Quanto colui paresse al Carmagnola
Affettuoso e riverente amico.
Ei, confidente, come i prodi il sono,
Ogni accesso gli dava; e benchè tanto
Maggior di fama e d’animo gli fosse,
Chiamarlo amico ei si degnava; un sacro
Nodo stimando, un insolubil nodo,
La comune sventura ed il comune
Persecutor. Lo sciagurato intanto
Chiede al Duca in segreto il suo perdono:
Il Duca un pegno gli domanda, e quale!
La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,
La pattuisce, e tiene il patto, e tenta
Dare al Conte il veleno. Il Ciel non volle
Che potesse una tal coppia di vili
Dispor così di così nobil vita:
La trama è discoverta, e salvo il Conte.
STEFANO.
Oh detestabil fatto!
MARINO.
Ecco che importa
Fidarsi a’ fuorusciti! Una funesta
Novella inver recate voi: ma quando
In tanta ambascia vi mirai che quasi
Vi togliea la favella, io, vel confesso,
Peggio temea: quasi in periglio avrei
Creduto la Repubblica.
MARCO.
O Marino,
Cessi ch’io men pacatamente ascolti
Un simil fatto! Io sono amico al Conte:
Nulla mi cal che un fuoruscito ei sia.
Il suo cuor lo conosco appieno, al pari
Del mio: pensiero che non sia gentile
Non ha loco in quel cor[1018]: questo mi basta.
E fuoruscito! obbrobrio a quell’ingrato
Che tale il rese. Al generoso oppresso
Che rimarria, per vostra fè, se in mano
Stesse al potente, al suo nemico, a quegli
Da cui gli è tolta ogni più cara cosa,
Rapirgli anco la gloria? e far che, ov’egli
A scellerate insidie il capo involi,
Ne sia per questo a vil tenuto? Io sono
Amico al Conte, e ad alto onor mel reco.
Ma s’anco all’uomo ch’io giammai non vidi
Fosse tal coppa da tal mano or pôrta;
S’anco ella fosse ministrata al labbro
Del mio nemico; orrore e sdegno pari
Avrei sul volto in raccontarlo, estimo.
In quanto alla Repubblica, non parmi
Che lieve danno le saria d’un tanto
Cittadino la perdita. Non dico
Porla in periglio: lode al Ciel, non pende
Da un uom, qual ch’ei pur sia, la sua salvezza:
Ma assai tal uom le importa or più che mai.
Ecco il Doge e il Senato: udir potrete
Che senta e pensi in questo affar ciascuno.
[1018] _Cfr. «Adelchi», V, 8ª: «~loco a gentile Ad innocente non v’è~»._
SCENA III.
[_corrispondente alla sc. I della stampa_].
Entra il DOGE seguito dai Senatori, MARCO si frammischia a questi.
STEFANO.
(_a MARINO_)
Come giovane ei parla.
MARINO.
E chi nol vede?
(_siede il DOGE, e dopo lui tutti i Senatori_).
IL DOGE.
Nobil’uomini, in pria che il parer mio
Io proponga al Consiglio, io deggio un grave,
Crudo, recente avvenimento esporvi.
I più di voi già l’han fremendo inteso;
Quei che ora in pria dal labbro mio l’udranno,
Con raccapriccio l’udiran. La vita
Fu insidiata al Carmagnola: in ceppi
È il sicario; e non nega il suo delitto.
Mandato egli era; e quei che a noi mandollo,
Ei l’ha nomato: ed è.... quel Duca istesso
Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora
A chieder pace, a cui più nulla preme
Che la nostra amistà: tale arra intanto
Ei ci dà della sua! Taccio la vile
Perfidia della trama, e la tentata
Vïolazion di questa terra, e l’onta
Che in un nostro soldato a noi vien fatta.
Due sole cose avverto: assai fanno esse
Al proposito nostro. Egli odia adunque
Veracemente il Conte: ella è fra loro
Chiusa ogni via di pace; il sangue ha stretto
Tra lor d’eterna inimicizia un patto.
L’odia e lo teme. Ei sa che il può dal trono
Quella mano sbalzar che in trono il tenne.
A chi incerto parea l’animo avverso
Ver noi del Duca, si diè cura ei stesso
Di tôrre ogni dubbiezza: io di cotesta
Novella prova non avea bisogno;
E l’avviso ch’io son per proferire,
Fermo in mente l’avea pria che scoperto
Fosse un tal fatto. Udiste, o Senatori,
Nell’ultimo consiglio il Fiorentino
Che ci richiede di soccorso; udiste
L’ambasciator del Duca, il qual domanda
Che la pace con esso si mantenga.
