È ver; ma questa è guerra?

O mia consorte, o figlia mia, tra poco

Io rivedrovvi, abbraccerò gli amici:

Questo è contento al certo. Eppur[959] del tutto

Esser lieto non so: chi potria dirmi

Se un sì bel campo io rivedrò più mai?

_Fine dell’atto quarto._

[949] imponevi

[950] sarien

[951] varcato non l’hanno

[952] veggio

[953] Coll’occhio

[954] veggia

[955] Avvene.—_Il Manzoni rimase oscillante, nelle tragedie, circa il

modo di scrivere le voci composte di codesto verbo. In questa stessa

tragedia, lasciò correre, p. es., un ~avvi~ nella scena quinta dell’atto

I (pag. 191)._

[956] Ch’io

[957] Veggiam.

[958] a lor la pace Domanda il Duca,

[959] E pur

ATTO QUINTO.

SCENA I.

Notte.—Sala del Consiglio dei Dieci illuminata.

IL DOGE, i DIECI, e IL CONTE seduti.

IL DOGE.

(_al CONTE_)

A questi patti offre la pace il Duca:

Su ciò chiede il Consiglio il parer vostro.

IL CONTE.

Signori, un altro io ve ne diedi; e molto

Promisi allor: vi piacque. Io attenni in parte

Quel che promesso avea: ma lunge ancora

Dalle parole è il fatto; ed or non voglio

Farle obbliar però; sul labbro mio

Imprevidente militar baldanza

Non le mettea[960]. Di novo[961] avviso or chiesto,

Altro non posso che ridirvi il primo.

Se intera e calda e risoluta guerra

Far disponete, ah! siete a tempo[962]: è questa

La miglior scelta ancora. Ei vi abbandona

Bergamo e Broscia; e non son vostre? L’armi

Le han fatte vostre: ei non può tanto offrirvi

Quanto sperar di torgli v’è concesso.

Ma, da un guerrier che vi giurò sua fede

Voi non volete altro che il ver, se il modo

Mutar di questa guerra a voi non piace,

Accettate gli accordi.

IL DOGE.

Il parlar vostro

Accenna assai, ma poco spiega: un chiaro

Parer vi si domanda.

IL CONTE.

Uditel dunque.

Scegliete un duce, e confidate in lui:

Tutto ei possa tentar; nulla si tenti

Senza di lui: largo poter gli date;

Stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo[963]

Ch’io sia l’eletto: dico[964] sol che molto

Sperar non lice da chi tal non sia.

MARINO.

Non l’eravate voi quando i prigioni

Sciolti voleste, e il furo? Eppur la guerra

Più risoluta non si fea per questo,

Nè certa più. Duce e signor nel campo,

Forse concesso non l’avreste.

IL CONTE.

Avrei

Fatto di più: sotto alle mie bandiere

Venian quei prodi; e di Filippo il soglio

Voto[965] or sarebbe, o sederiavi un altro.

IL DOGE.

Vasti disegni avete.

IL CONTE.

E l’adempirli

Sta in voi: se ancor nol son, n’è cagion[966] sola

Che la man che il dovea sciolta non era.

MARINO.

A noi si disse altra cagion: che il Duca

Vi commosse a pietà, che l’odio atroce

Che già portaste al signor vostro antico,

Sovra i presenti il rovesciaste intero.

IL CONTE.

Questo vi fu riferto? Ella è sventura

Di chi regge gli Stati udir con pace

L’impudente menzogna, i turpi sogni

D’un vil di cui non degneria privato

Le parole ascoltar.

MARINO.

Sventura è vostra

Che a tal riferto il vostro oprar s’accordi,

Che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca.

IL CONTE.

Il vostro grado io riverisco in voi,

E questi generosi in mezzo a cui

V’ha posto il caso: e mi conforta almeno

Che il non mertato onor di che lor piacque

Cingere il loro capitan, lo stesso

Udirvi io qui, mostra ch’essi han di lui

Altro pensiero.

IL DOGE.

Uno è il pensier di tutti.

IL CONTE

E qual?

IL DOGE.

L’udiste.

IL CONTE.

È del Consiglio il voto

Quello che udii?

IL DOGE.

Si: il crederete al Doge.

IL CONTE.

Questo dubbio di me?....

IL DOGE.

Già da gran tempo

Non è più dubbio.

IL CONTE.

E m’invitaste a questo?

E taceste finor?

IL DOGE.

