Alzatevi,

Fedeli miei, giudici e duchi, ognuno

Nel grado suo, per ora. I primi istanti

Che di riposo avremo, io li destino

Al guiderdon de’ vostri merti: il tempo

Questo è d’oprar. Prodi Fedeli, ai vostri

Fratei[280] tornate; dite lor, che ad una

Gente germana, di german guerrieri

Capo, guerra io non porto: una famiglia

Riprovata dal ciel, del solio indegna,

A balzarnela io venni. Al vostro regno

Non fia mutato[281] altro che il re. Vedete

Quel sol? qualunque, in pria ch’ei scenda, omaggio

In mia mano a far venga, o de’[282] Fedeli

Franchi, o di voi, nel grado suo serbato,

Mio Fedel diverrà. Chi a me dinanzi

Tragga i due che fur regi, un premio aspetti

Pari all’opra.

(_i Longobardi partono_).

CARLO.

(_a RUTLANDO in disparte_)

Rutlando, ho io chiamati

Prodi costor?

RUTLANDO.

Pur troppo.

CARLO.

Errato ha il labbro

Del re. Questa parola ai Franchi miei

In guiderdon la serbo. Oh! possa ognuno

Dimenticar ch’io proferita or l’abbia.

(_s’avvia_).

[274] O Svarto!

[275] pone

[276] fra

[277] dei

[278] Dei

[279] di Susa!

[280]

Concittadin tornate, a quei che ancora

Non san che Iddio de’ Longobardi al regno

Oggi assunto ha il suo servo; e che potrieno,

Sventurati, al lor re, senza saperlo, Star contro in

campo: dite lor, che ad una

[281] cangiato

[282] dei

SCENA VII.

ANFRIDO ferito, portato da due FRANCHI, e DETTI.

RUTLANDO.

Ecco un nemico. Ove si pugna?

UN FRANCO.

Il solo

Che pugnasse, è costui.

CARLO.

Solo?

IL FRANCO.

Gran parte

Gettan l’arme, e si danno; in fuga a torme

Altri ne van. Lento a ritrarsi e solo

Costui vedemmo, che alle barde, all’armi,

Uom d’alto affar parea: quattro guerrieri

Da un drappel ci spiccammo, e a tutta briglia

Sull’orme sue, pei campi. Egli inseguito

Nulla affrettò della sua fuga; e quando

Sopra gli fummo, si rivolse. Arrenditi,

Gli gridiamo; ei ne affronta: al più vicino

Vibra l’asta, e lo abbatte: la ritira,

Prostra il secondo ancor; ma nello stesso

Ferir, percosso dalle nostre ei cadde.

Quando fu al suol, tese le mani in atto

Di supplicante, e ci pregò, che posto

Ogni rancor, sull’aste nostre ei fosse

Portato lungi[283] dal tumulto, in loco

Dove in pace ei si muoia.[284] Invitto sire,

Meglio da far quivi non c’era:[285] al prego

Ci arrendemmo.

CARLO.

E ben feste: a chi resiste

L’ire vostre serbate.

(_a SVARTO_)

Il riconosci?

SVARTO.

Anfrido egli è, scudier d’Adelchi.

CARLO.

Anfrido.

Tu solo andavi contro a lor?

ANFRIDO.

Bisogno

C’è[286] di compagni per morir?

CARLO.

Rutlando,[287]

Ecco un prode.

(_ad ANFRIDO_)

O guerrier, perchè gittavi

Una vita sì degna? e non sapevi

Che nostra divenia? che, a noi cedendo,

Guerrier restavi e non prigion di Carlo?

ANFRIDO.

Io viver tuo guerrier, quand’io potea

Morir quello d’Adelchi? Al ciel diletto

È Adelchi, o re. Da questo giorno infame

Trarrallo il ciel, lo spero, e ad un migliore

Vorrà serbarlo: ma, se mai.... rammenta

Che, regnante o caduto, è tale Adelchi,

Che chi l’offende, il Dio del cielo offende

Nella più pura immagin sua. Lo vinci

Tu di fortuna e di poter, ma d’alma

Nessun mortale: un che si muor tel dice.

