Se dai teatri popolari passiamo ad esaminare qual caso[505] si sia

fatto[506] di queste regole ne’ teatri colti delle diverse nazioni[507],

troviamo che nel greco non sono mai state stabilite[508] per principio, e

che s’è fatto contro ciò che esse prescrivono, ogni volta che l’argomento

lo ha richiesto; che i poeti drammatici inglesi e spagnoli[509] più

celebri, quelli che[510] sono riguardati come i poeti nazionali, non le

hanno conosciute, o non se ne sono curati; che i tedeschi le rifiutano

per riflessione. Nel teatro francese vennero introdotte a stento; e

l’unità di luogo in ispecie incontrò ostacoli da parte de’ comici stessi,

quando vi fu messa[511] in pratica da Mairet[512] con la sua _Sofonisba_,

che si dice la prima tragedia regolare francese: quasi fosse un destino

che la regolarità tragica deva[513] sempre cominciare da una _Sofonisba_

noiosa. In Italia queste regole sono state seguite come leggi, e senza

discussione, che io sappia, e quindi probabilmente senza esame.

IV. Per colmo poi di bizzarria, è accaduto che quegli stessi che le hanno

ricevute non le osservano esattamente in fatto. Perchè, senza parlare di

qualche violazione dell’unità di luogo che si trova in alcune tragedie

italiane e francesi, di quelle chiamate esclusivamente _regolari_, è

noto che l’unità di tempo non è osservata nè pretesa nel suo stretto

senso, cioè nell’uguaglianza del tempo fittizio attribuito all’azione

col tempo reale che essa occupa nella rappresentazione. Appena in tutto

il teatro francese si citano tre o quattro tragedie che adempiscano[514]

questa condizione. _Comme il est très-rare (~dice un critico francese~)

de trouver des sujets qui puissent être resserrés dans des bornes si

étroites, on a élargi la règle, et on l’a étendue jusqu’à vingt-quatre

heures_[c]. Con una tale[515] transazione i trattatisti non hanno fatto

altro che riconoscere l’irragionevolezza[516] della regola, e si sono

messi in un campo dove non possono sostenersi in nessuna maniera[517].

Giacchè si potrà ben discutere con chi è di parere che l’azione non

deva oltrepassare il tempo materiale della rappresentazione; ma chi ha

abbandonato questo punto, con qual[518] ragione pretenderà che uno si

tenga[519] in un limite fissato così[520] arbitrariamente? Cosa[521]

si può mai dire a un critico, il quale crede[522] che si possano

allargare le regole? Accade qui, come in molte altre cose, che sia più

ragionevole chiedere[523] il molto che il poco. Ci sono ragioni[524] più

che sufficienti per esimersi da queste regole; ma non se ne può trovare

una per ottenere una facilitazione a chi le voglia seguire[525]. _Il

serait donc à souhaiter (~dice un altro critico~) que la durée fictive

de l’action pût se borner au temps du spectacle; mais c’est être ennemi

des arts, et du plaisir qu’ils causent, que de leur imposer des lois

qu’ils ne peuvent suivre, sans se priver de leurs ressources les plus

fécondes, et de leurs plus rares beautés. Il est des licences heureuses,

dont le Public convient tacitement avec les poètes, à condition qu’ils

les employent à lui plaire, et à le toucher; et de ce nombre est

l’extension feinte et supposée du temps réel de l’action théâtrale_[d].

Ma le[526] _licenze felici_ sono parole senza senso in letteratura;

sono di quelle molte espressioni che rappresentano un’idea chiara nel

loro significato proprio e comune, e che usate qui metaforicamente

rinchiudono una contradizione.[527] Si chiama ordinariamente _licenza_

ciò che si fa contro le regole prescritte dagli uomini; e si danno in

questo senso licenze felici, perchè tali regole possono essere, e sono

spesso, più generali di quello che la natura delle cose richieda.[528]

Si è trasportata questa espressione nella grammatica, e vi sta bene;

perchè le regole[529] grammaticali essendo di convenzione, e per

conseguenza alterabili, può uno scrittore, violando alcuna di queste,

spiegarsi meglio; ma nelle regole intrinseche alle arti del bello la cosa

sta altrimenti. Esse devono essere fondate sulla natura, necessarie,

immutabili, indipendenti dalla volontà de’ critici, trovate, non fatte; e

quindi la trasgressione di esse non può esser altro che infelice.[530] —

Ma perchè queste riflessioni su due parole? Perché nelle[531] due parole

appunto sta l’errore. Quando s’abbraccia un’opinione storta, si usa per

lo più spiegarla con frasi metaforiche e ambigue, vere in un senso e

false in un altro; perchè la frase chiara svelerebbe la contradizione. E

a voler mettere in chiaro[532] l’erroneità della opinione, bisogna[533]

indicare dove sia[534] l’equivoco.