Sì, per punirvi

Del tradimento, e non vi dar pretesti

Per consumarlo.

IL CONTE.

Io traditor! Comincio

A comprendervi alfin: pur troppo altrui

Creder non volli. Io traditor! Ma questo

Titolo infame infino a me non giunge:

Ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga.

Ditemi stolto: il soffrirò, chè il merto:

Tale è il mio posto qui; ma con null’altro

Lo cambierei[967], ch’egli è il più degno ancora.

Io guardo, io torno col pensier sul tempo

Che fui[968] vostro soldato: ella è una via

Sparsa di fior. Segnate il giorno in cui

Vi parvi un traditor! Ditemi un giorno

Che di grazie e di lodi e di promesse

Colmo non sia! Che più? Qui siedo; e quando

Io venni a questo che alto onor parea,

Quando più forte nel mio cor parlava

Fiducia, amor, riconoscenza, e zelo....

Fiducia no: pensa a fidarsi forse

Quei che invitato tra[969] gli amici arriva?

Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi;

Ella è così. Ma via; poichè gettato

È il finto volto del sorriso ormai,

Sia lode al ciel; siamo in un campo almeno

Che anch’io conosco. A voi parlare or tocca;

E difendermi a me: dite, quai sono

I tradimenti miei?

IL DOGE.

Gli udrete or ora

Dal Collegio segreto.

IL CONTE.

Io lo ricuso.

Ciò che[970] feci per voi, tutto lo feci

Alla luce del sol; renderne conto

Tra insidiose tenebre non voglio.

Giudice del guerrier, solo è il guerriero.

Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio

Che il mondo ascolti le difese, e veda[971]....

IL DOGE.

Passato è il tempo di voler.

IL CONTE.

Qui dunque

Mi si fa forza? Le mie guardie!

(_alzando la voce, si move per[972] uscire_).

IL DOGE.

Sono

Lunge di qui. Soldati!

(_entrano genti armate_)

Eccovi ormai

Le vostre guardie.

IL CONTE.

Io[973] son tradito!

IL DOGE.

Un saggio

Pensier fu dunque il rimandarle: a torto

Non si pensò[974] che, in suo tramar sorpreso,

Farsi ribelle un traditor potria.

IL CONTE.

Anche un ribelle, si: come v’aggrada

Ormai[975] potete favellar.

IL DOGE.

Sia tratto

Al Collegio[976] segreto.

IL CONTE.

Un breve istante

Udite in pria. Voi risolveste, il vedo[977],

La morte mia; ma risolvete insieme

La vostra infamia eterna. Oltre l’antico

Confin l’insegna del Leon si spiega

Su quelle torri, ove all’Europa è noto

Ch’io la piantai. Qui tacerassi, è vero;

Ma intorno a voi, dove non giunge il muto

Terror del vostro impero, ivi librato,

Ivi in note indelebili fia scritto

Il benefizio[978] e la mercè. Pensate

Ai vostri annali, all’avvenir. Tra poco

Il dì verrà che d’un guerriero ancora

Uopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro?

Voi provocate la milizia. Or sono

In vostra forza, è ver; ma vi sovvenga

Ch’io non ci[979] nacqui, che tra gente io nacqui

Belligera, concorde: usa gran tempo

A guardar come sua questa qualunque

Gloria d’un suo concittadin, non fia

Che straniera all’oltraggio ella si tenga.

Qui c’è[980] un inganno: a ciò vi trasse un qualche

Vostro nemico e mio: voi non credete

Ch’io vi tradissi. È tempo ancora.

IL DOGE.

È tardi.

Quando il delitto meditaste, e baldo

Affrontavate chi dovea punirlo,

Tempo era allor d’antiveggenza.

IL CONTE.

Indegno!

Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti

Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi[981]:

Tu forse osasti di pensar che un prode

Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai

Come si mor[982]. Va: quando l’ultim’ora

Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro

Non le starai con quella fronte al certo,

Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco.

(_parte il CONTE tra i soldati_[983]).

[960] ponea

[961] nuovo

[962] in tempo. _Cfr. pag. 226._

[963] chieggio

[964] io dico

[965] Vuoto

[966] ragion

[967] Il cangerei

[968] Ch’io fui

[969] in fra (_ma cfr. pag. 240!_).