CARLO.

(_ai Conti_)

Amar così deve un Fedel.

(_ad ANFRIDO_)

Tu porti

Teco la nostra stima. È il re de’[288] Franchi

Che ti stringe la man, d’onore in segno,

E d’amistà. Nel suol de’ prodi, o prode,

Il tuo nome vivrà; le Franche donne

L’udran dal nostro labbro, e il ridiranno

Con riverenza e con pietà; riposo

Ti pregheran. Fulrado, a questo pio

Presta gli estremi ufizi.[289]

(_ai Soldati che rimangono_)

In lui vedete

Un amico del re. Conti, ad Eccardo

Incontro andiam: nobil saluto ei merta.

[283] lunge

[284] muoja

[285] v’era

[286] Fa

[287] Rutlando!

[288] dei

[289] uffici

SCENA VIII.

Bosco solitario.

DESIDERIO, VERMONDO, altri LONGOBARDI fuggiaschi in disordine.

VERMONDO.

Siamo in salvo, o mio re: scendi, e su queste

Erbe l’antico e venerabil fianco

Riposa alquanto. O mio signor, ripiglia

Gli affaticati spirti. Assai dal campo

Siam lunge, e fuor di strada: al nostro orecchio

Lo scellerato mormorio non giunge.

Cinto non sei che di leali.

DESIDERIO.

E Adelchi?

VERMONDO.

Or or fia qui, lo spero; alla sua traccia

Più d’un fido inviai, che lo ritragga

Dall’empio rischio, a miglior pugna il serbi,

E a questa posta de’ leali il guidi.

DESIDERIO.

O mio Vermondo, il vecchio rege è stanco,

È stanco—dalla fuga.

VERMONDO.

Ahi traditori!

DESIDERIO.

Vili! Nel fango han trascinato i bianchi

Capelli del lor re; l’hanno costretto,

Come un vile, a fuggir.—Fuggire! e quinci

Non sorgerò che per fuggir di nuovo?

A che pro? dove? in traccia d’un sepolcro

Privo di gloria?—E comple? Io, per costoro,

Fuggir? Chi il regno mi rapì, mi tolga

La vita. Ebben? quand’io sarò sotterra,

Che mi farà codesto Carlo?

VERMONDO.

O nostro

Re per sempre, fa cor: son molti i fidi;

La sorpresa gli ha spersi; a te d’intorno

Li chiamerà l’onor: ti restan tante

Città munite; e Adelchi vive, io spero.

DESIDERIO.

Maledetto[290] quel dì che sopra il monte

Alboino salì, che in giù rivolse

Lo sguardo, e disse: questa terra è mia!

Una terra infedel che sotto i piedi

De’[291] successori suoi doveva aprirsi,

Ed ingoiarli![292] Maledetto[293] il giorno,

Che un popol vi guidò, che la dovea

Guardar così! che vi fondava un regno,

Che un’[294] esecranda ora d’infamia ha spento!

VERMONDO.

Il re!

DESIDERIO.

Figlio, sei tu?

[290] Maladetto

[291] Dei

[292] ingojarli

[293] Maladetto

[294] una

SCENA IX.

ADELCHI, e DETTI.

ADELCHI.

Padre, ti trovo!

(_s’[295] abbracciano_).

DESIDERIO.

S’io t’avessi ascoltato!

ADELCHI.

Oh! che rammenti?

Padre, tu vivi; un alto scopo ancora

È serbato a’ miei dì; spender li posso

In tua difesa.—O mio signor, la lena

Come ti regge?

DESIDERIO.

Oh! per la prima volta,

Sento degli anni e degli stenti il peso.

Di gravi io ne portai; ma allor non era

Per fuggire un nemico.

ADELCHI.

