Del terzo Atto, nel manoscritto, «è ritentata due volte la prima scena:

nel primo getto sarebbe stata sino ad ho vinto, e di qui avrebbe

continuato alla seconda. Nel rimanente, l’atto manoscritto è conforme a

quello della stampa: ma alla forma in cui si legge, non giunge se non

dopo molte e ripetute correzioni fatte nello scriverlo».

Del quarto Atto, il manoscritto non giunge che al verso del soliloquio di

Marco, nella scena seconda: _Stretto m’avete! Un nobile consiglio_. Il

rimanente dell’Atto manca. «Sin dove il manoscritto resta, si conforma,

eccetto variazioni di minor conto, allo stampato. I personaggi della

scena prima sono diversi da quelli che v’hanno parte nella tragedia

stampata: _I tre Inquisitori di Stato seduti—Il presidente solo

parla—Marco in piedi_».

Anche l’Atto quinto non è dissimile dallo stampato.

Il Bonghi avverte: «Quattordici fogli sciolti hanno rifacimenti di

diverse parti del dramma; ed un foglio, non di mano del Manzoni, porta

una serie di emendamenti e suggerimenti alla scena 1ª dell’atto II come

si legge ora; sicchè è stata scritta tra la seconda minuta e la terza».

LETTRE A M. C*** SUR L’UNITÉ DE TEMPS ET DE LIEU DANS LA TRAGÉDIE.

AVVERTENZA

La _Lettera_ seguente non fu, la prima volta, pubblicata dal Manzoni;

bensì dal Fauriel, insieme con la traduzione francese delle due tragedie,

a Parigi, nei primi mesi del 1823.[1026] Fu ristampata varie volte, e da

varii, in Italia (p. es. in fondo al volume «_Tragedie ed altre poesie

di A. M. milanese, con l’aggiunta di alcune prose sue e di altri_,

ediz. 2ª fiorentina;[1027] Firenze, tip. all’insegna di Dante, 1827»; e

nell’altra: «_Opere di A. M. in versi e in prosa_; Firenze, Passigli,

1836»); e finalmente dal Manzoni medesimo tra le _Opere varie_, nel 1845.

Non vi fece alcun ritocco.

Fu scritta durante la lunga dimora, che fu anche l’ultima, fatta dal

poeta con la sua famiglia—i figliuoli sommavano già a cinque, e l’ultimo,

Enrico, era nato poco prima, nel giugno del 1819, e pendeva dal seno

materno—a Parigi. Eran partiti da Milano il 14 settembre del 1819, per

la via di Torino, col proposito di traversare la Svizzera; ma, dopo un

sol giorno di sosta a Torino, «trovando che sarebbe stata cosa troppo

grave il viaggiare con una famiglia tanto numerosa e con bambini tanto

piccoli», proseguirono per la più corta. Rimasero nella tanto sospirata,

e ricca per essi di tanti cari e diversi ricordi, metropoli francese,

otto mesi; e, scriveva a una sua cugina l’amabile signora Enrichetta,

«in questo intervallo di tempo abbiamo avuto il dolore di vedere la

salute di mio marito non vantaggiarsi in alcun modo». Da qualche anno, a

Milano, il Manzoni era afflitto da una grave malattia di nervi; e «noi»,

soggiungeva l’Enrichetta, «avevamo sperato che il mutamento d’aria e un

po’ di distrazione avrebbero contribuito alla sua guarigione». Invece,

a Parigi, le cose non eran punto migliorate: «egli ebbe in quella città

una malattia assai lunga, che ci tenne molto inquieti:... fu malato

per quaranta giorni;... e finalmente,... appena si trovò in condizione

d’intraprenderlo, ci rimettemmo in viaggio, per tornare in casa nostra».

Viaggiarono a piccole giornate, per non affaticare il convalescente;

e l’8 agosto 1820, «nel maggior caldo», giunsero a Brusuglio: «ma noi

sopportavamo con piacere ogni disagio, nel desiderio di poterci ritrovare

di nuovo tranquillamente in casa nostra»[1028].