V. Finalmente queste regole impediscono molte bellezze, e producono molti

inconvenienti.

Non discenderò a dimostrare[535] con esempi la prima parte di questa

proposizione: ciò è stato fatto egregiamente più d’una volta. E la

cosa resulta[536] tanto evidentemente dalla più leggiera osservazione

d’alcune tragedie inglesi e tedesche, che i sostenitori[537] stessi delle

regole sono costretti a riconoscerla[538]. Confessano essi che il non

astringersi ai limiti reali di tempo e di luogo lascia il campo a una

imitazione ben altrimenti varia e forte: non negano le bellezze ottenute

a scapito delle regole; ma affermano che bisogna rinunziare a quelle

bellezze, giacchè per ottenerle bisogna cadere nell’inverosimile. Ora,

ammettendo l’obiezione, è chiaro che l’inverosimiglianza tanto temuta

non si farebbe sentire[539] che alla rappresentazione scenica; e però la

tragedia da recitarsi sarebbe di sua natura incapace di quel grado di

perfezione, a cui può arrivare[540] la tragedia, quando non si consideri

che come un poema in dialogo, fatto soltanto per la lettura, del pari

che il narrativo. In tal caso, chi vuol cavare dalla poesia ciò che essa

può dare, dovrebbe preferire sempre questo secondo genere di tragedia: e

nell’alternativa di sacrificare o la rappresentazione materiale, o ciò

che forma l’essenza del bello poetico, chi potrebbe mai stare in dubbio?

Certo, meno d’ogni altro quei critici i quali sono sempre[541] di parere

che le tragedie greche non siano[542] mai state superate dai moderni, e

che producano il sommo effetto poetico, quantunque non servano più che

alla[543] lettura. Non ho inteso con ciò di concedere che i drammi senza

le unità riescano inverosimili alla recita; ma da una conseguenza ho

voluto far sentire il valore del principio.

Gl’inconvenienti che nascono[544] dall’astringersi alle due unità, e

specialmente a quella di luogo, sono ugualmente[545] confessati dai

critici. Anzi non par credibile che le inverosimiglianze esistenti

nei drammi orditi secondo queste regole, siano così tranquillamente

tollerate da coloro che vogliono le regole a solo fine d’ottenere la

verosimiglianza. Cito un solo esempio di questa loro rassegnazione: _Dans

CINNA il faut que la conjuration se fasse dans le cabinet d’Émilie, et

qu’Auguste vienne dans ce même cabinet confondre Cinna, et lui pardonner:

cela est peu naturel._ La sconvenienza[546] è assai bene sentita, e

sinceramente confessata. Ma la giustificazione è singolare. Eccola:

_Cependant il le faut_[e].

Forse si è qui eccessivamente ciarlato su una questione[547] già

così bene sciolta, e che a molti può parer[548] troppo frivola.

Rammenterò[549] a questi ciò che disse molto sensatamente in un caso

consimile un noto scrittore[550]: _Il n’y a pas grand mal à se tromper

en tout cela: mais il vaut encore mieux ne s’y point tromper, s’il est

possible_[f]. E del rimanente, credo che[551] una tale questione abbia il

suo lato importante. L’errore solo è frivolo in ogni senso. Tutto ciò che

ha relazione con l’arti della parola, e coi diversi modi d’influire sulle

idee e sugli affetti degli uomini, è legato di sua natura con oggetti

gravissimi. L’arte drammatica si trova presso tutti i popoli civilizzati:

essa è considerata da alcuni come un mezzo potente di miglioramento, da

altri come un mezzo potente di corruttela, da nessuno come una cosa[552]

indifferente. Ed è[553] certo che tutto ciò che tende a ravvicinarla o

ad allontanarla dal suo tipo di verità e di perfezione, deve alterare,

dirigere, aumentare, o diminuire la sua influenza.