(_ai Longobardi_)

Ecco, o guerrieri,

Il vostro re.

UN LONGOBARDO.

Noi morirem per lui!

MOLTI LONGOBARDI.

Tutti morrem!

ADELCHI.

Quand’è così, salvargli

Forse potrem più che la vita.—E a questa

Causa, or sì dubbia ma ognor sacra, afflitta

Ma non perduta, voi legate ancora

La vostra fede?

UN LONGOBARDO.

A’[296] tuoi guerrieri, Adelchi,

Risparmia i giuri: ai longobardi labbri

Disdicon oggi, o re: somiglian troppo

Allo spergiuro. Opre ci chiedi: il solo

Segno de’ fidi è questo omai.

ADELCHI.

V’ha dunque

De’[297] Longobardi ancora!—Ebben; corriamo

Sopra Pavia; fuggiam, salviam per ora

La nostra vita, ma per farla in tempo

Cara[298] costar; donarla al tradimento

Non è valor. Quanti potrem dispersi

Raccoglierem per via; misti con noi

Ritorneran soldati. Entro Pavia,

A riposo, a difesa, o padre, intanto

Ristar potrai: cinta di mura intatte,

Ricca d’arme è Pavia: due volte Astolfo

Vi si chiuse fuggiasco, e re ne uscìo.

Io mi getto in Verona. O re, trascegli

L’uom che restar deva[299] al tuo fianco.

DESIDERIO.

Il duca

D’Ivrea.

ADELCHI.

(_a GUNTIGI che s’avanza_)

Guntigi, io ti confido il padre.

Il duca di Verona ov’è?

GISELBERTO.

(_si avanza_)

Tra i fidi.

ADELCHI.

Meco verrai: nosco trarrem Gerberga.

Tristo colui che nella sua sventura

Gli sventurati obblia! Baudo, il tuo posto

Lo sai: chiuditi in Brescia; ivi difendi

Il tuo ducato, ed Ermengarda.—E voi,

Alachi, Ansuldo, Ibba, Cunberto, Ansprando,

(_li sceglie[300] tra la folla_)

Tornate al campo: oggi pur troppo ai Franchi

Ponno senza sospetto i Longobardi

Mischiarsi: esaminate; i duchi, i conti

Esplorate, e i guerrier: dai traditori

Discernete i sorpresi; e a quei che mesti

Vergognosi vedrete da codesto

Orrido sogno di viltà destarsi,

Dite ch’è tempo ancor, che i re son vivi,

Che si combatte, che una via rimane

Di morir senza infamia; e li guidate

Alle città munite. Ei diverranno

Invitti: il brando del guerrier pentito

È ritemprato a morte. Il tempo, i falli

Dell’inimico, il vostro cor, consigli

Inaspettati vi daranno. Il tempo

Porterà la salute; il regno è sperso

In questo dì, ma non distrutto!

(_partono gli indicati da ADELCHI_).

DESIDERIO.

O figlio!

Tu m’hai renduto il mio vigor: partiamo.

ADELCHI.

Padre, io t’affido a questi prodi; or ora

Anch’io teco sarò.

DESIDERIO.

Che attendi?

ADELCHI.

Anfrido.

Ei dal mio fianco si disgiunse, e volle

Seguirmi da lontan; più presso al rischio

Star, per guardarmi: io non potei dal duro

Voler, da tanta fedeltà distorlo.

Seco indugiarmi, di tua vita in forse,

Io non potea: ma tu sei salvo, e quinci

Non partirò, fin ch’ei non giunga.

DESIDERIO.

E teco

Aspetterò.

ADELCHI.

Padre...

(_a[301] un Soldato che sopraggiunge_)

Vedesti Anfrido?

IL SOLDATO.

Re, che mi chiedi?

ADELCHI.

O ciel! favella.

IL SOLDATO.

Il vidi

Morto cader.

ADELCHI.

