D’allor che, morto

Il tuo signor, solo, dai nostri cinto,

Senza difesa rimanesti? Alzata

Sul tuo capo la scure, un furibondo

Già la calava; io lo ritenni; ai piedi

Tu mi cadesti, e ti gridasti mio.

Che mi giuravi?

AMRI.

Ubbidienza[351] e fede,

Fino alla morte.—O mio signor, falsato

Ho il giuro mai?

GUNTIGI.

No; ma l’istante è giunto

Che tu lo illustri con la prova.

AMRI.

Imponi.

GUNTIGI.

Tocca quest’armi consacrate, e giura

Che il mio comando eseguirai; che mai,

Nè per timor nè per lusinghe, fia,[352]

Mai, dal tuo labbro rivelato.

AMRI.

(_ponendo le mani sull’armi_)

Il giuro:

E, se quandunque mentirò, mendico

Andarne io possa, non portar più scudo,

Divenir servo d’un Romano.

GUNTIGI.

Ascolta.

A me commessa delle mura, il sai,

È la custodia; io qui comando, e a nullo

Ubbidisco[353] che al re. Su questo spalto

Io ti pongo a vedetta, e quindi ogn’altro

Guerriero allontanai. Tendi l’orecchio,

E osserva[354] al lume della luna; al mezzo

Quando la notte fia, cheto vedrai

Alle mura un armato avvicinarsi:

Svarto ei sarà... Perché così mi guardi[355]

Attonito? egli[356] è Svarto, un che tra[357] noi

Era da men di te; che ora tra i Franchi

In alto sta, sol perchè seppe accorto

E segreto servir. Ti basti intanto,

Che amico viene al tuo signor costui.

Col pomo della spada in sullo[358] scudo

Sommessamente ei picchierà: tre volte

Gli renderai lo stesso segno. Al muro

Una scala ei porrà: quando fia posta,

Ripeti il segno; ei saliravvi: a questo

Battifredo lo scorgi, e a guardia ponti

Qui fuor: se un passo,[359] se un respiro ascolti,[360]

Entra ed avvisa.

AMRI.

Come imponi, io tutto

Farò.

GUNTIGI.

Tu servi a gran disegno, e grande

Fia il premio.

(_AMRI parte_).

[350] su le

[351] Obbedienza

[352] ei fia

[353] Obbedisco

[354] guata

[355] guati

[356] Egli

[357] fra

[358] su lo

[359] un’orma

[360] intendi

SCENA III.

GUNTIGI.

Fedeltà?[361]—Che il tristo amico

Di caduto signor, quei che, ostinato

Nella speranza, o irresoluto, stette

Con lui fino all’estremo, e con lui cadde,

Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essa

Si consoli, sta ben. Ciò che consola,

Creder si vuol senza esitar.—Ma quando

Tutto perder si puote, e tutto ancora

Si può salvar; quando il felice, il sire

Per cui Dio si dichiara, il consacrato

Carlo un messo m’invia, mi vuole amico,

M’invita a non perir, vuol dalla causa

Della sventura separar la mia...

A che, sempre respinta[362], ad assalirmi

Questa parola fedeltà ritorna,

Simile all’importuno? e sempre in mezzo

De’[363] miei pensier si getta, e la consulta

Ne turba?—Fedeltà! Bello è con essa

Ogni destin, bello il morir.—Chi ’l dice?

Quello per cui si muor.—Ma l’universo

Seco il ripete ad una voce, e grida

Che, anco mendico e derelitto, il fido

Degno è d’onor, più che il fellon tra gli agi

E gli amici.—Davver? Ma, s’egli è degno,

Perchè è mendico e derelitto? E voi

Che l’ammirate, chi vi tien che in folla

Non accorriate a consolarlo, a fargli

Onor, l’ingiurie della sorte iniqua

A ristorar? Levatevi dal fianco

Di que’[364] felici che spregiate, e dove

Sta questo onor fate vedervi: allora

Vi crederò. Certo, se a voi consiglio

Chieder dovessi, dir m’udrei: rigetta

L’offerte[365] indegne; de’ tuoi re dividi,

Qual ch’ella sia, la sorte.—E perchè tanto

A cor questo vi sta? Perchè, s’io cado[366],

Io vi farò pietà; ma se, tra[367] mezzo

Alle rovine altrui, ritto io rimango,

Se cavalcar voi mi vedrete al fianco

Del vincitor che mi sorrida, allora

Forse invidia farovvi; e più v’aggrada

Sentir pietà che invidia. Ah! non è puro

Questo vostro consiglio.—Oh! Carlo anch’egli

In cor ti spregerà.—Chi ve l’ha detto?

Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro,

Che ai primi gradi alzò? Quando sul volto

Quel potente m’onori, il core a voi

Chi ’l rivela? E che importa? Ah! voi volete

Sparger di fiele il nappo a cui non puote

Giungere il vostro labbro. A voi diletta

Veder grandi cadute, ombre d’estinta

Fortuna, e favellarne, e nella vostra

Oscurità racconsolarvi: è questo

Di vostre mire il segno: un più ridente

Splende alla mia; nè di toccarlo il vostro

Vano clamor mi riterrà. Se basta

I vostri plausi ad ottener, lo starsi

Fermo alle prese col periglio, ebbene,

Un tremendo io ne affronto; e un dì saprete

Che a questo posto più mestier coraggio

Mi fu, che un giorno di battaglia in campo.

Perchè, se il rege, come suol talvolta,

Visitando le mura, or or qui meco

Svarto trovasse a parlamento, Svarto,

Un di color, ch’ei traditori, e Carlo

Noma Fedeli.... oh! di guardarsi indietro

Non è più tempo: egli è destin, che pera

Un di noi due; far deggio in modo, o Veglio,[368]

Ch’io quel non sia.

[361] Fedeltà!

[362] rispinta

[363] Ai

[364] quei

[365] Le offerte

[366] caggio

[367] fra

[368] veglio

SCENA IV.

GUNTIGI, SVARTO,[369] AMRI.

SVARTO.

Guntigi!

GUNTIGI.

Svarto!

(_ad AMRI_)

Alcuno

Non incontrasti?

AMRI.

Alcun.

GUNTIGI.

Qui intorno veglia.

(_AMRI parte_).

[369] _condotto da_

SCENA V.

GUNTIGI, SVARTO.

SVARTO.

Guntigi, io vengo, e il capo mio commetto

Alla tua fede.

GUNTIGI.

E tu n’hai pegno; entrambi

Un periglio corriamo.

SVARTO.

E un premio immenso

Trarne, sta in te. Vuoi tu fermar la sorte

D’un popolo e la tua?

GUNTIGI.

Quando quel Franco

Prigion condotto entro Pavia, mi chiese

Di segreto parlar, messo di Carlo

Mi si scoverse, e in nome suo mi disse

Che l’ira di nemico a volger pronto

In real grazia egli era, e in me speranza

Molta ponea; che ogni[370] mio danno avria

Riparato da re; che tu verresti

A trattar meco; io condiscesi: un pegno

Chiese da me[371]; tosto de’ Franchi al campo

Nascosamente il mio figliuol mandai

Messo insieme ed ostaggio: e certo ancora

Del mio voler non sei? Fermo è del pari

Carlo nel suo?

SVARTO.

Dubbiar ne puoi?

GUNTIGI.

Ch’io sappia

Ciò ch’ei desìa, ciò ch’ei promette. Ei prese

La mia cittade, e ne fe’ dono altrui;

Nè resta a me che un titol vano.

SVARTO.

E giova

Che dispogliato altri ti creda, e quindi

Implacabile a Carlo. Or sappi; il grado

Che già tenesti, tu non l’hai lasciato

Che per salir. Carlo a’ tuoi pari dona

E non promette: Ivrea perdesti; il Conte,

Prendi, sei di Pavia.

(_gli porge un diploma_).

GUNTIGI.

Da questo istante

Io l’ufizio[372] ne assumo; e fiane accorto

Dall’opre il signor mio. Gli ordini suoi

Nunziami, o Svarto.

SVARTO.

Ei vuol Pavia; captivo

Vuole in sua mano il re: l’impresa allora

Precipita al suo fin. Verona a stento

Chiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognuno

Brama d’uscirne, e dirsi vinto: Adelchi

Sol li ritien; ma quando Carlo arrivi,

Vincitor di Pavia, di resistenza

Chi parlerà? L’altre città che sparse

Tengonsi, e speran nell’indugio ancora,

Cadon[373] tutte in un dì, membra disciolte

D’avulso capo: i re caduti, è tolto

Ogni pretesto di vergogna: al duro

Ostinato ubbidir[374] manca il comando:

Ei regna, e guerra più non v’è.

