era nato. Chi fin dai primi passi dava così cospicua prova di «larga,
libera e incondizionata maniera d’interpretare le nuove idee e i
maggiori esempi del teatro romantico e storico», i quali egli mostrava
«d’intendere come pochi in tutta Europa e forse come nessun altro
in Italia», non poteva fallire a glorioso porto. Di lì a poco venne
l’_Adelchi_, che parve sciogliesse in gran parte quella promessa; e
vennero poi i _Promessi Sposi_, che avanzarono i desiderii.
Attratti dalle opere maggiori, sogliamo metter da parte le altre. E chi
legga solo per gustare il godimento estetico immediato, ha ragione di far
così; ma chi voglia davvero assaporare il frutto maturo, deve, per dirla
col Bonghi, «ricercare come a mano a mano si sia educata la pianta che
ha dato quel frutto, quali influssi l’abbiano aiutata a germogliare e a
crescere, e come si sia formata quell’attitudine che ha poi raggiunto
in fine un così notevole grado di perfezione». A noi studiosi delle
opere d’arte letteraria non importa soltanto d’ammirare l’estrema meta,
che il poeta si è sforzato di raggiungere e che segna l’apice della sua
gloria; ma altresì di ricercare e perlustrare la via ch’egli ha percorsa
per giungervi. E questa desideriamo indicare agli altri; e in siffatta
ricerca appagare insieme quell’innato bisogno della nostra mente «di
penetrare nel lavorio interno dello spirito umano, e soprattutto di uno
spirito eletto». I primi tentativi lasciano meglio scoprire i segreti
di quell’arte che tutto fa, e trasparire gl’intenti e i procedimenti
dell’artista non ancora provetto. Attraverso gli strappi lasciativi dalle
necessarie incertezze e titubanze, ci avviene di sorprendere un’ansia
e una lotta che il poeta vittorioso ci avrebbe gelosamente nascosta; e
quelle trepidazioni fanno più compiutamente gustare il definitivo trionfo.
_Fine dell’ Introduzione._
[135] _Del Romanzo storico_ ecc., parte II, verso la fine.—Il Goethe
medesimo (quell’«altro tale, chiamato Goethe») ebbe a dir del Manzoni,
che, «emancipatosi dalle vecchie regole, ei procede per la nuova via con
passi così fermi e tranquilli, che si potrebbero trarre nuove regole
dalla sua opera».
[136] «Il _Carmagnola_ è il primo saggio del suo autore, e tante lodi
non ottenute da verun poeta, da Omero inclusivamente sino a’ dì nostri,
essendo esaltate dalla celebrità e dal genio del panegirista, sembrano
più che troppe, non diremo a rendere il furore del poeta più che poetico,
ma ad avvezzar lui stesso ad elogj, che rarissimi, se non forse gli
amici suoi, saranno in buona coscienza disposti a prodigargli; ed egli,
accettandoli in buona fede, finirebbe col farsi ridicolo al mondo... La
visione potrebbe essere volontariamente procurata dal critico tedesco
in grazia di un sistema letterario; ed infatti questa è la ragione
ostensibile, esposta da lui nel principio del suo articolo». FOSCOLO,
_Della nuova scuola drammatica_ (Opere, IV, 304-5).
AVVERTENZA
Questo volume contiene, e, quando è stato possibile, nell’ordine che
volle l’autore:
_a_) tutti quei componimenti in versi, che furono dal Manzoni stesso
ristampati tra le sue _Opere varie_, nel 1845 (le due Tragedie, gl’_Inni
sacri_ e le _Strofe per una prima comunione_, il _Cinque maggio_), e
quegli altri due (l’ode _Marzo 1821_ e il frammento di canzone sul
_Proclama di Rimini_) ch’ei pubblicò a parte nel 1848, e aggiunse poi,
nel 1860, all’antico volume delle _Opere varie_;
_b_) quelli che furono già da lui o da altri pubblicati, ma ch’egli
non più accolse tra le sue poesie (il carme _In morte dell’Imbonati_,
l’_Urania_, l’_Ira d’Apollo_, gli sciolti _A Parteneide_, il sonetto al
Lomonaco, il frammento dell’inno _Ai Santi_, l’epigramma pel ritratto del
Monti);
_c_) due delle sue poesiole giovanili, che hanno, più che altro, valore
di documento biografico (il sonetto ove il poetino traccia il suo
ritratto, e l’idillio _Adda_);
_d_) i pochi versi latini composti da vecchio (l’epigramma _Volucres_ e i
distici al Ferrucci).
Un posticino a parte è toccato all’abbozzo di canzone _Aprile 1814_,
che ho creduto meglio inserire nel mio discorso intorno al _Decennio
dell’operosità poetica del Manzoni_ (qui avanti, pag. LXXVIII ss.).
Le altre poesie giovanili (i _Sermoni_, le Odicine erotiche e pariniane,
il _Trionfo della Libertà_ ecc.), delle quali ebbi già occasione di
toccare nell’altro mio scritto su _Gli anni di noviziato poetico del
Manzoni_ (pag. XIV ss., XXV ss.), premesso al volume I di queste
_Opere_, saranno raccolte in un volume posteriore.