Giorno d’infamia e d’ira,

Tu se’ compiuto! O mio fratel, tu sei

Morto per me! tu combattesti!... ed io....

Crudel! perchè volesti ad un periglio

Solo andar senza me? Non eran questi

I nostri patti. Oh Dio!... Dio, che mi serbi

In vita ancor, che un gran dover mi lasci,

Dammi la forza per compirlo.—Andiamo.

_Fine dell’atto terzo._

[295] si

[296] Ai

[297] Dei

[298] Caro

[299] debba

[300] scerne

[301] ad

CORO.

Dagli atrii[302] muscosi, dai Fori cadenti,

Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor;

Un volgo disperso repente si desta,

Intende l’orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

Qual raggio di sole da nuvoli folti,

Traluce de’[303] padri la fiera virtù:

Ne’[304] guardi, ne’[305] volti confuso ed incerto

Si mesce e discorda lo spregio sofferto

Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,

Per torti sentieri, con passo vagante,

Fra tema e desire, s’avanza e ristà;

E adocchia e rimira scorata e confusa

De’[306] crudi signori la turba diffusa,

Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,

Irsuti per tema le fulve criniere,

Le note latebre del covo cercar;

E quivi, deposta l’usata minaccia,

Le donne superbe, con pallida faccia,

I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,

Quai cani disciolti, correndo, frugando,

Da ritta, da manca, guerrieri venir:

Li vede, e rapito d’ignoto contento,

Con l’agile speme precorre l’evento,

E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,

Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,

Son giunti da lunge, per aspri sentier:

Sospeser le gioie[307] dei prandi[308] festosi,

Assursero in fretta dai blandi riposi,

Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciâr nelle sale del tetto natio

Le donne accorate, tornanti all’addio,

A preghi e consigli che il pianto troncò:

Han carca la fronte de’[309] pesti cimieri,

Han poste le selle sui bruni corsieri,

Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,

Cantando giulive canzoni di guerra,

Ma i dolci castelli pensando nel cor:

Per valli petrose, per balzi dirotti,

Vegliaron nell’arme le gelide notti,

Membrando i fidati colloqui[310] d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,

Per greppi senz’orma le corse affannose,

Il rigido impero, le fami durâr:

Si vider le lance calate sui petti,

A canto agli scudi, rasente agli elmetti,

Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

D’un volgo straniero por fine al dolor?

Tornate alle vostre superbe ruine,

All’opere imbelli dell’arse officine,

Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,

Col novo signore rimane l’antico;

L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Dividono i servi, dividon gli armenti;

Si posano insieme sui campi cruenti

D’un volgo disperso che nome non ha.

[302] atrj

[303] dei

[304] Nei

[305] nei

[306] Dei

[307] gioje

[308] prandj

[309] dei

[310] colloquj

ATTO QUARTO.

SCENA I.

Giardino nel monastero di San Salvatore in Brescia.

ERMENGARDA, sostenuta da due DONZELLE, ANSBERGA.

ERMENGARDA.

Qui sotto il tiglio, qui.

(_s’adagia sur un sedile_).

Come è soave

Questo raggio d’april! come si posa

Sulle[311] fronde nascenti! Intendo or come

Tanto ricerchi il sol colui che, d’anni

Carco, fuggir sente la vita!

(_alle Donzelle_)

A voi

Grazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo,

Pago feste l’amor ch’oggi mi prese

Di circondarmi ancor di queste aperte

Aure, ch’io prime respirai, del Mella;

Sotto il mio cielo di sedermi, e tutto

Vederlo ancor, fin dove il guardo arriva.

—Dolce sorella, a Dio sacrata madre,

Pietosa Ansberga!

(_le porge la mano: le Donzelle si ritirano: ANSBERGA siede_)

—Di tue cure il fine

S’appressa, e di mie pene. Oh! con misura

Le dispensa il Signor. Sento una pace

Stanca, foriera della tomba: incontro

L’ora di Dio più non combatte questa

Mia giovinezza doma; e dolcemente,

Più che sperato io non avrei, dal laccio

L’anima, antica nel dolor, si solve.

