O padre, io ti rivedo[423]! Appressa;

Tocca la mano del tuo figlio.

DESIDERIO.

Orrendo

M’è il vederti così.

ADELCHI.

Molti sul campo

Cadder così per la mia mano.

DESIDERIO.

Ahi, dunque

Insanabile, o caro, è questa piaga?

ADELCHI.

Insanabile.

DESIDERIO.

Ahi lasso! ahi guerra atroce!

Io crudel che la volli; io che t’uccido!

ADELCHI.

Non tu, nè questi, ma il Signor d’entrambi.

DESIDERIO.

Oh[424] desiato da quest’occhi, oh quanto

Lunge da te soffersi! Ed un pensiero

Fra tante ambasce mi reggea, la speme

Di narrartele un giorno, in una fida

Ora di pace.

ADELCHI.

Ora per me di pace,

Credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto

Te dal dolor quaggiù[425] non lasci.

DESIDERIO.

Oh fronte

Balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio

Che spiravi il terror!

ADELCHI.

Cessa i lamenti,

Cessa, o padre, per Dio! Non era questo

Il tempo di morir? Ma tu, che preso

Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta.

Gran segreto è la vita, e nol comprende

Che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno:

Deh! nol pianger; mel[426] credi. Allor che a questa

Ora tu stesso appresserai, giocondi

Si schiereranno al tuo pensier dinanzi

Gli anni in cui re non sarai stato, in cui

Nè una lagrima pur notata in cielo

Fia contra te, nè il nome tuo saravvi

Con l’imprecar de’[427] tribolati asceso.

Godi che re non sei; godi che chiusa

All’oprar t’è ogni via: loco a gentile,

Ad innocente opra non v’è: non resta

Che far torto, o patirlo. Una feroce

Forza il mondo possiede, e fa nomarsi

Dritto: la man degli avi insanguinata

Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno

Coltivata col sangue; e omai la terra

Altra messe non dà. Reggere iniqui

Dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;

Non dee finir così? Questo felice,

Cui la mia morte fa più fermo il soglio,

Cui tutto arride, tutto plaude e serve,

Questo[428] è un uom che morrà.

DESIDERIO.

Ma ch’io ti perdo,

Figlio, di ciò chi mi consola?

ADELCHI.

Il Dio

Che di tutto consola.

(_si volge a CARLO_)

E tu, superbo

Nemico mio....

CARLO.

Con questo nome, Adelchi,

Più non chiamarmi; il fui: ma con le tombe

Empia e villana è nimistà; nè tale,

Credilo, in cor cape di Carlo.

ADELCHI

E amico

Il mio parlar sarà, supplice, e schivo

D’ogni ricordo ad ambo amaro, e a questo

Per cui ti prego, e la morente mano

Ripongo nella tua. Che tanta preda

Tu lasci in libertà.... questo io non chiedo....[429]

Chè vano, il veggo[430], il mio pregar saria,

Vano il pregar d’ogni mortale. Immoto

È il senno tuo; nè a questo segno arriva

Il tuo perdon. Quel che negar non puoi

Senza esser crudo, io ti domando. Mite,

Quant’esser può, scevra d’insulto sia

La prigionia di questo antico, e quale

La imploreresti al padre tuo, se il cielo

Al dolor di lasciarlo in forza altrui

Ti destinava. Il venerabil capo

D’ogni oltraggio difendi: i forti contro[431]

I caduti, son molti; e la crudele

Vista ei non deve[432] sopportar d’alcuno

Che vassallo il tradì.

CARLO

Porta all’avello

Questa lieta certezza: Adelchi, il cielo

Testimonio mi sia; la tua preghiera

È parola di Carlo.

ADELCHI.

Il tuo nemico

Prega per te, morendo.

[423] riveggio

[424] O

[425] qua giù

[426] me ’l

[427] dei

[428] Questi

[429] chieggo

[430] veggio

[431] incontra

[432] debbe

SCENA IX.

ARVINO, CARLO, DESIDERIO, ADELCHI.

