I Fiorentini, impegnati allora in una guerra infelice contro[630] il

Duca Filippo, chiedevano[631] l’alleanza dei Veneziani: il Duca instava

presso di essi perchè volessero rimanere in pace con lui. In questo

frattempo un Giovanni Liprando, fuoruscito milanese, pattuì col Duca

d’ammazzare il[632] Carmagnola, purchè gli fosse concesso di ritornare

a casa[633]. La trama fu sventata, e levò[634] ai Veneziani ogni dubbio

che il Conte fosse mai più per riconciliarsi col suo antico principe.

Il Bigli attribuisce in gran parte a questa scoperta la risoluzione dei

Veneziani per la guerra. Il doge propose in senato che si consultasse

il Carmagnola: questo[635] consigliò la guerra: il doge opinò pure

caldamente per essa: e fu risoluta. La lega coi Fiorentini e con altri

Stati d’Italia fu proclamata in Venezia il giorno 27 gennaio del 1426.

Il giorno[636] 11 del mese seguente il Carmagnola fu creato capitano

generale delle genti di[637] terra della Repubblica; e il 15[638] gli fu

dato dal doge il bastone e lo stendardo di capitano, all’altare di san

Marco.

Trascorrerò più rapidamente che mi sarà possibile sugli avvenimenti di

questa guerra, la quale fu interrotta da due paci, fermandomi solo sui

fatti che hanno somministrato materiali[639] alla tragedia.

«Ridussesi la guerra in Lombardia, dove fu governata dal Carmagnola

virtuosamente, ed in pochi mesi tolse molte terre al Duca insieme con la

città di Brescia; la quale espugnazione in quelli tempi, e secondo quelle

guerre, fu tenuta mirabile»[e]. Papa Martino V s’intromise; e sul finire

dello stesso anno fu conclusa[640] la pace, nella quale Filippo cedette

ai Veneziani Brescia col suo territorio.

Nella seconda guerra (1427) il Carmagnola mise[641] per la prima volta

in uso un suo ritrovato[642] di fortificare il campo con un doppio

recinto[643] di carri, sopra ognuno de’ quali stavano tre balestrieri.

Dopo molti piccoli fatti, e dopo la presa d’alcune terre, s’accampò[644]

sotto il castello di Maclodio, ch’era difeso[645] da una guarnigione

duchesca.

Comandavano nel campo del Duca quattro insigni condottieri, Angelo della

Pergola, Guido Torello, Francesco Sforza, e Nicolò Piccinino[f]. Essendo

nata[646] discordia tra di loro[647], il giovine[648] Filippo vi mandò

con pieni poteri Carlo Malatesti pesarese, di nobilissima famiglia; ma,

dice il Bigli, alla nobiltà mancava l’ingegno. Questo storico osserva che

il supremo comando dato[649] al Malatesti non bastò a levar di mezzo[650]

la rivalità de’ condottieri; mentre nel campo veneto a nessuno repugnava

d’ubbidire[651] al Carmagnola, benchè avesse sotto di sè[652] condottieri

celebri, e principi, come Giovanfrancesco Gonzaga, signore di Mantova,

Antonio Manfredi, di Faenza, e Giovanni Varano, di Camerino.

Il Carmagnola seppe conoscere il carattere del generale nemico, e

cavarne[653] profitto. Attaccò Maclodio, in[654] vicinanza del quale

era il campo duchesco. I due eserciti si trovarono divisi da un terreno

paludoso, in mezzo al quale passava una strada elevata, a guisa d’argine:

e tra le paludi s’alzavano qua e là delle macchie poste su un[655]

terreno più sodo: il Conte mise in queste degli agguati[656], e si

diede a provocare il nemico. Nel campo duchesco i pareri erano vari: i

racconti degli storici lo sono poco[657] meno. Ma l’opinione che pare

più comune[658], è che il Pergola e il Torello, sospettando d’agguati,

opinassero di non dar battaglia: che lo Sforza e il Piccinino la

volessero a ogni costo[659]. Carlo fu del parere degli ultimi; la diede,

e fu pienamente sconfitto. Appena[660] il suo esercito ebbe affrontato

il nemico, fu assalito a destra e a sinistra[661] dall’imboscate, e

gli furono fatti, secondo alcuni, cinque, secondo altri, otto mila

prigionieri. Il comandante fu preso anche lui[662]; gli altri quattro,

chi in una maniera, chi nell’altra[663], si sottrassero.