L’ultima grazia ora ti chiedo[312]: accogli

Le solenni parole, i voti ascolta

Della morente, in cor li serba, e puri

Rendili un giorno a quei ch’io lascio in terra.

—Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmi

Accorata così. Di Dio, nol vedi?,

Questa è pietà. Vuoi che mi lasci in terra

Pel dì che Brescia assaliran? per quando

Un tal nemico appresserà? che a questo

Ineffabile strazio Ei qui mi tenga?

ANSBERGA.

Cara infelice, non temer: lontane

Da noi son l’armi ancor: contra Verona,

Contra Pavia, de’[313] re, dei fidi asilo,

Tutte le forze sue quell’empio adopra;

E, spero in Dio, non basteranno. Il nostro

Nobil cugin, l’ardito Baudo, il santo

Vescovo Ansvaldo, a queste mura intorno

Del Benaco i guerrieri e delle valli

Han radunati[314]; e immoti stanno, accinti

A difesa mortal. Quando Verona

Cada[315] e Pavia (Dio, nol consenti!) un novo

Lungo conflitto....

ERMENGARDA.

Io nol vedrò: disciolta

Già d’ogni tema e d’ogni amor terreno,

Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padre

Io pregherò, per quell’amato Adelchi,

Per te, per quei che soffrono, per quelli

Che fan soffrir, per tutti.—Or tu raccogli

La mia mente suprema. Al padre, Ansberga,

Ed al fratel, quando li veda[316]—oh questa

Gioia[317] negata non vi sia!—dirai

Che, all’orlo estremo della vita, al punto

In cui tutto s’obblia, grata e soave

Serbai memoria di quel dì, dell’atto

Cortese, allor che a me tremante, incerta,

Steser le braccia risolute e pie,

Nè una reietta[318] vergognar; dirai

Che al trono del Signor, caldo, incessante,

Per la vittoria lor stette il mio prego;

E s’Ei non l’ode, alto consiglio è certo

Di pietà più profonda; e ch’io morendo

Gli ho benedetti.—Indi, sorella... oh! questo

Non mi negar!... trova un Fedel che possa,

Quando che sia, dovunque, a quel feroce

Di mia gente nemico approssimarsi....

ANSBERGA.

Carlo!

ERMENGARDA.

Tu l’hai nomato: e sì gli dica:

Senza rancor passa Ermengarda: oggetto

D’odio in terra non lascia, e di quel tanto

Ch’ella sofferse, Iddio scongiura, e spera

Ch’Egli a nessun conto ne chieda,[319] poi

Che dalle mani sue tutto ella prese.

Questo gli dica, e... se all’orecchio altero

Troppo acerba non giunge esta parola...

Ch’io gli perdono.—Lo farai?

ANSBERGA.

L’estreme[320]

Parole mie riceva il ciel, siccome

Queste tue mi son sacre.

ERMENGARDA.

Amata! e d’una

Cosa ti prego ancor: della mia spoglia,

Cui, mentre un soffio l’animò, sì larga

Fosti di cure, non ti sia ribrezzo

Prender l’estrema; e la componi in pace.

Questo anel che tu vedi alla mia manca,

Scenda seco nell’urna: ei mi fu dato

Presso all’altar, dinanzi a Dio. Modesta

Sia l’urna mia:—tutti siam polve; ed io

Di che mi posso gloriar?—ma porti

Di regina le insegne: un sacro nodo

Mi fe’ regina: il don di Dio, nessuno

Rapir lo puote, il sai: come la vita,

Dee la morte attestarlo.

ANSBERGA.

Oh! da te lunge

Queste memorie dolorose!—Adempi

Il sagrifizio; odi: di questo asilo,

Ove ti addusse pellegrina Iddio,

Cittadina divieni; e sia la casa

Del tuo riposo tua. La sacra spoglia

Vesti, e lo spirto seco, e d’ogni umana

Cosa l’obblìo.

