si contrappongono ad esse. E perciò progrediscono assai più
lentamente delle altre scienze, perchè non basta a far ricevere le verità
che vi si propongono che si persuada l’intelletto, ma è d’uopo vincere le
passioni che odiano queste verità, e le abitudini che non vogliono essere
sconciate da esse. E non è raro vedere uno, che proponga una di queste
tali verità, non trovare chi gli possa opporre una buona ragione, e dover
essere contento di avere in risposta un sorriso o il titolo di sognatore.
Gli scrittori in fatto di queste scienze si dividono in due classi assai
distinte. L’una, e la più scarsa, è di coloro che cercano in esse la
verità, e raggiunta che l’hanno, essa o la sua immagine, la espongono
quale essa appare all’intelletto loro, non badando allo stupore, alle
contradizioni, che è per far levare; e che, nè per questo nè per altri
riguardi, non si compongono in nulla con quello che essi stimano errore.
L’altra è di quelli che scelgono, tra le verità non divulgate, quelle che
nel corso dell’intelletto umano sono più vicine alle ultime ricevute, e
che quindi troveranno manco ostacoli; quelle che ne troveranno nel minor
numero o nel manco autorevole; e le mischiano pure con qualche opinione
che essi tengono falsa, ma che, essendo assioma presso i moltissimi, può
dar di loro opinione che sieno uomini savj: e queste opinioni ch’essi
tengono false, sono quelle che metton fuori con maggiore asseveranza.
Questi fanno più pronti effetti, ed ottengono una gloria più precoce;
quella degli altri è più tarda, ma d’assai maggiore......
[1078] _Il Conte di Carmagnola_, nella cui Prefazione le idee che seguono
sono assai brevemente accennate. [BONGHI].
[1079] S’intende _nel racconto_. Le parole _fuorchè.... rappresentati_
sono state aggiunte tra le linee dal Manzoni, dopo scritte quelle che
precedono e quelle che seguono. [BONGHI].
[1080] Le parole _Quegli.... universale_ sono state scritte dal Manzoni
in un diverso momento dalle precedenti: _Cangiamento.... componimento_,
come appare dal carattere. [BONGHI].
[1081] Qui il Bonghi rimandava all’uscita di Renzo, già brillo, nel cap.
XIV dei _Promessi Sposi_: «To’, è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’
poeti: già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta
ne dico delle curiose....»; e all’umoristico commento che vi ricama sù
il romanziere: «Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna
sapere che presso il volgo di Milano, e del contado ancora più poeta
non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un
abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro
e un po’ balzano, che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e
del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è
ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal
loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare
poeta con cervello balzano?».—Sennonchè i due luoghi hanno un’ispirazione
diversa, e quasi opposta; e meglio forse si potrebbe confrontare questo
col passo della _Colonna Infame_, dove si biasima il _Frammento_ del
Parini.—SCH.
III.
Se io fossi giunto a provare, com’era mio desiderio, che la regola delle
due unità è arbitraria e falsa, e che può quindi essere trascurata,
verrei ad avere in un tratto dimostrato ch’ella è nocevole all’arte e che
dev’essere trascurata. Poiché ogni legge che non risulti dalla natura
stessa dell’arte, che non sia richiesta dalla costituzione del soggetto,
altererà necessariamente l’organizzazione del soggetto medesimo. Ma non
sarà fuor di proposito il cercare, negli esempj dell’uno e dell’altro
genere di comporre, qualche prova di quest’assunto. Si osservi in che
diverso modo procedano due scrittori di opposto sistema.
