Una vittoria.
PRIMO COMMISSARIO.
La parola a stento
Gli uscia di bocca: ella parea risposta
All’indiscreto che t’assedia, e vuole
Il tuo segreto che per nulla il tocca.
SECONDO COMMISSARIO.
Ma l’ha poi detto il suo segreto? E questo
Motivo ond’egli accontentar vi volle,
Vi parve il solo suo motivo, il vero?
PRIMO COMMISSARIO.
Nol so, non ci[889] badai, tempo non ebbi
Che di pensar ch’io mi trovava innanzi
Un temerario, e ch’io sentia parole
Inusitate ai pari nostri.
SECONDO COMMISSARIO.
E s’egli
Al suo signore antico, al primo ond’ebbe
Onor supremi, all’alta creatura
Della sua spada, più terror che danno
Volesse far? fargli pensar soltanto
Quel ch’egli era per lui, quel che gli è contro?
Tal nemico mostrarglisi, ch’ei brami
D’averlo amico ancor? S’ei non potesse
Tutto staccare il suo pensier da un trono
Ch’egli alzò dalla polve; ov’ebbe il primo
Grado dopo colui che v’è seduto?
Se un duca ardente di conquiste, e inetto
A sopportar d’una corazza il peso,
Che d’una mano ha d’uopo e d’un consiglio,
E[890] al condottier lo chiede, e gli comanda
Ciò ch’ei medesmo gl’inspirò, più grato
Signor, più dolce al condottier paresse,
Che molti, e vigilanti, e più bramosi
Di conservar che d’acquistar, cui preme
Sovr’ogni cosa il comandar davvero?
PRIMO COMMISSARIO.
Tutto io m’aspetto da costui.
SECONDO COMMISSARIO.
Teniamo
Questo sospetto: il suo contegno, i nostri
Accorgimenti il faran chiaro in breve,
O ad altro almen ci guideranno. Ei trama
Certo. Colui che trama, e del successo
Si pasce già, come se il tenga,[891] ardito
Parla ancor che nol voglia; e quei che sprezza
In faccia il suo signor, già in cor ne ha scelto
Un altro, o pensa a diventarlo[892] ei stesso.
No: da Filippo ei non è sciolto in tutto.
A quella stirpe onde la sposa egli ebbe
Non è stranier: troppo gli è caro il nodo
Che ad essa un dì lo strinse. In quella figlia,
Che ha tanta parte in suo pensier, non scorre
Col suo confuso de’ Visconti il sangue?
PRIMO COMMISSARIO.
Come parlò! Come passò dall’ira
Al non curar! Con che superba pace
Disubbidì! Siam noi nel nostro campo?
Di Venezia i mandati? Eran costoro
Vinti e prigioni? E più sicuro il guardo
Portavano di noi! Noi testimoni
Del suo poter, del conto in cui ci tiene,
De’ nostri acquisti così sparsi al vento,
Di tal gioia, di tai grazie, di tali
Abbracciamenti! Oh! ciò durar non puote.
Che avviso è il vostro?
SECONDO COMMISSARIO.
Haccene[893] due? Soffrire,
Dissimular, fargli querela ancora
D’un’offesa che mai creder non puote
Dimenticata, e insiem la strada aprirgli
Di ripararla a modo suo; gradire
Che ch’ei ne faccia; chiedergli soltanto
Ciò che siam certi d’ottenerne; opporci
Sol quanto basti a far che vera appaia
Condiscendenza il resto; a dichiararsi
Non astringerlo mai; vegliare intanto;
Scriverne ai Dieci, ed aspettar comandi.
PRIMO COMMISSARIO.
Viver così! Che si diria di noi?
Dell’alto ufizio[894] che ci fu commesso,
A cui venimmo invidiati, e or tale
Diviene?
SECONDO COMMISSARIO.
È sempre glorioso il posto
Dove si serve la sua patria, e dove
Si giunge ai fini suoi. Soldati e duci
Tutti sono per lui, l’ammiran tutti,
Nessun l’invidia; a sommo onor si tiene
Bene ubbidirlo[895]; e in questo sol c’è[896] gara
Che ad essergli secondo ognuno aspira.
Voce sì cara e riverita in prima,
Che forza avrebbe in lor poscia che udita
L’hanno in un tanto dì, che forza avrebbe
Se proferisse mai quella parola,
Che in core han tutti, la rivolta? Guai!