Ecco il mio avviso, apertamente il dico:
Firenze è da soccorrersi; comune
Con essa e il rischio e le speranze abbiamo.
Per qual dei due stia il giusto, ognun di voi
Chiaro sel vede: non è forse il Duca
Che ruppe i patti della tregua? Il riso
Move e lo sdegno udirlo al suo nemico
Rimproverar la vïolata fede,
E protestar che l’armi in man null’altro
Che una giusta difesa gli ponea:
Come se veramente egli potesse
Di Firenze temer; come se al forte
Ingiusta guerra si movesse, e fosse
Il debol quei che infrange i patti, e ascoso
Fosse ad alcun ch’ei sol ruppe gli accordi,
Il Panare e la Magra oltrepassando.
Ma il principio obbliam di questa guerra:
Il processo vediamne. In gran periglio
Stassi Firenze, e tal che, s’ella è sola,
Non può far che non caggia. E s’ella cade,
Siam fermi noi? Che vuole altro costui,
Fuor che i liberi Stati divorarsi
Ad uno ad uno? E un tal disegno omai
Fa più spavento che stupor. Tant’alto
Salir dal nulla nol vedemmo noi?
Frale arboscello in fra gli sterpi ascoso,
Tacitamente egli nascea: sterparlo,
Anco il più oscuro passeggier potea[1019];
Or le radici ha messe, or larghi spande
Nell’aria i rami, e, soverchiando ogni altro,
Si fa veder da lunge, e tanta parte
D’Italia aduggia. Ha sol tre lustri, ed uomo
Non obbediva a cui soggette or sono
Venti città. Chi gliele diede in mano?
La virtù pria del Carmagnola, e poscia
Un’arte sola: essa fu ognor la sua:
Con un solo aver guerra, e gli altri intanto
Addormentar con ciance. Anco a Firenze,
Come a noi fa, chiese la pace un giorno;
Supplicando la chiese, e di promesse
Men liberal non sarà stato, io credo,
Che a noi non è; l’ebbe: e che fece intanto?
Genova in pria sorprese. E qui mi giovi
Rammemorarvi con che ardenti preghi
Quell’afflitta città dai Fiorentini
Implorasse l’aiuto; invan: l’ignaro
Mormorar della plebe, e una meschina
Cupidigia, coi suoi corti disegni
Di tôr Livorno ai più fiaccati amici,
Fecer più forse del periglio, certo
Ma lontano. E Firenze, sorda ai preghi
D’una libera gente, e non pensando
Ch’essa ben presto anco pregar dovria,
Col suo provato e natural nemico
Fermò la pace; ond’or si morde il dito.
Parma quindi fè sua, Bergamo quindi,
Quindi Cremona e Brescia; e finalmente,
Contro i patti, Forlì. Conobbe il fallo
Firenze allora; ma che pro? Quel fallo
Fatto avea forte il suo nemico; e quegli
Ch’essa non volle aver con sè, contr’essa
Or forzati combattono. L’amara
Prova ch’essa ne fece, a noi sia scuola.
Odo altri dir: che giunga a tanto estremo
La Repubblica nostra esser non puote;
Troppo ella è forte. E perchè è tal? perch’ella
Sempre guardossi, e non sofferse mai
Che i suoi nemici diventasser forti.
La pace or vuol sinceramente il Duca.
Io ’l credo, o Senatori; e la ragione
È che il momento della guerra ei vuole
Sceglierlo ei solo, e non è questo il suo:
Il nostro egli è, se non ci falla il senno
Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno:
Andiamo tutti insieme. Il nostro assenso,
Per pigliar l’armi a un punto, Italia aspetta
Pressochè tutta: il Duca di Savoja,
Di Mantova il signor, quel di Ferrara,
E Alfonso re. Si dirà mai che questi
Stringer lega volean contro un tiranno,
E Venezia vi pose impedimento?
Pur se la pace anco possibil fosse,
Io tacerei; benchè onorata pace
Quella non sia, per cui libero Stato
Di tal Signor si lasci in fra gli artigli.