La _Lettre à m. Chauvet_ rimase manoscritta nelle mani dell’amico

insigne, al quale la prima, e fin allora unica tragedia, era dedicata. Il

Manzoni, rimpatriato, gliene domanda conto, con quel garbo signorile ed

amabile che gli era abituale, in una lettera da Milano, 17 ottobre 1820:

«J’ai honte de vous parler encore de mon fameux coup de lance

contre M. Chauvet, mai je n’en fais ici mention que pour

vous dire que dans le cas très probable, que vous jugiez que

la publication si tardive de ce pauvre _factum_ ne fût plus

convenable, et que venant si long-tems après l’attaque elle

n’eût tout-à-fait l’air d’être le produit d’une mémoire d’auteur

et d’une rancune vraiment _italienne_, dans ce cas, dis-je, ne

croyez pas me faire la plus petite peine en la supprimant;

mais si vous persistez dans la résolution de la livrer à

l’empressement du public, il vaudrait peut-être mieux la publier

séparément, d’abord pour ne pas retarder encore ou pour ne pas

trop vous presser dans votre travail sur le romantique, et pour

beaucoup d’autres raisons dont je vous épargne l’ennuyeuse

énumération».[1029]

Nel poscritto poi d’un’altra lettera, pur da Milano, il 29 gennaio 1821,

ripigliava (pag. 323):

«J’oubliais de vous dire encore de ne plus parler de ce petit

avorton de lettre à M. Chauvet. Si une bonne occasion se

présentait, vous me feriez bien plaisir de m’envoyer, à votre

choix, ou la copie ou mon barbouillage, pour le communiquer à

Visconti et à quelques autres amis».

E in principio di un’altra, che parrebbe scritta alla fine del febbraio

di quell’anno, ripete ancora (pag. 323):

«Pour ma guerre avec M. Chauvet, n’y pensez plus absolument; il

n’y a plus ni spectateurs, ni combattants, le champ de bataille

même a presque disparu. Sérieusement, je vous prie de n’y plus

songer».

Finalmente il Fauriel si fece vivo, e mandò all’amico una copia di quella

sua scrittura, qua e là ritoccata, e con l’assicurazione che un giorno o

l’altro, forse non molto lontano, sarebbe stata stampata. E il Manzoni,

il 3 novembre 1821 (pag. 330):

«J’oubliais de vous remercier de la copie que vous avez bien

voulu faire tirer et m’envoyer de la lettre à M. C..... A-t-elle

paru? Et que va-t-elle devenir à la veille, et surtout dans le

plein jour de la superbe session qui va s’ouvrir? Qui vaudra de

la littérature à présent?... Ne m’oubliez pas auprès de Cousin».

Ma ripigliava subito, a buon conto, in un poscritto:

«J’ouvre le paquet pour réunir cette feuille à la première,

puisqu’on me l’a rapporté, en disant qu’on me laissait encore

quelques momens. Je ne sais que vous dire de votre persistance

si amicale à vouloir préserver du déluge cette pauvre lettre a

M. C..... Je vous remercie aussi de la pensée que vous avez eue

de publier en français la lettre de Goethe. Ces choses-là ne

devraient raisonnablement pas faire beaucoup de plaisir; mais

quand elles en font, je crois qu’il vaut mieux l’avouer que de

dissimuler la reconnaissance, pour feindre la modestie».