Che più? gli udimmo pur; come de’ suoi,
È nel pensiero de’ nemici in cima.
PRIMO COMMISSARIO.
Ma siamo a tempo[897]? Ei già sospetta.
SECONDO COMMISSARIO.
Il siamo.
Essi armati, e sol essi; avvezzi tutti
A prodigar la vita, a non temere
Il periglio, ad amarlo, e delle imprese
A non guardar che la speranza, alfine
Più ch’uomini nel campo: ah! se fanciulli
Non fosser poi nel resto, ed i sospetti
Facili a palesar come a deporli;
Se una parola di lusinga, un atto
Di sommessa amistà non li volgesse
A talento di quel che l’usa a tempo;
A che saremmo? ubbidiria[898] la spada?
Saremmo ancora i signor noi?
PRIMO COMMISSARIO.
Sta bene.
Riesca, o no, questo partito è il solo.
_Fine dell’atto terzo._
[886] Contra
[887] la nostra voglia
[888] V’ha
[889] vi
[890] Che
[891] e già si pasce Del suo disegno, come il tenga,
[892] divenirlo
[893] Avvene
[894] ufficio
[895] obbedirlo
[896] v’è
[897] in tempo (_ma più giù lascia_ a tempo!)
[898] _Così anche nella prima ediz.; ma altrove, cfr. pochi versi più sù,
aveva sempre scritto ~obbedire~ ecc.; che ora muta in ~ubbidire~ ecc._
ATTO QUARTO.
SCENA I.
Sala dei Capi del Consiglio dei Dieci, in Venezia.
MARCO Senatore, e MARINO uno dei Capi.
MARCO.
Eccomi al cenno degli eccelsi Capi
Del Consiglio de’ Dieci.
MARINO.
Io parlo in nome
Di tutti lor. Vi si destina un grave
Incarco, fuor[899] di qui: se un argomento
Di confidenza questo sia[900].... la vostra
Coscienza il diravvi.
MARCO.
Essa[901] mi dice
Che scarsa al merto ed all’ingegno mio
Dee la patria concederla, ma intera
Alla fede ed al cor.
MARINO.
La patria! È un nome
Dolce a chi l’ama oltre ogni cosa, e sente
Di vivere per lei; ma proferirlo
Senza tremar non dee chi resta amico
De’ suoi nemici.
MARCO.
Ed io....
MARINO.
Per chi parlaste
Oggi in Senato? Per la patria? I vostri
Sdegni, i vostri terrori eran per lei?
Chi vi rendea sì caldo? Il suo periglio,
O il periglio di chi? Chi difendeste....
Voi solo?
MARCO.
Io so davanti a chi[902] mi trovo.
Sta la mia vita in vostra man, ma il mio
Voto non già: giudice ei non conosce
Fuor che il mio cor; nè d’altro esser può reo
Che d’avergli mentito. A darne conto
Pur disposto son io.
MARINO.
Tutto che puote
Por la patria in periglio, essere inciampo
All’alte mire sue, dargli sospetto,
È in nostra man. Perchè ci siate or voi,
Se nol sapete, se mostrar vi giova
Di non saperlo, uditelo. Per ora
D’oggi si parli; non vogliam di tutta
La vostra vita interrogar che un giorno.
MARCO.
E che? fors’altro mi si appon? Di nulla
Temer poss’io; la mia condotta....
MARINO.
È nota
Più a noi che a voi. Dalla memoria vostra
Forse assai cose ha cancellato il tempo:
Il nostro libro non obblia.
MARCO.
Di tutto
Ragion darò.
MARINO.
Voi la darete quando
Vi fia chiesta. Non più: quando il Senato
Diede il comando al Carmagnola, a molti
Era sospetta la sua fede; ad altri
Certa parea: potea parerlo allora.
Ei discioglie i prigioni, insulta i nostri
Mandati, i nostri pari; ha vinto, e perde
In perfid’ozio la vittoria. Il velo
Cade dal ciglio ai più. Nel suo soccorso
Troppo fidando, il Trevisan s’innoltra
Nel Po, le navi del nemico affronta;
Sopraffatto dal numero, richiede[903]
Al Capitan rinforzo, e non l’ottiene.
Freme il Senato; poche voci appena
S’alzano ancor per lui. Cremona è presa,
Basta sol ch’ei v’accorra; ei non v’accorre.