ARVINO.

Impazienti,

Invitto re, chiedon[433] guerrieri e duchi

D’essere ammessi.

ADELCHI.

Carlo!

CARLO.

Alcun non osi

Avvicinarsi a questa tenda. Adelchi

È signor qui. Solo d’Adelchi il padre,

E il pio ministro del perdon divino,

Han qui l’accesso.

(_parte con ARVINO_).

[433] chieggon

SCENA X.

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.

Ahi, mio diletto!

ADELCHI.

O padre,

Fugge la luce da quest’occhi.

DESIDERIO.

Adelchi,

No, non lasciarmi!

ADELCHI.

O Re de’ re[434] tradito

Da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato!...[435]

Vengo alla pace tua: l’anima stanca

Accogli.

DESIDERIO.

Ei t’ode: oh ciel! tu manchi! ed io...

In servitude a piangerti rimango.

_Fine della tragedia._

[434] dei re,

[435] abbandonato,

APPENDICE

IL PRIMO GETTO DELL’“ADELCHI„

Tra i manoscritti del Manzoni, l’_Adelchi_ rimane in tre forme: le prime

due di carattere del poeta, e l’una è copia ricorretta dell’altra. La

terza, di altra mano, è quella preparata per la stampa. Porta, sotto il

titolo, il visto della Censura, «Milano, il 2 maggio 1882».

La prima forma ha segnate via via le date della composizione: sul primo

foglio, 9 settembre 1820; dopo la scena 5ª dell’atto I, 4 gennaio; in

testa dell’atto III, 2 giugno; dell’atto IV, 3 luglio, e in fine di esso,

17 luglio; in principio dell’atto V, 2 agosto, da ultimo, 21 settembre

1821. Contiene il primissimo getto; e mette conto riferirne i brani più

notevoli. Seguiremo, fin dove sarà possibile, il Bonghi (_Opere inedite

o rare di A. M._; vol. I, 1883), correggendone le sviste, nè poche nè di

poco momento.

SCH.

_Atto I, sc. 2.ª_

DESIDERIO.

.....Dimenticasti

Che ogni nostro travaglio è gioja a questa

Italica genìa, che diradata

Dagli avi nostri, che divisa in branchi,

Noverata col brando, al suol ricurva,

Che d’arme ignuda, che di capi scema,

Ancor, dopo due secoli, siccome

Il primo giorno, odia, sopporta e spera.

...............

ADELCHI.

Ma in forse, o Padre,

Della risposta d’Adrian tu stai?

Di lui che, stretto di cotanti nodi

A questo Carlo, ecc.

...............

DESIDERIO.

..............Questi i consigli sono

Del mio figliuolo Adelchi?—Istrutti noi,

Non discorati dall’altrui sventura,

In più felici dì, la tronca impresa

D’Astolfo adempirem. Non più sguernite

Siccome allor, le Alpine valli aperto

Al tornato invasor prestano il letto,

Ma di bastite e di guerrier le sbarra

Impenetrabil argine. Si scote,

Di sotto al piè del Franco, il conculcato

Sassone e sorge, e, del tributo invece,

La punta della spada gli presenta.

Assai fia questo ad occuparli. Esclami

A sua posta Adrian; nemmen la gioja

Gli sia concessa di mirar la faccia

D’esti alleati.

ADELCHI.

Ah! gli alleati suoi

Son da per tutto, oltre i due mari e l’alpe,

Intorno ad esso, intorno a noi. Le mani

Ei leva al cielo, e mille mani al cielo

Son levate in un punto: il suo desio

Diviene il prego delle genti. Ei parla,

E la terra risponde.

DESIDERIO.

Ebben, la terra

Quei Romani pastor forse non vide

Alla Gotica possa ed alla Greca

Obbedire, e tacer? Si mosse allora

Per sottrarli a tal giogo? Il santo seggio

Di Pier, le chiavi a lor da Dio fidate:

Questa è la forza lor; ma ciò che vale

Il dì della battaglia? Il mondo, o figlio,

È della spada.

