Un fin s’appressa, un grande evento omai
Sovrasta inevitabile: o subirlo
Qual ch’ei pur sia, qual ch’ei pur venga, o farlo;
Questa è la scelta che ci resta. E tanti
Giorni di stento terminar dovranno
A un giorno di vergogna? e fia che il campo
Resti alla frode e alla viltà, giurate
Contro la fede ed il valor? nè questa
Dura, viril costanza avrà giovato
Fuor che a perir più lentamente? e tutto,
Tutto, in un punto perirà: la sede
Del regno, e regno, e gloria, e quella ancora
Che a voi per queste disperate estreme
Prove si dà? Chè il mondo oblìa le prove
A cui l’evento non risponde, e cerca
L’aspetto sol del vincitore, e sempre
Cerca la tomba di colui che vinse.
No, no; siamo all’estremo, è ver; ma spesso,
Solo al confine del perir, si schiude
Il sentier che diverge alla salute.
E allor che nulla dai consigli usati
Si spera, esausti indarno, e tutti, appare
L’inaudito che salva. I padri nostri
Ne fêr la prova in un gran punto, al tempo
Ch’erranti ancor, popolo armato, un suolo
Ivan cercando ove configger l’aste
Vincitrici, e regnar. Certo, vi debbe
Risovvenir che, in lieti giorni, spesso
Ai banchetti del padre il sapiente
Varnefrido il narrava. A terre ignote
Quei securi veniano, ed a nemici
Di cui la possa non sapean nè il nome.
Uno abbattuto o dissipato, un altro
Su lor via si poneva: ei lo sgombravano,
E proseguian. Giunti in Mauringa alfine,
Estenuati di vittorie,—e un passo
Nè quinci dar non si potea nè quindi,
Senza vincere ancor,—fêr sosta, e in tristo
Parlamento s’uniro. Un saggio ardito
Sorse in mezzo, e parlò: «Donde il periglio?
Donde il timor? dall’esser pochi? Ebbene
Cresciamo: è in noi. Vólgo di servi, a noi
Pari in vigor, maggior di folla, dietro
Ci trasciniam, peso e periglio: a tutti
Diam franchigia: le frecce in quelle mani
Poniam, nomiamli combattenti: il nome
Fa l’uom». Gloria a colui che l’alto avviso
Schiuse, alla gente che il credette, e n’ebbe
Tre secoli di vita: e più se in noi
Non la lasciam finir, se a quel degli avi
Il nostro cor, come il periglio, è pari.
Sì, quel ch’ei disse, io dico a voi:—Siam pochi;
Il tradimento ed il valor ci han scemi
Del par. Bella, ma breve è la tenzone
Del valor contro il numero. Cresciamo:
Come i padri il possiam. Questi Romani,
Che stanno inerti e malvolenti il nostro
Sterminio ad aspettar, sotto le insegne
Chiamiam, nomiamli combattenti: il furo;
Il saranno. In Pavia quante abbiam noi
Vuote armature, e petti inermi! in opra
Poniamo entrambi, e n’usciran guerrieri.
Sì, Longobardi, io il credo: ancor si puote
Rivolgere il destin, dal nostro capo
Il periglio gittar sovra colui
Che ne stringe, evocar da questa avversa
Terra che ci abbandona, a mille a mille,
Nemici a Carlo, amici a noi. Si gridi
Una legge, e sia questa:—Ogni Romano,
Che in nostro ajuto sorgerà, divenga
Come un di noi: sia suo; libero segga
Nel suo terren, nudra un cavallo, assista
Ai consigli del popolo.—Fratelli!
Lo scampo è qui donde processe il danno.
Perchè, non c’inganniam, l’odio che a noi
Portan questi Latini, unica e cara
Eredità dei padri loro, a Carlo
Spianò le vie; la terra ov’ei ci assalse,
Gli era alleata da gran tempo: e il core
S’addoppia all’uom che in fido suol combatte.