Giunge l’annunzio oggi al Senato: alfine
Più non gli resta difensor che un solo:
Solo, ma caldo difensor. Per lui
Innocente è costui, degno di lode
Più che di scusa; e se ci[904] fu sventura,
Colpa è soltanto del destino.... e nostra.
Non è giustizia che il persegue: è solo
Odio privato, è invidia, è basso orgoglio
Che non perdona al sommo, a chi tacendo
Grida co’ fatti: io son maggior di voi.
Certo inaudito è un tal linguaggio: i Padri
Nel lor Senato oggi l’udiro; e muti
Si volsero a guardar donde tal voce
Venìa, se uno straniero oggi, un nemico
Premere un seggio nel Senato ardìa
Chiarito è il Conte un traditor; si vuole
Torgli ogni via di nocere[905]. Ma l’arte
Tanta e l’audacia è di costui, che reso
Ei s’è tremendo a’ suoi signori; è forte
Di quella forza che gli abbiam fidata;
Egli ha il cor de’ soldati; e l’armi nostre,
Quando voglia[906], son sue; contro di noi
Volger le puote, e il vuol. Certo è follia
Aspettar che[907] lo tenti; ognun risolve
Ch’ei si prevenga, e tosto. A forza aperta
È impresa piena di perigli. E noi
Starem per questo? E il suo maggior delitto
Sarà cagion perchè impunito ei vada?
Sola una strada alla giustizia è schiusa,
L’arte con cui l’ingannator s’inganna.
Ei ci astrinse a tenerla; ebben, si tenga:
Questo è il voto comun. Che fece allora
L’amico di costui? Ve ne rammenta?
Io vel dirò; chè men tranquillo al certo
Era in quel punto il vostro cor, dell’occhio
Che imperturbato vi seguia. Perdeste
Ogni ritegno, oltrepassaste il largo
Confin che un resto di prudenza avea
Prescritto al vostro ardor, dimenticaste
Ciò che promesso v’eravate, intero
Ai men veggenti vi svelaste, a quelli
Cui parea novo[908] ciò che a noi non l’era.
Ognuno allor pensò che oggi in Senato
C’era[909] un uom di soverchio, e che bisogna
Porre il segreto dello Stato in salvo.
MARCO.
Signor, tutto a voi lice: innanzi a voi
Quel che ora io sia, non so; però non posso
Dimenticarmi che patrizio io sono,
Nè a voi tacer che un dubbio tal m’offende.
Sono un di voi: la causa dello Stato
È la mia causa; e il suo segreto importa
A me non men che altrui.
MARINO.
Volete alfine
Saper chi siete qui? Voi siete un uomo
Di cui si teme, un che lo Stato guarda
Come un inciampo alla sua via. Mostrate
Che nol sarete; il darvene agio ancora
È gran clemenza.
MARCO.
Io sono amico al Conte:
Questa è l’accusa mia; nol nego, io il sono:
E il ciel ringrazio che vigor mi ha dato
Di confessarlo qui. Ma se nemico
E della patria? Mi si provi, è il mio.[910]
Che gli si appone? I prigionier disciolti?
Non li disciolse il vincitor soldato?
Ma invan pregato il condottier non volle
Frenar questa licenza. Il potea forse?
Ma l’imitò. Non ve lo astrinse un uso,
Qual ch’ei sia, della guerra? ed al Senato
Vera non parve questa scusa? e largo
D’ogni onor poscia non gli fu? L’ajuto[911]
Al Trevisan negato? Era più grave
Periglio il darlo; era l’impresa ordita
Ignaro il Conte; ei non fu chiesto a[912] tempo.
E la sentenza che a sì turpe esiglio
Il Trevisan dannò, tutta la colpa
Non rovesciò sovra di lui? Cremona?
Chi di Cremona meditò l’acquisto?
Chi l’ordin diè che si tentasse? Il Conte.
Del popol tutto che a rumor[913] si leva
Non può scarso drappel l’inaspettato
Impeto sostener; ritorna al campo,
Non scemo pur d’un combattente. Al Duce
Buon consiglio non parve incontro un novo[914]
Impensato nemico avventurarsi;
E abbandonò l’impresa. Ella è, fra tante
Sì ben compiute, una fallita impresa;
Ma il tradimento ov’è? Fiero, oltraggioso
Da gran tempo, voi dite, è il suo linguaggio:
Un troppo lungo tollerar macchiato
Ha l’onor nostro. Ed un’insidia, il lava?