Ma questa guerra ritardar ben puossi,
Non evitare: o farla or noi volenti,
O attender ch’egli a noi la faccia quando
Firenze sarà sua. Fate voi stima
Manchino allor pretesti a sì discreto
E verecondo vincitor? ma forse
Non ne ha già messi in campo? Egli al Gonzaga
Ridimandò Peschiera, e pur sapea
Che di nostra amistade all’ombra ei vive.
E che motivo addusse? Aver su quella
Terra ragion, chè un dì la tenne il Padre,
E per retaggio è sua. Pensa egli adunque
Che quel che a’ suoi diede la guerra, a lui
Tôr la guerra non possa e darlo ad altri?
Che tutto quel che in sua maggior possanza
Avea Gian Galeazzo, ei tosto o tardi
Riaver deggia? Ricordiamci in tempo
Che anco Verona, anco Vicenza egli ebbe,
Anco Belluno e Feltre; e pria che ardisca
Ripeterle da noi, pria che il torrente
Roda tanto terren che al nostro arrivi,
Argine li si faccia, in fin che puossi
Ancor per sempre regolargli il letto,
E restringerlo forse; e qualche parte
Del mal rapito a lui rapir. Non lieve
Altra ragione affrettar deve il vostro
Deliberare. Abbiamo a soldo il Conte;
Tra i Capitani, che in Italia or sono
Più rinomati, il primo; eterno al Duca
E capital nemico; e, quel che monta,
Assai d’ogni arte sua, d’ogni sua forza
Perito appieno. Egli che tante volte
Vinse per lui, sa più d’ogni altro come
Vincer si possa: egli saprà la punta
Por della spada al lato, ove più certa
E più mortal fia la ferita. Ei meco
Di ciò sovente e a lungo s’intertenne;
Util mi sembra assai, pria che in Senato
Nulla di questo si risolva, udirlo.
Da me chiamato i vostri cenni attende;
E se il Senato non dissenta, io stimo
Ch’ei s’introduca.
(_dopo breve pausa_)
S’introduca il Conte.
(Esce un Segretario o Bidello o altro _magnariso_ qualunque, a scelta del
capo comico).
[1019] _Nota marginale del Manzoni: «~Accennare qui più distintamente le
circostanze in cui si trovava il Duca alla morte di suo padre~»._
SCENA V.
[_corrispondente alla sc. III della stampa_].
IL DOGE
.......
Non fia per questo che salirlo ancora
Un cauto e franco cavalier non voglia.
MARINO.
Ma in questa leale alma, che chiude
Tante virtù da farne appien securi,
Quella per certo esser non de’ sbandita
Che anco nel petto più volgar s’annida:
L’amor de’ suoi. Crederem noi ch’ei ci ami
Più del suo sangue, e possa un risoluto
Coral nemico esser di lui che tiensi
E la sua moglie e la sua figlia? d’uno
Che gli puote ogni dì mandar dicendo:
—Pensa ch’è in mano mia farti il più lieto
Marito e padre, o far che tu sia stato
Marito e padre?
IL DOGE.
Egli è fondato e grave
Questo sospetto; e in me pur nacque, e in tutti
Sarà nato, cred’io: pur, se mia mente
Troppo a persuäder non è leggiera,
Ragion dirò per cui sarà da voi
Sgombro, come da me. Spesso del Conte
Io l’animo tentai, se da quel lato
Speme o timor lo ritenesse ancora
Avvinto al Duca; e questo ognor vi scorsi:
Pei cari suoi tema ei non ha.—Filippo,
Ei mi dicea sovente, in ciò diverso
Da tanti suoi feroci avi, bruttarsi
D’inutil sangue non fu visto mai.
E sparger quello d’innocenti donne,
E strette affini sue, che gli varrebbe?
A farlo infame e obbrobrioso, al segno
In cui non puote un re tenersi in trono
S’ogni uomo in forza ed in valor non passa
Come in perfidia e in crudeltà! Speranza
Di riaverle per accordo, è sogno;
Chè il Duca è tal che non compensa mai
Con beneficj nuovi ingiurie antiche,
Nè mai dal far vendetta altro il ritenne
Che il non poter: quindi a colui che fatto
Gli sia nemico, un sol partito è buono:
Esserlo a morte.—Nè per questo il Conte
Vedovo tiensi; nè ogni speme ei lascia
Di conquistare i suoi, ma in noi la fonda.
Tôrgli tai pegni, collo Stato insieme,
Coll’armi nostre ei si confida; o trarlo
A tale estremo, ch’ei li renda almeno.
