A che ritenti questa piaga? In vani

Lamenti vuoi che anch’io mi perda? o pensi

Che abbia Carlo mestier di sproni al fianco?

—È in periglio Adrian; forse è mestieri

Che altri a Carlo il rimembri? il vedo,[194] il sento;

E non è detto di mortal che possa

Crescere il cruccio che il mio cor ne prova.

Ma superar queste bastite, al suo

Scampo volar... de’ Franchi il re nol puote.

Detto io te l’ho; nè volontier[195] ripeto

Questa parola.—Io da’ miei Franchi ottenni

Tutto finor, perchè sol grandi io chiesi

E fattibili cose. All’uom che stassi

Fuor degli eventi e guata, arduo talvolta

Ciò ch’è più lieve appar, lieve talvolta

Ciò che la possa de’ mortali eccede.

Ma chi tenzona con le cose, e deve[196]

Ciò ch’egli agogna conseguir con l’opra,

Quei conosce i momenti.—E che potea

Io far di più? Pace al nemico offersi,

Sol che le terre dei Romani ei sgombri;

Oro gli offersi per la pace; e l’oro

Ei ricusò! Vergogna! a ripararla

Sul Vèsero ne andrò.

[188] dei

[189] arme

[190] in su

[191] in contro

[192] falla

[193] in fra

[194] veggio

[195] volentier

[196] debbe

SCENA II.

ARVINO, e DETTI.

ARVINO.

Sire, nel campo

Un uom latino è giunto, e il tuo cospetto

Chiede.

PIETRO.

Un Latin?

CARLO.

Donde arrivò? Le Chiuse

Come varcò?

ARVINO.

Per calli sconosciuti,

Declinandole, ei venne;[197] e a te si vanta

Grande avviso recar.

CARLO.

Fa ch’io gli parli.

(_ARVINO parte_)

E tu meco l’udrai. Nulla intentato

Per la salvezza d’Adriano io voglio

Lasciar: di questo testimon ti chiamo.

[197] giunse

SCENA III.

MARTINO introdotto da ARVINO, e DETTI. (_ARVINO si ritira_).

CARLO.

Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo,

Illeso, inosservato?

MARTINO.

Inclita speme

Dell’ovil santo e del Pastor, ti veggo;

E de’ miei stenti e de’[198] perigli[199] è questa

Ampia mercè; ma non è sola. Eletto

A strugger gli empi[200]! ad insegnarti io vengo

La via.

CARLO.

Qual via?

MARTINO.

Quella ch’io feci.

CARLO.

E come

Giungesti a noi? Chi se’? Donde l’ardito

Pensier ti venne?

MARTINO.

All’ordin sacro ascritto

De’[201] diaconi io son: Ravenna il giorno

Mi diè: Leone, il suo Pastor, m’invia.

Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;

Trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tanto

Ti degna, al re sii scorta: a lui di Roma

Presenta il pianto, e d’Adrian.

CARLO.

Tu vedi

Il suo legato.

PIETRO.

Ch’io la man ti stringa,

Prode concittadino: a noi tu giungi

Angel di gioia.[202]

MARTINO.

Uom peccator son io;

Ma la gioia[202] è dal cielo, e non fia vana.

CARLO.

Animoso Latin, ciò che veduto,

Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,

Tutto mi narra.

MARTINO.

Di Leone al cenno,

Verso il tuo campo io mi drizzai; la bella

Contrada attraversai, che nido è fatta

Del Longobardo e da lui piglia il nome.

Scórsi ville e città, sol di latini

Abitatori popolate: alcuno

Dell’empia razza a te nemica e a noi

Non vi riman, che le superbe spose

De’[203] tiranni e le madri, ed i fanciulli

Che s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi,

Lasciati a guardia de’ cultor soggetti,

Come radi pastor di folto armento.

Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati

Sono i cavalli e l’armi; ivi raccolta

Tutta una gente sta, perchè in un colpo

Strugger la possa il braccio tuo.

CARLO.

Toccasti

Il campo lor? qual è? che fan?

MARTINO.