Un figlio[664] del Pergola si trovò tra i prigionieri.

La notte dopo la battaglia, i soldati vittoriosi lasciarono in

libertà quasi tutti i prigionieri. I commissari veneti, che seguivano

l’esercito[665], ne fecero delle lagnanze col[666] Conte; il quale

domandò a qualcheduno de’ suoi cosa fosse avvenuto de’ prigionieri[667];

ed essendogli risposto che tutti erano stati messi[668] in libertà, meno

un[669] quattrocento, ordinò che anche questi fossero rilasciati[670],

secondo l’uso[g].

Uno storico che non solo scriveva in que’ tempi, ma aveva militato in

quelle guerre, Andrea Redusio, è il solo, per quanto io sappia, che

abbia indicata la vera ragione di quest’uso militare d’allora. Egli

l’attribuisce al timore che i soldati avevano di veder presto finite le

guerre, e di sentirsi[671] gridare dai popoli: _alla zappa i soldati_[h].

I Signori veneti furono punti e insospettiti dal procedere del Conte;

ma senza giusta ragione[672]. Infatti, prendendo[673] al soldo un

condottiero, dovevano aspettarsi che[674] farebbe la guerra secondo

le leggi della guerra comunemente seguite; e non[675] potevano senza

indiscrezione pretendere che prendesse il rischioso impegno d’opporsi

a un’usanza[676] così utile e cara ai soldati, esponendosi a venire in

odio a tutta la milizia, e a privarsi d’ogni appoggio. Avevano bensì

ragione di pretender da lui[677] la fedeltà e lo zelo, ma non una

devozione illimitata: questa s’accorda solamente[678] a una causa che

s’abbraccia per entusiasmo o per dovere. Non trovo però che dopo le

prime osservazioni de’ commissari, la Signoria[679] abbia fatte[680] col

Carmagnola altre lagnanze su[681] questo fatto: non si parla anzi che

d’onori e di ricompense.

Nell’aprile del 1428 fu conclusa tra i Veneziani e il Duca un’altra di

quelle solite paci.

La guerra risorta[682] nel 1431, non ebbe per il Conte così prosperi

cominciamenti come le due passate. Il castellano che comandava in Soncino

per il[683] Duca, si finse disposto a cedere per tradimento quel castello

al Carmagnola. Questo ci[684] andò con una parte dell’esercito[685], e

cadde[686] in un agguato, dove lasciò prigionieri, secondo il Bigli,

secento[687] cavalli e molti fanti, salvandosi lui[688] a stento.

Pochi giorni dopo, Nicola[689] Trevisani, capitano dell’armata veneta

sul Po, venne alle prese coi galeoni del Duca[690]. Il Piccinino e lo

Sforza, facendo le viste di voler attaccare[691] il Carmagnola, lo

rattennero[692] dal venire in aiuto[693] all’armata veneta, e intanto

imbarcarono gran parte delle loro genti di[694] terra sulle navi del

Duca. Quando il Carmagnola s’avvide dell’inganno, e corse per sostenere

i suoi, la battaglia era vicino all’altra[695] riva. L’armata veneta fu

sconfitta, e il capitano di essa fuggì in una barchetta.

Gli storici veneti accusano qui il Carmagnola di tradimento.[696] Gli

storici che non hanno preso[697] il tristo assunto di giustificare i

suoi uccisori, non gli danno altra taccia che[698] d’essersi lasciato

ingannare da uno stratagemma. Par certo che la condotta del Trevisani

fosse imprudente da principio[699], e irresoluta nella battaglia[i].

Fu[700] bandito, e gli furono confiscati i[701] beni; «e al capitano

generale (Carmagnola)[702], per imputazione di non aver dato favore

all’armata, con lettere del Senato fu scritta una lieve riprensione[j]».

