Il vidi;

Udii le grida del furor, le grida

Della fiducia e del coraggio; e il viso

Rivolsi altrove, onde nessun dei prodi

Vi leggesse il pensier che mal mio grado

Vi si pingeva: era il pensier che false

Son quelle gioie e brevi; era il pensiero

Del valor che si perde. Io cavalcai

Lungo tutta la fronte: io tesi il guardo,

Quanto lunge potei; rividi quelle

Macchie che sorgon qua e là dal suolo

Uliginoso che la via fiancheggia:

Là son gli agguati, il giurerei. Rividi

Quel doppio cinto di muniti carri,

Onde assiepato è del nemico il campo.

Se l’urto primo ei sostener non puote,

Ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirne

Preparato al secondo. Un novo[822] è questo

Trovato di costui, per tôrre ai suoi

Il pensier primo che s’affaccia ai vinti,

Il pensier della fuga. Ad atterrarlo

Due colpi è d’uopo: ei con un sol ne atterra.

Perchè, non giova chiuder gli occhi al vero,

Non son più quelle guerre, in cui pe’ figli

E per le donne e per la patria terra

E per le leggi che la fan sì cara,

Combatteva il soldato; in cui pensava

Il capitano a statuirgli un posto,

Egli a morirvi. A mercenarie genti

Noi comandiamo, in cui più di leggieri

Trovi il furor che la costanza: e’ corrono

Volonterosi alla vittoria incontro;

Ma s’ella tarda, se son posti a lungo

Tra la fuga e la morte, ah! dubbia è troppo

La scelta di costoro. E questo evento

Più che tutt’altro antiveder ci è forza.

Vil tempo in cui tanto al comando cresce

Difficoltà, quanto la gloria scema!

Io lo ripeto, non è questo un campo

Di battaglia per noi.

MALATESTI.

Dunque?

TORELLO.

Si muti.

Non siam pari al nemico; andiamo in luogo

Dove lo siam.

MALATESTI.

Così Maclodio a lui

Lascerem quasi in dono? I valorosi,

Che vi son chiusi, non potran tenersi

Più che due giorni.

TORELLO.

Il so; ma non si tratta

Nè d’un presidio qui, nè d’una terra;

Trattasi dello Stato.

SFORZA.

E di che mai

Se non di terre si compon lo Stato?

E quelle che indugiando, ad una ad una

Già lasciammo sfuggir, quante son elle?

Casal, Bina, Quinzano e.... se vi piace

Noveratele voi, chè in tal pensiero

Troppo caldo io mi sento. Il nobil manto,

Che a noi fidato ha il Duca, a brano a brano

Soffriam così che in nostra man si scemi,

E che a lui messo omai da noi non giunga

Che una ritratta non gli annunzi. Intanto

Superbisce il nemico, e ai nostri indugi

Sfacciato insulta.

TORELLO.

E questo è segno, o Sforza,

Ch’ei brama una battaglia.

SFORZA.

Oh, che puot’egli

Bramar di più, che innanzi a sè cacciarne

Con la[823] spada nel fodero?

PERGOLA.

Che puote

Bramar di più? Dirovvel io[824]: che noi

Tutto arrischiam l’esercito in un campo

Ov’egli ha preso ogni vantaggio. Or questo

Poniamo in salvo; chè le terre è lieve

Riprender[825] con gli eserciti.

FORTEBRACCIO

Con quali?

Non, per mia fè, con quelli a cui s’insegna

A diloggiar quando il nemico appare,

A non mirarlo in faccia, a lasciar soli

Nelle angosce i compagni; ma con genti

Quali or le abbiam d’ira e di scorno accese,

Impazienti di pugnar, con queste

Si riparan le perdite, e si vince.

Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati,

Perchè lasciarli irrugginir?

SFORZA.

Torello,

Voi temete d’agguati? Anch’io dirovvi:

Non son più quelle guerre, in cui minuti

Drappelletti movean, con l’occhio[826] teso

Ogni macchia guatando, ogni rivolta.