E poi che un nodo, un dì sì caro, ormai
Non può tener Venezia e il Carmagnola,
Chi ci vieta disciorlo? Un’amistade
Sì nobilmente stretta, or non potria
Nobilmente finir? Come! anche in questo
Un periglio si scorge! Il genio ardito
Del condottier, la fama sua si teme,
De’ soldati l’amor! Se render piena
Testimonianza al ver, colpa si stima;
Se a tal trista temenza oppor non lice
La lealtà del Conte; il senso almeno
Del nostro onor la scacci. Abbiam di noi
Un più degno concetto; e non si creda
Che a tal Venezia giunta sia, che possa
Porla in periglio un uom. Lasciam codeste
Cure ai tiranni: ivi il valor si tema
Ove lo scettro è in una mano, e basta
A strapparlo un guerrier che dica: io sono
Più degno di tenerlo; e a’ suoi compagni
Il persuada. Ei che tentar potria?
Al Duca ritornar, dicesi, e seco
Le schiere trar nel tradimento. Al Duca?
All’uom che un’onta non perdona mai,
Nè un gran servigio, ritornar colui
Che gli compose e che gli scosse il trono?
Chi non potè restargli amico in tempo
Che pugnava per lui, ridivenirlo
Dopo averlo sconfitto! Avvicinarsi
A quella man che in questo asilo istesso
Comprò un pugnal per trapassargli il petto!
L’odio solo, o signor[915], creder lo puote.
Ah! qual sia la cagion che innanzi a questo
Temuto seggio fa trovarmi, un’alta
Grazia mi fia, se fare intender posso
Anco una volta il ver: qualche lusinga
Io nutro ancor che non fia forse invano.
Sì, l’odio cieco, l’odio sol potea
Far che fosse in Senato un tal sospetto
Proposto, inteso, tollerato. Ha molti
Fra noi[916] nemici il Conte: or non ricerco
Perchè lo siano[917]: il son. Quando nascoste
All’ombra della pubblica vendetta,
Le nimistà private io disvelai;
Quando chiedea che a provveder s’avesse
L’util soltanto dello Stato, e il giusto;
Allora ufizio[918] io non facea d’amico,
Ma di fedel patrizio. Io già non scuso
Il mio parlar: quando proporre intesi
Che sotto il vel di consultarlo ei sia
Richiamato a Venezia, e gli si faccia
Onor più dell’usato, e tutto questo
Per tirarlo nel laccio.... allor, nol nego....
MARINO.
Più non pensaste che all’amico.
MARCO.
Allora,
Dissimular nol vo’, tutte sentii[919]
Le potenze dell’alma sollevarsi
Contro un consiglio.... ah fu seguito!.... Un solo
Pensier non fu; fu della patria mia
L’onor ch’io vedo[920] vilipeso, il grido
De’ nemici e de’ posteri; fu il primo
Senso d’orror che un tradimento inspira
All’uom che dee stornarlo, o starne a parte.
E se pietà d’un prode a tanti affetti
Pur si mischiò, dovea, poteva io forse
Farla tacer? Son reo d’aver creduto
Che util puote a Venezia esser soltanto
Ciò che l’onora, e che[921] si può salvarla
Senza farsi....
MARINO.
Non più: se tanto udii
Fu perchè ai Capi del Consiglio importa
Di conoscervi appien. Piacque aspettarvi
Ai secondi pensier; veder si volle
Se un più maturo ponderar v’avea
Tratto a più saggio e più civil consiglio.
Or, poichè indarno si sperò, credete
Voi che un decreto del Senato io voglia
Difender ora innanzi a voi? Si tratta
La vostra causa qui. Pensate a voi,
Non alla patria: ad altre, e forti, e pure
Mani è commessa la sua sorte; e nulla
A cor le sta che il suo voler vi piaccia,
Ma che s’adempia, e che non sia sofferto
Pure il pensier di porvi impedimento.
A questo vegliam noi. Quindi io non voglio
Altro da voi che una risposta. Espresso
Sovra quest’uomo è del Senato il voto;
Compir si dee; voi, che farete intanto?[922]
MARCO.
Quale inchiesta, signor!