ERMENGARDA.

Che mi proponi, Ansberga?

Ch’io mentisca al Signor! Pensa ch’io vado

Sposa dinanzi a Lui; sposa illibata,

Ma d’un mortal.—Felici voi! felice

Qualunque, sgombro di memorie il core

Al Re de’[321] regi offerse, e il santo velo

Sovra gli occhi posò, pria di fissarli

In fronte all’uom! Ma—d’altri io sono.

ANSBERGA.

Oh mai

Stata nol fossi!

ERMENGARDA.

Oh mai! ma quella via,

Su cui ci pose il ciel, correrla intera

Convien, qual ch’ella sia, fino all’estremo.

—E, se all’annunzio di mia morte, un novo

Pensier di pentimento e di pietade

Assalisse quel cor? Se, per ammenda

Tarda, ma dolce ancor, la fredda spoglia

Ei richiedesse come sua, dovuta

Alla tomba real?—Gli estinti, Ansberga,

Talor de’[322] vivi son più forti assai.

ANSBERGA.

Oh! nol farà.

ERMENGARDA.

Tu pia, tu poni un freno

Ingiurioso alla bontà di Lui,

Che tocca i cor, che gode, in sua mercede,

Far che ripari, chi lo fece, il torto?

ANSBERGA.

No, sventurata, ei nol farà.—Nol puote.

ERMENGARDA.

Come? perchè nol puote?

ANSBERGA.

O mia diletta,

Non chieder oltre; obblìa.

ERMENGARDA.

Parla! alla tomba

Con questo dubbio non mandarmi.

ANSBERGA.

Oh! l’empio

Il suo delitto consumò.

ERMENGARDA.

Prosegui!

ANSBERGA.

Scaccialo[323] al tutto dal tuo cor. Di nuove

Inique nozze ei si fe’ reo: sugli[324] occhi

Degli uomini e di Dio, l’inverecondo,

Come in trionfo, nel suo campo ei tragge

Quella Ildegarde sua....

(_ERMENGARDA sviene_)

Tu impallidisci!

Ermengarda! non m’odi? Oh ciel! sorelle,

Accorrete! oh che feci!

(_entrano le due Donzelle e varie Suore_)

Oh! chi soccorso

Le dà? Vedete: il suo dolor l’uccide.

PRIMA SUORA.

Fa core; ella respira.

SECONDA SUORA.

O sventurata!

A questa età, nata in tal loco, e tanto

Soffrir!

UNA DONZELLA.

Dolce mia donna!

PRIMA SUORA.

Ecco le luci

Apre.

ANSBERGA.

Oh che sguardo! Ciel! che fia?

ERMENGARDA.

(_in delirio_)

Scacciate[325]

Quella donna, o scudieri! Oh! non vedete

Come s’avanza ardimentosa, e tenta

Prender la mano al re?

ANSBERGA.

Svegliati: oh Dio!

Non dir così; ritorna in te; respingi[326]

Questi fantasmi; il nome santo invoca.

ERMENGARDA.

(_in delirio_)

Carlo! non lo soffrir: lancia a costei

Quel tuo sguardo severo. Oh! tosto in fuga

Andranne: io stessa, io sposa tua, non rea

Pur d’un pensiero, intraveder nol posso

Senza tutta turbarmi.—Oh ciel! che vedo[327]?

Tu le sorridi? Ah no! cessa il crudele

Scherzo; ei mi strazia, io nol sostengo.—O Carlo,

Farmi morire di dolor, tu il puoi;

Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giorno

Dolor ne avresti.—Amor tremendo è il mio.

Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancora

Non tel mostrai: tu eri mio: secura

Nel mio gaudio io tacea; nè tutta mai

Questo labbro pudico osato avria

Dirti l’ebbrezza[328] del mio cor segreto.