Un’oste intera sopra[827] un’oste intera

Oggi rovescerassi: un tanto stuolo

Si vince sì, ma non s’accerchia; ei spazza

Innanzi a sè gl’intoppi, e fin ch’è unito,

Dovunque sia, sul suo terreno è sempre.

FORTEBRACCIO.

(_a PERGOLA e TORELLO_)

Siete convinti?

TORELLO.

Sofferite....

MALATESTI.

Io il sono.

Omai vano è più dir. Certo io mi tengo

Che tutti andrete in operar d’accordo

Più che non foste in divisar disgiunti.

Poi che un partito e l’altro ha il suo periglio,

Scegliamo almen quel che più gloria ha seco.

Noi darem la battaglia: alla frontiera

Io mi pongo coi miei; Sforza vien dietro

E chiude la vanguardia; il mezzo tenga

Della battaglia Fortebraccio: e il nostro

Ufizio[828] sia con impeto serrarci

Addosso al[829] campo del nemico, aprirlo,

E spingerci a Maclodio. Voi, Torello,

E voi, Pergola, a cui sì dubbia sembra

Questa giornata, io pongo in vostra mano

L’assicurarla: voi, discosti alquanto,

Il retroguardo avrete. O la fortuna,

Pur come suol, seconda i valorosi,

E rompiamo il nemico; e voi piombate

Sopra i dispersi. Ma s’ei dura incontro

L’impeto nostro, e ci vedete entrati

D’onde[830] uscir soli non possiam; venite

A noi, reggete i periglianti amici;

Chè, per cosa che avvenga[831], io vi prometto,

Retrocedere a voi non ci vedrete.

FORTEBRACCIO.

Non ci vedrete, no.

SFORZA.

Siatene certi.

FORTEBRACCIO.

Sia lode al ciel, combatteremo alfine:

Mai non accadde a capitan, ch’io sappia,

Per fare il suo mestier contender tanto.

PERGOLA.

O Carmagnola, tu pensasti che oggi

Il giovenil corruccio alla prudenza

Prevarrebbe dei vecchi; e ti apponesti.

FORTEBRACCIO.

Sì, la prudenza è la virtù dei vecchi:

Ella cresce con gli anni, e tanto cresce

Che alfin diventa.....

PERGOLA.

Ebben, dite.

FORTEBRACCIO.

Paura;

Poi che volete ad ogni modo udirlo.

MALATESTI.

Fortebraccio!

PERGOLA.

L’hai detto. Ad un soldato

Che già più volte avea pugnato e vinto

Prima che tu vedessi una bandiera,

Oggi tu il primo hai detto.....

MALATESTI.

Da quel lato

Presso Maclodio è posto il Carmagnola.

Quegli fra noi che avere oggi pensasse

Altro nemico che costui, sarebbe

Un traditor: pensatamente il dico.

PERGOLA.

Ritratto il voto che dapprima io diedi;

E il do per la battaglia: ella fia quale

Predissi allor; ma non importa. Allora

Potea schifarsi; or la domando io primo:

Io son per la battaglia.

MALATESTI.

Accetto il voto

Ma non l’augurio: lo distorni il cielo

Sul capo del nemico.

PERGOLA.

O Fortebraccio,

Tu m’hai offeso.

MALATESTI.

Or via....

FORTEBRACCIO.

Se così credi,

Sia pur così: perchè a te spiaccia, o a quale

Altro pur sia, non crederai ch’io voglia

Una parola ritirar che uscita

Dalle labbra mi sia.

MALATESTI.

(_in atto di partire_)

Chi resta fido

A Filippo, mi segua.

PERGOLA.

Io vi prometto

Che oggi darem battaglia, e che di noi

Non mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,

Non giunger onta ad onta; io ti ripeto,

Tu m’hai offeso. Ascolta, io t’offro il modo

Che tu mi renda l’onor mio, serbando

Intatto il tuo.

FORTEBRACCIO.

Che vuoi?

PERGOLA.

Dammi il tuo posto.

Ovunque tu combatta, a tutti è noto

Che tu volesti la battaglia, ed io,

Io devo[832] ad ogni modo essere in luogo

Che l’amico e il nemico aperto veda[833]

Ch’io non ho... tu m’intendi.