Securi

Da quella parte che all’Italia è volta,

Fossa non hanno, nè ripar, nè schiere

In ordinanza: a fascio stanno; e solo

Si guardan quinci, donde solo han tema

Che tu attinger li possa. A te, per mezzo

Il campo ostil, quindi venir non m’era

Possibil cosa; e nol tentai; chè cinto

Al par di rocca è questo lato; e mille

Volte nemico tra[204] costor chiarito

M’avria la breve chioma, il mento ignudo,

L’abito, il volto ed il sermon latino.

Straniero ed inimico, inutil morte

Trovato avrei; reddir senza vederti

M’era più amaro che il morir. Pensai

Che dall’aspetto salvator di Carlo

Un breve tratto mi partia: risolsi

La via cercarne, e la rinvenni.

CARLO.

E come

Nota a te fu? come al nemico ascosa?

MARTINO.

Dio gli accecò, Dio mi guidò. Dal campo

Inosservato uscii; l’orme ripresi

Poco innanzi calcate; indi alla manca[205]

Piegai verso aquilone, e abbandonando

I battuti sentieri, in un’angusta[206]

Oscura valle m’internai: ma quanto

Più il passo procedea, tanto allo sguardo

Più spaziosa[207] ella si fea. Qui scorsi

Gregge[208] erranti e tuguri:[209] era codesta

L’ultima stanza de’ mortali. Entrai

Presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra

Lanose pelli riposai la notte.

Sorto all’aurora, al buon pastor la via

Addimandai di Francia. — Oltre quei monti

Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;

E lontano lontan Francia; ma via

Non avvi[210]; e mille son que’[211] monti, e tutti

Erti, nudi, tremendi, inabitati,

Se non da spirti, ed uom mortal giammai

Non li varcò.—Le vie di Dio son molte,

Più assai di quelle del mortal, risposi;

E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:

Indi, tra i pani che teneva in serbo,

Tanti pigliò di quanti un pellegrino

Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,

Ne gravò le mie spalle: il guiderdone

Io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.

Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,

E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla

Traccia d’uomo apparia; solo foreste

D’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli

Senza sentier: tutto tacea; null’altro

Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora

Lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso

Stridir del falco, o l’aquila, dall’erto

Nido spiccata sul[212] mattin, rombando

Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,

Tocchi dal sole, crepitar del pino

Silvestre i coni. Andai così tre giorni;

E sotto l’alte piante, o ne’[213] burroni

Posai tre notti. Era mia guida il sole;

Io sorgeva con esso, e il suo viaggio

Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto

Pur del cammino io già, di valle in valle

Trapassando mai sempre; o se talvolta

D’accessibil pendìo sorgermi innanzi

Vedeva un giogo, e n’attingea la cima,

Altre più eccelse cime, innanzi, intorno

Sovrastavanmi ancora; altre, di neve

Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi

Ripidi, acuti padiglioni, al suolo

Confitti; altre ferrigne, erette a guisa

Di mura, insuperabili.—Cadeva

Il terzo sol quando un gran monte io scersi,

Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era

Tutto una verde china, e la sua vetta

Coronata di piante. A quella parte

Tosto il passo io rivolsi.—Era la costa

Oriental di questo monte istesso,

A cui, di contro al sol cadente, il tuo

Campo s’appoggia, o sire.—In su le falde

Mi colsero le tenebre: le secche

Lubriche spoglie degli abeti, ond’era

Il suol gremito, mi fur letto, e sponda

Gli antichissimi tronchi. Una ridente

Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno

Di novello vigor la costa ascesi.

Appena il sommo ne toccai, l’orecchio

Mi percosse un ronzio che di lontano

Parea venir, cupo, incessante; io stetti,

Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque

Rotte fra i sassi in giù; non era il vento

Che investìa le foreste, e, sibilando,

D’una in altra scorrea, ma veramente

Un rumor[214] di viventi, un indistinto

Suon di favelle e d’opre e di pedate

Brulicanti da lungi, un agitarsi

D’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passo

Accelerai. Su questa, o re, che a noi

Sembra di qui lunga ed acuta cima

Fendere il ciel, quasi affilata scure,

Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta

Non mai calcate in pria. Presi di quella

Il più breve tragitto: ad ogni istante

Si fea il rumor[215] più presso: divorai

L’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo

Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi

Le tende d’Israello, i sospirati

Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,

Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

CARLO.

Empio colui che non vorrà la destra

Qui riconoscer dell’Eccelso!