Certo, gli avvenimenti politici di quei giorni, in Francia, non erano

tali da lasciar prevedere che molti avrebbero avuto la voglia e la

calma di tener dietro a una discussione di critica letteraria! Il

Ministero moderato, nuovamente ricomposto dopo la sciagurata elezione

a deputato del pseudo-regicida abate Grégoire (settembre 1819) e

dopo lo stolto attentato di cui cadde vittima il Duca di Berry (13

febbraio 1820), si preparava ad affrontare, in un disperato cimento,

le Opposizioni riunite ai suoi danni. Era presieduto, per la seconda

volta, dal Duca di Richelieu, gentiluomo di vecchia razza, impeccabile

e insospettabile, che aveva per colleghi e collaboratori principali i

due più illustri parlamentari della Restaurazione, il Conte De Serre,

uno dei più formidabili oratori che abbia mai avuto la tribuna francese,

e il «cancelliere» Pasquier, oramai inviso agli ultramonarchici per la

politica liberale ch’ei seguiva nei riguardi dell’Italia. La Destra

reazionaria, rafforzata dalle ultime elezioni—in grazia della nuova legge

che la strenua difesa di Pasquier e di De Serre era riuscita a condurre,

l’anno innanzi, in porto, tra lo scontento e le amarezze dei liberali

dei due Centri, le invettive e le minacce della Sinistra (Lafayette,

Manuel), e i tumulti della piazza,—era risoluta a buttarlo giù; e

con essa cospirava, mancando alle sue promesse, l’insofferente Conte

d’Artois. Gli antichi amici, i così detti «dottrinarii», che facevan capo

al Royer-Collard, già professore alla Scuola Normale e direttore generale

per la Pubblica Istruzione, a Camille Jordan, al duca Victor de Broglie

(genero di mad.ᵐᵉ de Staël), a De Barante, al Guizot, ora nicchiavano,

offesi appunto dalla malaugurata riforma della legge elettorale. Il

vecchio re, Luigi XVIII, abbindolato dalle grazie seducenti della

Contessa Du Cayla, l’Esther, come le piaceva chiamarsi, di quell’Assuero,

non osava di mostrar più risolutamente le istintive sue simpatie pei suoi

insigni ministri. A qual sorte, dunque, andava incontro quell’onesto

Ministero, sbattuto tra le ambizioni irrompenti dei realisti arrabbiati e

i risentimenti appassionati dei liberali, tra le pretese della Destra che

avrebbe voluto «il re senza la carta» e quelle della Sinistra che avrebbe

voluto «la carta senza il re»? L’apertura della nuova sessione era,

quando il Manzoni scriveva, imminente, e la Destra con le armi al piede,

impaziente di dar battaglia.

Victor Cousin, quegli appunto a cui il Manzoni voleva esser ricordato,

ha narrato d’una scena, svoltasi proprio di quei giorni in casa

sua. V’eran raccolti, col Royer-Collard, già maestro e predecessore

del Cousin, parecchi degli amici del Centro, e discutevan della

condotta da tenere alla Camera. Conveniva meglio lasciar in vita il

ministero Richelieu-Pasquier-De Serre, ovvero sgomberare la strada a

un ministero De Villèle-Corbière, di pura Destra? Meglio, si tendeva

a concludere, attenersi a quest’ultimo partito: i reazionarii, con

le loro esagerazioni, non avrebbero potuto rimanere in piedi nemmeno

sei mesi, e i liberali avrebbero allora potuto prendere una rivincita

sicura, e formare uno schietto ministero liberale, senza magagne e

senza compromessi. Assisteva alla conversazione un esiliato piemontese,

Santorre di Santa-Rosa, una delle vittime dell’ultima rivoluzione di

Torino. Il quale, accorato, si permise di osservare al Cousin: «Il vostro

dovere di buoni cittadini è di non combattere un ministero, ch’è l’ultima

vostra risorsa contro la fazione nemica d’ogni progresso. Non è permesso

di fare il male nella speranza del bene. Voi non siete punto sicuri di

rovesciare più tardi Corbière e De Villèle, ma siete invece sicuri di far

il male, permettendo che essi giungano al potere. S’io fossi deputato,

farei ogni sforzo per ringagliardire il ministero Richelieu contro la

Corte e la Destra». In cuor loro tutte quelle brave persone riconoscevan

la ragionevolezza di codeste osservazioni, ma, nel fatto, preferirono una

tattica che pareva abilissima.[1030] Solite illusioni dei galantuomini,

quando, maldestri come sono alle male arti, sventuratamente si risolvono

a prendere in prestito i metodi dei furbi senza scrupolo!