Quest’ultime riflessioni conducono a una[554] questione più volte

discussa, ora quasi dimenticata, ma che io credo tutt’altro che sciolta;

ed è: se la poesia drammatica sia utile o dannosa. So che ai nostri

giorni sembra pedanteria il conservare alcun dubbio sopra di ciò[555],

dacchè il Pubblico di tutte le nazioni colte ha sentenziato col fatto

in favore del teatro. Mi sembra però che ci voglia molto coraggio per

sottoscriversi senza esame a una sentenza contro la quale sussistono le

proteste[556] di Nicole, di Bossuet, e di G. G. Rousseau, il di cui[557]

nome unito a questi viene qui ad avere una autorità singolare. Essi

hanno unanimemente inteso di stabilire due punti: uno[558] che i drammi

da loro conosciuti ed esaminati sono immorali: l’altro che ogni dramma

deva esserlo, sotto pena di riuscire freddo, e quindi vizioso secondo

l’arte; e che in conseguenza la poesia drammatica sia una di quelle cose

che si devono abbandonare, quantunque producano dei piaceri, perchè

essenzialmente dannose. Convenendo interamente sui vizi del sistema

drammatico giudicato dagli scrittori nominati qui sopra, oso credere

illegittima la conseguenza che[559] ne hanno dedotta contro la poesia

drammatica in generale.[560] Mi pare[561] che siano stati tratti in

errore dal non aver supposto possibile altro sistema che[562] quello

seguito in Francia. Se ne può dare, e se ne dà un altro suscettibile

del più alto grado d’interesse e immune[563] dagl’inconvenienti di

quello: un sistema conducente allo scopo morale, ben lungi dall’essergli

contrario. Al presente saggio di componimento drammatico, m’ero proposto

[564] d’unire un discorso su tale argomento. Ma costretto da alcune

circostanze a rimettere questo lavoro ad altro tempo, mi fo lecito

d’annunziarlo; perchè mi pare[565] cosa sconveniente il manifestare una

opinione contraria[566] all’opinione ragionata d’uomini di prim’ordine,

senza addurre le proprie ragioni, o senza prometterle almeno[g].

Mi rimane a render conto del Coro introdotto una volta in questa

tragedia, il quale, per non essere nominati personaggi che lo compongano

[567], può parere[568] un capriccio, o un enimma[569]. Non posso

meglio spiegarne l’intenzione, che riportando in parte ciò che il signor

Schlegel ha detto dei Cori greci: _Il Coro è da riguardarsi come la

personificazione de’ pensieri morali che l’azione ispira, come l’organo

de’ sentimenti del poeta che parla in nome dell’intera umanità_. E poco

sotto: _Vollero i greci che in ogni dramma il Coro.... fosse prima di

tutto il rappresentante del genio nazionale, e poi[570] il difensore

della causa dell’umanità: il Coro era insomma lo spettatore ideale; esso

temperava l’impressioni violente[571] e dolorose d’un’azione qualche

volta[572] troppo vicina al vero; e riverberando, per così dire, allo

spettatore reale le sue proprie emozioni, gliele rimandava raddolcite

dalla vaghezza d’un’espressione lirica e armonica, e lo conduceva

così nel campo più tranquillo della contemplazione_[h]. Ora m’è parso

[573] che, se i Cori dei greci non sono combinabili col sistema tragico

moderno, si possa però ottenere in parte il loro fine, e rinnovarne lo

spirito, inserendo degli squarci lirici composti sull’idea[574] di que’

Cori. Se l’essere questi indipendenti dall’azione e non applicati a

personaggi li priva d’una[575] gran parte dell’effetto che producevano

quelli, può però, a mio credere, renderli suscettibili d’uno slancio più

lirico, più variato e più fantastico. Hanno inoltre sugli antichi il

vantaggio d’essere senza inconvenienti: non essendo legati con l’orditura

dell’azione, non saranno mai cagione che questa si alteri e si scomponga

per farceli[576] stare. Hanno finalmente un altro vantaggio per l’arte,

in quanto, riserbando al poeta un cantuccio dov’egli possa parlare in

persona propria, gli diminuiranno la tentazione d’introdursi nell’azione,

e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti: difetto dei

più notati negli scrittori drammatici. Senza indagare se questi Cori

potessero mai essere in qualche modo adattati alla recita, io propongo

soltanto che siano destinati alla lettura: e prego il lettore d’esaminare

questo progetto indipendentemente dal saggio che qui se ne presenta;

perchè il progetto mi sembra potere essere atto a dare all’arte più

importanza e perfezionamento, somministrandole un mezzo più diretto, più

certo e più determinato d’influenza morale.