ADELCHI.

I Goti! i Greci! o padre,

Ove son essi mai? Su questo suolo

Sparso del sangue lor, vinto....[436]

Io li ricerco; uno è sparito, e l’altro

Dalla mano allentata a poco a poco

Lascia sfuggir la preda, e senza guerra,

Senza compianto e senza gloria, spira.

E testimonio della lor caduta,

Non ozioso testimon, d’entrambi

Le spoglie afferra il sacerdote, e saldo

Di lor ruine si compone il soglio.[437]

Tutto ei non tragge il suo vigor dal Cielo:

Un’altra forza, una secreta forza,

Da quella terra, che gli è madre, attigne.

Figlio di Roma, ei non comanda a’ vinti:

A’ suoi fratelli antichi, a quelli, ond’ebbe

Ogni poter, comanda. È sovra gli altri,

E non opprime; ei degli oppressi il muto

Dolor raccoglie, e il raccomanda al Cielo.

Egli il pastore, il difensor di questa

Antica razza, onde vittoria avemmo

Ma non mai pace; in mezzo a cui padroni

Ma stranieri viviam. Noi, vincitori,

Chiudere il duol dobbiamo e divorarlo

Nel cor profondo, e, come schiavi, il volto

Atteggiar di letizia e di fidanza;

Ed ei la gioja ed il dolor del paro,

La speme ostenta ed i terrori: e quando

Più d’oltraggi è gravato, e di minacce

Sul nudo capo suo pesa l’oltraggio,

Allor più aperto il mostra. Ei sa che, in tutti

Gl’itali cor, pietà, rispetto accende,

E desio di vendetta. E steril mai

D’un popolo il desio non è del tutto.

E della prova il dì, quando ogni cosa

Scampo o periglio ti divien, chi puote

Senz’affanno pensar che d’ogni parte

Cinto è di gente che il vorria perduto?

Questa seconda scena era resa assai più lunga che non è ora, anche pel

fatto che Adelchi ragionava a lungo la proposta di acquistare amici,

liberando i Romani; la qual proposta ora è in breve accennata in fine.

DESIDERIO.

Ebben, qual via, fra tanti rischi, hai scorta?

ADELCHI.

Una intentata, una che forse al sommo

Della possa ci mena, e a gloria eterna

Fallir non puote.

DESIDERIO.

Ed è?

ADELCHI.

Quella che mai

L’Erulo e il Goto non calcò, nè il Greco,

Nè alcun di lor, che, pria di noi, in questo

Suol regnaro e perir. Vedili, o Padre,

Assalirlo a vicenda, insanguinarlo,

Possederlo e sparir; l’italo cielo

Ratto coprir come procella estiva,

E sgombrarlo del par: tutti all’acquisto

Gagliardi, e imbelli alla difesa tutti.

Noi successor d’esti caduti, il piede

Terrem nell’orme lor? Dagli anni miei

Non misurar le mie parole. Aperta

È un’altra via di scampo; osiam d’entrarvi

Noi primi, osiamo d’esser giusti,.....

E saremo invincibili. Un’infausta,

Immensa forza è presso noi, soltanto

Che vogliam farla nostra; e in sen di questa

Terra antica s’asconde. Àprila, e tosto

Scaturir la vedrai da questo suolo;

Che facil preda era finor, che sempre

Sarà fin che due popoli nutrica

E non è patria di nessun, fintanto

Che di fratei non sia convento, ed ogni

Uom che il calpesta un difensor non sia.

Oh! tuttavolta che dell’Alpi al sommo

Un nemico s’affaccia, ansj e desiosi

Noi domandiam: quanti son essi? e i nostri

Vessilli in fretta noveriam, tremando

Che gli uomini all’impresa, e alla virtude

Manchin le forze. Gli uomini! a stormo

Gli abbiam dintorno a noi. Questi che al solco,

Ad ogni ovra servil curvi teniamo,

Chi sono? i figli di color che al mondo

Dieder la legge un dì. Gregge di schiavi,

Spesso tremendo, inutil sempre, in fido

Stuol rinascente di guerrier devoti

Trasmutarli, sta in noi. Togliamo i ceppi

Da quelle mani, e rendiam loro i brandi.

Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa,

Sì, ma d’onor, ma di salute è piena,

E di pietà. Dell’itala fortuna

Le sparse verghe raccogliam da terra,

Il fascio antico in nostra man stringiamo:

Dei vincitor e dei soggetti un solo

Popol facciamo, una la legge, ed una

Sia la patria per tutti, uno il desio,

L’obbedienza, ed il periglio.

E dopo molti versi, ridondanti di varianti e di cancellature, nei

quali Adelchi continua a manifestare il suo animo e l’ardore della sua

convinzione, seguono questi:

Chiuse in Italia ci saran quai porte?

Di Roma i figli al redentor vessillo

Si stringeran volenterosi intorno.

Essi che, scosso il Greco giogo, e in forse

Di lor novella libertade, un capo

Van dimandando, un capo: e poi che altronde

Sperar nol ponno, dall’altar l’han preso:

Con che pietà, con che ostinata fede,

Te seguiran, s’esser lo vuoi, te nato

In campo, o padre, alla vittoria avvezzo!

E riverito e non tremendo, il Sommo

Pastor, dal dì che questo suoi più schiavi

Da ribellar non abbia, nè tiranni

Da maledir, tratto l’usbergo, ai santi

Studj tornar dovrà: re delle preci,

Signor del tempio, a chi guardar lo sappia

Il Campidoglio sgombrerà. Concorde

Qual era un dì l’itala terra ancora,

Divorerà gli assalitori; e noi

Vi porrem le radici, e ne saremo

Gridati i padri, i salvatori; e nostra

Dirla potrem davvero.

DESIDERIO.

Oh qual tempesta

Sollevi tu nel mio pensier! Su questo

Ripido, oscuro, arduo sentier tu dunque

Non temeresti di gittarti?..... Io mai

Del tuo valor dubbio non ebbi: un prode,

Più che un prode tu sei. Sì, figlio! Un alto

Disegno è il tuo; non ch’io l’abbracci: il fato

Cangiar del mondo, no, di due mortali

Opra non è: solo il tentarlo è morte.

Troppo da quel che in tuo pensier ti fingi

Diverso il guiderdon saria. La belva,

Amareggiata dai tormenti e stretta

In catene, alla man che la discioglie,

Il primo morso avventa.....

.....................O triste o lieto,

Giusto o non giusto, a tutti noi segnato

Troppo chiaro è il destin: l’impero a noi,

Ai soggetti il terror, l’odio ad entrambi.

.........................................

.................E poi, coll’onta

D’aver ceduto anco a’ Romani il campo,

Dì che farai?

ADELCHI.

Nulla, o Signor, fintanto

Che null’altro stromento all’opra avremo

Che una gente divisa. Il core, o padre,

Basta a morir, ma la vittoria e il regno

È pel felice che ai concordi impera.

Oh quante volte invidiai codesto

Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna

D’un sol voler, saldo, gittato in uno

Siccome il ferro del suo brando, e in pugno

Come il brando lo tiene. Odio l’aurora

Che annunzia il dì delle battaglie: è peso

L’asta alla man; se nel pugnar guardarmi

Deggio dall’uom che mi combatte a fianco.

DESIDERIO.

........................Ah non temer: devoti

Gli avrem quel dì che a certa e facil preda

Li condurrem. Carlo è lontano; ed altro

A cor gli sta che il Pastor santo e il suo

Gregge tremante, che servir non vuole

E che pugnar non sa. Si[438] scote alfine,

Di sotto al piè del Franco, il conculcato

Sassone e sorge, e, del tributo invece,

La punta della spada gli presenta.

Assai fia questo ad occuparli. A Roma

Venner con noi questi sleali; e fidi

Gli avrem quel dì che a certa e facil preda

Li condurrem.[439] Per chi trionfa e regna,

Per chi dona, è l’amor; quegli è tradito

Che dee perir: tutto è leale al forte.