PIETRO.

E quanto

Più manifesta apparirà nell’opra,

A cui l’Eccelso ti destina!

CARLO.

Ed io

La compirò.

(_a MARTINO_)

Pensa, o Latino, e certa

Sia la risposta: a cavalieri il passo

Dar può la via che percorresti?

MARTINO.

Il puote.

E a che l’avrebbe preparata il cielo?

Per chi, signor? perchè un mortale oscuro

Al re de’[216] Franchi narrator venisse

D’inutile portento?

CARLO.

Oggi a riposo

Nella mia tenda rimarrai: sull’alba,

Ad un’eletta di guerrier tu scorta

Per quella via sarai.—Pensa, o valente,

Che il fior di Francia alla tua scorta affido.

MARTINO.

Con lor sarò: di mie promesse pegno

Il mio capo ti fia.

CARLO.

Se di quest’alpe

Mi sferro alfine, e vincitore al santo

Avel di Piero, al desiato amplesso

Del gran padre Adrian giunger m’è dato,

Se grazia alcuna al suo cospetto un mio

Prego aver può, le pastorali bende

Circonderan quel capo; e faran fede

In quanto onor Carlo lo tenga.—Arvino!

(_entra ARVINO_)

I Conti e i Sacerdoti.[217]

(_al Legato e[218] a MARTINO_)

E voi, le mani

Alzate[219] al ciel; le grazie a lui rendute

Preghiera sian[220] che favor novo impetri.

(_partono il Legato e MARTINO_).

[198] dei

[199] periglj

[200] empj

[201] Dei

[202] gioja

[203] Dei

[204] in fra

[205] alla destra

[206] una angusta

[207] spazïosa

[208] Greggie

[209] tugurj

[210] havvi

[211] quei

[212] in sul

[213] nei

[214] romor

[215] romor

[216] dei

[217] (_ARVINO parte_)

[218] ed a

[219] Levate

[220] sien

SCENA IV.

CARLO.

Così, Carlo reddiva. Il riso amaro

Del suo nemico e dell’età ventura

Gli stava innanzi; ma l’avea giurato,

Egli in Francia reddìa.—Qual de’ miei prodi,

Qual de’ miei fidi, per consiglio o prego,

Smosso m’avrìa dal mio proposto? E un solo,

Un uom di pace, uno stranier, m’apporta

Novi[221] pensier! No: quei che in petto a Carlo

Rimette il cor, non è costui. La stella

Che scintillava al mio partir, che ascosa

Stette alcun tempo, io la riveggo.[222] Egli era

Un fantasma d’error quel che parea

Dall’Italia respingermi; bugiarda

Era la voce che diceami in core:

No mai, no, rege esser non puoi nel suolo

Ove nacque Ermengarda.—Oh! del tuo sangue

Mondo son io; tu vivi: e perchè dunque

Ostinata così mi stavi innanzi,

Tacita, in atto di rampogna, afflitta,

Pallida, e come del sepolcro uscita?

Dio riprovata ha la tua casa; ed io

Starle unito dovea? Se agli occhi miei

Piacque Ildegarde, al letto mio compagna

Non la chiamava alta ragion di regno?

Se minor degli eventi è il femminile

Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria

Colui che tutti, pria d’oprar, volesse

Prevedere i dolori? Un re non puote

Correr l’alta sua via, senza che alcuno

Cada sotto il suo piè. Larva cresciuta

Nel silenzio e nell’ombra, il sol si leva,

Squillan le trombe; ti dilegua.

[221] Nuovi

[222] riveggio

SCENA V.

CARLO, CONTI e VESCOVI.

CARLO.[223]

A dura

Prova io vi posi, o miei guerrier; vi tenni

A perigli ozïosi, a patimenti

Che parean senza onor: ma voi fidaste

Nel vostro re, voi gli ubbidiste[224] come

In un dì di battaglia. Or della prova

È giunto il fine; e un guiderdon s’appressa

Degno de’[225] Franchi. Al sol nascente, in via

Una schiera porrassi.—Eccardo, il duce

Tu ne sarai.—Dell’inimico in cerca

N’andranno, e tosto il giungeran là dove

Ei men s’aspetta.—Ordin più chiari, Eccardo,

Io ti darò. Nel longobardo campo

Ho amici assai; come li scerna, e d’essi

Ti valga, udrai. Da queste Chiuse il resto

Voi sniderete di leggier: noi tosto

Le passerem senza contrasto, e tutti

Ci rivedremo in campo aperto.—Amici!