Il giorno 18 d’ottobre[703], il Carmagnola diede ordine al Cavalcabò, uno

de’ suoi condottieri, di sorprender Cremona. Questo riuscì a occuparne

una[704] parte; ma essendosi i cittadini levati a stormo, dovette[705]

abbandonare l’impresa, e ritornare al campo.

Il Carmagnola non credette a proposito d’andar[706] col grosso

dell’esercito a sostenere quest’impresa; e mi par[707] cosa strana

che ciò gli sia stato imputato a tradimento dalla Signoria[708]. La

resistenza, probabilmente inaspettata, del popolo spiega benissimo perchè

il generale[709] non si sia ostinato a combattere una città che[710]

sperava d’occupare tranquillamente per sorpresa: il tradimento non

ispiega nulla; giacchè non si sa vedere perchè il Carmagnola avrebbe

ordinata la spedizione, il cattivo esito della quale non fu d’alcun

vantaggio per il nemico.[711]

Ma la Signoria, risoluta, secondo l’espressione del Navagero, di

liberarsi del Carmagnola, cercò in qual maniera potesse[712] averlo

nelle mani disarmato; e non ne trovò una più pronta[713] nè più sicura,

che[714] d’invitarlo a Venezia col[715] pretesto di consultarlo sulla

pace. Ci[716] andò senza sospetto, e in tutto il viaggio furono fatti

onori straordinari a lui e al Gonzaga che l’accompagnava.[717] Tutti

gli storici, anche veneziani[718], sono d’accordo in questo[719]; pare

anzi che raccontino con un sentimento di compiacenza questo procedere,

come un bel tratto di ciò che altre volte si chiamava prudenza e virtù

politica. Arrivato[720] a Venezia, «gli furono mandati incontro otto

gentiluomini, avanti ch’egli smontasse a casa sua, che l’accompagnarono

a San Marco[k]». Entrato che fu[721] nel palazzo ducale, si rimandarono

le sue genti, dicendo loro che il Conte si fermerebbe a lungo col doge.

Fu arrestato nel palazzo e condotto in prigione. Fu esaminato da una

Giunta, alla quale il Navagero dà nome di Collegio secreto; e condannato

a morte, fu, il[722] giorno 5 di maggio del 1432, condotto con le sbarre

alla bocca tra le due colonne della Piazzetta, e[723] decapitato. La

moglie e una figlia[724] del Conte (o due figlie[725], secondo alcuni) si

trovavano allora in Venezia.

Nulla d’autentico si ha sull’innocenza o sulla reità di questo

grand’uomo. Era da aspettarsi che gli storici veneziani[726], che

volevano scrivere e viver tranquilli, l’avrebbero trovato colpevole[727].

Essi esprimono quest’opinione[728] come una cosa di fatto[729], e con

quella negligenza che è naturale a chi parla in favore della forza. Senza

perdersi in congetture, asseriscono che il Carmagnola fu convinto coi

tormenti, coi testimoni e con le sue proprie lettere. Di questi tre mezzi

di prova il solo che si sappia di certo essere stato adottato[730] è

l’infamissimo primo, quello che non prova nulla.

Ma oltre la mancanza assoluta di testimonianze dirette storiche, che

confermino la[731] reità del Carmagnola, molte riflessioni la fanno

parere[732] improbabile. Nè i Veneziani hanno rivelato mai quali fossero

le condizioni del tradimento pattuito; nè d’altra parte s’è saputo mai

nulla d’un tale trattato. Quest’accusa è isolata nella storia, e non si

appoggia a nulla, se non a qualche svantaggio di guerra, il quale anche

si spiega senza ricorrere a questa supposizione: e sarebbe una legge

stravagante non meno che atroce quella che volesse imputato a perfidia

del generale ogni evento infelice. Si badi[733] inoltre all’essere il

Conte andato[734] a Venezia senza esitazione, senza riguardi e senza

precauzioni; si badi all’aver sempre la Signoria fatto un mistero di

questo fatto, malgrado la[735] taccia d’ingratitudine e d’ingiustizia che

gli si dava in Italia; si badi[736] alla crudele precauzione di mandare

il Conte al supplizio con le sbarre alla bocca, precauzione tanto più

da notarsi, in quanto s’adoprava[737] con uno che non era veneziano,

e[738] non poteva aver partigiani nel popolo; si badi finalmente[739]