Ciò che quindi potea farcel sospetto,
A noi più ligio e più devoto il rende.
MARINO.
Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge
.......
SCENA VI.
[_corrispondente alla sc. V della stampa, dacchè nell’abbozzo manca una
scena che corrisponda alla IV, a quella cioè del monologo del CONTE_].
IL CONTE.
Anco il Doge hai tu detto?
MARCO.
Il Doge, e quanto
Ha di più illustre la città, s’aduna
Or nel Palazzo ad aspettarti; e vuole
Fino alla riva accompagnarti, in pieno
Corteggio.
IL CONTE.
Il premio che precorre all’opra
È incitamento a meritarlo; e spero
A questa alma tua patria offrir ben presto
Più che la mia riconoscenza. Or tutta
Abbila tu, ch’io qui ti vegga: acerbo
M’era il partir, se alla sfuggita, e tra la
Folla dei salutanti, oggi io doveva
Cercar lo sguardo dell’amico.
MARCO.
Pensa
S’io lascerei che tu partissi, senza
Darti un più speciale intimo addio.
Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caro
Verrà quel nuncio, che la gloria tua
Con la salvezza della patria arrechi![1020]
IL CONTE.
Marco, ad impresa io non m’accinsi mai
Con maggior cor che a questa. È giunto il tempo
Che quell’ingrato, che da’ miei servigj
Estimarmi non seppe, or dal travaglio
Che gli darò m’estimi; e finalmente
Gli risovvenga che gli manca un uomo:
Quell’uom, su cui nelle più dure strette
Solea posarsi il suo pensier, gli manca,
Anzi è quel desso che l’incalza; e solo
Perch’egli il volle. Oh venga il dì che alcuno
Mi dica:—Io il vidi sbigottito, affranto,
Tra i fidi suoi, che non ardian levargli
Lo sguardo in fronte, e l’udii dire: io fui
Mal consigliato, allor che offesi il Conte!—
Questa parola t’uscirà dal labbro,
O Duca di Milano; ed anco io spero
A tal ridurti, che ti sembri acquisto
Conservar parte del tuo regno, e darmi
Ciò che a gran torto ora mi neghi, e ch’io
Ho di più caro al mondo. Or tu sei lieto
D’aver tai pegni; ma vedrai che importi
Tenersi in man quel ch’è dei prodi!—O amico,
Questo è il pensier che sempre è meco, e forte
Più che il desìo della vendetta: intera
Gioja mai non avrò, se d’essa a parte
La sposa mia, la figlia mia non viene.
So che in corte del Duca a lor non fassi
Altro che onor; son certo che un capello
Torcere a lor non ardirà: ma il giorno
Ch’io rivedrolle, e le potrò dir mie,
Sarà il più bello di mia vita.—Ascolta:
Non è d’alcuno l’avvenir, ma quale
È l’uom che sopra non vi fa disegno?
Or questo è il mio: se vincitor ritorno,
E non solo (chè, vinto e senza speme,
So quel che far dovrei), qui finalmente
Restarmi; il vecchio genitor con noi
Qui trarre; e, poi che questa nobil madre
M’ha nel suo glorioso antico grembo
Accolto, e dato di suo figlio il nome,
Esserlo, e tutto, e correr sempre, il primo
Tra i figli suoi, s’ella gli chiami all’arme,
Per guardar la santissima quiete
Che a lei senno e giustizia han partorita;
E se la spada mi perdona, e s’io,
Cresciuto in campo di battaglia, gli occhi
Non chiuderò sul campo, in questa sede
Chiudergli, fra i congiunti e fra gli amici,
Qualche desìo lasciando e qualche nome.
..............
A questa scena, che nell’abbozzo era anche indicata come 1ª dell’atto II,
seguivano una 2ª ed una 3ª, delle quali non v’ha traccia nella stampa, e
che noi riproduciamo qui sotto.
[1020] _Nella stampa, con questi ultimi tre versi, di poco variati,
finisce l’Atto I._
_Atto II._
SCENA II.
Via con molto popolo.
Due CITTADINI.
1.º CITTADINO.
Io vengo dal Palazzo: il Conte v’era
Arrivato in quel punto, ed il corteggio
Stava per avviarsi: non avremo
Ad aspettar qui molto.
2.º CITTADINO.
Assai son vago
Di veder questa festa. A stranier mai
Qui non si fece tanto onor, ch’io sappia.
1.º CITTADINO.