Non più muraglie, nè bastìe, nè frecce

Da’[226] merli uscite, e feritor che rida

Da’[226] ripari impunito, o che improvviso

Piombi su noi; ma insegne aperte al vento,

Destrier contra destrier, genti disperse

Nel piano, e petti non da noi più lunge

Che la misura d’una lancia. Il dite

A’ miei soldati; dite lor, che lieto

Vedeste il re, siccome il dì[227] che certa

La vittoria predisse in Eresburgo;

Che sian[228] pronti a pugnar; che di ritorno

Si parlerà dopo il conquisto, e quando

Fia diviso il bottin. Tre giorni; e poi

La pugna e la vittoria; indi il riposo

Là nella bella Italia, in mezzo ai campi

Ondeggianti di spighe, e ne’[229] frutteti

Carchi di poma ai padri nostri ignote;

Fra i tempii[230] antichi e gli atrii,[231] in quella terra

Rallegrata dai canti, al sol diletta,

Che i signori del mondo in sen racchiude,

E i martiri di Dio; dove il supremo

Pastore alza[232] le palme, e benedice

Le nostre insegne; ove nemica abbiamo

Una piccola[233] gente, e questa ancora

Tra sè divisa, e mezza mia; la stessa

Gente su cui due volte il mio gran padre

Corse; una gente che si scioglie. Il resto

Tutto è per noi, tutto ci aspetta.—Intento,

Dalle vedette sue, miri il nemico

Moversi il nostro campo; e si rallegri.

Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio

La scellerata preda, in sua man servo

Sogni il sommo Levita, il comun padre,

Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,

Risvegliator non aspettato.—E voi,

Vescovi santi e Sacerdoti[234], al campo

Intimate le preci. A Dio si vóti

Questa impresa, ch’è sua. Come i miei Franchi,

Umiliati nella polve, innanzi

Al Re de’ regi abbasseran la fronte,[235]

Tale i nemici innanzi a lor nel campo.

_Fine dell’atto secondo._

[223] (_ai Conti_)

[224] obbediste

[225] dei

[226] Dai

[227] allor

[228] sien

[229] nei

[230] tempj

[231] atrj

[232] Pastor leva

[233] picciola

[234] sacerdoti

[235]

Come i miei Franchi

A Lui dinanzi abbasseran la fronte,

Tale....

ATTO TERZO.

SCENA I.

Campo de’ Longobardi.—Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi.

ADELCHI, ANFRIDO.

ANFRIDO.

(_che sopraggiunge_)

Signor!

ADELCHI.

Diletto Anfrido; ebben, che fanno

Codesti Franchi? non dan segno ancora

Le tende al tutto di levar?

ANFRIDO.

Nessuno

Finora: immoti tuttavia si stanno,

Quali sull’alba li vedesti, quali

Son da tre dì, poi che le prime schiere

Cominciar la ritratta. Una gran parte[236]

Scórsi del vallo, esaminando; ascesi

Una torre, e guatai; stretti li vidi

In ordinanza, folti, all’erta, in atto

Di chi assalir non pensa, ed in sospetto

Sta d’un assalto; e più si guarda, quanto

Più scemato è di forze; e senza offesa

Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.[237]

ADELCHI.

E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile

Offensor d’Ermengarda, ei che giurava

Di spegner la mia casa; ed io non posso

Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,

Dibattermi con esso, e riposarmi

Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto

Stargli a fronte, non[238] posso! In queste Chiuse

La fè de’ pochi che a guardarle io scelsi,

Il cor di quelli ch’io prendea tra[239] i pochi,

Compagni alle sortite, alla salvezza

Potè bastar d’un regno: i traditori

Stetter lontani dalla pugna, inerti,

Ma contenuti. In campo aperto, al Franco

Abbandonato da costor sarei,

Solo coi pochi. Oh vil trionfo![240] Il messo

Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto

Annunzio mi darà: gioia[241] mi fia

Che lunge ei sia dalla mia spada!