[970] Quel ch’io

[971] veggia

[972] _fa [ra] per_

[973] Or

[974] stimò

[975] Omai

[976] tribunal

[977] veggio

[978] beneficio

[979] vi

[980] v’è

[981] _Questi due versi furono aggiunti nell’ediz. del 1845._

[982] muor

[983] _fra le genti armate._

SCENA II.

Casa del CONTE.

ANTONIETTA, e MATILDE.

MATILDE.

Ecco l’aurora; e il padre ancor non giunge.

ANTONIETTA.

Ah! tu nol sai per prova: i lieti eventi

Tardi, aspettati giungono, e non sempre.

Presta soltanto è la sventura, o figlia:

Intraveduta appena, ella c’è sopra.

Ma la notte passò: l’ore penose

Del desio più non son: tra pochi istanti

Quella del gaudio sonerà[984]. Non puote

Ei più tardar; da questo indugio io prendo

Un fausto augurio: il consultar sì a lungo

Tratto non han, che per fermar la pace.

Ei sarà nostro, e per gran tempo.

MATILDE

O madre,

Anch’io lo spero. Assai di notti in pianto,

E di giorni in sospetto abbiam passati.

È tempo ormai che, ad ogni istante, ad ogni

Novella, ad ogni susurrar del volgo

Più non si tremi, e all’alma combattuta

Quell’orrendo pensier più non ritorni:

Forse colui che sospirate, or more[985].

ANTONIETTA.

Oh rio pensier! ma almen per ora è lunge.

Figlia, ogni gioia col dolor si compra.

Non ti sovvien quel dì che il tuo gran padre

Tratto in trionfo, tra[986] i più grandi accolto,

Portò l’insegne de’ nemici al tempio?

MATILDE.

Oh giorno!

ANTONIETTA.

Ognun parea minor di lui;

L’aria sonava[987] del suo nome: e noi

Scevre dal volgo, in alto loco intanto

Contemplavam quell’uno in cui rivolti

Eran tutti gli sguardi: inebbriato[988]

Il cor tremava, e ripetea: siam sue.

MATILDE.

Felici istanti!

ANTONIETTA.

Che avevam noi fatto

Per meritarli? A questa gioia il cielo

Ci trascelse tra mille. Il ciel ti scelse,

Il ciel ti scrisse un sì gran nome in fronte;

Tal don ti fece, che a chiunque il rechi,

N’andrà superbo. A quanta invidia è segno

La nostra sorte! E noi dobbiam scontarla

Con queste angosce.

MATILDE.

Ah! son finite.... ascolta;

Odo un batter di remi... ei cresce... ei cessa...

Si spalancan le porte.... ah! certo ei giunge:

O madre, io vedo[989] un’armatura; è lui.[990]

ANTONIETTA.

Chi mai saria s’egli non fosse?... O sposo...

(_va verso la scena_).

[984] suonerà

[985] muore

[986] in fra

[987] suonava

[988] inebrïato

[989] veggio

[990] è desso

SCENA III.

GONZAGA, e DETTI.

ANTONIETTA.

Gonzaga!... ov’è il mio sposo? ov’è?... Ma voi

Non rispondete? Oh cielo! il vostro aspetto

Annunzia una sventura.

GONZAGA.

Ah che pur troppo

Annunzia il vero!

MATILDE.

A chi sventura?

GONZAGA.

O donne!

Perchè un incarco si crudel m’è imposto?

ANTONIETTA.

Ah! voi volete esser pietoso, e siete

Crudel: tremar più non ci fate. In nome

Di Dio, parlate; ov’è il mio sposo?

GONZAGA.

Il cielo

Vi dia la forza d’ascoltarmi. Il Conte....

MATILDE.

Forse è tornato al campo?

GONZAGA.

Ah! più non torna...

Egli è in disgrazia de’ Signori.... è preso.

ANTONIETTA.

Egli[991] preso! perchè?

GONZAGA.

Gli danno accusa

Di tradimento.

ANTONIETTA.

Ei traditore?[992]

MATILDE.

Oh padre!

ANTONIETTA.

Or via, seguite: preparate al tutto

Siam noi: che gli faran?

GONZAGA.

Dal labbro mio

Voi non l’udrete.

ANTONIETTA.

Ahi l’hanno ucciso!

GONZAGA.

Ei vive;

Ma la sentenza è proferita.

ANTONIETTA.

Ei vive?

Non pianger, figlia, or che d’oprare è il tempo.