Certo, oh vergogna! non mancâr fra i nostri
I traditor; sì, ma non è tradito
Se non colui che, disarmato, infermo,
Presta un fianco al pugnal; quegli è tradito
Che dee perir: tutto è leale al forte.
Ma badate, o compagni: il suo vantaggio
Carlo gettò, lasciollo a noi, se noi
Core abbiam di pigliarlo. Ei della nostra
Gente la feccia, i traditori, accolse,
Gli chiamò suoi Fedeli, e nell’antico
Poter gli raffermò; così la vana,
Incerta speme del Latin, derise,
Che non sentì da quella mano il giogo
Alleggerito, anzi nè pur mutato.
Quindi l’amor cessò. Che fia se quello
Che invan da lui sperossi, e più, da noi
Si promette e si dà? L’odio è per lui,
La speranza è per noi: sospetto a Carlo
Ogni Latin diventa: ei dee guardarsi
Per ogni parte. Le città, che i fidi
Tengono ancora, apron le porte ad ogni
Latin che aspira al nobil premio: a noi
Crescon le forze, a dissipar le sue
Carlo è costretto. E se Pavia non puote
Regger più a lungo, se di qui respinto
Non è il Franco da noi, securi almeno
Potrem di mano uscirgli. Ovunque andiamo,
Sempre amici troviam: viva, inestinta
Vien la guerra con noi. Si vive: il nostro
Fido alleato è il tempo: a noi rapirlo
Carlo s’affanna, perchè il teme. Egli arde
Di terminar: mentre ei minaccia un regno,
Chi guarda il suo? senza nemici è forse?
E d’offesa bramosi e di vendetta,
Gli stan da un lato il Sassone, dall’altra
Il Saracino, e l’Aquitan nel seno:
Sorga un di questi, e noi siam salvi. Ad una
Voce gridiam la legge....
GUNTIGI.
(_s’alza precipitosamente_)
O regi, il sangue,
Il riposo, l’aver, ciò che da noi
Dar si potea, si diè: quel che or ci chiedi....
ADELCHI.
Ebben?
GUNTIGI.
Nostro non è: l’onore e il dritto,
Non pur di noi, ma d’una gente, è questo:
Noi di serbarlo abbiam l’incarco i primi;
Di gettarlo, nessun. Carlo, il nemico
Di questa gente, nol tentò. S’accorse
Ei che men dura e temeraria impresa
Saria spegnere un popolo, che farlo
Discender tutto in una volta. E ai fidi,
Che già tanto soffrir, noi proporremo
Ciò che a’ trasfughi Carlo.....?
VERMONDO.
È un suo creato
Che parla qui? L’empia sua mente al certo
Mi suona in questi detti. E l’afforzarsi
Dunque il chiami discendere? non sai
Che il primo dritto è non perir? Tu parli
D’onor, siccome qui contesa or fosse
Di chi preceda in una festa: oh! schivo
Davver sei tu! Quel che già parve agli avi
Senno, è disnor per te; ma, dall’inganno
Più che dall’arme affranti, il regno in mano
Al nemico lasciar, questo fia dritto
E onor?
GUNTIGI.
Ben festi tu, che re non sei,
Di favellar così. Qual ti s’addice,
E non temprata da rispetti, intera
La risposta sarà. Sappi che, pria
Che ad un Romano io di fratello il nome
Dia, ch’io gli segga in parlamento al fianco,
Scelgo morir per la sua man. Non sai
Che Longobardo io nacqui? E se t’avvisi
Che solo io il sia, guàrdati intorno, s’altre
Guance non vedi, ove un rossor di sdegno
Questa proposta fe’ salir.
ADELCHI.
Guntigi,
Frustrar con ciance un gran disegno, il puote
L’ultimo dei mortali: ella è una trista
Parte; e l’hai scelta. Ma non basta: all’orlo
Della ruina, un che s’oppone ai mezzi
Della salute, e nulla reca, e intero
Lascia il periglio, è un traditor; la morte
Ei dello Stato agogna.