MARINO.
Voi siete a parte
D’un gran disegno; e in vostro cor bramate
Che a voto[923] ei vada; non è ver?
MARCO.
Che importa
Ciò ch’io brami, allo Stato? A prova ormai
Sa che dell’opre mie non è misura
Il desiderio, ma il dover.
MARINO.
Qual pegno
Abbiam da voi che lo farete? In nome
Del Tribunale un ve ne chiedo[924]: e questo,[925]
Se lo negate, un traditor vi tiene.
Quel che si serba ai traditor, v’è noto.
MARCO.
Io.... Che si vuol da me?
MARINO.
Riconoscete
Che patria è questa a cui bastovvi il core
Di preferire uno stranier. Sui figli
A stento e tardi essa la mano aggrava;
E a perderne soltanto ella consente
Quei che salvar non puote. Ogni error vostro
È pronta ad obbliar; v’apre ella stessa
La strada al pentimento.
MARCO.
Al pentimento!
Ebben, che strada?
MARINO.
Il Mussulman[926] disegna
D’assalir Tessalonica: voi siete
Colà mandato. A quale ufizio[927], quivi
Noto vi fia: pronta è la nave; ed oggi
Voi partirete.
MARCO.
Ubbidirò.
MARINO.
Ma un’arra
Si vuol di vostra fè: giurar dovete
Per quanto è sacro, che in parole o in cenni
Nulla per voi traspirerà di quanto
Oggi s’è fisso. Il giuramento è questo:
(_gli presenta un foglio_)
Sottoscrivete.
MARCO
(_legge_).
E che, signor? Non basta?....
MARINO.
E per ultimo, udite. Il messo è in via
Che porta[928] al Conte il suo richiamo. Ov’egli
Pronto ubbidisca[929], ed in Venezia arrivi,
Giustizia troverà[930].... forse clemenza.
Ma se ricusa, se sta in forse[931], e segno
Dà di sospetto; un gran segreto udite,
E tenetelo[932] in voi; l’ordine è dato
Che dalle nostre man vivo ei non esca.
Il traditor che dargli un cenno ardisce,
Quei l’uccide, e si perde. Io più non odo
Nulla da voi: scrivete; ovvero....
(_gli porge il foglio_)
MARCO.
Io scrivo.
(_prende il foglio e lo sottoscrive_)
MARINO.
Tutto è posto in obblio. La vostra fede
Ha fatto il più; vinto ha il dover: l’impresa
Compirsi or dee dalla prudenza; e questa
Non può mancarvi, sol che in mente abbiate
Che ormai due vite in vostra man son poste.
(_parte_)
[899] via
[900] fia
[901] Ella
[902] dinanzi a cui
[903] domanda
[904] vi
[905] nuocere
[906] ei voglia
[907] ch’ei
[908] nuovo
[909] V’era
[910] Ma se nemico È della patria; mi si provi, è il mio.—_Del resto,
tutto questo discorso di Marco riesce più cospicuamente punteggiato nella
prima ediz.; dove è messa meglio in evidenza quella specie di dibattito
tra le obiezioni presunte e le risposte che vi contrappone l’uomo onesto
ed oculato._
[911] _Chi sa mai com’è sfuggita alla spietata persecuzione questa ~j~!_
[912] in
[913] romor
[914] incontra un nuovo
[915] solo, Signor
[916] _Anche questo ~fra noi~ (nell’«Adelchi», I, 4ª: ~fra di noi~) è
riuscito a sgattaiolare! Poco prima c’è stato un fra tante, come pur
nell’«Adelchi», V, 8ª; ma colà sul contrabbando il Manzoni ha chiuso un
occhio, per evitare la cacofonia. Vero è che altrove («Carmagnola», I,
4ª) non s’è fatto scrupolo di correggere: ~Non troverò tra tanti prenci!~_
[917] sieno
[918] ufficio
[919] io sentii
[920] veggio
[921] ; che
[922] Voi, che pensieri avete?
[923] a vuoto
[924] chieggio
[925] questi
[926] Musulman
[927] ufficio
[928] reca
[929] _Nella prima stampa anche qui era già: ~Ubbidirò~, ~ubbidisca~:
cfr. dianzi pag. 227._
[930] ei troverà,
[931] s’egli indugia, o
[932] serbatelo
SCENA II.
MARCO.