ADELCHI.

Padre!...........................

[436] Qui vi sono parole cancellate, impossibili a leggere. (BONGHI).

[437] Questi versi hanno tutti molte varianti; ma io li trascrivo di

solito nella prima lor forma. (BONGHI).

[438] Il brano che segue è stato trasferito qui da uno dei precedenti

discorsi di Desiderio. V. pag. 121-22. (SCH.)

[439] Rimette qui questo verso e mezzo, nell’intenzione, certo, di

cancellarlo sopra.—La sentenza: “tutto è leale al forte„ ricorre poi

anche più tardi, sulla bocca di Adelchi, nella soppressa scena 1ª

dell’atto V (pag. 137). (SCH.)

_Atto II, sc. 3.ª (che nel primo disegno era 4.ª)._

CARLO.

.......................e faran fede

In quanto onor Carlo lo tenga.

MARTINO.

Oh! Roma

Libera sia dal minacciar di questa

Sozza iniqua genia, cangiato almeno

E alleggerito all’altra Italia il giogo

Sia per tua man, se non è giunto il giorno,

Se l’uom nato non è che affatto il tolga;

Ecco il mio premio, o re.

CARLO.

Libera, il giuro,

Fia Roma; al dono, che il mio padre ha posto

Sopra l’altar, la spada mia non mai

S’accosterà che per salvarlo: e mite

Sovra l’Italia che il Signor mi dona,

L’impero fia dei miei fedeli, e il mio.

Di più nè Carlo, nè mortal nessuno,

Darle potria. L’uom che non cinge un brando,

Che non sale un destriero, è della terra,

E la terra è di lui che vi conficca

L’asta sua vincitrice. Ai miei compagni,

Senza cui nulla che un guerrier son io,

Delle fatiche il premio e dei perigli

Tôr non poss’io: del vincitore è il vinto.

Altre stirpi al servir destina il cielo,

Altre al comando; e la vittoria è il segno

Che le discerne. Cittadin di Roma,

Vassallo d’Adrian, tu che obbedisci

Ad un Signor dalla tua gente eletto,

Tu sei libero, e il merti: il ciel, che un’alma

Libera dietti e un cor dei rischi amico,

Tal sorte ti dovea: godila, e lascia

Che un popolo guerriero a quei comandi

Che più un popol non sono.

_Atto III, sc. 1.ª_

ADELCHI.

Siam soli, alfin, diletto Anfrido; io posso

Questo superbo intollerabil giogo

Di finta gioja e di dolor compresso,

Da me cacciarlo alcun momento, e teco

Essere Adelchi. Da quel dì che il padre

Me fanciullo di nobili fanciulli

In lieto coro addusse, ed io ti scersi,

E ti presi per mano, e dalla folla

Senza dubbiar ti trassi, e con te solo

Divider volli il pueril trastullo

(Era l’età di cui sì rade e incerte

Vivono le memorie, eppur quel giorno,

Come l’estremo che passò, m’è sempre

Chiaro dinanzi), da quel dì tu fosti

Dei giuochi miei, dell’armi poi, dei rischi

Solo compagno, e dei piacer. Fratello

Della mia scelta, innanzi a te soltanto

L’anima mia torna sul volto, e tutto

Il suo dolor vi porta, onde tu il veggia,

E lo consoli, o lo compianga almeno.

ANFRIDO.

Dolce Signor, dunque è ben ver che intera

Gioja quaggiù non havvi! Oh! se ad eletta

D’ogni uom fosse il destin, qual è colui

Che or non chiedesse il tuo? Spenta una tanta

Guerra sul cominciar, respinta come

Cupa tempesta che dal monte appare

Tonando, e un vento la ricalca indietro

Pria che sul ciel si stenda; e tu sei quello

Che soffiasti sul Franco e lo sperdesti.[440]

Tutto il campo il confessa, il tuo gran padre

D’esserlo esulta, ogni Fedel gioisce

Dell’alta gloria che con te divide.