FORTEBRACCIO.

Io son contento.

Prendi[834] quel posto; poi che il brami, è tuo.

O forte, or m’odi: ora m’è dolce il dirti

Ch’io non t’offesi, no: per la fortuna

Del signor nostro tu soverchio temi:

Questo dir volli. Ma il timor che nasce

In cor di quel[835] che ama la vita, e l’ama

Più dell’onor, ma che nel cor del prode

Muore al primo periglio ch’egli affronta,

E mai più non risorge, o valoroso,

Pensavi tu?...

PERGOLA.

Nulla pensai: tu parli

Da generoso qual tu sei.

(_a MALATESTI_)

Signore,

Voi consentite al cambio?...

MALATESTI.

Io ci consento[836];

E son ben lieto di veder tant’ira

Tutta cader sovra il nemico.

TORELLO.

(_allo SFORZA_)

Io stava

Col Pergola da prima; ingiusto, io spero,

Non vi parrà.....

SFORZA.

V’intendo; e con lui state

Alla vanguardia: ultimi e primi, tutti

Combatterem; poco m’importa il dove.

MALATESTI.

Non più ritardi. Iddio sarà coi prodi.

(_partono_)

[822] nuovo

[823] _Qui ~Colla~: più giù ~con gli~._

[824] Dirovvel’io.

[825] Ripigliar

[826] coll’occhio

[827] sovra

[828] Ufficio

[829] il

[830] _Nell’ediz. 1820 e ’45: ~Donde~_

[831] accaggia

[832] deggio

[833] veggia

[834] Piglia

[835] quei

[836] v’acconsento

SCENA IV.

Campo veneziano. Tenda del Conte.

IL CONTE, un SOLDATO.[837]

SOLDATO.

Signor, l’oste nemica è in movimento:

La vanguardia è sull’argine, e s’avanza.

IL CONTE.

I condottieri dove son?

SOLDATO.

Qui tutti

Fuor della tenda i principali; e stanno

Gli ordin vostri aspettando.

IL CONTE.

Entrino tosto.

(_parte il Soldato_)

[837] poi un Soldato che sopraggiunge.

SCENA V.

IL CONTE.

Eccolo il dì ch’io bramai tanto.—Il giorno

Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,

Che ogni adito era chiuso, e che deriso,

Solo, io partiva, e non sapea per dove,

Oggi con gioia io lo rammento alfine.

Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,

Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!

Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,

Un sogno della rabbia; ed ora è vero.

Gli sono a fronte: ecco mi balza il core:

Io sento il dì della battaglia..... E s’io.....

No: la vittoria è mia.

SCENA VI.

IL CONTE, GONZAGA, ORSINI, TOLENTINO, altri CONDOTTIERI.

IL CONTE.

Compagni, udiste

La lieta nova[838]: l’inimico ha fatto

Ciò ch’io volea; così voi pur farete.

E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro,

Il più bel dì di nostra vita apporta.

Non è tra voi chi una battaglia aspetti

Per farsi un nome, il[839] so; ma questa sera

L’avrem più glorioso; e la parola

Che al nostro orecchio sonerà[840] più grata,

Omai fia quella di Maclodio. Orsini,

Son pronti i tuoi?

ORSINI.

Sì.

IL CONTE.

Corri all’imboscate

Sulla destra dell’argine; raggiungi

Quei che vi stanno, e prendine[841] il comando.

E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi

Non vi movete, che non sia lo scontro

Incominciato; quando ei fia, correte

Alle spalle al nemico. Udite entrambi.

Se dell’insidie egli s’avvede, e tenta

Ritrarsi, appena avrà voltato il dorso,

Siategli addosso uniti: io son con voi.

Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.

ORSINI.

E[842] lo sarà.

(_parte_).

TOLENTINO.

T’ubbidirem[843], vedrai.

(_parte_).

IL CONTE.

(_agli altri_)

Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voi

Assegnerò sul campo. Andiam, compagni;

Si resista al prim’urto: il resto è certo.