ANFRIDO.

O dolce

Signor, ti basti questa gloria. Come

Un vincitor sopra la preda,[242] ei scese

Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto

Si confessò quando implorò la pace,

Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello

Che l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta;

Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi

Alteri van della tua gloria, alteri

Di dividerla teco; e quei codardi

Che a non amarti si dannar, temerti

Dovranno or più che mai.

ADELCHI.

La gloria? il mio

Destino è d’agognarla, e di morire

Senza averla gustata. Ah no! codesta

Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico

Parte impunito; a nuove imprese ei corre;

Vinto in un lato, ei di vittoria altrove

Andar può in cerca; ei che su un popol regna

D’un sol voler, saldo, gittato in uno,

Siccome il ferro del suo brando; e in pugno

Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio

Che m’offese nel cor, che per ammenda

Il mio regno assalì, compier non posso

La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,

Che sempre increbbe al mio pensier, nè giusta

Nè gloriosa, si presenta; e questa

Certa ed agevol fia.

ANFRIDO.

Torna agli antichi

Disegni il re?

ADELCHI

Dubbiar ne puoi? Securo

Dalle minacce d’esti Franchi, incontro

L’apostolico sire il campo tosto

Ei moverà: noi guiderem sul Tebro

Tutta Longobardia, pronta, concorde

Contro gl’inermi, e fida allor che a certa

E facil preda la conduci. Anfrido,

Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine

Sopra ruine ammucchierem: l’antica

Nostr’arte è questa: ne’[243] palagi il foco

Porremo e ne’[243] tuguri[244]: uccisi i primi,

I signori del suolo, e quanti a caso

Nell’asce nostre ad inciampar verranno,

Fia servo il resto, e tra[245] di noi diviso;

E ai più sleali e più temuti, il meglio

Toccherà della preda.—Oh! mi parea,

Pur mi parea che ad altro io fossi nato,

Che ad esser capo di ladron; che il cielo

Su questa terra altro da far mi desse

Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

—O mio diletto! O de’ miei giorni primi,

De’ giochi miei, dell’armi poi, de’ rischi

Solo compagno e de’[246] piacer; fratello

Della mia scelta, innanzi a te soltanto

Tutto vola sui labbri il mio pensiero.

Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comanda

Alte e nobili cose; e la fortuna

Mi condanna ad inique; e strascinato

Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,

Senza scopo; e il mio cor s’inaridisce,

Come il germe caduto in rio terreno,

E balzato dal vento.

ANFRIDO.

Alto infelice!

Reale amico! Il tuo fedel[247] t’ammira,

E ti compiange. Toglierti la tua

Splendida cura non poss’io, ma posso

Teco sentirla almeno. Al cor d’Adelchi

Dir che d’omaggi, di potenza e d’oro

Sia contento, il poss’io? dargli la pace

De’[248] vili, il posso? e lo vorrei, potendo?

—Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,

Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso

Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi,

Quali opre il cielo ti prepara? il cielo

Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.

[236] Un lungo tratto

[237] agguata

[238] io non

[239] fra

[240]

al Franco,

Solo coi pochi, abbandonato almeno

Io sarei da costoro. Oh rabbia!

[241] gioja

[242] la spoglia

[243] nei

[244] tugurj

[245] fra

[246] dei

[247] Fedel

[248] Dei

SCENA II.

ADELCHI, DESIDERIO.

(_ANFRIDO si ritira_)

DESIDERIO.

Figlio, a te, rege qual son io, m’è tolto

Esser largo d’onor: farti più grande

Nessun mortale il può; ma un premio io tengo

Caro alla tua pietà, la gioia[249] e l’alte

Lodi d’un padre. Salvator d’un regno,

La tua gloria or comincia: altro più largo

E agevol campo le si schiude. I dubbi,[250]

Ed i timor, che a’ miei disegni un giorno

Tu frapponevi, ecco, gli ha sciolti il tuo

Braccio; ogni scusa il tuo valor ti fura.

Dissipator di Francia! io ti saluto

Conquistator di Roma: al nobil serto

Che non intero mai passò sul capo

Di venti re, tu di tua man porrai

L’ultima fronda, e la più bella.

ADELCHI.

A quale

Tu vogli impresa, il tuo guerriero, o padre,

Ubbidiente[251] seguiratti.