GUNTIGI.

Sì, certo:

Pavia gli è d’uopo; ed ei l’avrà: domani,

Non più tardi l’avrà. Verso la porta

Occidental con qualche schiera ei venga:

Finga quivi un assalto; io questa opposta

Terrò sguernita, e vi porrò sol pochi

Miei fidi: accesa ivi la mischia, a questa

Ei corra; aperta gli sarà.—Ch’io, preso

Il re consegni al suo nemico, questo

Carlo da me non chieda[375]; io fui vassallo

Di Desiderio, in dì felici; e il mio

Nome d’inutil macchia io coprirei.

Cinto di qua, di là, lo sventurato

Sfuggir non può.

SVARTO.

Felice me, che a Carlo

Tal nunzio apporterò! Te più felice,

Che puoi tanto per lui!—Ma dimmi ancora:

Che si pensa in Pavia? Quei che il crollante

Soglio reggere han fermo, o insiem seco[376]

Precipitar, son molti ancora? o all’astro

Trionfator di Carlo i guardi alfine

Volgonsi e i voti? e agevol fia, siccome

L’altra già fu, questa vittoria estrema?

GUNTIGI.

Stanchi e sfidati i più, sotto il vessillo

Stanno sol per costume: a lor consiglia

Ogni pensier di abbandonar cui Dio

Già da gran tempo abbandonò; ma in capo

D’ogni pensier s’affaccia una parola

Che gli spaventa: tradimento. Un’altra

Più saggia a questi udir farò: salvezza

Del regno; e nostri diverran: già il sono.

Altri, inconcussi in loro amor, da Carlo

Ormai nulla sperando....

SVARTO.

Ebben, prometti;

Tutti guadagna.

GUNTIGI.

Inutil rischio ei fia.

Lascia perir chi vuol perir: senz’essi

Tutto compir si può.

SVARTO.

Guntigi, ascolta.

Fedel del Re de’ Franchi io qui favello

A un suo Fedel; ma Longobardo pure

A un Longobardo. I patti suoi, lo credo,

Carlo terrà; ma non è forse il meglio

Esser cinti d’amici? in una folla

Di salvati da noi?

GUNTIGI.

Fiducia, o Svarto,

Per fiducia ti rendo. Il dì che Carlo

Senza sospetto regnerà, che un brando

Non resterà che non gli sia devoto....

Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfugge

Un nemico, e respira, e questo novo

Regno minaccia, non temer che sia

Posto in non cal chi glielo diede in mano.

SVARTO.

Saggio tu parli e schietto.—Odi: per noi

Sola via di salute era pur quella

Su cui corriamo; ma d’inciampi è sparsa

E d’insidie: il vedrai. Tristo a chi solo

Farla vorrà.—Poi che la sorte in questa

Ora solenne qui ci unì, ci elesse

All’opera compagni ed al periglio

Di questa notte, che obbliata mai

Da noi non fia, stringiamo un patto, ad ambo

Patto di vita. Sulla[377] tua fortuna

Io di vegliar prometto; i tuoi nemici

Saranno i miei.

GUNTIGI.

La tua parola, o Svarto,

Prendo, e la mia ti fermo.

SVARTO.

In vita e in morte

GUNTIGI.

Pegno la destra.

(_gli porge la destra: SVARTO la stringe_).

Al re de’ Franchi, amico,

Reca l’omaggio mio.

SVARTO.

Doman!

GUNTIGI.

Domani.

Amri!

(_entra AMRI_)

È sgombro lo spalto?

AMRI

È sgombro; e tutto

Tace d’intorno.

GUNTIGI.

(_ad AMRI, accennando SVARTO_)

Il riconduci.

SVARTO.

Addio.

_Fine dell’atto quarto._

[370] ch’ogni

[371] Ei domandò

[372] ufficio

[373] Caggion

[374] obbedir

[375] chiegga

[376] Vecchio poter salvare han fermo, o seco

[377] Su la

ATTO QUINTO.

SCENA I.

Palazzo Reale in Verona.

ADELCHI, GISELBERTO DUCA DI VERONA.

GISELBERTO.