Gonzaga, per pietà, non vi stancate

Della nostra sventura: il ciel v’affida

Due derelitte: ei v’era amico: andiamo,

Siateci scorta ai giudici. Vien meco,

Poverella innocente: oh! vieni: in terra

C’è[993] ancor pietà: son sposi e padri anch’essi.

Mentre scrivean l’empia sentenza, in mente

Non venne lor ch’egli era sposo e padre.

Quando vedran di che dolor cagione

È una parola di lor bocca uscita,

Ne fremeranno anch’essi; ah! non potranno

Non rivocarla: del dolor l’aspetto

È terribile all’uom. Forse scusarsi

Quel prode non degnò, rammentar loro

Quanto[994] per essi oprò; noi rammentarlo

Sapremo. Ah! certo ei non pregò; ma noi,

Noi pregheremo.

(_in atto di partire_)

GONZAGA.

Oh ciel, perchè non posso

Lasciarvi almen questa speranza! A preghi

Loco non c’è[995]: qui i giudici son sordi,

Implacabili, ignoti: il fulmin piomba,

La man che il vibra è nelle nubi ascosa.

Solo un conforto v’è concesso, il tristo

Conforto di vederlo, ed io vel reco.

Ma il tempo incalza. Fate cor; tremenda

È la prova; ma il Dio degl’infelici

Sarà con voi.

MATILDE.

Non c’è[996] speranza?

ANTONIETTA.

Oh figlia!

(_partono_)

[991] Egli è

[992] Ei traditore!

[993] V’è

[994] Quel che

[995] v’è

[996] v’è

SCENA IV.

Prigione.

IL CONTE.

A quest’ora il sapranno. Oh perchè almeno

Lunge da lor non moio[997]! Orrendo, è vero,

Lor giungeria l’annunzio; ma varcata

L’ora solenne del dolor saria;

E adesso innanzi ella ci sta: bisogna

Gustarla a sorsi, e insieme. O campi aperti!

O sol diffuso! o strepito dell’armi!

O gioia de’ perigli! o trombe! o grida

De’ combattenti! o mio destrier! tra voi

Era bello il morir. Ma... ripugnante

Vo dunque incontro al mio destin, forzato,

Siccome un reo, spargendo in sulla via

Voti impotenti e misere querele?

E Marco, anch’ei m’avria tradito! Oh vile

Sospetto! oh dubbio! oh potess’io deporlo

Pria di morir! Ma no: che val di novo[998]

Affacciarsi alla vita, e indietro ancora

Volgere il guardo ove non lice il passo?

E tu, Filippo, ne godrai! Che importa?

Io le provai quest’empie gioie anch’io:

Quel che vagliano or so. Ma rivederle!

Ma i lor gemiti udir! l’ultimo addio

Da quelle voci udir! tra quelle braccia

Ritrovarmi.... e staccarmene per sempre!

Eccole! O Dio, manda dal ciel sovr’esse

Un guardo di pietà.

[997] muojo

[998] di nuovo

SCENA V.

ANTONIETTA, MATILDE, GONZAGA, e il CONTE.

ANTONIETTA.

Mio sposo!....

MATILDE.

Oh padre!

ANTONIETTA.

Così ritorni a noi? Questo è il momento

Bramato tanto?....

IL CONTE.

O misere, sa il cielo

Che per voi sole ei m’è tremendo. Avvezzo

Io son da lungo a contemplar la morte,

E ad aspettarla. Ah! sol per voi bisogno

Ho di coraggio; e voi, voi non vorrete

Tormelo, è vero? Allor che Dio sui boni[999]

Fa cader la sventura[1000], ei dona ancora

Il cor di sostenerla. Ah! pari il vostro

Alla sventura[1000] or sia. Godiam di questo

Abbracciamento: è un don del cielo anch’esso.

Figlia, tu piangi! e tu, consorte!.... Ah! quando

Ti feci mia, sereni i giorni tuoi

Scorreano in pace; io ti chiamai compagna

Del mio tristo destin: questo pensiero

M’avvelena il morir. Deh ch’io non veda[1001]

Quanto per me sei sventurata!

ANTONIETTA.

O sposo

De’ miei bei dì, tu che li festi; il core

Vedimi; io moio[1002] di dolor; ma pure

Bramar non posso di non esser tua.

IL CONTE.

Sposa, il sapea quel che in te perdo; ed ora

Non far che troppo il senta.

MATILDE.

Oh gli omicidi!

IL CONTE.