L’uno, scoprendo in un racconto storico di varj avvenimenti un centro
principale d’interesse, sente che questi avvenimenti possono formare
soggetto di azione drammatica. L’effetto che essa può fare, lo argomenta
dall’effetto prodotto in lui dalla contemplazione di quei fatti. Esamina
il concetto che gliene è rimasto, e procura di copiarlo, per dir così;
e per ciò fare, egli sceglie appunto quelle parti principali che vede
averlo formato in lui. Egli imita lo storico nella scelta dei fatti, se
lo storico ha colto egli stesso il punto di unità; e al pari di questo,
egli tralascia gli eventi estranei all’azione benché uniti di luogo e
tempo, e raccoglie in un fascio i lontani, quando sieno congiunti al nodo
dell’azione. Perchè il poeta cederebbe il più bel pregio dell’arte sua,
se consentisse di porre in un’azione meno cause o meno effetti di uno
storico, quando queste non nuocano[1082], ma conducano invece all’unità.
Egli vede, per esempio, le cagioni per cui la guerra sostenuta da Bruto,
dopo la morte di Cesare, fu inutile al suo scopo. Vede in Plutarco come
questi due fatti, benchè disgiunti di tempo e di luogo, si avvicinano
all’intelletto che li contempla, e giudica che se nel racconto di
Plutarco egli ha sentito questa relazione, potrà farla sentire, e assai
più fortemente, in un’opera dove quegli che v’ebbero parte s’introducano
a parlare. Appunto come Plutarco ha scritto le Vite di uomini illustri,
raccontando di ciascuno di essi quelle cose che tendono a mostrare in lui
un carattere, uno scopo ecc., così il poeta drammatico potrà alle volte
rappresentare l’intera vita di un uomo, facendo la stessa scelta.
Legge Shakespeare la novella nona della giornata seconda del
_Decamerone_. Alquanti mercatanti italiani, trovandosi in Parigi, parlano
delle donne loro: Bernabò Lomellin da Genova esalta la castità della
sua, Ambrogiuolo da Piacenza se ne ride, e si vanta di potere, quando il
voglia, vincere la virtù di essa; propone una scommessa. Bernabò accetta
la disfida. Ambrogiuolo parte per Genova, tenta invano la virtuosa
donna; per non essere svergognato, trova modo di dare a Bernabò un segno
falso, che persuade a lui d’essere tradito. Egli, credulo e disperato,
ordina che si uccida la moglie. Essa è salvata dalla pietà del sicario,
fugge, e dopo varj accidenti si trova in luogo dove scopre al marito
l’innocenza sua, e confonde lo scellerato vantatore. Shakespeare, dico,
leggendo questa novella, sente ciò che di vero, di grande, di commovente,
di terribile, si può supporre che personaggi dotati di tale animo, e
posti in queste circostanze, ponno aver detto; lo sente, e col sovrumano
suo ingegno lo descrive in una tragedia.[1083] Ma egli si guarda bene
dall’alterare le parti essenziali di questo fatto, perchè da queste
appunto nasce la verisimiglianza e la forza della sua azione. Perchè
questa si spieghi, è necessario che si rappresenti la parte accaduta in
un luogo e quella accaduta in un altro. Egli ritiene adunque Parigi e
Genova (o Roma e Londra), come condizioni indispensabili al suo soggetto.
Se il lettore è stanco di questi esempj, salti alcuni fogli, perchè io
stimo di doverne, colla maggior brevità possibile, proporre un altro
pure di Shakespeare, cavato dalla storia d’Inghilterra; ed è quello su
cui è ordito il _Riccardo Secondo_. Questa tragedia[1084] riunisce gli
avvenimenti dei due ultimi anni della vita di quel re, e al pari di quasi
tutte le altre di quel sommo poeta, segue assai fedelmente la storia. Le
bellezze maravigliose che vi splendono per ogni parte, si devono certo
al genio maraviglioso di Shakespeare; ma io stimo si possa affermare che
il suo sistema drammatico era una condizione essenziale perchè queste
bellezze vi potessero stare. Perchè i discorsi fossero sì veri e sì
profondi, perchè i caratteri fossero sì scolpiti e sì interessanti, e
sì continuati, era necessario che i personaggi fossero posti in quelle
circostanze disegnate di tempo, e in quei luoghi diversi in cui la storia
ce li ha rappresentati.