Dunque è deciso!.... un vil son io.... fui posto
Al cimento; e che feci?.... Io prima d’oggi
Non conoscea me stesso!.... Oh che segreto
Oggi ho scoperto! Abbandonar nel laccio
Un amico io potea! Vedergli al tergo
L’assassino venir, veder lo stile[933]
Che su lui scende, e non gridar: ti guarda!
Io lo potea; l’ho fatto.... io più nol devo[934]
Salvar; chiamato in testimonio ho[935] il cielo
D’un’infame viltà.... la sua sentenza
Ho sottoscritta.... ho la mia parte anch’io
Nel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciai
Dunque atterrir?.... La vita?.... Ebben, talvolta
Senza delitto non si può serbarla:
Nol sapeva io? Perchè promisi adunque?
Per chi tremai? per me? per me? per questo
Disonorato capo?.... o per l’amico?
La mia ripulsa accelerava il colpo,
Non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,
Rivelami il mio cor; ch’io veda[936] almeno
In quale abisso son[937] caduto, s’io
Fui più stolto, o codardo, o sventurato.
O Carmagnola, tu verrai!... sì certo
Egli verrà.... se anche[938] di queste volpi
Stesse in sospetto, ei penserà che Marco
È senator, che anch’io l’invito; e lunge
Ogni dubbiezza scaccerà[939]; rimorso
Avrà d’averla accolta.... Io son che il perdo!
Ma.... di clemenza non parlò quel vile?
Sì, la clemenza che il potente accorda
All’uom che ha tratto nell’agguato[940], a quello
Ch’egli medesmo accusa, e che gli preme[941]
Di trovar reo. Clemenza all’innocente!
Oh! il vil son io che gli credetti, o volli
Credergli; ei la nomò perchè comprese
Che bastante a corrompermi non era
Il rio timor che a goccia a goccia ei fea
Scender sull’alma mia: vide che d’uopo
M’era un nobil pretesto; e me lo diede.
Gli astuti! i traditor! Come le parti
Distribuite hanno tra lor costoro!
Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altro
Le minacce.... e la mia?... voller che fosse
Debolezza ed inganno... ed io l’ho presa!
Io li[942] spregiava; e son da men di loro!
Ei non gli sono amici!.... Io non doveva
Essergli amico: io lo cercai; fui preso
Dall’alta indole sua, dal suo gran nome.
Perchè dapprima non pensai che incarco
È l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?
Perchè allor correr solo io nol lasciai
La sua splendida via, s’io non potea
Seguire i passi suoi? La man gli stesi;
Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,
E il nemico gli è sopra, io la ritiro:
Ei si desta, e mi cerca: io son fuggito!
Ei mi dispregia, e more[943]! Io non sostengo
Questo pensier.... Che feci!.... Ebben, che feci?
Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,
E nulla più. Se fu delitto il giuro[944],
Non fia virtù l’infrangerlo? Non sono
Che all’orlo ancor del precipizio; il vedo,[945]
E ritrarmi poss’io.... Non posso un mezzo
Trovar?.... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il disse
Per atterrirmi.... E se davvero il disse?
Oh empi, in quale abbominevol rete
Stretto m’avete! Un nobile consiglio
Per me non c’è[946]; qualunque io scelga, è colpa.
Oh dubbio atroce!.... Io li ringrazio; ei m’hanno
Statuito un destino, ei m’hanno spinto
Per una via; vi corro: almen mi giova
Ch’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tutto
Ch’io faccio è forza e volontà d’altrui.
Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io spero
Che ti morrò lontano, e pria che nulla
Sappia di te: lo spero: in fra i perigli[947]
Certo per sua pietade il ciel m’invia.
Ma[948] non morrò per te. Che tu sii grande
E gloriosa, che m’importa? Anch’io
Due gran tesori avea, la mia virtude,
Ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi.
(_parte_)
[933] stilo
[934] deggio
[935] ho in testimonio
[936] veggia
[937] io son
[938] anco
[939] ei caccerà
[940] aguato
[941] gl’importa
[942] gli
[943] muore!
[944] Giuro
[945] veggio
[946] v’ha
[947] _Sic!_
[948] Io
SCENA III.
Tenda del CONTE.
IL CONTE, e GONZAGA.
IL CONTE.
Ebben, che raccogliesti?
GONZAGA.