al carattere noto del Carmagnola e del Duca di Milano, e si vedrà che

l’uno e l’altro ripugnano alla supposizione d’un trattato di questa

sorte tra di loro. Una riconciliazione segreta con un uomo che gli era

stato orribilmente ingrato, e che aveva tentato di farlo ammazzare;

un patto di far la guerra da stracco, anzi di[740] lasciarsi battere,

non s’accordano con l’animo impetuoso, attivo, avido di gloria del

Carmagnola. Il Duca non era perdonatore; e il Carmagnola che lo conosceva

meglio d’ogni altro, non avrebbe mai potuto credere a una riconciliazione

stabile e sicura con lui. Il disegno di ritornare con Filippo offeso non

poteva mai venire in mente[741] a quell’uomo che aveva esperimentate[742]

le retribuzioni di Filippo beneficato.

Ho cercato se negli storici contemporanei si trovasse qualche traccia

d’un’opinione[743] pubblica, diversa da quella che la Signoria

veneta[744] ha voluto far prevalere[745]; ed ecco ciò che n’ho[746]

potuto raccogliere[747].

Un cronista di Bologna, dopo aver raccontata la fine de Carmagnola,

soggiunge: «Dissesi che questo hanno fatto perchè egli non faceva

lealmente per loro la guerra contra il Duca di Milano, come egli doveva,

e che s’intendeva col Duca. Altri dicono che, come vedevano tutto lo

Stato loro posto nelle mani del Conte, capitano d’un tanto esercito,

parendo loro di stare a gran pericolo, e non sapendo con qual miglior

modo potessero deporlo, han trovato cagione di tradimento contra di lui.

Iddio voglia che abbiano fatto saviamente; perchè par pure, che per

questo la Signoria abbia molto diminuita la sua possanza, ed esaltata

quella del Duca di Milano[l]».

E il Poggio: «Certuni dicono che non abbia meritata la morte con delitto

di sorte veruna[748]; ma che ne fosse cagione la sua superbia, insultante

verso i cittadini veneti, e odiosa a tutti[m]».

Il Corio poi, scrittore non contemporaneo, ma di poco posteriore, dice

così[749]: «Gli tolsero il valsente di più di trecento migliaia di

ducati, i quali furono piuttosto cagione della sua morte che altro».

Senza dar molto peso a quest’ultima congettura, mi pare[750] che le

prime due, cioè il timore e le vendette private dell’amor proprio,

bastino, per que’ tempi, a dare di questo avvenimento una spiegazione

probabile, e certo più probabile di un tradimento contrario all’indole e

all’interesse dell’uomo a cui fu imputato.[751]

Tra quegli storici moderni, che non adottando ciecamente le tradizioni

antiche, le hanno esaminate con un libero giudizio, uno solo, ch’io

sappia, si mostrò persuaso affatto che il Carmagnola sia stato

colpito[752] da una giusta sentenza. Questo[753] è il Conte Verri; ma

basta leggere il passo della sua Storia, che si riferisce a questo

avvenimento, per esser[754] convinti che la sua opinione è venuta dal

non aver lui[755] voluto informarsi esattamente de’ fatti sui quali

andava stabilita. Ecco le sue parole: «O foss’egli allontanato, per una

ripugnanza dell’animo, dal portare così la distruzione ad un Principe,

dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori, e sotto del quale aveva