[838] nuova

[839] io ’l

[840] scenderà

[841] pigliane

[842] Ei

[843] Ti obbedirem

CORO.[844]

S’ode a destra uno squillo di tromba;

A sinistra risponde uno squillo:

D’ambo i lati calpesto rimbomba

Da cavalli e da fanti il terren.

Quinci spunta per l’aria un vessillo;

Quindi un altro s’avanza spiegato:

Ecco appare un drappello schierato;

Ecco un altro che incontro gli vien.

Già di mezzo sparito è il terreno;

Già le spade respingon le spade;

L’un dell’altro le immerge nel seno;

Gronda il sangue; raddoppia il ferir.

—Chi son essi? Alle belle contrade

Qual ne venne straniero a far guerra?

Qual è quei che ha giurato la terra

Dove nacque far salva, o morir?

—D’una terra son tutti: un linguaggio

Parlan tutti: fratelli li dice

Lo straniero: il comune lignaggio

A ognun d’essi dal volto traspar.

Questa terra fu a tutti nudrice,

Questa terra di sangue ora intrisa,

Che natura dall’altre ha divisa,

E ricinta con l’alpe e col mar.

—Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando

Trasse il primo il fratello a ferire?

Oh terror! Del conflitto esecrando

La cagione esecranda qual è?[845]

—Non la sanno: a dar morte, a morire

Qui senz’ira ognun d’essi è venuto;

E venduto ad un duce venduto,

Con lui pugna, e non chiede il perchè.

—Ahi sventura! Ma spose non hanno,

Non han madri gli stolti guerrieri?

Perchè tutte i lor cari non vanno

Dall’ignobile campo a strappar?

E i vegliardi che ai casti pensieri

Della tomba già schiudon la mente,

Chè non tentan la turba furente

Con prudenti parole placar?

—Come assiso talvolta il villano

Sulla porta del cheto abituro,

Segna il nembo che scende lontano

Sopra[846] i campi che arati ei non ha;

Così udresti ciascun che sicuro

Vede lungi le armate coorti,

Raccontar le migliaia de’ morti,

E la pieta dell’arse città.

Là, pendenti dal labbro materno

Vedi i figli che imparano intenti

A distinguer con nomi di scherno

Quei che andranno ad uccidere un dì;

Qui le donne alle veglie lucenti

De’ monili far pompa e de’ cinti,

Che alle donne diserte de’ vinti

Il marito o l’amante rapì.

—Ahi sventura! sventura! sventura!

Già la terra è coperta d’uccisi;

Tutta è sangue la vasta pianura;

Cresce il grido, raddoppia il furor.

Ma negli ordini manchi e divisi

Mal si regge, già cede una schiera;

Già nel volgo che vincer dispera,

Della vita rinasce l’amor.

Come il grano lanciato dal pieno

Ventilabro nell’aria si spande;

Tale intorno per l’ampio terreno

Si sparpagliano i vinti guerrier.

Ma improvvise terribili bande

Ai fuggenti s’affaccian sul calle;

Ma si senton più presso alle spalle

Anelare[847] il temuto destrier.

Cadon trepidi a piè de’ nemici,

Gettan[848] l’arme, si danno prigioni:

Il clamor delle turbe vittrici

Copre i lai del tapino che mor.[849]

Un corriero è salito in arcioni;

Prende un foglio, il ripone, s’avvia,

Sferza, sprona, divora la via;

Ogni villa si desta al rumor.[850]

Perchè tutti sul pesto cammino

Dalle case, dai campi accorrete?

Ognun chiede con ansia al vicino,

Che gioconda novella recò?

Donde ei venga, infelici, il sapete,

E sperate che gioia favelli?

I fratelli hanno ucciso i fratelli:

Questa orrenda novella vi do.

Odo intorno festevoli gridi;

S’orna il tempio, e risona[851] del canto;

Già s’innalzan dai cori[852] omicidi

Grazie ed inni che abbomina il ciel.

Giù dal cerchio dell’alpi frattanto

Lo straniero gli sguardi rivolve;

Vede i forti che mordon la polve,

E li conta con gioia crudel.