—Scacciala, per pietà! Vedi; io la temo,

Come una serpe: il guardo suo m’uccide.

—Sola e debol son io: non sei tu il mio

Unico amico? Se fui tua, se alcuna

Di me dolcezza avesti.... oh! non forzarmi

A supplicar così dinanzi a questa

Turba che mi deride.... Oh cielo! ei fugge!

Nelle sue braccia!... io muoio[329]!...

ANSBERGA.

Oh! mi farai

Teco morir!

ERMENGARDA.

(_in delirio_)

Dov’è Bertrada? io voglio

Quella soave, quella pia. Bertrada!

Dimmi, il sai tu? tu, che la prima io vidi,

Che prima amai di questa casa, il sai?

Parla a questa infelice: odio la voce

D’ogni mortal; ma al tuo pietoso aspetto,

Ma nelle braccia tue sento una vita,

Un gaudio amaro che all’amor somiglia.

—Lascia ch’io ti rimiri, e ch’io mi segga

Qui presso a te: son così stanca![330] Io voglio

Star presso a te; voglio occultar nel tuo

Grembo la faccia, e piangere: con teco

Piangere io posso! Ah non partir! prometti

Di non fuggir da me, fin ch’io mi levi

Inebbriata[331] del mio pianto. Oh! molto

Da tollerarmi non ti resta: e tanto

Mi amasti! Oh quanti abbiam trascorsi insieme

Giorni ridenti! Ti sovvien? varcammo

Monti, fiumi e foreste; e ad ogni aurora

Crescea la gioia[332] del destarsi. Oh giorni!

No, non parlarne per pietà! Sa il cielo

S’io mi credea che in cor mortal giammai

Tanta gioia[333] capisse e tanto affanno!

Tu piangi meco! Oh! consolar mi vuoi?

Chiamami figlia: a questo nome io sento

Una pienezza di martir, che il core

M’inonda, e il getta nell’obblìo.

(_ricade_)

ANSBERGA.

Tranquilla

Ella morìa!

ERMENGARDA.

(_in delirio_)

Se fosse un sogno! e l’alba

Lo risolvesse in nebbia! e mi destassi

Molle di pianto ed affannosa; e Carlo

La cagion ne chiedesse, e, sorridendo,

Di poca fè mi rampognasse!

(_ricade in letargo_).

ANSBERGA.

O Donna[334]

Del ciel, soccorri a questa afflitta!

PRIMA SUORA.

Oh! vedi:

Torna la pace su quel volto; il core

Sotto la man più non trabalza.

ANSBERGA.

O suora!

Ermengarda! Ermengarda!

ERMENGARDA.

(_riavendosi_)

Oh! chi mi chiama?

ANSBERGA.

Guardami; io sono Ansberga: a te d’intorno

Stan le donzelle tue, le suore pie,

Che per la pace tua pregano.

ERMENGARDA.

Il cielo

Vi benedica.—Ah! sì: questi son volti

Di pace e d’amistà.—Da un tristo sogno

Io mi risveglio.

ANSBERGA.

Misera! travaglio

Più che ristoro ti recò sì torba

Quiete.

ERMENGARDA.

È ver: tutta la lena è spenta.

Reggimi, o cara; e voi, cortesi, al fido

Mio letticciol[335] traetemi: l’estrema

Fatica è questa che[336] vi do; ma tutte

Son contate lassù.—Moriamo in pace.

Parlatemi di Dio: sento ch’Ei giunge.

[311] Su le

[312] chieggo

[313] dei

[314] ragunati

[315] Caggia

[316] veggia

[317] Gioja

[318] rejetta

[319] chiegga

[320] Le estreme

[321] dei

[322] dei

[323] Caccialo

[324] su gli

[325] Cacciate

[326] rispingi

[327] veggio

[328] ebrezza

[329] muojo

[330] sì stanca io sono!

[331] Inebriata

[332] gioja

[333] gioja

[334] donna

[335] letticciuol

[336] ch’io

CORO.