acquistata la celebrità; ovvero foss’egli ancora nella fiducia, che

umiliato il Duca venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli

sacrificasse i meschini nemici, che avevano ardito di nuocergli, cioè

i vilissimi cortigiani suoi; o qualunque ne fosse il motivo, il Conte

Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei Procuratori veneti, e

malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare disarmati bensì, ma

liberi al Duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi, che aveva

fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 di ottobre 1427.... Il

seguito delle sue imprese fece sempre più palese il suo animo; poichè

trascurò tutte le occasioni, e lentamente progredendo lasciò sempre tempo

ai ducali di sostenersi. In somma giunse a tale evidenza la cattiva

fede del Conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo,

decapitato in Venezia.... come reo di alto tradimento». Fa stupore il

vedere addotto in prova della reità d’un uomo un giudizio segreto di

que’ tempi, da uno storico che ne ha tanto conosciuta l’iniquità, e che

tanto si studia di farla conoscere a’ suoi lettori. In quanto[756] al

fatto de’ prigionieri[757], ognuno vede gli errori della relazione che

ho trascritta. Il Conte di Carmagnola non rimandò liberi tutti[758] i

soldati, ma quattrocento soli; non rimandò i generali, perchè di questi

non fu[759] preso che il Malatesti, e fu[760] ritenuto; non è esatto il

dire che i soldati fossero rimandati al Duca: furono semplicemente messi

in libertà. Non vedo poi perchè si entri in congetture per ispiegare la

condotta del Carmagnola in questa occasione, quando la storia ne dà per

motivo un’usanza comune[761].

La sorte del Carmagnola fece un gran rumore[762] in tutta l’Italia;

e pare[763] che in particolare i Piemontesi la sentissero più[764]

acerbamente, e ne serbassero memoria, come lo indica il seguente aneddoto

raccontato dal Denina.[765]

Il primo sospetto che i Veneziani ebbero del segreto della lega di

Cambrai venne dalle relazioni d’un loro agente in Milano, il quale

era venuto a sapere[766] «che un Carlo Giuffredo, piemontese, che si

trovava fra i Segretari di Stato del Governo di Milano ai servigi del

Re Luigi, andava fra i suoi famigliari dicendo essere venuto il tempo

in cui sarebbesi abbondantemente vendicata la morte del Conte Francesco

Carmagnola suo compatriotto[n]».

Non ho citato questo tratto per applaudire a un sentimento di vendetta,

e di patriottismo municipale, ma come un indizio del caso che si faceva

di[767] questo gran capitano in quella nobile e bellicosa parte d’Italia,

che lo considerava più specialmente come suo.

A quegli avvenimenti che si sono scelti per farne il materiale della

presente Tragedia, s’è conservato il loro ordine cronologico, e le loro

circostanze essenziali; se se ne eccettui l’aver supposto accaduto in

Venezia l’attentato contra[768] la vita del Carmagnola, quando in vece

accadde[769] in Treviso.

[577] Bartolomeo

[578] L’anno della sua nascita non è noto: il signor Tenivelli

[579] vita

[580] la pone

[581] giovanetto

[582] gli armenti

[583] seco lui

[584] volontieri

[585] pose

[586] agli stipendj

[587] che

[588] quelli singolarmente

[589] narrati

[590] _Così nell’ediz. del 1820, come nell’altra del 1845, qui era

inserito l’inciso: ~, a chi li [o la] raccoglie dai loro scritti,~_

[591] lezioni

[592] sembrate

[593] o le più universalmente seguite.

[594] il fratello di lui

[595] padre loro

[596] erasi

[597] nella minorità pessimamente tutelata, e nel debole e crudele

governo di Giovanni.

[598] eransi

[599] alcune tornate in potere di antichi

[600] generali

[601] essi

[602] avevasi

[603] nel giorno stesso, in cui

[604] e si trovò signore delle città tenute

[605] vi

[606] espulse

[607] _Manca l’~e~._

[608] dal Duca nominato generale.

[609] _Nell’ediz. del ’20 e del ’45: ~breve~_

[610] questi

[611] di Filippo

[612] tuttavia

[613] Generale

[614] servigi

[615] tolto

[616] era questo consiglio

[617] servigio

[618] Questi

[619] udì

[620] dirsi

[621] che questi era

[622] ch’egli

[623] Insi tette egli

[624] che egli vedeva dalle balestriere

[625] bentosto ei

[626] diè di volta

[627] condotto

[628] stimò bene di non raggiungerlo.