Affrettatevi, empite le schiere,

Sospendete i trionfi ed i giochi,[853]

Ritornate alle vostre bandiere:

Lo straniero discende; egli è qui.

Vincitor! Siete deboli e pochi?

Ma per questo a sfidarvi ei discende;

E voglioso a quei campi v’attende

Dove[854] il vostro fratello perì.

Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,

Tu che in pace nutrirli non sai,

Fatal terra, gli estrani ricevi:

Tal giudizio[855] comincia per te.

Un nemico che offeso non hai,

A tue mense insultando s’asside;

Degli stolti le spoglie divide;

Toglie il brando di mano a’ tuoi re.

Stolto anch’esso! Beata fu mai

Gente alcuna per sangue ed oltraggio?

Solo al vinto non toccano i guai;

Torna in pianto dell’empio il gioir.

Ben talor nel superbo viaggio

Non l’abbatte l’eterna vendetta;

Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;

Ma lo coglie all’estremo sospir.

Tutti fatti a sembianza d’un Solo,

Figli tutti d’un solo Riscatto,

In qual ora[856], in qual parte del suolo,

Trascorriamo quest’aura vital,

Siam fratelli; siam stretti ad un patto:

Maledetto colui che l’infrange,[857]

Che s’innalza sul fiacco che piange,

Che contrista uno spirto immortal!

_Fine dell’atto secondo._

[844] _Qui era una nota: ~Vedasi la Prefazione, a pagina [161]~._

[845] qual’è?

[846] Sovra. _Altrove lascia ~sovra~; cfr. pag. 247._

[847] Scalpitare

[848] Rendon

[849] muor.

[850] romor.

[851] risuona

[852] cuori

[853] giuochi

[854] Ove

[855] giudicio

[856] qual’ora

[857] lo infrange

ATTO TERZO.

SCENA I.

Tenda del Conte.

IL CONTE e il PRIMO COMMISSARIO.

IL CONTE

Siete contenti?

PRIMO COMMISSARIO.

Udir l’alto trionfo

Della patria; vederlo; essere i primi

A salutarla vincitrice; a lei

Darne l’annunzio; assistere alla fuga

De’ suoi nemici; e mentre al nostro orecchio

Rimbomba il suon della minaccia ancora,

Veder la gloria sua fuor del periglio

Uscir raggiante e più che mai serena,

Come un sol dalle nubi; è gioia questa

Forse, o signor, cui la parola arrivi?

Voi la vedete: essa vi sia misura

Della riconoscenza; e ben ci tarda

Di rendervi tal grazie in altro nome

Che non è il nostro, e del Senato a voi

Riferir la letizia e il guiderdone.

Ei sarà pari al merto.

IL CONTE.

Io già lo tengo.

Venezia è salva; ho liberata in parte

Una grande promessa; ho fatto alfine

Risovvenir di me tal che m’avea

Dimenticato; ho vinto.

PRIMO COMMISSARIO.

Ed or si vuole

Assicurar della vittoria il frutto.

IL CONTE.

.....Questa è mia cura.

PRIMO COMMISSARIO.

Or che dal vostro brando

Sgombra è la via, noi ci aspettiam che tutta

Voi la farete, nè starem fin tanto

Che non si giunga del nemico al trono.

IL CONTE.

Quando fia tempo.

PRIMO COMMISSARIO.

E che? Voi non volete

Inseguire i fuggenti?

IL CONTE.

Ora non[858] voglio.

PRIMO COMMISSARIO.

Ma il Senato lo crede.... E noi ben certi

Che pari all’alta occasion, che pari

Alla vittoria il vostro ardor saria

Nel proseguirla, abbiamo a lui....

IL CONTE

Vi siete

Troppo affrettati.

PRIMO COMMISSARIO.

E che dirà mai quando

Udrà che ancor siam qui?

IL CONTE.

Dirà, che il meglio

È di fidarsi a chi per lui già vinse.

PRIMO COMMISSARIO.

Ma.... che pensate far?

IL CONTE.

Ve l’avrei detto

Più volentier pochi momenti or sono;

Pur convien ch’io vel dica. Io non mi voglio

Allontanar di qui pria ch’espugnate

Non sian le rocche che ci stan d’intorno.