Il Manzoni riscrisse al Fauriel il 6 marzo del 1822. La catastrofe era

avvenuta, e forse già tutte le illusioni dissipate. Il 14 dicembre 1821,

il ministero liberale era stato rovesciato, e gli s’era sostituito un

ministero di monarchici intransigenti, punto disposti a lasciar presto

il potere. Vi entrarono col De Villèle e il Corbière, il De Peyronnet e

Mathieu de Montmorency, al quale ultimo, dopo il Congresso di Verona,

fu surrogato quello splendido vanesio ch’era, lo Châteaubriand. «M. de

Villèle», ha detto il De Mazade, «esprit plus pratique et plus fin que

supérieur, n’aimait pas les hommes brillans autour de lui»; e anche lo

Châteaubriand, nell’estate del 1824, sarebbe stato da lui congedato.

Intanto, il Richelieu era morto di crepacuore, meno di sei mesi dopo la

catastrofe, nella primavera del 1822; e il De Serre, che il Re volle si

mandasse ambasciatore a Napoli, moriva, anch’egli di crepacuore (il De

Villèle aveva spiegata ogni arte perchè questo Bonghi della Restaurazione

non riuscisse deputato nelle elezioni della primavera 1824!), il

21 luglio di quell’anno medesimo, nella villa reale di Quisisana a

Castellammare di Stabia.[1031] Non sopravvisse che il Pasquier; il quale,

ripensando a quei tristi avvenimenti, scriveva quarant’anni più tardi:

«En 1822, il faut bien que je le dise, la maison de Bourbon a commis

un grand acte de déraison: elle a brisé, au moment où il pouvait lui

être le plus utile, l’instrument qui lui avait déjà rendu de si grands

services. La destruction du second ministère du duc de Richelieu a été,

voyez-vous, plus qu’une faute politique; elle a été un véritable crime!».

La reazione trionfatrice toccò anche più da vicino gli amici del Manzoni;

e, per esempio, fu chiusa la bocca al Cousin e al Guizot.[1032] I quali

non poteron riprendere i loro corsi se non nell’aprile del 1828, quando

una salutare, benchè effimera, bufera, rovesciò il ministero De Villèle,

facendo luogo a un ministero liberale con a capo il De Martignac. (Il

Cousin dettò allora la sua _Introduction a l’Histoire de la Philosophie_,

e il Guizot l’_Histoire de la Civilisation en Europe_).

Oramai si poteva anche riparlare di critica letteraria, e, se non altro,

propugnare lo sfranchimento dalla tirannia di Aristotile e di Boileau. E

il Manzoni riparla della sua _Lettre à M. C..._ (pag. 333):

«Parmi les corrections par lesquelles vous avez bien voulu rendre

un peu plus française et un peu plus raisonnable ma pauvre

lettre à M. C...., il y a deux petits changements sur lesquels

j’ai quelques difficultés à vous proposer. Je vais le faire

avec cette liberté que me donne votre ancienne bonté pour moi.

—1. _Thèse toujours hasardeuse_, dans la première page [312],

ne me semble pas rendre précisément mon idée, qui est d’exclure

toute sorte de raison, et toute chance de succès, du projet de

défendre ses ouvrages, c’est-à-dire de prouver que l’on a bien

fait. Ne tenez aucun compte de cette observation, si elle vous

parait une vétille; dans l’autre cas, ayez la bonté de substituer

un autre mot».—[Ora è detto: «thèse toujours insoutenable»].