Che più? quei vili, che dannar sè stessi

A non amarti, hanno a temerti appreso

Or più che mai.

ADELCHI.

La gloria, Anfrido! Il mio

Destino è d’agognarla, e di morire

Senza gustarla. Il nome mio del tutto

Non perirà, pur troppo: è questo il tristo

Privilegio dei re; nudo e confuso

Coi volgari vivrà: l’età venture

Di me sapranno ch’io fui re. No: questa

Non è ancor gloria, Anfrido. Or dì, che abbiamo

Fatto finor? Carlo ha levato il campo,

E fuggito, se vuoi; ma baldo ei parte,

Impunito, securo, ed io fremendo

Qui mi rimango: al nappo inebbriante

Della vittoria avvicinato ho il labbro,

E il ritrarlo m’è forza. Ei parte il vile

Offensor d’Ermengarda, ei che giurava

Di spegner la mia casa; ed io non posso

Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,

Dibattermi con esso, e riposarmi

Sull’armi sue! Quanti sarieno i fidi,

Pronti a morir, che seguirian l’insegna

Anco vittrice del lor re? Contarli

Possiamo Anfrido: oh prodi ei son; ma sono

Uno fra dieci traditor, venduti

Allo straniero, e a lui giurati, e in core

Suoi vassalli.

ANFRIDO.

Oh dolor!

ADELCHI.

Tu che al mio fianco

Pugnasti, il sai. L’alto valor dei pochi,

Che in ogni impresa io mi scegliea compagni,

Con queste mura, questa volta, in queste

Rocche della natura, alla salvezza

Potè bastar d’un regno; in campo aperto,

Solo coi pochi, abbandonato al Franco

M’avrieno i più.

ANFRIDO.

Ma il ciel nol volle; ed ora,

Or che svanito è il nostro rischio, e l’empia

Speranza loro, altro a costor non resta

Ch’esser fidi, o parerlo, e coi servigi

Scontare un van desio.

ADELCHI.

Tu li vedesti

Intorno a me spingersi a gara, in volto

Tutti letizia, e fedeltà. Qual sorte

Esser re di costor! Che faticoso

Cambio d’ossequio e di gradir mentito!

Torni la prova, e torneran festosi

Al tradimento. Entrato è il tradimento

Nell’alme lor per sempre. Altri, di Rachi

Fautori un tempo, nè amistà sincera,

Nè intero obblio speran dai re, che a loro

Malgrado il son. Senza misura ingordi

Di possa altri e d’onor, guardan fremendo

Ciò che ai migliori è dato; e ciò che ad essi

Con misura si dà, stimano offesa

E ricevono odiando: e l’odio ormai

È la lor vita. E correranno in braccio

A un re straniero, ad un nemico, a questo

Carlo astuto, ad ognun, purchè non sia

Desiderio nè Adelchi. I fidi allora

Non potran che morire. Ed ora il padre

Torna ai disegni antichi, e nella fuga

Troppo fidando del nemico, incontro

L’apostolico sire il campo ei vuole

Portar. Qual guerra, e qual nemico, Anfrido!

A me il comando dell’impresa il padre

Affiderà. Poni che, al novo grido

Del conquiso Adrian, Carlo non torni,

E in altro campo non ci colga. Il poco

Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri

Miseri avanzi del poter Latino

Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio,

Sedendo, orando, colla man comanda

Di ferro ignuda, svaniranno incontro

Tutta Longobardia, guidata, ardente,

Concorde, anche fedele, allor che a certa

E facil preda la conduci. Il voto

Di età tante fia pago, e Italia intera

Nostra sarà. Dì, non è questo il mio

Avvenir più ridente? Ebben ruine

Sopra ruine ammucchierem: l’antica

Nostr’arte è questa; nei palagi il foco

Porremo e nei tugurj: uccisi i primi,

I signori del suolo, e quanti a caso

Nell’asce nostre ad inciampar verranno,

Fia servo il resto, e fra costor diviso:

E ai più sleali e più temuti, il meglio

Toccherà della preda.—Oh mi parea,

Pur mi parea che ad altro io fossi nato,

Che ad esser capo di ladron; che il cielo

Su questa terra altro da me volesse

Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

—Oh quante volte invidiai cotesto

Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna

D’un sol pensier, saldo, gittato in uno

Siccome il ferro del suo brando, e in pugno

Come il brando lo tiensi[441]: egli a difesa

Del debole e del santo almen venia!