Voglio un solo nemico, e quello in faccia.

PRIMO COMMISSARIO.

Or dunque i nostri voti....

IL CONTE.

I vostri voti

Più arditi son del brando mio, più rapidi

De’ miei cavalli;.... ed io.... la prima volta

È che mi sento dir pur ch’io[859] m’affretti.

PRIMO COMMISSARIO.

Ma pensaste abbastanza?

IL CONTE.

E che! Sì nova[860]

Mi giunge una vittoria? E vi par egli[861]

Che questa gioia mi confonda il core

Tanto che il primo mio pensier non sia

Per ciò che resta a far?

[858] Or non lo

[859] m’ascolto dir ch’io pur

[860] nuova

[861] Dunque mi giunge una vittoria? E parvi

SCENA II.

Il SECONDO COMMISSARIO, e DETTI.

SECONDO COMMISSARIO.

(_al CONTE_)[862]

Signor, se tosto

Non correte al riparo, una sfacciata

Perfidia s’affatica a render vana

Sì gran vittoria; e già l’ha fatto in parte.

IL CONTE.

Come?

SECONDO COMMISSARIO.

I prigioni escon del campo a torme;

I condottieri ed i soldati a gara

Li mandan sciolti, nè tener li puote

Fuor che un vostro comando.

IL CONTE.

Un mio comando?

SECONDO COMMISSARIO.

Esitereste a darlo?

IL CONTE.

È questo un uso

Della guerra, il sapete. È così dolce

Il perdonar quando si vince! e l’ira

Presto si cambia[863] in amistà ne’ cori

Che batton sotto il ferro. Ah! non vogliate

Invidiar sì nobil premio a quelli

Che hanno per voi posta la vita, ed oggi

Son generosi, perchè ier fur prodi.

SECONDO COMMISSARIO.

Sia generoso chi per sè combatte,

Signor; ma questi, e ad onor l’hanno, io credo,

Al nostro soldo han combattuto; e nostri

Sono i prigioni.

IL CONTE.

E voi potete adunque

Creder così: quei che gli han visti a fronte,

Che assaggiare i lor colpi, e che a fatica

Su lor le mani insanguinate han poste,

Nol crederan sì di leggieri.

PRIMO COMMISSARIO.

È questa

Dunque una giostra di piacer? Non vince

Per conservar, Venezia? E vana al tutto

Fia la vittoria?

IL CONTE.

Io già l’udii, di novo[864]

La devo[865] udir questa parola: amara,

Importuna mi vien come l’insetto

Che, scacciato una volta, anco a ronzarmi

Torna sul volto.... La vittoria è vana?

Il suol d’estinti ricoperto, sparso

E scoraggiato il resto.... il più fiorente

Esercito! col qual, se unito ancora

E mio foss’egli, e mio davver, torrei

A correr tutta Italia; ogni disegno

Dell’inimico al vento; anche[866] il pensiero

Dell’offesa a lui tolto; a stento usciti

Dalle mie mani, e di fuggir contenti

Quattro tai duci, contro a’ quai pur ieri

Era vanto il resistere; svanito

Mezzo il terror di que’ gran nomi; ai nostri

Raddoppiato[867] l’ardir che agli altri è scemo;

Tutta la scelta della guerra in noi;

Nostre le terre ch’egli han sgombre.... è nulla?

Pensate voi che torneranno al Duca

Que’ prigioni? che l’amino? che a loro

Caglia di lui più che di voi? ch’egli abbiano

Combattuto per esso? Han combattuto

Perchè all’uomo che segue una bandiera,

Grida una voce imperiosa in core:

Combatti, e vinci. E’ son perdenti; e’ sono

Tornati in libertà; si venderanno....

Oh! tale ora è il soldato.... a chi primiero

Li comprerà.... Comprateli, e son vostri.

PRIMO COMMISSARIO.

Quando assoldammo chi dovea con essi

Pugnar, comprarli noi credemmo allora.

SECONDO COMMISSARIO.