2. Dans l’endroit où j’ai parlé de l’étonnement d’une grande

partie du public sur ce que des grands revers n’avaient pas

été suivis d’un suicide [pag. 362], mon intention était de

rappeler quelque chose de la vie réelle et de l’histoire de nos

jours. Dans la copie que vous avez eu la bonté de m’envoyer, cet

étonnement ne se rapporte qu’à des compositions dramatiques.

Peut-être avez-vous eu quelque motifs que je ne peux comprendre

d’ici, pour retrancher tout ce qui pourrait avoir rapport à des

personnages et des événemens récens: pour ce qui me regarde, je

crois qu’il n’y aurait aucun inconvénient; pour toutes les autres

considérations, c’est à vous d’en juger, et de faire ce qui

vous paraîtra convenable. Voilà bien des raisonnemens pour deux

phrases, et voilà toute une feuille remplie de balivernes».

Ci manca il modo d’indagare se l’allusione, che nella forma definiva

della _Lettera_ è abbastanza trasparente («l’époque où nous nous trouvons

a été bien féconde en catastrophes signalées, en grandes espérances

trompées...»), a Napoleone e ai fatali rovesci che a lui e a tanti suoi

fidi, e infidi, seguirono, fu in tutto o in parte modificata. Ad ogni

modo, appar chiaro che il Fauriel dovè ritoccare il suo ritocco, dacchè

nella stampa lo stupore del pubblico riguarda, senza possibilità di

equivoco, gli avvenimenti della storia contemporanea, non già alcune

presunte azioni drammatiche.

Il 29 maggio di quello stesso anno 1822, il Manzoni riscrive, proponendo

qualche altro cambiamento. Molto significativa è la sua risoluzione di

cancellare il nome dello Schiller, là dove lo aveva messo in riga con lo

Shakespeare e il Goethe. Dice (pag. 335):

«......il faut que je vous donne encore de l’ennui en vous priant

de quelques petites corrections. Il y a quelque part [_pag._

375]: _formule sacramentelle_, à quoi je voudrais substituer:

_mots techniques_, ou tel autre tour que vous jugerez à

propos.—Ensuite, je voudrais retrancher le nom de _Schiller_, qui

s’y trouve une fois, et d’une manière qui fait supposer une idée

beaucoup plus haute que je ne l’ai réellement de l’importance

de cet écrivain au point de vue dramatique [_pag._ 336]. Vous

vous souviendrez peut-être des discours que nous avons tenus

sur ce sujet; vos idées ont donné aux miennes là-dessus plus

d’étendue et de courage; en relisant les tragédies de Schiller,

je me suis confirmé dans ces idées; enfin, je ne mérite ni n’ose

le nommer.—Ce retranchement rend nécessaire une autre petite

correction (oh! pardon de tant d’ennui que je vous cause!): il y

a vers la fin [_pag._ 379]: _si les trois poëtes qui ont méprisé

ces règles_; on pourra mettre à la place: _si tous les poëtes..._

etc.—Enfin, à ces paroles [_pag._ 377]: _les romantiques amis_,

il faudrait substituer: _les romantiques_, ou _ceux qu’on

appelle romantiques_, ou telle autre expression que vous jugerez

convenable».

Il curioso scrupolo di cercare un equivalente alle parole «formule

sacramentelle», non fu assecondato dal Fauriel; e dovè poi parere

eccessivo allo stesso Manzoni se, anche dopo, non ha cambiato. E quanto

allo Schiller, si può vedere più innanzi, nei _Materiali estetici_, quel

ch’egli prima ne pensasse e ne scrivesse.