Io favellai,
Come imponesti[949], ai Commissari; e chiaro
Mostrai che tutta delle vinte navi
Riman la colpa e la vergogna a lui
Che non le seppe comandar; che infausta
La giornata gli fu perchè la imprese
Senza di te; che tu da lui chiamato
Tardi in soccorso, romper non dovevi
I tuoi disegni per servir gli altrui;
Che l’armi lor, tanto in tua man felici,
Sempre il sarian[950], se questa guerra fosse
Commessa al senno ed al voler d’un solo.
IL CONTE.
Che dicon essi?
GONZAGA.
Si mostrar convinti
Ai detti miei: dissero in pria, che nulla
Dissimular volean; che amaro al certo
De’ perduti navigli era il pensiero,
E di Cremona la fallita impresa;
Ma che son lieti di saper che il fallo
Di te non fu; che di chiunque ei sia,
Da te l’ammenda aspettano.
IL CONTE.
Tu il vedi,
O mio Gonzaga; se dài fede al volgo,
Sommo riguardo, arte profonda è d’uopo
Con questi uomin di Stato. Io fui con essi
Quel ch’esser soglio; rigettai l’ingiuste
Pretese lor, scender li feci alquanto
Dall’alto seggio ove si pon chi avvezzo
Non è a vedersi altri che schiavi intorno;
Io mostrai lor fino a che segno io voglio
Che altri signor mi sia: d’allora in poi
Mai non l’hanno passato[951]; io li provai
Saggi sempre e cortesi.
GONZAGA.
E non pertanto
Dar consiglio ad alcuno io non vorrei
Di tener questa via. Te da gran tempo
La gloria segue e la fortuna; ad essi
Util tu sei, tu necessario e caro,
Terribil forse: e tu la prova hai vinta;
Se pur può dirsi che sia vinta ancora.
IL CONTE.
Che dubbi hai tu?
GONZAGA.
Tu, che certezza? Io vedo[952]
Dolci sembianti, e dolci detti ascolto:
Segni d’amor; ma pur, l’odio che teme,
Altri ne ha forse?
IL CONTE.
No: di questo io nulla
Sono in pensier. Troppo a regnar son usi;
E san che all’uom da cui s’ottiene il molto
Chieder non dessi improntamente il meno.
E poi, mi credi, io li guardai dappresso:
Questa cupa arte lor, questi intricati
Avvolgimenti di menzogna, questo
Finger, tacere, antiveder, di cui
Tanto li loda e li condanna il mondo,
È meno assai di quel che al mondo appare.
GONZAGA.
Se pur non era di lor arte il colmo
Il parer tali a te.
IL CONTE.
No: tu li vedi,
Con l’occhio[953] altrui: quando col tuo li veda[954],
Tu cangerai pensiero. Havvene[955] assai
Di schietti e buoni; havvene[955] tal che un’alta
Anima chiude, a cui pensier non osa
Avvicinarsi che gentil non sia:
Anima dolce e disdegnosa, in cui
Legger non puoi, che tu non sia compreso
D’amor, di riverenza, e di desio
Di somigliarle. Non temer; non sono
Di me scontenti; e quando il fosser mai,
Io lo saprei ben tosto.
GONZAGA.
Il Ciel non voglia
Che tu t’inganni.
IL CONTE.
Altro mi duol: son stanco
Di questa guerra che condur non posso
A modo mio. Quand’io non era ancora
Più che un soldato di ventura, ascoso
E perduto tra i mille, ed io sentia
Che al loco mio non m’avea posto il cielo,
E dell’oscurità l’aria affannosa
Respirava fremendo, ed il comando
Si bello mi parea.... chi m’avria detto
Che[956] l’otterrei, che a gloriosi duci,
E a tanti e così prodi e così fidi
Soldati io sarei capo; e che felice
Io non sarei perciò!....
(_entra un Soldato_)
Che rechi?
SOLDATO.
Un foglio
Di Venezia.
(_gli porge il foglio, e parte_)
IL CONTE.
Vediam.[957]
(_legge_)
Non tel diss’io?
Mai non gli ebbi più amici: a loro il Duca
Chiede la pace,[958] e conferir con meco
Braman di ciò. Vuoi tu seguirmi?
GONZAGA.
Io vengo.
IL CONTE.
Che dì tu di tal pace?
GONZAGA.
Ad un soldato
Tu lo domandi?
IL CONTE.