[629] servigio

[630] contra

[631] sollecitavano

[632] l’uccisione del

[633] il ritorno in patria.

[634] tolse

[635] questi

[636] Agli

[637] da (_ma cfr. pag. 186_)

[638] ed ai 15

[639] servito di argomento

[640] chiusa

[641] pose

[642] trovato

[643] cinto

[644] venne egli a campo

[645], tenuto

[646] venuta la

[647] fra di essi

[648] giovane

[649] accordato

[650] a togliere

[651] ripugnava l’obbedire

[652] benchè sotto di lui comandassero

[653] trarne

[654] nella cui

[655] di un

[656] pose agguati in queste

[657] non lo sono

[658] sembra avere più sostenitori

[659] ad ogni modo.

[660] Come appena

[661] da ambo i lati

[662] anch’egli

[663] chi in un modo, chi nell’altro

[664] figliuolo

[665] _L’inciso mancava nell’ediz. del 1820._

[666] lagnanza al

[667] egli richiese che fosse avvenuto dei prigioni

[668] posti

[669] fuorchè

[670] questi pure si rilasciassero

[671] udirsi

[672] nel che mi pare avessero il torto.

[673] Perchè, pigliando

[674] ch’egli

[675] nè

[676] che egli si attentasse di riformare un uso

[677] da esso

[678] soltanto

[679] il Governo Veneto

[680] mosse

[681] lamentanze per

[682] _Nell’ediz. del 1820: ~rotta di nuovo~; corresse nell’ediz. del

1845: ~ricominciata~._

[683] teneva Soncino pel

[684] Questi vi

[685] di truppa

[686] diede

[687] seicento

[688] egli

[689] Nicolò

[690] Duca di Milano.

[691] con finte disposizioni d’attaccare

[692] _Ediz. 1820: ~ritennero~; 1845: ~trattennero~_

[693] soccorso dell’

[694] da

[695] _Ediz. ’20 e ’45: ~presso l’altra~_

[696] _Ediz. ’20 e ’45: ~di aver patteggiato col nemico, ch’egli non

verrebbe in soccorso delle [che non avrebbe soccorse le] navi~._

[697] pigliato

[698] gli uccisori di lui, sembrano piuttosto dargli taccia

[699] dapprima

[700] Egli fu

[701], furono confiscati i suoi

[702] _La parentesi manca nell’ediz. del 1820._

[703] Nel giorno 18 ottobre

[704] Questi se ne impadronì d’una

[705] egli dovette

[706] _Ediz. 1820 e 1845: ~l’andar~_

[707] sembra

[708] dal Governo veneto.

[709] egli

[710] che egli

[711] spedizione: e questa, se fu inutile ai Veneziani, non fu loro

d’alcun danno, essendo ritornato al campo il drappello che l’aveva invano

tentata.

[712] pensò al modo di

[713] uno migliore

[714] che quello

[715] sotto

[716] Egli vi

[717] sì a lui, che a Giovanni Francesco Gonzaga ch’egli si aveva tolto

per compagno.

[718] veneti

[719] in ciò d’accordo

[720] Giunto

[721] Quando egli fu introdotto

[722] nel

[723] ed ivi

[724] figliuola

[725] figliuole

[726] veneti

[727] avrebbero affermata la seconda opinione.

[728] Essi la esprimono

[729] una certezza

[730] adoperato

[731] dieno prove della,

[732] apparire

[733] ponga mente

[734] all’andata del Conte

[735] si ponga mente al mistero tenuto sempre dal Governo veneto a

malgrado della

[736] ponga mente

[737] si usava

[738] un militare non veneziano che

[739] si ponga mente per ultimo

[740] un patto di agir lentamente, di

[741] in capo

[742] provate

[743] di opinione

[744] il Governo veneto

[745] voluto stabilire

[746] ho

[747] raccoglierne

[748] di sorta:

[749] così dice:

[750] mi sembra

[751] apposto.