Premetto alla tragedia alcune notizie storiche sul personaggio e sui

fatti che sono l’argomento di essa, pensando che chiunque si risolve a

leggere un componimento misto d’invenzione e di verità storica, ami di

potere, senza lunghe ricerche, discernere ciò che vi è conservato di

avvenimenti reali.

[469] _Nella prima edizione scrive sempre: ~annojare~, ~nojoso~,

~principj~, ~necessarj~, ~varj~, ~proprj~, ~arbitrarj~, ~esempj~,

~vizj~...._

[470] Oltre di che

[471] lievi

[472] spedienti

[473] trovato per impacciarsi l’un l’altro, ingegnosissimo

[474] _Nella prima edizione sempre: ~egualmente~, ~eguale~,

~eguaglianza~._

[475] _Sempre: ~piccioli~, ~picciola~...._

[476] più ch’ella non è, tolgono

[477] qualsiasi

[478] ritenute

[479] ripigliarne

[480] Studierò

[481] _Questo ~picciola~ s’è salvato!_

[482] risultanti dall’indole

[483] _Sempre: ~Aristotile~_

[484] coloro i quali

[485] questa azione

[486] egli

[487] _Sempre: ~su di un~_

[488] egli è

[489] _Sempre: ~verisimiglianza e inverisimiglianza~, ~verisimile e

inverisimile~ (sost. e agg.)..._

[490] dai rapporti

[491] dai rapporti

[492] _Sempre: ~fra~_

[493] _Sempre: ~cogli~, ~colla~, ~coll’~..._

[494] soltanto

[495] in modo che a lui

[496] parer

[497] altri

[498] assicurandosi

[499] egli

[500] _Sempre: ~obbiezione~_

[501] _Sempre: ~v’era~_

[502] si considerano dal lato dell’esperienza

[503] _Sempre: ~si è~_

[504] tutto dì

[505] conto

[506] tenuto

[507] d’ogni nazione, noi

[508] poste

[509] spagnuoli

[510] i quali

[511] posta

[512] _In molte delle antiche edizioni (potrei dire in tutte), anteriori

al 1845, si strascinò l’errore: ~Nairet~; anche in quella di Jena 1827, e

in quella un po’ pretensiosa di Firenze 1827._

[513] _Sempre: ~debba~, ~debbono~...._

[514] adempiano

[515] Con tale

[516] la dannosità

[517] in alcun modo

[518] che

[519] altri si contenga

[520] ch’egli ha posto

[521] Che

[522] stima

[523] domandare

[524] Si hanno argomenti

[525] eseguire.

[526] Salvo il rispetto a Marmontel e all’opera piena di merito nella

quale leggesi questo passo, osservo che le

[527] _Sempre: ~contraddizione~._

[528] felici, perchè seguite da un buon successo.

[529] molte regole

[530] e non si può quindi trasgredirle senza fallare lo scopo dell’arte.

[531] Nelle

[532] a voler mostrare

[533] basta

[534] sta

[535] provare

[536] risulta

[537] molti dei sostentori

[538] hanno dovuto convenirne

[539] non sarebbe sensibile

[540] giungere

[541] tuttavia

[542] _Sempre: ~sieno~_

[543] poetico, tragedie non conosciute che per la

[544] risultano

[545] sono essi pure

[546] L’inconvenienza

[547] _Sempre: ~quistione~_

[548] sembrare

[549] Ricorderò

[550] a questi le parole usate in un caso consimile da un eccellente

scrittore:

[551] Nondimeno io stimo che

[552] come cosa

[553] Egli è

[554] _Quasi sempre: ~ad una~_

[555] sopra di ciò alcun dubbio

[556] appellazioni

[557] il cui

[558] l’uno

[559] che essi

[560] a disfavore di tutta in genere la poesia drammatica.