Costretto, o re, dell’oste intera io vengo

A nunziarti il voler: duchi e soldati

Chiedon le resa. A tutti è noto, e indarno

Celar si volle, che Pavia le porte

Al Franco aprì; che il vincitor s’affretta

Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge

Captivo il re. Co’ figli suoi Gerberga

Già incontro a Carlo uscì, dell’aspro sire

Più ancor fidando nel perdon, che in una

Impotente amistà. Verona attrita

Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte

Scema, non forte assai contra il nemico

Che già la stringe, non potrà la foga

Dei sorvegnenti sostener; nè quelli

Che l’han difesa fino[378] ad or, se pochi

Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi

Di pugna impari, e di spietato assalto.

Fin che del fare e del soffrir concesso

Era un frutto sperar, fenno e soffriro:

Quanto il dover, quanto l’onor chiedea,

Il diero: ai mali che non han più scopo

Chiedono[379] il fine.

ADELCHI.

Esci: la mia risposta

Tra[380] poco avrai.

(_GISELBERTO parte_).

[378] in fino

[379] Chieggono

[380] Fra

SCENA II.

ADELCHI.

Va, vivi, invecchia in pace;

Resta un de’ primi di tua gente: il merti;

Va, non temer; sarai vassallo: il tempo

È pe’[381] tuoi pari.—Anche il comando udirsi

Intimar de’[382] codardi, e di chi trema

Prender la legge! è troppo. Han risoluto!

Voglion, perchè son vili! e minacciosi

Li fa il terror; nè soffriran che a questo

Furor di codardia s’opponga alcuno,[383]

Che resti un uom tra[384] loro!—Oh cielo! Il padre

Negli artigli di Carlo! I giorni estremi

Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno

Di quella man, che non avria voluto

Come amico serrar; mangiando il pane

Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla

Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli

Rugge tradito e solo, e chiama indarno

Chi salvarlo non può! nulla!—Caduta

Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto

Anch’ei le porte a spalancar da quelli

Che non voglion morire. Oh più di tutti

Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa

Di Desiderio, ove d’invidia è degno

Chi d’affanno morì!—Di fuor costui,

Che arrogante s’avanza, e or or verrammi

Ad intimar che il suo trionfo io compia;

Qui la viltà che gli risponde, ed osa

Pressarmi;—è troppo in una volta! Almeno

Finor, perduta anche[385] la speme, il loco

V’era all’opra; ogni giorno il suo domani,

Ed ogni stretta il suo partito avea.

Ed ora.... ed or, se in sen de’[386] vili un core

Io piantar non potei, potranno i vili

Togliere al forte, che da forte ei pera?

Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;

Più d’un compagno troverò, s’io grido:

Usciam costoro ad incontrar; mostriamo

Che non è ver che a tutto i Longobardi

Antepongon la vita; e... se non altro,

Morrem.—Che pensi? Nella tua rovina[387]

Perchè quei prodi strascinar? Se nulla

Ti resta a far quaggiù,[388] non puoi tu solo

Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo

Pensier riposa alfine: ei mi sorride,

Come l’amico che sul volto reca

Una lieta novella. Uscir di questa

Ignobil calca che mi preme; il riso

Non veder del nemico; e questo peso

D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!...

Tu, brando mio, che del destino altrui

Tante volte hai deciso, e tu, secura

Mano avvezza a trattarlo.... e in un momento

Tutto è finito.—Tutto? Ah sciagurato!

Perchè menti a te stesso? Il mormorio

Di questi vermi ti stordisce; il solo

Pensier di starti a un vincitor dinanzi

Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa

Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo!

E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo

Senza aspettar che tu mi chiami; il posto

Che m’assegnasti, era difficil troppo;

E l’ho deserto!—Empio! fuggire? e intanto,

Per compagnia fino alla tomba, al padre

Lasciar questa memoria; il tuo supremo

Disperato sospir legargli! Al vento,

Empio pensier.—L’animo tuo ripiglia,

Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante

D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,

Che in tuo poter non è?—T’offre un asilo

Il greco imperador. Sì; per sua bocca

Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo

Saggio partito, il solo degno è questo.

Conserva al padre la sua speme: ei possa

Reduce almeno e vincitor sognarti,

Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto

Del sangue sparso disperando.—E sogno

Forse non fia: da più profondo abisso

Altri già sorse: non fa patti eterni

Con alcun la fortuna: il tempo toglie

E dà: gli amici, il successor li crea.[389]

—Teudi!