Signor, Venezia in voi si fida; in voi

Vede essa[868] un figlio; e quanto all’util suo,

Alla sua gloria può condur, s’aspetta

Che si faccia da voi.

IL CONTE.

Tutto ch’io posso.

SECONDO COMMISSARIO.

Ebben, che non potete in questo campo?

IL CONTE.

Quel che chiedete: un uso antico, un uso

Caro ai soldati violar non posso.

SECONDO COMMISSARIO.

Voi cui nulla resiste, a cui sì pronto

Tien dietro ogni voler, si ch’uom[869] non vede

Se per amore o per timor si pieghi,

Voi non potreste in questo campo, voi

Fare una legge, e mantenerla?

IL CONTE.

Io dissi

Ch’io non potea: meglio or dirò: nol voglio.

Non più parole; con gli[870] amici è questo

Il mio costume antico, ai giusti preghi

Soddisfar tosto e lietamente, e gli altri

Apertamente rifiutar. Soldati!

SECONDO COMMISSARIO.

Ma.... che disegno è il vostro?

IL CONTE.

Or lo vedrete.

(_a un Soldato che entra_)

Quanti prigion restano ancora?

IL SOLDATO.

Io credo

Quattrocento[871], signor.

IL CONTE.

Chiamali.... chiama

I più distinti.... quei che incontri i primi:

Vengan qui tosto.

(_parte il Soldato_)

Io ’l potrei certo.... Ov’io

Dessi un tal cenno, non s’udria nel campo

Una repulsa[872]; ma i miei figli, i miei

Compagni del periglio e della gioia,

Quei che fidano in me, che un capitano

Credon seguir sempre a difender pronto

L’onor della milizia ed il vantaggio,

Io tradirli così! Farla più serva,

Più vil, più trista che non è!.... Signori,

Fidente io son, come i soldati il sono;

Ma se cosa or da me chiedete a forza,

Che mi tolga l’amor de’ miei compagni,

Se mi volete separar da quelli,

E a tal ridurmi ch’io non abbia appoggio

Altro che il vostro, mio malgrado[873] il dico,

M’astringerete a dubitar....

SECONDO COMMISSARIO.

Che dite!

[862] _Manca._

[863] cangia

[864] di nuovo

[865] deggio

[866] anco (_ma più sù lasciò_ anco!)

[867] Addoppiato

[868] Ved’ella

[869] sicch’uom

[870] cogli

[871] Quattro cento

[872] ripulsa

[873] a mio mal grado

SCENA III.

I PRIGIONIERI,[874] tra i quali PERGOLA figlio, e DETTI.

IL CONTE.

(_ai Prigionieri_[874])

O prodi indarno, o sventurati!.... A voi

Dunque fortuna è più crudel? Voi soli

Siete alla trista prigionia serbati?

UN PRIGIONIERE.[875]

Tale, eccelso signor, non era il nostro

Presentimento: allor che[876] a voi dinanzi

Fummo chiamati, udir ci parve il messo

Di nostra libertà. Già tutti l’hanno

Ricovrata color che agli altri duci,

Minor di voi, caddero in mano; e noi....

IL CONTE.

Voi, di chi siete prigionier?

IL PRIGIONIERE.

Noi fummo

Gli ultimi a render l’armi. In fuga o preso

Già tutto il resto, ancor per pochi istanti

Fu sospesa per noi l’empia fortuna

Della giornata; alfin voi feste il cenno

D’accerchiarci, o signor: soli, non vinti,

Ma reliquie de’ vinti, al drappel vostro....[877]

IL CONTE.

Voi siete quelli? Io son contento, amici,

Di rivedervi; e posso ben far fede

Che pugnaste da prodi: e se tradito

Tanto valor non era, e pari a voi

Sortito aveste un condottier, non era

Piacevol tresca esservi a fronte.

IL PRIGIONIERE.

Ed ora

Ci fia sventura il non aver ceduto

Che a voi, signore? E quelli a cui toccato

Men glorioso è il vincitor, l’avranno

Trovato più cortese? Indarno ai vostri

La libertà chiedemmo; alcun non osa

Dispor di noi senza l’assenso vostro;

Ma cel promiser tutti. Oh! se potete

Mostrarvi al Conte, ci dicean; non egli

Certo dei vinti aggraverà la sorte;

Non fia certo per lui tolta un’antica

Cortesia della guerra,... ei che sapria

Esser piuttosto ad inventarla il primo.