GUNTIGI.
Il re, compagni,
Vuol che io proponga, e lo farò: m’intenda
Cui tocca. Ai figli tramandar l’impero
Di questa vinta terra, e della vinta
Razza che la ricopre, uno, supremo,
Qual dai padri a noi venne, è questo il fine
D’ogni leal, d’ogn’uomo a cui le vene
Corrono sangue longobardo: è questa
La pubblica salute; a questa opporsi
Tradimento saria. Tutto che ad essa
Conduca, io tutto, e non io solo, approvo.
Se v’ha chi puote, ogni privato affetto
Dimenticando, ogni util suo mettendo
Dietro le spalle, procurarla, e torne
Gl’impedimenti, ei, se la patria pone
Dinanzi a sè, se d’alto cor si sente,
Vi si risolva.
DESIDERIO.
Chi ti fe’, Guntigi,
Duca d’Ivrea?
GUNTIGI.
Tu, re, perch’io su quella
Terra, quant’era in me, serbassi eterna
La signoria del popol nostro; come
Io re t’elessi, e t’anteposi all’alto
Emulo tuo, perchè tu fossi il primo
Tutor dei nostri dritti: e il nostro antico
Regno tenessi a quell’altezza almeno
Ove il trovasti.
ADELCHI.
Astuto ardimentoso,
Taci; il tuo re non lo comanda, il figlio
Di Desiderio il vuol. Tu speri, il veggio,
Farci obbliar perchè siam qui: tu temi
Che un partito si pigli; ed a stornarlo,
Più certa via, come più vil, non v’era
Che oltraggiar quest’antico, innanzi a cui
Qui, dappertutto, e sempre, il guardo a terra
Io tener ti farò. Ma infruttuosa
Ancor quest’arte ti sarà: non voglio
La tua risposta.—A voi favello, o prodi.
_Atto V, sc. 7.ª_
CARLO.
Ebben, tu il vedi:
Iddio percote il tuo figliuol, non io.
La vita io gli lasciava, e gliela toglie
Un più forte di noi.
DESIDERIO.
Come pesante
Sei tu discesa sul mio capo antico,
Mano di Dio! Mia sola gloria, Adelchi,
Sola dolcezza mia, cui vivo io mai
Dir non potea: tutto è perduto!, oh quanto
Sospirai di vederti; e in quale aspetto
Dinanzi or mi verrai! Tu, quel sì bello
E terribile Adelchi! Io questo giorno
Ti preparai, sordo ai tuoi detti; e Dio
Parlava in te! Cieco amator, per farti
Più bello il regno, io ti scavai la tomba!
Io cominciai la tua rovina; il cielo
A compir diella ad una man, creata
Certo a punir. Se ancora....
Questi versi, ritentati nel manoscritto più volte, si leggono ancora così:
Come pesante
Sei tu discesa sul mio capo antico,
Mano di Dio! Così mi rendi il figlio!
Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo
E tremo di vederti. E fra i perigli,
Fra i tradimenti e l’abbandono, a questo
Son io dunque vissuto? io che dovea
Esser pianto da te! Misero! ed io
Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti
Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!
..........................................
La tragedia terminava:
ADELCHI.
......................l’anima stanca
Accogli.
DESIDERIO.
Oh Dio! chè non mi pigli teco!...
colla variante scritta sotto:
perchè mi lasci in terra!
e poi: «Si abbandona presso il corpo del figlio agonizzante; CARLO parte;
cade il sipario.
_21 settembre 1821._»
_Coro dell’atto IV._
V’è segnata, in principio, la data «13 dicembre 1821»; in fine, 11
gennaio 1822».
«V’appare», scrive il Bonghi, «in due strofe un processo di creazione
poetica, che in Manzoni non è frequente: quello di formare in prosa il
pensiero che vuol verseggiare e che alla prima i versi non gli rendono;
p. es., la terza strofa è venuta da prima scritta così:
Quel Dio che udì tuoi gemiti,
Che il tuo dolor fe’ santo,
Dal travagliato spirito
Non lo torrà fin tanto
Che dal consunto [solubil] cenere
Non ti rapisca in Sè.