[381] pei

[382] dei

[383] un solo

[384] fra

[385] anco

[386] dei

[387] ruina

[388] qua giù

[389]

Altri già sorse: tutto cangia: eterni

Patti non stringe con alcun fortuna.

SCENA III.

ADELCHI, TEUDI.

TEUDI.

Mio re.

ADELCHI.

Restano amici ancora

Al re che cade?

TEUDI.

Sì: color che amici

Eran d’Adelchi.

ADELCHI

E che partito han preso?

TEUDI.

L’aspettano da te.

ADELCHI.

Dove son essi?

TEUDI.

Qui nel palazzo tuo, lungi[390] dai tristi

A cui sol tarda d’esser vinti appieno.

ADELCHI.

Tristo, o Teudi, il valor disseminato

Tra[391] la viltà!—Compagni alla mia fuga

Io questi prodi prenderò: null’altro

Far ne poss’io; nulla ei per me far ponno,

Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcuno

Cui venga in mente[392] un più gentil consiglio,

Per pietà, me lo dia.—Da te, mio Teudi,

Un più coral servigio, un più fidato

Attendo ancor: resta per ora; al padre

Fa che di me questa novella arrivi:

Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo,

Per liberarlo un dì; che non disperi.

Vieni, e m’abbraccia: a dì più lieti.—Al duca

Di Verona dirai che non attenda

Ordini più da me.—Sulla[393] tua fede

Riposo, o Teudi.

TEUDI.

Oh! la secondi il cielo.

(_escono dalle parti opposte_[394]).

[390] scevri

[391] Fra

[392] A cui soccorra

[393] Su la

[394] dai lati opposti

SCENA IV.

Tenda nel campo di CARLO sotto Verona.

CARLO, un ARALDO, ARVINO, CONTI.

CARLO.

Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tutti

I suoi guerrier questa parola esponi:

Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entra

Grazioso signor; se no, più tarda

L’entrata fia, ma non men certa; e i patti

Quali un solo li detta, e inacerbito.

(_l’Araldo parte_).

ARVINO.

Il vinto re chiede parlarti, o sire.

CARLO.

Che vuol?

ARVINO.

Nol disse; ma pietosa istanza

Egli ne fea.

CARLO.

Venga.

(_ARVINO parte_)

Vediam colui,

Che destinata a un’altra fronte avea

La corona di Carlo.

(_ai Conti_)

Ite: alle mura

La custodia addoppiate; ad ogni sbocco

Si vegli in arme: e che nessun mi sfugga.

SCENA V.

CARLO, DESIDERIO.

CARLO.

A che vieni, infelice? E che parola

Correr puote tra[395] noi? Decisa il cielo

Ha la nostra contesa; e più non resta

Di che garrir. Tristi querele e pianto

Sparger dinanzi al vincitor, disdice

A chi fu re; nè a me con detti acerbi

L’odio antico appagar lice, nè questo

Gaudio superbo che in mio cor s’eleva,

Ostentarti sul volto; onde sdegnato

Dio non si penta, e alla vittoria in mezzo

Non m’abbandoni ancor. Né, certo, un vano

Da me conforto di parole attendi.

Che ti direi? ciò che t’accora, è gioia[396]

Per me; nè lamentar posso un destino,

Ch’io non voglio mutar. Tal del mortale

È la sorte quaggiù[397]: quando alle prese

Son due di lor, forza è che l’un piangendo

Esca del campo. Tu vivrai; null’altro

Dono ha Carlo per te.

DESIDERIO.

Re del mio regno,

Persecutor del sangue mio, qual dono

Ai re caduti sia la vita, il sai?

E pensi tu, ch’io vinto, io nella polve,

Di gioia[398] anco una volta inebbriarmi[399]

Non potrei? del velen che il cor m’affoga,

Il tuo trionfo amareggiar? parole

Dirti di cui ti sovverresti, e in parte

Vendicato morir? Ma in te del cielo

Io la vendetta adoro, e innanzi a cui

Dio m’inchinò, m’inchino: a supplicarti

Vengo; e m’udrai; chè degli afflitti il prego

È giudizio di sangue a chi lo sdegna.

CARLO.

Parla.

DESIDERIO.

In difesa d’Adrian, tu il brando

Contro di me traesti?

CARLO.

A che domandi[400]

Quello che sai?