Le correzioni e i ritocchi non erano ancora finiti. In un’altra lettera,

del 12 settembre 1822, il Manzoni ripiglia (pag. 343):

«Je croyais avoir fini, et il me souvient que j’ai encore de

l’ennui à vous donner sur..... c’en est trop! sur la lettre a

M. Ch...... où j’ai une phrase qui me donne un remords assez

cuisant pour me déterminer à vous prier de faire encore une

correction. C’est à peu près au tiers de la lettre, où il est

parlé du mélange du comique et du sérieux. Voici la phrase

téméraire [_pag._ 331]: _Je pense, comme un bon et loyal

partisan du classique, que le mélange de deux effets contraires

détruit l’unité d’impression nécessaire pour produire l’émotion

et la sympathie._ Là il me parait évident que je tombe dans

l’inconvénient que j’ai tant censuré, de fixer ou de reconnaître

des bornes arbitraires, qui peut-être n’ont pas été franchies,

mais qui peuvent l’être dans l’avenir, avec bonheur. Voici donc

ce que je voudrais ajouter, après _la sympathie_, pour correctif

à cette phrase: _ou, pour parler plus raisonnablement..._»

E qui seguiva, con piccoli mutamenti di forma, che notiamo a suo luogo,

il brano com’è nella stampa, fino a: «mais c’est bien certainement un

point dont il n’y a pas de conséquences à tirer...»; poi continuava:

«Voilà ma lettre remplie de corrections... Bien entendu que cette

correction subira une recorrection de votre main, dont elle a

bien besoin: car le peu de français que j’avais, m’échappe de

jour en jour».

Chi abbia l’occhio al brano aggiunto, s’accorge subito che il Manzoni ha

voluto, con le nuove e più precise dichiarazioni, scansare il pericolo

d’esser supposto un tiepido ammiratore, anzi un censore, del _Faust_;

del capolavoro di quel Goethe a cui oramai lo legavano tante ragioni

d’ammirazione e di gratitudine. _Ouvrage étonnant_, che tutti reputavano,

e reputano,[1033] _un chef-d’oeuvre... à la seule condition qu’on ne

lui donnerait pas le nom de tragédie_;... va bene; ma, tra le opere

dell’olimpico poeta, era poi proprio quella che il nostro grande poeta,

cui dava uggia il fantastico, l’impreciso, il vago, e perciò propugnava

la religione del vero storico anche nella poesia, prediligeva e

preferiva? «C’est ce que je n’ai ni le courage d’affirmer, ni la docilité

de répéter»!

In una lettera del 10 dicembre 1822 (pag. 345, dove per evidente svista

è stampato ottobre; ma cfr. pag. 198), il Manzoni sente ancora il

bisogno d’un cambiamento; e questa volta per evitare possibili noie

dalla Censura. Prega il Fauriel di procurare che i primi esemplari del

volume, che avrebbe contenute le due tragedie tradotte («_Adelchi_ et son

frère aîné _vestiti del dì delle feste_»), gli articoli del Goethe e la

_Lettera a Ch..._, fossero spediti a Vienna.

«Voici pourquoi: l’admission ou le rejet des livres imprimés à

l’étranger, dans une langue étrangère, ne sont pas du ressort

de la Censure de Milan; on lui envoie à des périodes fixes un

catalogue de Vienne, avec les qualifications respectives, dont

elle fait l’application aux livres qui lui sont présentés. Si

un livre n’est pas porté sur la liste, il faut alors envoyer

à Vienne, non le titre, mais l’ouvrage même pour qu’il y

soit soumis à la Censure: c’est comme vous voyez un retard

considérable, que je voudrais éviter par le moyen d’une

expédition prompte à Vienne».

Non era prevedibile, in verità, che il volume incagliasse tra i battenti

della Censura;

«mais quelque exemple récent m’a donné sur la possibilité

des refus en général des idées qui autrefois m’auraient paru

exagérées, même étranges. Un libraire d’ici, ayant demandé la

permission de publier une traduction des _Lettres de quelques

Juifs_ par l’abbé Guénée, n’a pu l’obtenir; ayant fait demander à

Vienne le motif du refus, on lui a fait répondre que cet ouvrage

contenait des choses contraires aux lois existantes. Je connais

un peu ce livre, et je vous assure que j’ai de la peine à deviner

par quel côté une telle qualification peut lui être appliquée,

quand ce ne serait par ce qui s’y trouve contre les lois

féodales, pour expliquer, et démontrer probable, la prospérité

contéstée des Juifs à une certaine époque».