DESIDERIO.

E a tanto

Acquisto, o figlio, ubbidienza[252] sola

Spinger ti può?

ADELCHI.

Questa è in mia mano; e intera

L’avrai, fin ch’io respiro.

DESIDERIO.

Ubbidiresti[253]

Biasmando?

ADELCHI.

Ubbidirei.[254]

DESIDERIO.

Gloria e tormento

Della canizie mia, braccio del padre

Nella battaglia, e ne’[255] consigli inciampo!

Sempre così, sempre fia d’uopo a forza

Traggerti alla vittoria?

[249] gioja

[250] dubbj

[251] Obbediente

[252] obbedienza

[253] Obbediresti

[254] Obbedirei

[255] nei

SCENA III.

Uno SCUDIERO frettoloso e[256] atterrito, e DETTI.

LO SCUDIERO.

I Franchi! i Franchi!

DESIDERIO.

Che dici, insano?

UN ALTRO SCUDIERO

I Franchi, o re.

DESIDERIO.

Che Franchi?

(_la scena s’affolla di Longobardi fuggitivi. Entra BAUDO_)

ADELCHI.

Baudo, che fu?

BAUDO.

Morte e sventura! Il campo

È invaso e rotto[257] d’ogni parte: al dorso

Piombano i Franchi ad assalirci.

DESIDERIO.

I Franchi!

Per qual via?

BAUDO.

Chi lo sa?

ADELCHI.

Corriamo; ei fia

Un drappello sbandato.

(_in atto di partire_)

BAUDO.

Un’oste intera:

Gli sbandati siam noi: tutto è perduto.

DESIDERIO.

Tutto è perduto?

ADELCHI.

Ebben, compagni, i Franchi?

Non siam noi qui per essi? Andiam: che importa

Da che parte sian giunti? I nostri brandi,

Per riceverli, abbiamo. I brandi in pugno!

Ei gli han provati: è una battaglia ancora:

Non v’è sorpresa pel guerrier: tornate;

Via, Longobardi, indietro; ove correte,

Per Dio? La via che avete presa è infame:

Il nemico è di là. Seguite Adelchi.

(_entra ANFRIDO_)

Anfrido!

ANFRIDO.

O re, son teco.

ADELCHI.

(_avviandosi_)

O padre; accorri,

Veglia alle Chiuse.

(_parte seguito da ANFRIDO, da BAUDO e da alcuni Longobardi_).

DESIDERIO.

(_ai fuggitivi che attraversano la scena_)

Sciagurati! almeno

Alle Chiuse con me: se tanto a core

Vi sta la vita, ivi son torri e mura

Da porla in salvo.

(_sopraggiungono Soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da

cui[258] è partito ADELCHI_).

UN SOLDATO FUGGITIVO.

O re, tu qui? Deh! fuggi.

(_attraversa le scene_[259]).

DESIDERIO.

Infame! al re questo consiglio? E voi,

Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse

Voi lasciate così? Che fu? Viltade

V’ha tolto il senno.

(_i Soldati continuano a fuggire. DESIDERIO appunta la spada al petto

d’uno di essi, e lo ferma_).

Senza cor, se il ferro

Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide

Come quello de’[260] Franchi. Al re favella:

Perchè fuggite dalle Chiuse?

SOLDATI.

I Franchi

Dall’altra parte hanno sorpreso il campo;

Gli abbiam veduti dalle torri. I nostri

Son dispersi.

DESIDERIO.

Tu menti. Il figliuol mio

Gli ha radunati,[261] e li conduce incontro

A que’[262] pochi nemici. Indietro!

SOLDATI.

O sire,

Non è più tempo; e’ non son pochi; e’ giungono;

Scampo non v’è: schierati ei sono; e i nostri

Chi qua, chi là, senz’arme, in fuga: Adelchi

Non li raduna[263]: siam traditi.

DESIDERIO.

(_ai fuggitivi che s’affollano_)

Oh vili!

Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa

Restar si può.

UN SOLDATO.

Sono deserte: i Franchi

Le passeranno; e noi siam posti intanto

Tra[264] due nemici: un piccol[265] varco appena

Resta alla fuga: or or fia chiuso.

DESIDERIO.