No, mia dolce Matilde; il tristo grido

Della vendetta e del rancor non sorga

Dall’innocente animo tuo, non turbi

Quest’istanti: son sacri. Il torto è grande[1003];

Ma perdona, e vedrai che in mezzo ai mali

Un’alta gioia anco riman. La morte!

Il più crudel nemico altro non puote

Che accelerarla. Oh! gli uomini non hanno

Inventata la morte: ella saria

Rabbiosa, insopportabile: dal cielo

Essa ci[1004] viene; e l’accompagna il cielo

Con tal conforto, che nè dar nè tôrre

Gli uomini ponno. O sposa, o figlia, udite

Le mie parole estreme: amare, il vedo[1005],

Vi piombano sul cor; ma un giorno avrete

Qualche dolcezza a rammentarle insieme.

Tu, sposa, vivi; il dolor vinci, e vivi;

Questa infelice orba non sia del tutto.

Fuggi da questa terra, e tosto ai tuoi

La riconduci: ella è lor sangue; ad essi

Fosti sì cara un dì! Consorte poi[1006]

Del lor nemico, il fosti men; le crude

Ire di Stato avversi fean gran tempo

De’ Carmagnola e de’ Visconti il nome.

Ma tu riedi infelice; il tristo oggetto

Dell’odio è tolto: è un gran pacier la morte.

E tu, tenero fior, tu che tra l’armi

A rallegrare il mio pensier venivi,

Tu chini il capo: oh! la tempesta rugge

Sopra di te! tu tremi, ed al singulto

Più non regge il tuo sen; sento sul petto

Le tue infocate lagrime cadermi;

E tergerle non posso: a me tu sembri

Chieder pietà, Matilde: ah! nulla il padre

Può far per te; ma pei diserti in cielo

C’è[1007] un Padre, il sai. Confida in esso, e vivi

A[1008] dì tranquilli se non lieti: ei certo

Te li prepara[1009]. Ah! perchè mai versato

Tutto il torrente dell’angoscia avria

Sul tuo mattin, se non serbasse al resto

Tutta la sua pietà? Vivi, e consola

Questa dolente madre. Oh ch’ella un giorno

A un degno sposo ti conduca in braccio!

Gonzaga, io t’offro questa man che spesso

Stringesti il dì della battaglia, e quando

Dubbi eravam di rivederci a sera.

Vuoi tu stringerla ancora, e la tua fede

Darmi che scorta e difensor sarai

Di queste donne, fin[1010] che sian[1011] rendute

Ai lor congiunti?

GONZAGA.

Io tel prometto.

IL CONTE.

Or sono

Contento. E quindi, se tu riedi al campo,

Saluta i miei fratelli, e dì lor ch’io

Moio[1012] innocente: testimon tu fosti

Dell’opre mie, de’ miei pensieri, e il sai.

Dì lor che il brando io nol macchiai con l’onta

D’un tradimento: io non macchiai: son io

Tradito. E quando squilleran le trombe,

Quando l’insegne agiteransi al vento,

Dona un pensiero al tuo compagno antico.

E il dì che segue la[1013] battaglia, quando

Sul campo della strage il sacerdote,

Tra il suon lugubre, alzi le palme, offrendo

Il sacrifizio[1014] per gli estinti al cielo,

Ricordivi di me, che anch’io credea

Morir sul campo.

ANTONIETTA.

Oh Dio, pietà di noi!

IL CONTE.

Sposa, Matilde, Ormai[1015] vicina è l’ora;

Convien lasciarci.... addio.

MATILDE.

No, padre....

IL CONTE.

Ancora.

Una volta venite a questo seno;

E per pietà partite.

ANTONIETTA.

Ah no! dovranno

Staccarci a forza.

(_si sente[1016] uno strepito d’armati_)

MATILDE.

Oh qual fragor!

ANTONIETTA.

Gran Dio!

(_s’apre la porta di mezzo, e s’affacciano genti armate; il capo di esse

s’avanza verso il CONTE: le due donne cadono svenute_).

IL CONTE.

O Dio pietoso, tu le involi a questo

Crudel momento; io ti ringrazio. Amico,

Tu le soccorri, a questo infausto loco

Le togli; e quando rivedran la luce

Dì lor.... che nulla da temer più resta.