[752] percosso

[753] Questi

[754] _Nell’ediz. 1820: ~essere tosto~; 1845: ~esser subito~._

[755] egli

[756] Quanto

[757] prigioni

[758] tutti i generali e

[759] non ne fu

[760] e questi fu

[761] quando esiste il fatto che essa fu dettata da una costumanza di

guerra.

[762] grande strepito

[763] sembra

[764] assai

[765] _Nell’ediz. del 1820 era qui il segno della nota._

[766] aveva inteso

[767] ma per mostrare quale era l’importanza che si dava a

[768] _Questo ~contra~ si è salvato!_

[769] ebbe luogo

NOTE DEL MANZONI ALLE NOTIZIE STORICHE

a) Filippo la fece decapitare come rea d’adulterio con Michele Orombelli.

Il più degli storici la credono innocente.[770]

b) _Hist._, lib. 4; _Rer. Ital. script._, t. XIX, col. 72.

c) Tutto questo racconto è cavato[771] dal BIGLI.

d) SANUTO, _Vite dei duchi di Venezia_; _Rer. Ital._, XXII, 978.

e) MACHIAVELLI, _Ist. Fior._, lib. 4.

f) Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo

personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di _Fortebraccio_.

La storia stessa ha suggerito questo cambiamento[772]; giacchè[773] il

Piccinino era nipote di Braccio Fortebracci, e dopo la morte dello zio fu

capo de’ soldati della fazione Braccesca.

g) _Istos quoque jubeo solita lege dimitti._ BIGLI, lib. 6.

h) _Ad ligonem stipendiarii._ Chron. Tarv.; _Rer. Ital._, XIX, 864.

i) _Ai 13 di luglio, essendo stato proclamato Nicolò Trevisano, che fu

capitano nel Po, ed essendosi egli assentato, gli Avvogadori di Comune

andarono al consiglio de’ Pregadi, e messero di procedere contro di

lui, per essere stato rotto in Po da’ galeoni del Duca di Milano ai 21

di giugno passato, in vitupero del Dominio, e per non aver fatto il suo

dovere, ~immo vilissime~ essersi portato; ~immo~ perchè andò pregando gli

altri che fuggissero via._—SANUTO, _Rer. Ital._, XXII, 1017.

j) NAVAGERO, _Stor. Ven._; _Rer. Ital._, XXIII, 1096.

k) SANUTO, _Rer. Ital._, XXII, 1028.

l) _Cronica di Bologna_; _Rer. Ital._, XVIII, 645.

m) POGGII, _Hist._, lib. 6.

n) _Rivoluzioni d’Italia_, lib. 20, cap. I.

[770] Il più degli Storici crede che questa colpa le fosse apposta

calunniosamente.

[771] estratto

[772] suggerita questa mutazione

[773] dacchè

PERSONAGGI STORICI.

IL CONTE DI CARMAGNOLA.

ANTONIETTA VISCONTI, sua moglie.

UNA LORO FIGLIA, a cui nella tragedia si è attribuito il nome di MATILDE.

FRANCESCO FOSCARI, Doge di Venezia.

GIOVANNI FRANCESCO GONZAGA,

PAOLO FRANCESCO ORSINI,

NICOLÒ DA TOLENTINO, Condottieri al soldo dei Veneziani.

CARLO MALATESTI,

ANGELO DELLA PERGOLA,

GUIDO TORELLO,

NICOLÒ PICCININO, a cui nella tragedia si è attribuito il cognome

di FORTEBRACCIO,

FRANCESCO SFORZA,

PERGOLA figlio, Condottieri al soldo Duca di Milano.

PERSONAGGI IDEALI.

MARCO, Senatore veneziano.

MARINO, uno de’ Capi del Consiglio dei Dieci.

PRIMO COMMISSARIO veneto nel campo.

SECONDO COMMISSARIO.

UN SOLDATO del Conte.

UN SOLDATO prigioniero.

Senatori, Condottieri, Soldati, Prigionieri[774], Guardie.

[774] Prigioni

ATTO PRIMO.

SCENA I.

Sala del Senato, in Venezia.

IL DOGE e SENATORI seduti.

IL DOGE.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 22 / 45 段