«Il concetto, quantunque l’espressione ne sia tuttora imperfetta, non
è men bello di quello che la quarta strofa esprime ora; ma questo è
così accennato in margine:—“Il tuo destino quaggiù non era d’ottenere
l’obblìo, ma di chiederlo„;—e sotto, qualcuno dei versi che sono rimasti:
Sempre un obblìo di chiedere
Che ti saria negato
................ascendere
Santa del tuo martir [dolor].
«Del pari, la strofa 18ª: _Te collocò_....., ha ai lati espresso così in
parte il concetto che vi è verseggiato, ma pure non intero:—“La sventura
ti ripone fra gli oppressi, ti fa concittadina dei vinti. Trapassa in
pace. Nessuna imprecazione suonerà sul tuo sepolcro„.
«Le tre bellissime strofe 8, 9, 10 paiono uscite quasi di getto,
soprattutto l’ultima; ma è a notare come, nell’ottava, il terzo e il
quarto verso si leggono nel manoscritto così:
e l’assiduo
Redir de’ veltri ansanti.
Vuol dire ch’egli ha compiuto il terzo più tardi nel modo che si legge
ora: _E lo sbandarsi e il rapido_, e l’ha tenuto in mente, sino alla
seconda copia. Così è accaduto di alcuni altri in questo Coro».
_Coro dell’atto III._
V’è segnata, in principio, la data «15 gennaio 1822»: in fine, «19
gennaio 1822».—Le varianti son notate, di solito, sopra o sotto del verso
stesso.
Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un popol[443] disperso repente si desta,
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce dei padri la fiera virtù:
Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto,
Si mesce e discorda lo spregio[444] sofferto
Col livido orgoglio del regno che fu.[445]
È il volgo gravato dal nome latino,
Che un’empia vittoria sul suolo tien chino
Che gli empj trionfi degli avi portò[446];
È il volgo che inerte, qual gregge predato,
Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,
Nel Winilo errante dal Greco passò.
S’aduna voglioso, si sperde tremante;
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà.
E guata[447] e rimira, scorata e confusa,
Dei crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi[448], che sosta non ha.
I fieri leoni, perduto il ruggito[449],
Col guardo inquieto, del daino inseguito
Le note latebre del covo cercar;
E intanto, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe[450], con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.
E sopra i fuggenti[451], con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da destra[452], da manca, guerrieri venir.
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.
Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier;
Troncaron le gioje dei prandj festosi,
Assursero in fretta dai dolci[453] riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.
Lasciàr nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carche le fronti dei gravi[454] cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte[455] che cupo sonò.
A truppe[456], di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli[457] pensando nel cor:
Per valli petrose[458], per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloquj d’amor.
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Il rigido impero, le fami duràr;
Si vider le lance calate sui petti,
Udiron per l’aure[459], rasente gli elmetti,
Le frecce pennute fischiando volar.[460]
E il premio agli stenti sperato dai forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?
Se il petto dei forti pungeva tal[461] cura,
Di tanto periglio[462], di tanta pressura,
Di tanto cammino non era mestier.
Son donni pur essi di lurida plebe,
Spogliata dell’armi,[463] curvata alle glebe,
Densata nei chiusi di vinte città;
A frangere il giogo che i miseri aggrava,
Un motto dal labbro di questi[464] bastava,
Che detto non hanno, che mai non s’udrà.[465]
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opera imbelle[466] dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor;
Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,
Di vostre speranze parlate sommesso,
Dormite fra i[467] sogni giocondi d’error.
Domani al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto fermò:
Che regnano insieme, che parton le prede,
Si stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò.[468]
[443] volgo
[444] l’oltraggio
[445] Col misero orgoglio d’un tempo che fu.—
_Variante cancellata:_
Si mesce e discorda, confuso ed incerto,
Col livido marchio del giogo sofferto
L’orgoglio impotente d’un tempo che fu.