[561] Parmi

[562] fuori di

[563] ed esente

[564] io aveva in animo

[565] mi sembra

[566] opposta

[567] compongono

[568] sembrare

[569] enigma

[570] poscia

[571] violenti

[572] talvolta

[573] sembrato

[574] nella idea

[575] toglie loro una

[576] farveli

NOTE DEL MANZONI

ALLA PREFAZIONE DEL “CARMAGNOLA„

a) «Sono differenti in questo (_l’Epopea e la Tragedia_), che quella ha

il verso misurato semplice, ed è raccontativa, e formata di lunghezza;

e questa si sforza, quanto può il più, di stare sotto un giro del sole,

o di mutarne poco; ma l’Epopea è smoderata per tempo, ed in ciò è

differente dalla Tragedia». _Traduzione del CASTELVETRO._

b) _Corso di Letteratura drammatica_, Lezione X.

c) BATTEUX, _Principes de la littérature_, Traité V, chap. 4.

d) MARMONTEL, _Éléments de littérature_, art. _Unité_.

e) BATTEUX, l. c.

f) FLEURY, _Mœurs des Israélites_, X.

g) Altre circostanze non hanno permesso all’autore di mantenere questa

promessa. E lo dice senza riguardo, sapendo bene che sono mancanze le

quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli

acquistano spesso quello di benemerito. Del rimanente, questo punto

è stato toccato in parte nella _Lettre à M.r Ch..... sur l’unité de

temps et de lieu dans la tragédie_. E forse, per ciò che riguarda la

questione generale, basta osservare che tutta l’argomentazione di

quegli scrittori è fondata sulla supposizione, che il dramma non possa

interessare se non in quanto comunichi allo spettatore o al lettore le

passioni rappresentate in esso. Supposizione venuta dall’aver preso per

condizione universale e naturale del dramma ciò ch’era un fatto speciale

de’ drammi esaminati da loro, e della quale la più parte de’ drammi

immortali de Shakespeare sono una confutazione tanto evidente quanto

magnifica.—[Questa nota, s’intende, è stata aggiunta nell’edizione del

1845. Ma vedi più avanti i _Materiali estetici_, dov’è pur pubblicato

quanto altro il Manzoni aveva buttato giù intorno alla questione della

moralità nelle opere tragiche.—SCH.].

h) _Corso di Letteratura drammatica_, Lezione III.

NOTIZIE STORICHE.

Francesco di Bartolommeo[577] Bussone, contadino, nacque in Carmagnola,

donde prese il nome di guerra che gli è rimasto nella storia. Non si sa

di certo in qual anno nascesse: il Tenivelli[578], che ne scrisse la

storia[579] nella _Biografia Piemontese_, crede che sia stato[580] verso

il 1390. Mentre ancor giovinetto[581] pascolava delle pecore[582], l’aria

fiera del suo volto fu osservata da un soldato di ventura, che lo invitò

a venir con lui[583] alla guerra. Egli lo seguì volentieri,[584] e si

mise[585] con esso al soldo[586] di Facino Cane, celebre condottiero.

Qui la storia del Carmagnola comincia ad esser legata con quella del

suo tempo: io non toccherò di questa se non[587] i fatti principali, e

particolarmente quelli[588] che sono accennati o rappresentati nella

tragedia. Alcuni di essi sono raccontati[589] così diversamente dagli

storici, che è impossibile[590] formarsene e darne una opinione, certa ed

unica: tra le relazioni[591] spesso varie, e talvolta opposte, ho scelto

quelle che mi sono parse[592] più verosimili, o sulle quali gli scrittori

vanno più d’accordo.[593]

Alla morte di Giovanni Maria Visconti Duca di Milano (1412), il di

lui fratello[594] Filippo Maria Conte di Pavia era rimasto erede, in

titolo, del Ducato. Ma questo Stato, ingrandito dal loro padre[595]

Giovanni Galeazzo, s’era[596] sfasciato nella minorità di Giovanni,

pessimamente tutelata, e nel suo debole e crudele governo.[597] Molte

città s’erano[598] ribellate, alcune erano tornate in potere de’ loro

antichi[599] signori, d’altre s’erano fatti padroni i condottieri[600]

stessi delle truppe ducali. Facino Cane, uno di questi[601], il quale

di Tortona, Vercelli ed altre città s’era[602] formato un piccolo

principato, morì in Pavia lo stesso giorno che[603] Giovanni Maria

fu ucciso da’ congiurati in Milano. Filippo sposò Beatrice Tenda

vedova di Facino, e con questo mezzo si trovò padrone delle città già

possedute[604] da lui, e de’ suoi militi.