Trattasi d’un guerrier, che non ha forse
Chi il pareggi in Italia; d’uno, a cui
Presso che tutta si affidò la cura
Della nostra salvezza.
2.º CITTADINO.
Della nostra?
Tra vecchi amici e’ si può dir talvolta
Liberamente il ver: dovreste dire
Della salvezza dei Signori. Ormai
Che siam noi più, poi che ogni affar di Stato
È divenuto un loro affar? Che importa
A noi la guerra? ov’ella a ben riesca,
Tutto sarà per lor, gloria e guadagno.
1.º CITTADINO.
Ma se riesce a mal, parte del danno
Non saria nostro? Il Ciel ne tenga lunge
Questo malvagio Duca, e i suoi soldati,
E i suoi rettori, e i cortigiani; guai
Se gli caschiam nell’ugne! A qual mai prezzo
Comprar dovremmo il divenir più schiavi!
2.º CITTADINO.
Oh guai davvero!
1.º CITTADINO.
A ragion dunque io dissi
Che dal valore di quest’uom dipende
Or la nostra salvezza.
2.º CITTADINO.
È ver, pur troppo!
SCENA III.
BARTOLOMEO BUSSONE, e DETTI.
BARTOLOMEO.
Di grazia, o cittadini, ella è ben questa
La via per cui deve passare il Conte
Di Carmagnola?
1.º CITTADINO.
È questa; egli non puote
Indugiar molto.
BARTOLOMEO.
Lode al Cielo, io fui
Ben avviato. Io m’era fatto in prima
Indicar la sua casa; ivi il richiesi:
Detto mi fu ch’egli partiva, e senza
Più tornare al palagio, e ch’io potrei
Di qui vederlo; e benchè nuovo affatto
Di questa terra, dimandando or questo
Or quello, al fine ove bramai mi trovo.
E appena in tempo; voi gli ultimi siete
Che importunai di mie richieste, e a voi
Rendo pur grazie. Io vengo assai da lunge
Per riveder quest’uomo, e favellargli.
1.º CITTADINO.
Per vederlo, o buon vecchio, acconcio è il luogo:
Noi pur qui siamo a questo fine; e quando
Cresca la folla, vi farem riparo
Sì che veggiate: ma parlargli è cosa
Da levarne il pensiero.
BARTOLOMEO.
Ov’ei mi scorga,
Avrò campo a parlargli.
1.º CITTADINO.
Egli è col Doge,
E con tal compagnia, da non tenersi
Così a bada per via. Ma voi, mi sembra
Siate suo paesano?
BARTOLOMEO.
Il sono, ed anche
Assai più che paesano: io son suo padre.
1.º CITTADINO.
Il Conte è vostro figlio?
BARTOLOMEO.
Io ve l’ho detto.
2.º CITTADINO.
Poss’io darvi un consiglio?
BARTOLOMEO.
Un buon consiglio
Vien sempre a tempo, e più d’ogni altro assai
N’ha mestier chi si trova in strania terra.
2.º CITTADINO.
S’io fossi voi, non vorrei qui mostrarmi;
E poi che al campo assai difficil cosa
Saria vedere il Conte, attenderei
Il suo ritorno, onde parlar con esso
Privatamente.
BARTOLOMEO.
Egli saria fidarsi
Troppo del tempo. Il figlio mio va in guerra,
Ed io, voi lo vedete, ho già vissuto
Più assai di quel che a viver mi rimane.
Ma perchè questo indugio?
2.º CITTADINO.
Tolga il Cielo
Ch’io voglia farvi dispiacer, ma il vostro
Figlio è patrizio veneziano e conte,
E sgradir gli potrà che innanzi a tutti,
E cotai testimonj, gli facciate
Risovvenir ch’ei non è nato tale.
BARTOLOMEO.
Egli? In qualunque luogo, in qualunque ora,
Gli si affacci suo padre, esser non puote
Che non n’abbia gran gioja: io lo conosco!
1.º CITTADINO.
(_al 2.º_)
Che importa a voi? Lasciatel far: vedremo
Come va questo fatto.
2.º CITTADINO.
Udite; ei giungono.
La scena 4ª manca; ma è indicata così: _Il Doge, il Conte, e seguito_.
Rinunziando poi a queste scene, nello stesso primo getto l’Atto II si
apriva con queste altre due scene, che pur esse furon da ultimo soppresse.
SCENA I.
Campo Veneziano presso Maclodio.—10 ottobre 1427.