Sparsa le trecce morbide

Sull’[337] affannoso petto,

Lenta le palme, e rorida

Di morte il bianco aspetto,

Giace la pia, col tremolo

Sguardo[338] cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime

S’innalza una preghiera:

Calata in su la gelida

Fronte, una[339] man leggiera

Sulla[340] pupilla cerula

Stende l’estremo vel.

Sgombra, o gentil, dall’ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all’Eterno un candido

Pensier d’offerta, e muori:

Fuor della vita è il termine

Del lungo tuo martir.

Tal della mesta, immobile

Era quaggiuso il fato:

Sempre un obblìo di chiedere

Che le saria negato;

E al Dio de’[341] santi ascendere,

Santa del suo patir.

Ahi! nelle insonni tenebre,

Pei claustri solitari,

Tra[342] il canto delle vergini,

Ai supplicati altari,

Sempre al pensier tornavano

Gl’irrevocati[343] dì;

Quando ancor cara, improvida

D’un avvenir mal fido,

Ebbra[344] spirò le vivide

Aure del Franco lido,

E tra[345] le nuore Saliche

Invidiata uscì:

Quando da un poggio aereo,

Il biondo crin gemmata,

Vedea nel pian discorrere

La caccia affaccendata,

E sulle[346] sciolte redini

Chino il chiomato sir;

E dietro a lui la furia

De’[347] corridor fumanti;

E lo sbandarsi, e il rapido

Redir dei veltri ansanti;

E dai tentati triboli

L’irto cinghiale uscir;

E la battuta polvere

Rigar di sangue, colto

Dal regio stral: la tenera

Alle donzelle il volto

Volgea[348] repente, pallida

D’amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

Lavacri d’Aquisgrano!

Ove, deposta l’orrida

Maglia, il guerrier sovrano

Scendea del campo a tergere

Il nobile sudor!

Come rugiada al cespite

Dell’erba inaridita,

Fresca negli arsi calami

Fa rifluir la vita,

Che verdi ancor risorgono

Nel temperato albor;

Tale al pensier, cui l’empia

Virtù d’amor fatica,

Discende il refrigerio

D’una parola amica,

E il cor diverte ai placidi

Gaudii d’un altro amor.

Ma come il sol che reduce

L’erta infocata ascende,

E con la vampa assidua

L’immobil aura incende,

Risorti appena i gracili

Steli riarde al suol;

Ratto così dal tenue

Obblìo torna immortale

L’amor sopito, e l’anima

Impaurita assale,

E le sviate immagini

Richiama al noto duol.

Sgombra, o gentil, dall’ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all’Eterno un candido

Pensier d’offerta, e muori:

Nel suol che dee la tenera

Tua spoglia ricoprir,

Altre infelici dormono,

Che il duol consunse; orbate

Spose dal brando, e vergini

Indarno fidanzate;

Madri che i nati videro

Trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l’offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà,

Te collocò la provida

Sventura in fra gli oppressi:

Muori compianta e placida;

Scendi a dormir con essi:

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

Si ricomponga in pace;

Com’era allor che improvida

D’un avvenir fallace,

Lievi pensier virginei

Solo pingea. Così

Dalle squarciate nuvole

Si svolge[349] il sol cadente,

E, dietro il monte, imporpora

Il trepido occidente:

Al pio colono augurio

Di più sereno dì.

[337] Su l’

[338] Guardo

[339] Fronte una

[340] Su la

[341] dei

[342] Fra

[343] Gli irrevocati

[344] Ebra

[345] fra

[346] su le

[347] Dei

[348] Torcea

[349] svolve

SCENA II

Notte.—Interno d’un battifredo sulle[350] mura di Pavia. Un’armatura nel

mezzo.

GUNTIGI, AMRI.

GUNTIGI.

Amri, sovvienti di Spoleti?

AMRI.

E posso

Obbliarlo, signor?

GUNTIGI.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 17 / 45 段