Ebbene;

Moriam qui da guerrier.

UN ALTRO SOLDATO.

Siamo traditi;

Siam venduti al macello.

UN ALTRO SOLDATO.

In giusta guerra

Morir vogliam, come a guerrier conviensi,

Non isgozzati a tradimento.

ALTRO SOLDATO.

I Franchi!

MOLTI SOLDATI.

Fuggiamo!

DESIDERIO.

Ebben, correte; anch’io con voi

Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.

(_s’avvia coi fuggitivi_).

[256] ed

[257] È penetrato

[258] donde

[259] la scena

[260] dei

[261] ragunati

[262] quei

[263] raguna

[264] Fra

[265] picciol

SCENA IV.

Parte del campo abbandonato da’[266] Longobardi, sotto alle Chiuse.

CARLO circondato da CONTI FRANCHI, SVARTO.

CARLO.

Ecco varcate queste Chiuse. A Dio

Tutto l’onor. Terra d’Italia, io pianto

Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.

È una vittoria senza pugna. Eccardo

Tutto ha già fatto.

(_a[267] uno de’[268] Conti_)

Su quel colle ascendi,

Guarda[269] se vedi la sua schiera, e tosto

Vieni a darmene avviso.

(_il Conte parte_).

[266] dai

[267] ad

[268] dei

[269] Guata

SCENA V.

RUTLANDO, e DETTI.

CARLO.

E che? Rutlando,

Tu riedi dal conflitto?

RUTLANDO.

O re, ti chiamo

In testimonio, e voi Conti, che in questo

Vil giorno il brando io non cavai: ferisca

Oggi chi vuol: gregge atterrito e sperso,

Io non l’inseguo.

CARLO.

E non trovasti alcuno

Che mostrasse la fronte?

RUTLANDO.

Incontro io vidi

Un drappello venirmi, ed alla testa

Più duchi avea: sopra lor corsi; e quelli

Calar tosto i vessilli, e fecer segni

Di pace, e amici si gridaro.—Amici?

Noi l’eravam più assai, quando alle Chiuse

Ci scontravam.—Chiesero il re; le spalle

Lor volsi; or li vedrai. No: s’io sapea

A qual nemico si venia, per certo

Mosso di Francia non sarei.

CARLO.

T’accheta,

Prode tra’[270] prodi miei. Bello è d’un regno,

Sia comunque, l’acquisto; in lungo, il vedi,

Non andrà questo; e non temer che manchi

Da far: Sassonia non è vinta ancora.

(_entra il Conte spedito da CARLO_).

CONTE.[271]

(_a CARLO_)

Eccardo è in campo, e verso noi s’avanza;

Ei procede in battaglia: i Longobardi,

Tra[272] il nostro campo e il suo, sfilati, in folla,

Sfuggono a destra ed a sinistra: il piano,

Che da lui ci divide, or or fia sgombro.

CARLO.

Esser dovea così.

CONTE.[273]

Vidi un drappello,

Che s’arrendette ai nostri; e a questa volta

Venia correndo.

UN ALTRO CONTE.

È qui.

CARLO.

Svarto, son quelli

Che m’annunziasti?

SVARTO.

Il son.—Compagni!

[270] fra i

[271] IL CONTE

[272] Fra

[273] IL CONTE

SCENA VI.

ILDECHI, ed altri DUCHI, GIUDICI, SOLDATI longobardi, e DETTI.

ILDECHI.

O Svarto,[274]

Il re!

CARLO.

Son desso.

ILDECHI.

(_s’inginocchia e mette[275] le sue mani tra[276] quelle di CARLO_)

O re de’[277] Franchi e nostro!

Nella tua man vittoriosa accogli

La nostra man devota, e dalla bocca

De’[278] Longobardi tuoi l’omaggio accetta,

A te promesso da gran tempo.

CARLO.

Svarto,

Conte di Susa....[279]

SVARTO.

O re, qual grazia?...

CARLO.

Il nome

Dimmi di questi a me devoti.

SVARTO.

Il duca

Di Trento Ildechi, di Cremona Ervigo,

Ermenegildo di Milano, Indolfo

Di Pisa, Vila di Piacenza: questi

Giudici son; questi guerrieri.

CARLO.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 16 / 45 段