_Fine della tragedia._

[999] Iddio sui buoni.—_«Quando.... nel “Carmagnola„ corresse ~allor che

Dio sui boni~.... il Manzoni cominciava a profanare con una pedanteria

la serena compostezza dell’opera sua.... Veramente, si fermò a codeste

inezie, senza manomettere tutto il tesoro della lingua arcaica e

poetica di cui s’era largamente valso.... Perfino si lasciò sfuggire il

perseguitato dittongo nella scena quinta dell’atto I del “Carmagnola„:

~i buoni mai Non fur senza nemici~»._ D’OVIDIO, _Le correzioni_ ecc., pag.

209-10.

[1000] sciagura

[1001] veggia

[1002] muojo

[1003] È grande il torto

[1004] Ella ne

[1005] veggio

[1006] poscia

[1007] V’è

[1008] Ai

[1009] destina

[1010] infin

[1011] sien

[1012] Muojo

[1013] alla

[1014] sacrificio

[1015] omai

[1016] _ode_

APPENDICE

IL PRIMO GETTO DEL “CONTE DI CARMAGNOLA„

Anche del _Conte di Carmagnola_ rimangono, tra i manoscritti manzoniani,

tre forme: un primo abbozzo; una minuta messa al pulito del primo e del

secondo atto; una minuta netta di tutta la tragedia.

Nel primo abbozzo, avanti all’atto I è segnata la data: «15 gennaio

1816»; avanti all’atto II: «18 dicembre 1816»; in principio dell’atto

III: «5 luglio», in fine: «15 luglio»; in principio dell’atto IV: «20

luglio»; e del V: «6 agosto»; in fine: «12 agosto». Le scene e i brani,

non più compresi nella forma definitiva della Tragedia, che noi diamo

qui, seguendo, e qua e là correggendo, il Bonghi (_Opere inedite o rare

di A. M._; vol. I, pp. 204-235), son tratti appunto da questo primo

abbozzo.

La seconda e la terza minuta offrono poche e poco notevoli divergenze

dalla stampa.

SCHERILLO.

_Atto I, sc. 1.ª e 2.ª, cancellate poi dall’autore._

SCENA I.

Sala del Senato.

STEFANO, MARINO [_Senatori_].

STEFANO.

Io, Marino, per me non credo mai

Esser venuto tanto inutilmente

In Senato, quant’oggi: e son ben fermo

D’udir tacendo; chè ogni mia parola

In questo affar saria parola al vento.

MARINO.

Dunque credete risoluta affatto

La guerra?

STEFANO.

Oh risoluta, e così certa

Qual se intimata io la vedessi e rotta.

Dubbio ancor forse ci rimane? Il Doge

Quanto se l’abbia a cor, voi lo sapete.

D’altro ei non parla: e gli parria l’estremo

Giorno della Repubblica esser giunto,

Se fosse vinto ch’ella resti in pace.

Gran parte del Senato egli e l’ardente

Orator di Firenze in questo avviso

Avean già tratto. E quando io ’l vidi in prima

Porre a tutti l’assedio, instar, pregare,

E d’ognuno indagar l’animo: a questo,

Gli ampj disegni riandar del Duca,

E che il dì che Firenze alfin cadesse

Tremerìan di Venezia i fondamenti:

Dipinger lieve la vittoria a quello,

Anzi certa: a quest’altro, dello Stato

Allargati i confini; ognuno, insomma,

Da quel lato tentar donde più aperta

Al suäder fosse la via; ben vidi

Che i più ne avrebbe persuasi, e a voi,

Se vi ricorda, io lo predissi.

MARINO.

È il vero.

STEFANO.

Se ciò non basta, non vi par che brami

La guerra il Duca di Milano, anch’egli,

Mentre manda Oratori a chieder pace?

Che ambasceria! la petulanza al senno

Quasi per gioco unita. E che buon frutto

I savii detti di Giovan d’Arezzo

Han prodotto fin qui, che tosto in nulla

Del Lampugnano non mandasse il modo?

Tal noncuranza nel pregar, che male

Starebbe a quei che la preghiera ascolta;

E un vagar curioso e da contento

Viaggiator, qual se ai palagi e ai tempj

Fosse inviato: un orator davvero

A nozze o ad un torneo. Se il Duca vuole

Davver la pace, non potea costui

Meglio tradire il suo signor. Non parlo,

M’intendete, per ben ch’io voglia al Duca

(Foss’egli in fondo!): ben mi duol che tutto

Ei spinga a inutil guerra, anzi (bugiardi

Faccia, io nel prego, i miei presagj il Cielo!)