Era tra essi il Carmagnola, e ci[605] aveva già un comando. Questo

esercito corse col nuovo Duca sopra Milano, ne scacciò[606] il figlio

naturale di Barnabò Visconti, Astorre, il quale se n’era impadronito,

e[607] lo sforzò a ritirarsi in Monza, dove assediato, rimase ucciso. Il

Carmagnola si segnalò tanto in quest’impresa, che fu nominato condottiero

dal Duca[608].

Tutti gli storici riguardano il Carmagnola come artefice della potenza

di Filippo. Fu il Carmagnola che gli riacquistò in poco[609] tempo

Piacenza, Brescia, Bergamo, e altre città. Alcune ritornarono allo Stato

per vendita o per semplice cessione di quelli che le avevano occupate: il

terrore che già ispirava il nome del nuovo condottiero sarà probabilmente

stato il motivo di queste transazioni. Egli espugnò inoltre Genova, e la

riunì agli stati del Duca. E questo[610], che nel 1412 era senza potere e

come prigioniero in Pavia, possedeva nel 1424 venti città «acquistate»,

per servirmi delle parole di Pietro Verri, «colle nozze della infelice

Duchessa[a], e colla fede e col valore del Conte Francesco». Venne

il Carmagnola creato dal Duca conte di Castelnuovo; sposò Antonietta

Visconti parente di esso[611], non si sa in qual grado; e si fabbricò in

Milano il palazzo chiamato ancora[612] del Broletto.

L’alta fama dell’esimio condottiero[613], l’entusiasmo de’ soldati per

lui, il suo carattere fermo e altiero, la grandezza forse de’ suoi

servizi[614], gli alienarono l’animo del Duca. I nemici del Conte,

tra i quali il Bigli, storico contemporaneo, cita Zanino Riccio e

Oldrado Lampugnano, fomentarono i sospetti e l’avversione del loro

signore. Il Conte fu spedito governatore a Genova, e levato[615] così

dalla direzione della milizia. Aveva conservato il comando di trecento

cavalli; il Duca gli chiese per lettere che lo rinunziasse. Il Carmagnola

rispose pregandolo che non volesse spogliare dell’armi un uomo nutrito

tra l’armi: e ben s’accorse, dice il Bigli[b], che questo era un

consiglio[616] de’ suoi nemici, i quali confidavano di poter tutto osare,

quando lo avessero ridotto a condizione privata. Non ottenendo risposta

nè alle lagnanze, nè alla domanda espressa d’essere licenziato dal

servizio[617], il Conte si risolvette di recarsi in persona a parlare col

Principe. Questo[618] dimorava in Abbiategrasso. Quando il Carmagnola si

presentò per entrare nel castello, si sentì[619] con sorpresa dire[620]

che aspettasse. Fattosi annunziare al Duca, ebbe in risposta ch’era[621]

impedito, e che[622] parlasse con Riccio. Insistette[623], dicendo

d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso; e gli fu replicata

la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una

balestriera[624], gli rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia,

e giurò che presto[625] si farebbe desiderare da chi non voleva allora

ascoltarlo: diede volta[626] al cavallo, e partì coi pochi compagni che

aveva condotti[627] con sè, inseguito invano da Oldrado, il quale, al dir

del Bigli, credette meglio di non arrivarlo[628].

Andò il Carmagnola in Piemonte, dove abboccatosi con Amedeo duca di

Savoia suo natural principe, fece di tutto per inimicarlo a Filippo; poi

attraversando la Savoia, la Svizzera e il Tirolo, si portò a Treviso.

Filippo confiscò i beni assai ragguardevoli che il Carmagnola aveva nel

Milanese[c].

Giunto il Carmagnola a Venezia il giorno 23 di febbraio del 1425,

vi fu accolto con distinzione, gli fu dato alloggio dal pubblico nel

Patriarcato, e concessa licenza di portar armi a lui e al suo seguito.

Due giorni dopo, fu preso al servizio[629] della Repubblica con 300

lance[d].

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 21 / 45 段