Il mio cor m’ange, Anfrido; ei mi comanda

Alte e nobili cose; e guardo, e nulla

Veggio che al voto del mio cor sia pari,

E alla mia possa a un tempo. E strascinato

Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,

Senza meta; e il mio cor s’inaridisce,

Siccome il germe in rio terren, che il vento

Balza di loco in loco.

ANFRIDO.

Alto infelice![442]

.........................................

In un altro abbozzo, codesta scena era tutt’altro.—Essa «è nella tenda

d’Arderigo, un Longobardo, e vi hanno parte lui, Faraldo, Guntigi,

Ildechi, Leuteri ed altri Duchi, sgomenti della partenza di Carlo con

cui s’erano accordati. Ma la lor conversazione va poco oltre: il Manzoni

la interrompe e la cancella, e ricomincia la scena, secondo è rimasta.

In questa, non appare già in tutto sicura la partenza dei Franchi; ma

preparasi; e se parecchie parti del primo getto son ritenute, Adelchi vi

appare non diverso, ma più concreto». (BONGHI).

[440] Il Manzoni postilla: «Si dica più chiaro che i Franchi si sono

ritirati per timore d’Adelchi».

[441] Tornano nuovamente questi versi, che prima erano, sempre in bocca

ad Adelchi, nella sc. 2ª dell’atto I (pag. 126-7). Ora son rimasti a metà

della sc. 1ª dell’atto III, ch’è stata di molto accorciata. (SCH.)

[442] Il Bonghi ripubblicò, con qualche diversità di varianti, questa 1ª

scena dell’atto III, nelle sue _Horae subsecivae_; Napoli, Morano, 1838;

p. 259-268. (SCH.)

_Atto V, sc. 1.ª_

La scena è la sala del Palazzo Reale in Pavia; e le persone: Desiderio,

Adelchi, Guntigi.—Il Manzoni cancellò poi tutto, e scrisse in calce

all’ultima pagina: «Scartar tutto, e rifar l’atto in modo più conforme

alla storia».

ADELCHI.

No, mio Guntigi; senza te non debbe

Deliberarsi questo affar: rimani.

GUNTIGI.

O re, concedi che al mio posto io torni.

Tutto che fia qui statuito, io tosto,

Presente o assente, eseguirò.

ADELCHI.

Guntigi,

Caro io t’ebbi mai sempre; ed or tel dico

Perchè nei giorni di splendor tel dissi,

Nè vo’ che nuovi affetti, o più cortese

Parlar, m’insegni la sventura. Io t’ebbi

Caro mai sempre; ma dal dì che tutto,

Noi seguendo, perdesti, o, come spero,

Tutto per un momento, in preda a quello

Ch’io dir non voglio vincitor, lasciasti,

Tu mi sei sacro da quel dì. Supremo

È il momento, o Guntigi: in sull’angusto

Limite, che la morte dalla vita

Parte, la somma delle cose è posta.

Ed il consiglio, che a salvarla io reco,

Importa a te non men che ai regi: e cessi

Il Ciel, quand’anche senza rischio io il possa,

Ch’io mai di te senza di te decida.

Quel che a te dico, a questi prodi il dico.

(_GUNTIGI siede con gli altri_).

DESIDERIO.

Fedeli, o voi degni del nome, udite

Ciò che Adelchi propon. Nei detti suoi

È la vita: il credete ad un che tardi

È saggio, e il sangue del suo cor daria

Per non averli un dì negletti.

ADELCHI.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 19 / 45 段