[446]
Che un’empia vittoria conquise e tien chino
Sul suol che i trionfi degli avi portò.
[447] adocchia
[448] dall’aste
[449] già senza ruggito
[450] insolenti
[451] dispersi
[452] ritta
[453] blandi
[454] pesti
[455] Trascorsero il ponte
[456] torme
[457] il nido relitto
[458] rigose
[459] Accanto agli scudi
[460] Udiron le frecce passando fischiar.
[461] pungea simil
[462] apparecchio
[463] Inerme, pedestre,
[464] dei forti
[465] Che [E] il labbro dei forti proferto non ha [l’ha].
[466] All’opere imbelli
[467] fra
[468] Che il popolo e il regno, che il nome restò.
Nella copia preparata per la stampa, e vista dalla Censura, appaiono
cancellati alcuni versi, che si leggevano pur nella seconda, che mancano
tuttora nello stampato. Essi sono i seguenti:
_Atto I, sc. 2.ª_
DESIDERIO.
..............Dimenticasti
Che ogni nostro travaglio è gioja a questa
Italica genia, che diradata
Dagli avi nostri, che divisa in branchi,
Noverata col brando, al suol ricurva,
Ancor dopo due secoli, siccome
Il primo giorno, odia, sopporta e spera?
E che fra i nostri, intorno a noi, col nome
Di Fedeli e gli onor, vivono ancora
Quei che le parti sostenean di Rachi
...............
_Coro dell’atto III._
_Str. 3.ª_
È il volgo gravato dal nome latino,
Che un’empia vittoria conquise e tien chino
Sul suol che i trionfi degli avi portò;
È il volgo che inerte, qual gregge predato,
Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,
Nel Winilo errante dal Greco passò.
................
_Str. 11.ª_
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?
Se il petto dei forti pungea simil cura,
Di tanto apparecchio, di tanta pressura,
Di tanto cammino non era mestier.
Son donni pur essi di lurida plebe,
Inerme, pedestre, curvata alle glebe,
Densata nei chiusi di vinte città;
A frangere il giogo che i miseri aggrava,
Un motto dal labbro dei forti bastava:
E il labbro dei forti proferto non l’ha.
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor;
Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,
Di vostre speranze parlate sommesso,
Dormite fra sogni giocondi d’error.
Domani, al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto fermò;
Che regnano insieme, che parton le prede,
Si stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò.
_Atto IV, sc. 5.ª_
SVARTO.
Guntigi, ascolta.
Fedel del Re dei Franchi, io qui favello
A un suo Fedel; ma Longobardo pure
A un Longobardo.—I Franchi, primi amici
Del re, gli amici di battaglia, intorno
Gli han posto assedio, e l’occhio han teso, e tutti
Corrono a gara, onde occupar quel posto,
Da cui balzato è un Longobardo. E un giorno
Noi qui saremo gli stranier, se uniti,
Se molti, non restiam.
_Atto V, sc. 8.ª_
Nel discorso d’Adelchi a Desiderio, dove ora si legge:
Reggere iniqui
Dolce non è; tu l’hai provato; e fosse;
il Manzoni aveva scritto da prima:
Quel che tu perdi
Titol superbo, chi tel dava? Un patto
Cogli empj a danno degli inermi; godi
Che gli empj il patto han lacerato. Ah! dolce
Non è il regnar; tu l’hai provato: e fosse;...
Nel discorso d’Adelchi a Carlo, dove ora si legge:
Immoto
È il senno tuo; nè a questo segno arriva
Il tuo perdon. Quel che negar non puoi....
il Manzoni aveva scritto:
Immota
È la mente dei re, nè a questo segno
Perdonan essi mai. Quel che puoi darmi
Quantunque re, quel che negar non puoi....
IL CONTE DI CARMAGNOLA
TRAGEDIA.