Dannosa al certo. Eppure, io vedo ancora

Che il più sano consiglio avria potuto

Vincere alfine, se non era il Conte

Di Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,

Sul cui labbro sospetta ogni parola

Esser dovea, chè il suo dolor la forma

Non l’util nostro; egli è colui che ha vinti

Col suo dir violento anche i più saggi;

Egli è che a poco men che a tutti infuse

Quella febbre di guerra, ond’egli è invaso

Al par di lui che un dì la mosse in cielo.

MARINO.

Quanto ad orgoglio non gli cede al certo!

Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangue

Profonder la Repubblica, lo Stato

Anco arrischiar, per vendicar gli affronti

D’un Francesco Busson da Carmagnola?

STEFANO.

Ella è così.

MARINO.

D’uno stranier? d’un figlio

Di vil guardiano del più vile armento?

D’uno che tutti quanti siamo (amara

A proferirsi ell’è questa parola;

Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)

Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a molti

Inchinarsi finor, piaggiarne alcuni,

Già celar non potea con che fatica

La sua superbia ai fini suoi piegasse.

Ma poi ch’egli ebbe a questo modo i molti

Tirati dalla sua, svelatamente

Gli altri costui (così foss’egli in fondo!)

Guardò coll’occhio con che l’uom passando

Guarda l’arnese ond’ei non ha bisogno.

Occhio imprudente! Oh! non fa patti eterni

Con alcun la fortuna[1017]; e non dispero

Vederti un dì verso la polve inchino,

Ed il sorriso mendicar sui volti

A cui più imperturbabile e più fosco

Ora ti volgi!

STEFANO.

Non mi par sì presso

Questo momento.

MARINO.

E che, Stefano? Un uomo,

Fatto nimico al suo Signore, al suo

Benefattor, potrà trovar chi a lungo

A lui si fidi? Che stupor se il Duca

Cacciò da sè quest’odioso alfine,

Che sol prezza la guerra, e fra le guerre

Quelle sole ch’ei fe’; che ogni vittoria

Rinfacciata gli avrà? Men duro assai

Vedersi tôrre una città di mano,

Che doverla a costui. Chi degnamente

Può pagare i suoi merti? A udirlo, il Duca

È il più ingrato degli uomini; che mai

Far quel prence dovea? scender dal trono,

E locarvi costui? Soffrirem noi

Che il simile ne avvenga? E voi volete

In così grave occasion tacervi?

STEFANO.

O Marino, un naviglio al quale il vento

Gonfia ogni vela e a tutto corso il porta,

Volete voi ch’io con la mano il fermi?

Non quel che si vorrebbe è da tentarsi,

Ma quel che ottener puossi. Al par di voi,

E d’altri pochi, per la pace io sono;

Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amo

Al par di voi; sulla sua fè riposo

Al par di voi; ma che possiam noi dire?

È un traditore, e traditor chiarirlo?

Ricantate i sospetti, e cento voci

Vi chiederanno prove. Egli ed il tempo

Ce le daranno, e certe, ove sappiamo

Aspettarle e vegliare. Questo è il suo giorno:

Lasciatelo passar; non glielo fate

Più splendido. Gli amici, ond’ora è cinto,

Ad uno ad un se li farà nemici;

Tale è la sua natura; allor potrete

Farvi ascoltar.

MARINO.

Tacete: apparir veggio

Un Senatore; è Marco.

STEFANO.

Omai dovrieno

Tutti esser giunti; chè mi par d’assai

Trascorsa l’ora del Senato.

[1017] _È degno di nota che questa sentenza: «~non fa patti eterni Con

alcun la fortuna~», fu poi smaltita dal Manzoni, mettendola in bocca di

Adelchi, nel magnifico soliloquio della sc. 2ª dell’atto V._

SCENA II.

MARCO, e DETTI.

STEFANO.

O Marco,

Siete voi solo?

MARCO.

A brevi istanti il Doge

Giunge, e con lui, cred’io, tutto il Senato.

Tutti gli sono intorno: or ora un messo

Gli sopravvenne; egli ad ognun ne parla.

STEFANO.

L’udiste voi?

MARCO.

Pur troppo.

MARINO.

E che novelle?

MARCO.

Atroci.

MARINO.

E quali?

MARCO.

Esser vi dee di nome

Noto un Giovan Liprando.

STEFANO.

Un fuoruscito

Di Milano?

MARCO.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 26 / 45 段