Codesto strano caso suggeriva al Manzoni il curioso mutamento.

«Cela m’a fait ressouvenir que dans ma Lettre a M. Chauvet il y a

un mot sur la féodalité: si par quelque hasard l’impression avait

avancé lentement, et n’était pas encore arrivée a ce passage, il

ne serait pas mal de faire disparaître ce petit mot: quand ce ne

serait que pour éviter au censeur qui a approuvé ici ma Lettre le

désagrément d’un _damnatur_, que je lui épargnerais volontiers,

pour lui d’abord, et ensuite parce que l’effet immanquable de

ce désagrément serait de le rendre encore plus difficile et

cauteleux pour l’avenir. Si le passage est imprimé, comme il est

probable, n’y pensons plus, et qu’il aille à la garde de Dieu:

autrement, je vous propose une correction, que j’ai préféré de

faire comme j’ai pu, plutôt que d’avoir l’indiscretion de vous en

charger dans cette occasion».

Si era ancora in tempo, e la correzione fu fatta. Ma, purtroppo, non

siamo più al caso di ripristinare il testo, con quel motto contro la

feodalità. I periodi rifatti son quelli contenuti nel brano che va

dal capoverso: _Le règne des erreurs grandes et petites..._ all’altro

seguente: _Quand elles en sont à cette seconde époque..._ (pag. 377).

Differiscono dalla stampa per parecchi ritocchi di forma; che sembran

certo dovuti alle amorevoli cure del Fauriel.

Finalmente, e come Dio volle, il volume, con le tragedie tradotte e la

Lettera, venne fuori; e così il Fauriel ne scriveva al Manzoni in una

lettera senza data, ma che fu certamente scritta tra il marzo e l’aprile

del 1823 (pag. 203):

«Sachez que votre traduction a éprouvé une multitude de retards

que je n’avais nullement prévus, et auxquels je ne devais point

m’attendre. Il n’y a guère qu’un mois ou 6 semaines qu’elle est

en vente, autant qu’un livre est en vente ici avant que les

journaux en aient bavardé à leur manière: c’est à quoi je les

provoque maintenant, faute de l’avoir pu faire dans le temps des

Chambres où la maudite politique prend toutes les colonnes de la

littérature. A ce que j’ai pu voir déjà et à ce que je présume,

c’est la _Lettre à M. Chauvet_ qui produira le plus d’effet, et

excitera le plus d’attention».

In un’altra lettera del Fauriel, del 23 luglio dello stesso anno (pag.

207), si danno queste ultime notizie circa l’accoglienza fatta in Francia

a quel singolare saggio di critica drammatica:

«Je ne crois pas vous avoir dit que M. Chauvet se proposait de

répondre a votre réponse; c’est ce que l’on m’a annoncé, ce

que je ne crois guère, et ce qui est assez indifférent.—Ce que

je sais mieux, c’est que l’auteur de _Marie Stuard_ [Pietro

Lebrun, che aveva data nel 1820 una tragedia di codesto nome,

molto bene accolta] a donné au théâtre une pièce [forse il _Cid

d’Andalousie_] conçue dans vos idées, qu’il adopte entièrement,

et ne contestant que les raisons par lesquelles vous combattez

le mélange du comique et du sérieux. Il tient lui à ce mélange,

le croit dans le but comme dans les moyens de l’art, et espère

le faire passer sur notre scène, à la faveur de la popularité de

Talma, qui paraît être de son avis et de son goût. Vous voyez que

vous n’avez pas prêché tout à-fait dans le désert. Je pourrai

bientôt ou vous en dire ou vous en écrive davantage à ce sujet».

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 28 / 45 段