DESIDERIO.

Sappi tu ancor che solo

Io nemico gli fui, che Adelchi—e m’ode

Quel Dio che è presso ai travagliati—Adelchi

Al mio furor preghi, consigli, ed anche,[401]

Quanto è concesso a pio figliuol, rampogne

Mai sempre oppose: indarno!

CARLO.

Ebben?

DESIDERIO.

Compiuta

È la tua impresa: non ha più nemici

Il tuo Romano: intera, e tal che basti

Al cor più fiacco ed iracondo, ei gode

La sicurezza e la vendetta. A questo

Tu scendevi, e l’hai detto: allor tu stesso

Segnasti il termin dell’offesa. Ell’era

Causa di Dio, dicevi. È vinta; e nulla

Più ti domanda Iddio.

CARLO.

Tu legge imponi

Al vincitor?

DESIDERIO.

Legge? Oh! ne’ detti miei

Non ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.

O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vedi

Il nemico ai ginocchi, e dal suo labbro

Odi il prego sommesso e la lusinga;

Nel suolo ov’ei ti combattea, tu regni.

Ah! non voler di più: pensa che abborre

Gli smisurati desidèri[402] il cielo.

CARLO.

Cessa.

DESIDERIO.

Ah! m’ascolta: un dì tu ancor potresti

Assaggiar la sventura, e d’un amico

Pensier che ti conforti, aver bisogno:

E allor gioconda ti verrebbe in mente

Di questo giorno la pietà. Rammenta

Che innanzi al trono dell’Eterno un giorno

Aspetterai tremando una risposta,

O di mercede o di rigor, com’io

Dal tuo labbro or l’aspetto. Ahi! già venduto

Il mio figlio t’è forse! Oh! se quell’alto

Spirto indomito, ardente, consumarsi

Deve[403] in catene!... Ah no! pensa che reo

Di nulla egli è; difese il padre: or questo

Gli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noi

Non c’è[404] brando che fera: a te vassalli

Son quei che il furo a noi: da lor tradito

Tu non sarai: tutto è leale al forte.

Italia è tua; reggila in pace: un rege

Prigion ti basti; a stranio suol consenti

Che il figliuol mio...

CARLO.

Non più: cosa mi chiedi

Tu! che da me non otterria Bertrada.

DESIDERIO.

—Io ti pregava! io, che per certo a prova

Conoscerti dovea! Nega; sul tuo

Capo il tesor della vendetta addensa.

Ti fe’ l’inganno vincitor; superbo

La vittoria ti faccia e dispietato.

Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci....

CARLO.

Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri[405]

La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,

Qual converria, se, nella facil ora[406]

Di colloquio ospital, lieto io sorgessi

Dalla tua mensa! E perchè amica e pari

Non sonò la risposta al tuo desìo,

Anco mi vieni a imperversar d’intorno,

Come il mendico che un rifiuto ascolta!

Ma quel che a me tu preparavi—Adelchi

Era allor teco—non ne parli: or io

Ne parlerò. Da me fuggìa Gerberga,

Da me cognato, e seco i figli, i figli

Del mio fratel traea, di strida empiendo

Il suo passaggio, come augel che i nati

Trafuga all’ugna di sparvier. Mentito

Era il terror: vero soltanto il cruccio

Di non regnar; ma obbrobriosa intanto

Me una fama pingea quasi un immane

Vorator di fanciulli, un parricida.

Io soffriva, e tacea. Voi premurosi

La sconsigliata raccettaste, ed eco

Feste a quel suo garrito. Ospiti voi

De’[407] nipoti di Carlo! Difensori

Voi del mio sangue, contro[408] me! Tornata

Or finalmente è, se nol sai, Gerberga

A cui fuggir mai non doveva; a questo

Tutor tremendo i figli adduce, e fida

Le care vite a questa man. Ma voi,

Altro che vita, un più superbo dono

Destinavate a’ miei nipoti. Al santo

Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego,

Che sulle[409] chiome de’[410] fanciulli, al peso

Non pur dell’elmo avvezze, ei, da spergiuro,

L’olio versasse del Signor. Sceglieste

Un pugnal, l’affilaste, e al più diletto

Amico mio por lo voleste in pugno,

Perch’egli in cor me lo piantasse. E quando

Io, tra ’l Vésero infido e la selvaggia

Elba, i nemici a debellar del cielo

Mi sarei travagliato, in Francia voi

Correre, insegna contro[6] insegna, e crisma

Contro[411] crisma levar, perfidi! e pormi

In un letto di spine,[412] il più giocondo

De’ vostri sogni era codesto. Al cielo

Parve altrimenti. Voi tempraste al mio

Labbro un calice amaro; ei v’è rimasto:

Votatelo.[413] Di Dio tu mi favelli;

S’io nol temessi, il rio che tanto ardìa

Pensi che in Francia il condurrei captivo?

Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci.

Inesausta di ciance è la sventura;

Ma del par sofferente e infaticato

Non è d’offeso vincitor l’orecchio.

[395] fra

[396] gioja

[397] qua giù

[398] gioja

[399] inebriarmi

[400] mi chiedi

[401] anco

[402] desiderj

[403] Debbe

[404] v’è

[405] jeri

[406] facil’ora

[407] Dei

[408] incontra

[409] su le

[410] dei

[411] contra

[412] spini

[413] Vuotatelo

SCENA VI.

CARLO, DESIDERIO, ARVINO.

ARVINO.

Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli

Calan le insegne; strepitando a terra

Van le sbarre nemiche; ai claustri aperti

Ognun s’affolla, ed all’omaggio accorre.

DESIDERIO.

Ahi dolente, che ascolto! e che mi resta

Ad ascoltar?[414]

CARLO.

Nè si sottrasse alcuno?[415]

ARVINO.

Nessuno, o re: pochi il tentar, ma invano.

Sorpresi nella fuga, d’ogni parte

Cinti, pugnar fino all’estremo; e tutti

Restar sul campo, quale estinto, e quale

Ferito a morte.[416]

CARLO.

E son?

ARVINO.

Tale è presente,

A cui troppo dorrà, se tutto io dico.

DESIDERIO.

Nunzio di morte, tu l’hai detto.

CARLO.

Adelchi

Dunque perì?

DESIDERIO.

(_ad ARVINO_)

Parla, o crudele, al padre.

ARVINO.

La luce ei vede, ma per poco, offeso

D’immedicabil colpo. Il padre ei chiede,

E te pur anche[417], o sire.

DESIDERIO.

E questo ancora

Mi negherai?

CARLO.

No, sventurato.—Arvino,

Fa ch’ei sia tratto a questa[418] tenda; e digli

Che non ha più nemici.[419]

[414] ascoltar!

[415] Nè alcun vi manca?

[416]

Alcuno.

Pochi in fuga ne gìan: ma, i nostri a fronte

Visti venir, pugnar da forti, invano:

Tutti restar, qual senza vita, e qual

Presso al morire.

[417] anco

[418] alla mia

[419] nimici

SCENA VII.

CARLO, DESIDERIO.

DESIDERIO.

Oh! come grave

Sei tu discesa sul mio capo antico,

Mano di Dio! Qual mi ritorni il figlio!

Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo,

E tremo di vederti. Io del tuo corpo

Mirerò la ferita? io che dovea

Esser pianto da te! Misero! io solo

Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti

Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!

Se ancor, tra il canto de’[420] guerrier, caduto

Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi,

Tra[8] il singulto de’ tuoi, tra[421] il riverente

Dolor de’[422] fidi, sul real tuo letto,

Gli occhi io t’avessi.... ah! saria stato ancora

Ineffabil cordoglio! Ed or morrai

Non re, deserto, al tuo nemico in mano,

Senza lamenti che del padre, e sparsi

Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta.

CARLO.

Veglio, t’inganna il tuo dolor. Pensoso,

Non esultante, d’un gagliardo il fato

Io contemplo, e d’un re. Nemico io fui

D’Adelchi; egli era il mio, nè tal, che in questo

Novello seggio io riposar potessi,

Lui vivo, e fuor delle mie mani. Or egli

Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge

La nimistà d’un pio.

DESIDERIO.

Dono funesto

La tua pietà, s’ella giammai non scende,

Che sui caduti senza speme in fondo;

Se allor soltanto il braccio tuo rattieni,

Che più loco non trovi alle ferite.

[420] dei

[421] Fra

[422] dei

SCENA VIII.

CARLO, DESIDERIO, ADELCHI ferito e portato.

DESIDERIO.

Ahi, figlio!

ADELCHI.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 18 / 45 段