MICHELETTO DI COTIGNOLA, LORENZO DI COTIGNOLA.
LORENZO.
Fratello, io giungo tardi; a quel ch’io veggio,
Qui s’è già fatto assai.
MICHELETTO.
Prode Lorenzo,
Oggi appunto di te mi chiese il Conte.
Non dubitar, tu vieni a tempo; il meglio
Riman da farsi.
LORENZO.
Io non avrei creduto,
Poi che Brescia fu presa, e poi che il Duca
Con tanta istanza domandò la pace
(E parea averne gran bisogno invero),
Che a nova guerra si verria sì tosto.
MICHELETTO.
Tu conosci Filippo. A piè d’un trono
Il fè nascer fortuna; a piè d’un trono,
Di cui nè un grado egli avria mai salito
Da sè. Fortuna, che il volea pur duca,
Gli diede un uom che per la mano il prese,
E in trono il pose. Or ei vi siede, e starvi
È risoluto ad ogni costo: appena
Sotto di sè crollar lo sente, ei cala
Tosto agli accordi: il rischio passa, e pargli
Che fermo ei sia, come ingrandirlo ei pensa.
Brescia ei diè per la pace: ai Milanesi
Parve il trattato obbrobrioso; ed era:
Armi in fretta gli offriro: ira e vergogna
Valsero al buon voler; quindi agli antichi
Disegni ei torna[1021]; eccolo in campo.
LORENZO.
E mai
Ai nostri dì, se mi fu detto il vero,
Due sì gran campi non fur visti a fronte.[1022]
MICHELETTO.
È il vero.
LORENZO.
E voi foste a giornata intanto
Più d’una volta.
MICHELETTO.
È ver, ma niuna è tale
Che una maggior non se ne aspetti; e questa
Non può tardar: nè passa dì che il Conte
Non provochi il nemico. Or, come vedi,
Da noi Maclodio è stretto; e due partiti
Gli rimangono soli: o noi cacciarne,
E non fia lieve; o abbandonar la terra,
E Cremona con essa: e saria questo
Non men onta che danno.[1023]
LORENZO.
Il Duca, udii,
Partì dal campo: e chi lasciovvi capo?
MICHELETTO.
Il Pergola, il Torello, il Piccinino,[1024]
Francesco Sforza.
LORENZO.
Egli non è guerriero,
Ma sa sceglierli almen: due volpi antiche,
E due giovin leoni. E’ ci daranno
Da fare assai. Picciol pensiero al Conte
Esser non dee, trovarsi incontro uniti
Tai quattro condottieri.
MICHELETTO.
Egli avria caro
Che fosser dieci.
LORENZO.
Che di’ tu?
MICHELETTO.
Che dove
Son più le voglie, ivi la forza è meno.
Ognun di lor, se comandasse solo,
Fomidabil sarebbe: essi l’han môstro
In altre imprese; ma fra lor s’è messa
Tanta discordia, che ci sembra ormai
Piuttosto aver quattro drappelli a fronte
Che un esercito.
LORENZO.
Intendo.—Or non vorrei
Più ritardar di presentarmi al Conte.
Ove poss’io trovarlo?
MICHELETTO.
Alla sua tenda
Meglio è aspettarlo; ei tornerà fra breve.
Or sarà forse a visitare i posti,
O coi Provveditori a far consiglio.
LORENZO.
Nojoso incarco!
MICHELETTO.
Sì davver, nojoso:
Per questo solo, io non invidio al Conte
Il supremo comando.
LORENZO.
E dritto estimi.
Metter campo e levarlo, e dar battaglia
O rifiutarla, come piace, e senza
Darne conto ad alcun, quello è comando.
Ma fin ch’io non vi giunga, infin ch’io deggia
Ordini udir da un uomo, io voglio almeno
Che la man che si leva a comandarmi
Sia vestita di ferro; e pensar ch’egli
Solo innanzi mi sta perchè si mosse
Prima di me; ch’ei cominciò com’io
Dall’obbedir. Ma portar nome, e il vano
Onor di sommo condottier?... che giova
Il far disegni per condur la guerra,
Se l’eseguirli in te non sta, se pria
Dèi conferirne.... e con chi mai? con tali
Che al tuo consiglio non vorresti al certo!
Cento partiti ti saranno in mente
Corsi e ricorsi, e raffrontati, in pria
Ch’ella un ne scelga e dica: il meglio è questo;
E quando il tieni e ten compiaci, all’alto
Giudizio di costor, siccome un reo,
Dèi trascinarlo, e perorar per esso.