IL CONTE.

(_ai Commissari_)

Voi gli udite, o signori..... Ebben, che dite?....

Voi, che fareste?....

(_ai Prigionieri_)

Tolga il ciel che alcuno

Più altamente di me pensi ch’io stesso.

Voi siete sciolti, amici. Addio: seguite

La vostra sorte, e s’ella ancor vi porta

Sotto una insegna che mi sia nemica....

Ebben, ci rivedremo.

(_segni di gioia tra i Prigionieri, che partono; il CONTE osserva il

PERGOLA figlio, e lo ferma_)

O giovinetto,[878]

Tu del volgo non sei; l’abito, e il volto

Ancor più chiaro il dice; e ti confondi

Con gli[879] altri, e taci?

PERGOLA FIGLIO.

O capitano, i vinti

Non han nulla da dir.

IL CONTE.

La tua[880] fortuna

Porti così, che ben ti mostri degno

D’una miglior. Quale è il tuo nome?

PERGOLA FIGLIO.

Un nome

Cui crescer pregio assai difficil fia,

Che un grande obbligo impone a chi lo porta:

Pergola è il nome mio.

IL CONTE.

Che? Tu sei figlio

Di quel valente?

PERGOLA FIGLIO.

Il son.[881]

IL CONTE.

Vieni ed abbraccia

L’antico amico di tuo padre. Io era

Quale or tu sei, quando il conobbi in prima.

Tu mi rammenti i lieti giorni, i giorni

Delle speranze. E tu fa cor: fortuna

Più giocondi principi a me concesse;

Ma le promesse sue sono pei prodi;

E o presto[882] o tardi essa le adempie. Il padre

Per me saluta, o giovinetto[883], e digli

Ch’io non tel chiesi, ma che certo io sono

Ch’ei non volea questa battaglia.

PERGOLA FIGLIO.

Ah! certo,

Non la volea; ma fur parole al vento.

IL CONTE.

Non ti doler: del capitano è l’onta

Della sconfitta; e sempre ben comincia

Chi da forte combatte ove[884] fu posto.

Vien meco;

(_lo prende[885] per mano_)

ai duci io vo’ mostrarti, io voglio

Renderti la tua spada.

(_ai Commissari_)

Addio, signori;

Giammai pietoso coi nemici vostri

Io non sarò, che dopo averli vinti.

(_partono il CONTE e PERGOLA figlio_).

[874] Prigioni

[875] Prigione; _e così sempre_.

[876] allorchè

[877] Meglio e più chiaramente virgolato nella prima ediz.:

alfin voi feste il cenno

D’accerchiarci, o Signor,—soli, non vinti,

Ma reliquie dei vinti,—al drappel vostro.

[878] giovanotto

[879] Cogli

[880] Questa

[881] Io il son.

[882] E tosto

[883] giovanetto

[884] ov’ei

[885] piglia

SCENA IV.

I due COMMISSARI.

SECONDO COMMISSARIO.

(_dopo qualche silenzio_)

Direte ancor che a presagir perigli

Troppo facil son io? che le parole

De’ suoi contrari, il mio sospetto antico,

L’odio forse, chi sa? mi fanno ingiusto

Contro[886] costui? ch’egli è sdegnoso, ardente,

Ma leal? che da lui cercar non dèssi

Ossequi, ma servigi, e quando in grave

Caso il nostro volere[887] a lui s’intimi,

Il dubitar ch’egli resista è un sogno?

Vi basta questo?

PRIMO COMMISSARIO.

C’è[888] di più. Gli dissi

Che a noi premea che s’inseguisse il vinto:

Ei ricusò.

SECONDO COMMISSARIO.

Ma che rispose?

PRIMO COMMISSARIO.

Ei vuole

Assicurarsi delle rocche.... ei teme....

SECONDO COMMISSARIO.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 24 / 45 段