NOTA.—La prima edizione è del 1820, Milano, dalla Tipografia di Vincenzo
Ferrario. Ristampata anch’essa varie volte, da varii, in Italia e fuori,
questa tragedia fu poi, nel 1845 e nel 1870, ristampata, con parecchi
ritocchi, dall’autore. Seguiamo pur qui le due ristampe autentiche,
rilevando a piè di pagina le varianti della prima stampa.—Abbiamo altresì
notate, questa volta, le molte e considerevoli differenze che corrono fra
le tre stampe curate dall’autore, della _Prefazione_ e delle _Notizie
storiche_. Nel tener dietro a una così incontentabile ricerca e a una
così instancabile elaborazione e correzione della forma, si prova, oltre
il resto, un vero diletto; e il confrontare i tre diversi testi, può
riuscire, a chi lo faccia con amorosa diligenza, istruttivo, più e meglio
di una qualunque lezione di rettorica o di stilistica, se campata in aria
e librata sulle fragili ali delle teorie e delle astrattezze.
SCHERILLO.
AL SIGNOR CARLO CLAUDIO FAURIEL IN ATTESTATO DI CORDIALE E RIVERENTE
AMICIZIA L’AUTORE.
PREFAZIONE
Pubblicando un’opera d’immaginazione che non si uniforma ai canoni di
gusto ricevuti comunemente in Italia, e sanzionati dalla consuetudine
dei più, io non credo però di dover annoiare[469] il lettore con una
lunga esposizione de’ princìpi che ho seguiti in questo lavoro. Alcuni
scritti recenti contengono sulla poesia drammatica idee così nuove e
vere e di così vasta applicazione, che in essi si può trovare facilmente
la ragione d’un dramma il quale, dipartendosi dalle norme prescritte
dagli antichi trattatisti, sia ciò non ostante condotto con una qualche
intenzione. Oltredichè,[470] ogni componimento presenta a chi voglia
esaminarlo gli elementi necessari a regolarne un giudizio; e a mio
avviso sono questi: quale sia l’intento dell’autore; se questo intento
sia ragionevole; se l’autore l’abbia conseguito. Prescindere da un tale
esame, e volere a tutta forza giudicare ogni lavoro secondo regole, delle
quali è controversa appunto l’universalità e la certezza, è lo stesso che
esporsi a giudicare stortamente un lavoro: il che per altro è uno de’ più
piccoli[471] mali che possano accadere in questo mondo.
Tra i vari espedienti[472] che gli uomini hanno trovati per imbrogliarsi
reciprocamente, uno de’ più ingegnosi[473] è quello d’avere, quasi
per ogni argomento, due massime opposte, tenute ugualmente[474] come
infallibili. Applicando quest’uso anche ai piccoli[475] interessi della
poesia, essi dicono a chi la esercita: siate originale, e non fate nulla
di cui i grandi poeti non vi abbiano lasciato l’esempio. Questi comandi
che rendono difficile l’arte più di quello che è già, levano[476] anche a
uno scrittore la speranza di poter rendere ragione d’un lavoro poetico;
quand’anche non ne lo ritenesse il ridicolo a cui s’espone sempre
l’apologista de’ suoi propri versi.
Ma poichè la quistione delle due unità di tempo e di luogo può
esser trattata tutta in astratto, e senza far parola della presente
qualsisia[477] tragedia; e poichè queste unità, malgrado gli argomenti a
mio credere inespugnabili che furono addotti contro di esse, sono ancora
da moltissimi tenute[478] per condizioni indispensabili del dramma; mi
giova di riprenderne[479] brevemente l’esame. Mi studierò[480] per altro
di fare piuttosto una picciola[481] appendice, che una ripetizione degli
scritti che le hanno già combattute.
I. L’unità di luogo, e la così detta unità di tempo, non sono regole
fondate nella ragione dell’arte, nè connaturali all’indole[482] del poema
drammatico; ma sono venute da una autorità non bene intesa, e da princìpi
arbitrari: ciò risulta evidente a chi osservi la genesi di esse. L’unità
di luogo è nata dal fatto che la più parte delle tragedie greche imitano
un’azione la quale si compie in un sol luogo, e dalla idea che il teatro
greco sia un esemplare perpetuo ed esclusivo di perfezione drammatica.