E te felice s’egli è inteso, e trova
Grazie dinnanzi a lor! Quindi t’è forza
I lor consigli udir; che, per mostrarti
Ch’ei san che cosa è guerra e che rivolte
Hanno le antiche carte, ei ti diranno
Che Fabio vinse con gl’indugj e seppe
Evitar le giornate, e che Scipione
Portò la guerra in Africa piuttosto
Che difender l’Italia, od altrettali
Sciocche novelle. Allor che poi le trombe
Fan la chiamata, e che si monta in sella,
Il più munito, il più riposto loco
Devi trovar per essi; ed ivi stanno,
Finchè guizza nell’aria un brando ignudo,
Incantucciati ad aspettar l’evento.
Alfin tu siedi, se pur siedi; e stanco,
Anelante, sudante e polveroso,
Devi a lor presentarti, a render conto.
Sei vincitor? Lieti li vedi, e presti
A côrre il frutto delle tue fatiche;
Ma se vinto ritorni, in quel momento,
In cui solo vorresti a tuo bell’agio
Maledir la fortuna, in cui la molle
Parola di conforto anco ti annoja
Sul labbro dell’amico, onte e rimbrotti
Ingozzar ti bisogna, e far tua scusa,
Mentre innanzi e’ ti stan col sopracciglio
Con che sgridar son usi il siniscalco
Che a voglia lor non ordinò il convito.
Ci nomano lor genti, e come tali
Ci trattano a un bisogno; e van dicendo:
Non son essi pagati? E quando l’oro
Cambian col nostro sangue, ei fanno stima
Dare assai più che non ricevon.
MICHELETTO.
Odi
Strepito di tamburi? è questi il Conte;
Dànno le trombe il segno.
[1021] _Cfr. «Adelchi», III, 1ª: «~Torna agli antichi Disegni il re?~»._
[1022] _Ora, atto II, sc. 1ª, dice il Pergola: «~Italia forse Mai da’
barbari in poi non vide a fronte Due sì possenti eserciti~»._
[1023] _Cfr. ora atto II, scena 1ª_:
MALATESTI.
....Voi lo vedete; il Carmagnola
Ci provoca ogni dì: quasi ad insulto
Sugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:
E due partiti ci rimangon soli:
O lui cacciarne, o abbandonar la terra,
Che saria danno e scorno.
[1024] _Cfr. ora la nota ~f)~, a pag. 169 e 177._
SCENA II.
IL CONTE, e DETTI.
CONTE.
Voi siete il benvenuto.
LORENZO.
Io deggio in prima
Scusarmi dell’indugio: io volli tutta
Radunar la mia gente....
CONTE.
E non potea
Venir più a tempo: io mi tenea sicuro,
Chè mancar non solete a questi inviti.
Voi prometteste novecento lance,
S’io non m’inganno.
LORENZO.
E tante io ne conduco.
CONTE.
Un buon drappello, ed un buon duca; e questo
Talor conta assai più.
LORENZO.
Tutto alla vostra
Scuola dovrò, s’io tal divenga un giorno.
CONTE.
Noi non staremo in ozio a lungo, io stimo.
Vi reco una novella: il Duca ha fatto
Un condottier supremo; al campo ei giunse,
E il comando pigliò: pur or l’avviso
N’ebbi.
LORENZO.
CONTE.
Carlo Malatesti: un nome
Di lieto augurio.[1025] E a noi....s’aspetta
Torglielo, e farne più famoso il nostro.
Lorenzo, ov’è la vostra gente?
LORENZO.
È posta
All’entrata del campo; ivi ordinai
Ch’uom di sua schiera non uscisse, in fino
Che a voi piacesse di vederli.
CONTE.
Andiamo.
[1025] _Variante marginale_:
Di lieto augurio: sovverravvi forse
Che il portava colui cui Brescia io tolsi.
_Coro dell’Atto II._
La sola strofa che nel manoscritto resti diversa, è la penultima:
Stolto anch’esso! Un più forte di lui
Gli domanda il rapito retaggio.
Stolto! ei venne sui campi non sui,
Senza gloria, non pianto, a perir.
E s’ei vive, e nell’empio viäggio
Lieto sempre e felice si mira,
Non lo segue, non veglia quell’ira,
Che l’attende all’estremo sospir?