Alcuni critici del secolo scorso riponevano il sommo pregio nel vincere
le difficoltà, e asserivano che il diletto del lettore nasce dalla
contemplazione della virtù del poeta in questa vittoria; ma egli è il
vero che, quando la difficoltà viene da una disproporzione tra i mezzi e
il fine, il pregio dell’arte sta nello schivarla, come hanno fatto tutti
i sommi scrittori.
La lettura del _Riccardo_ è la miglior prova ch’io possa dare di quello
che io ho affermato intorno a questa tragedia, onde ad essa con fiducia
rimetto il lettore; giacchè io non intendo di qui tutto analizzarlo, che
sarebbe lungo e difficile assunto. Mi sembra nulladimeno che, toccandone
appena i capi principali, si possa brevemente mettere in evidenza la mia
proposizione.
Enrico Bolingbroke, cugino del re Riccardo, accusa di traditore Tommaso
Mowbray, e s’impegna in presenza del re di provarlo tale in un duello,
secondo l’uso d’allora. Il re, tentato invano di rappattumarli, statuisce
il campo e il giorno. Giunto questo e mentre i due rivali stanno per
prendere le mosse, il re si frappone, proibisce il combattimento e li
esiglia entrambi, Mowbray in vita, e Bolingbroke per dieci anni. Il
pretesto si è l’amor della pace, il motivo è il desiderio di allontanare
Bolingbroke, di cui il re non si tiene sicuro. Bolingbroke parte,
Giovanni di Gaunt Duca di Lancastro, suo padre, inferma. Riccardo lo
visita, sprezza gli ultimi consigli del buon vecchio, di cui pochi
momenti dopo gli viene annunziata la morte. Il re, acciecato dal potere,
corrotto ed aggirato dai suoi favoriti, propone di appropriarsi i beni di
esso, dovuti al figlio Bolingbroke, e servirsene per la guerra d’Irlanda.
Il Duca di York, zio del re, tenta invano dissuaderlo. Bolingbroke
coglie il destro di ritornare in Inghilterra a valersi del suo partito,
e di presentarsi non come un ribelle o un ambizioso, ma per ripetere
un suo diritto. Un suo amico annunzia il suo imbarco ad alcuni altri.
Il re è partito per l’Irlanda. Si annunzia alla regina che Bolingbroke
è sbarcato in Inghilterra. Il vecchio York si dispone a combatterlo.
Bolingbroke compare nella contea di Gloucester. I suoi partigiani gli si
fanno incontro. Si abbocca con York; questi, veggendolo già forte, dopo
averlo assai rimbrottato, si contenta di dichiararsi neutrale.—Questo a
un dipresso è il disegno dell’atto primo, nel quale gli avvenimenti si
distendono appunto coll’ordine storico, voglio dire coll’ordine che la
mente nostra desidera scorgere in una serie di fatti. E già in quest’atto
si trovano discorsi e situazioni, che non si potevano certamente inserire
così proprj, se non si seguiva quest’ordine.
Nel secondo, appare Bolingbroke, il quale condanna due favoriti del
re Riccardo a morte. Nel suo parlare si vede a poco a poco spiegarsi
la sua ambizione, moderata dalla ipocrisia secondo le circostanze. Il
primo discorso è, come gli altri, mirabile per l’arte con cui egli
va crescendo le sue pretese a misura che gli cresce la forza; e il
passaggio dal suddito che si richiama di un torto, al potente che
comanda, è maestrevolmente disegnato. York segue pure quella via, e
il luogotenente di Riccardo si vede diventare suddito e fautore di
Bolingbroke, con quell’arte cortigianesca che sa unire la quiete e la
fortuna colla riputazione di uomo probo. Egli va per gradi così eguali e
insensibili, che al fine del dramma lo spettatore trova, senza stupirsi,
in quell’uomo, che udì con tanta indegnazione lo sbarco di Bolingbroke,
un buon servitore di questo divenuto re. Mutazioni che non avvengono, nè
si immaginano avvenute, in un giorno; e pittura finissima di caratteri,
che non si può trovare nei drammi tessuti colle ridette regole.