L’unità di tempo ebbe origine da un passo di Aristotele[a], il quale,
come benissimo osserva il signor Schlegel[b], non contiene un precetto,
ma la semplice notizia di un fatto; cioè della pratica più generale del
teatro greco. Che se Aristotele[483] avesse realmente inteso di stabilire
un canone dell’arte, questa sua frase avrebbe il doppio inconveniente
di non esprimere un’idea precisa, e di non essere accompagnata da alcun
ragionamento.
Quando poi vennero quelli che[484], non badando all’autorità,
domandarono la ragione di queste regole, i fautori di esse non seppero
trovarne che una, ed è: che, assistendo lo spettatore realmente alla
rappresentazione d’un’azione, diventa per lui inverosimile che le diverse
parti di questa[485] avvengano in diversi luoghi, e che essa duri per un
lungo tempo, mentre lui[486] sa di non essersi mosso di luogo, e d’avere
impiegate solo poche ore ad osservarla. Questa ragione è evidentemente
fondata su un[487] falso supposto, cioè che lo spettatore sia lì come
parte dell’azione; quando è[488], per così dire, una mente estrinseca
che la contempla. La verosimiglianza[489] non deve nascere in lui
dalle relazioni[490] dell’azione col suo modo attuale di essere, ma da
quelle[491] che le varie parti dell’azione hanno tra[492] di loro. Quando
si considera che lo spettatore è fuori dell’azione, l’argomento in favore
delle unità svanisce.
II. Queste regole non sono in analogia con gli[493] altri princìpi
dell’arte ricevuti da quegli stessi che le credono necessarie. Infatti
s’ammettono nella tragedia come verosimili molte cose che non lo
sarebbero se ad esse s’applicasse il principio sul quale si stabilisce
la necessità delle due unità; il principio, cioè, che nel dramma
rappresentato siano verosimili que’ fatti soli[494] che s’accordano con
la presenza dello spettatore, dimanierachè[495] possano parergli[496]
fatti reali. Se uno[497] dicesse, per esempio: que’ due personaggi
che parlano tra loro di cose segretissime, come se credessero[498]
d’esser soli, distruggono ogni illusione, perchè io sento d’esser loro
visibilmente presente, e li veggo esposti agli occhi d’una moltitudine;
gli[499] farebbe precisamente la stessa obiezione[500] che i critici
fanno alle tragedie dove sono trascurate le due unità. A quest’uomo non
si può dare che una risposta: la platea non entra nel dramma: e questa
risposta vale anche per le due unità. Chi cercasse il motivo per cui
non si sia esteso il falso principio anche a questi casi, e non si sia
imposto all’arte anche questo giogo, io credo che non ne troverebbe
altro, se non che per questi casi non ci era[501] un periodo d’Aristotele.
III. Se poi queste regole si confrontano con l’esperienza[502], la gran
prova che non sono necessarie alla illusione è[503], che il popolo
si trova nello stato d’illusione voluta dall’arte, assistendo ogni
giorno[504] e in tutti i paesi a rappresentazioni dove esse non sono
osservate; e il popolo in questa materia è il miglior testimonio. Poichè
non conoscendo esso la distinzione dei diversi generi d’illusione, e non
avendo alcuna idea teorica del verosimile dell’arte definito da alcuni
critici pensatori; niuna idea astratta, niun precedente giudizio potrebbe
fargli ricevere un’impressione di verosimiglianza da cose che non fossero
naturalmente atte a produrla. Se i cangiamenti di scena distruggessero
l’illusione, essa dovrebbe certamente essere più presto distrutta nel
popolo che nelle persone colte, le quali piegano più facilmente la loro
fantasia a secondar l’intenzioni dell’artista.