Non ho mancato, s’intende, di riprodurre, a illustrazione dei diversi
componimenti, pur quelle Prefazioni o Note, Lettere critiche o Notizie
storiche, onde il Manzoni, o fin dalla prima edizione o nelle successive
ristampe, li volle accompagnati. Ho invece tenute in serbo per un altro
volume le più ampie dissertazioni di critica, o storica (il _Discorso
sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia_) o letteraria
(il _Discorso sul Romanzo_ storico e la _Lettera sul Romanticismo_) o
filosofica (il _Dialogo dell’Invenzione_), le quali stanno da sè, e
possono meglio aggrupparsi con la _Storia della Colonna Infame_ e con gli
scritti sulla _Lingua italiana_.
Sennonché—e questa è forse la principale tra le singolarità che
distinguon la nostra da tutte le precedenti edizioni —al testo definitivo
dei diversi componimenti, quale lo divulgò il poeta, noi abbiam fatto
seguire, in appendice, anche gli abbozzi rinvenuti tra le sue carte. Essi
son documenti di straordinaria importanza, che ci permettono di penetrare
più a dentro nel pensiero, sempre profondissimo, del Manzoni. Si tratta
non di semplici brutte copie o di scarabocchi informi, bensì di frammenti
spesso molto estesi e lavorati con cura, dove il più delle volte il
poeta si rivela più schiettamente e risolutamente ribelle. Perchè poi
li mettesse da parte o li lasciasse incompiuti (non li distrusse però;
e questo noto contro quei critici troppo pudichi, che si scandalizzano
di codeste pubblicazioni postume, a parer loro per lo meno indiscrete e
dannose!), sarà istruttivo e gradevole indagare.[137]
In un mio discorso del 1894, per inaugurare il nuovo anno scolastico
della R. Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, ebbi già a dare
un modesto saggio del grande vantaggio che dall’esame di quelle pagine
si possa cavare per intendere a pieno la riforma drammatica tentata
dal Manzoni. Il quale, a buon conto, se è il maggiore, o l’uno dei due
maggiori nostri prosatori, è anche, insieme con l’Alfieri, uno dei due
nostri tragediografi più insigni. E mi sia lecito ricordare che di quelle
mie osservazioni si dichiarò assai compiaciuto, in uno degli arguti
suoi articoletti della _Coltura_, il primo, per tempo e per merito, dei
manzoniani d’Italia, il Bonghi; e la sola volta che a me toccò la fortuna
d’intrattenermi con lui di letteratura—eravamo andati, col D’Ovidio, a
visitarlo nella tranquilla villetta di Torre del Greco, dove di lì a
qualche mese quella magnifica fiamma d’intelligenza si spense—, ei mi
riparlò ancora dei mirabili abbozzi del Manzoni, su’ quali egli aveva
invano richiamata l’attenzione degli studiosi.[138] Questi avevan trovato
più comodo continuare a far, come si dice, dell’accademia pur intorno
al poeta ch’ebbe più in uggia l’accademia; e gli ortodossi stracchi non
riuscivano meno stucchevoli, con le loro rifritture, dei pappagalli
eterodossi.
Un’altra singolarità della nostra edizione riguarda il testo. Dei
componimenti ripubblicati dall’autore abbiamo, s’intende, ridato
scrupolosamente il testo da lui fissato nel 1845, e in qualche minimo
particolare ricorretto nel 1870; ma, a piè di pagina, ho altresì segnate
le varianti delle prime edizioni.[139] Chi vorrà gettarvi un’occhiata,
troverà che metteva ben conto di rifare per le opere poetiche quel lavoro
di confronto che già altri ha compiuto pel Romanzo. Le osservazioni
sarebbero molte e curiose, e qualcuna n’ho ben accennata qua e là nelle
note; ma qui preferisco, per discrezione di editore, lo spigolare al
mietere.
Per la più parte, i mutamenti dell’autore riguardano l’ortografia.
Anche alle opere poetiche egli avrebbe voluto infliggere una buona
risciacquatura in Arno; ma il Conte di Carmagnola e il Re Adelchi non
gli si mostraron così docili come i due sposi del contado di Lecco. Il
linguaggio della poesia—soprattutto poi in Italia, dov’è ancor vegeta
una tradizione poetica nobilissima e ininterrotta—ha pretese che quello
della prosa o conosce poco o non conosce affatto.[140] E lo stesso
inesorabile scrittore che, in grazia dell’uso toscano vivente, rinunzia,
nel capolavoro prosastico, al benefizio della varietà e della convenienza
armonica, e muta, per esempio, in _tra_ quanti mai _fra_ o _in fra_ gli
erano altra volta caduti dalla penna,[141] può trovarsi costretto a
lasciar correre, nelle tragedie, un «fra tante ambasce» (pag. 114), un
«ella è, fra tante,... una fallita impresa» (233), un «in fra i perigli»
(240 e 249). Vero è che, quando è preso dal dèmone della pedanteria,
anche qui ei si sente il coraggio di far esclamare al povero Conte: «Non
troverò tra tanti prenci... un sol» (189); ma si direbbe che codesto
sforzo faccia sì che altrove ei poi dormicchi, come pur avveniva a «quel
sommo d’occhi cieco... Che per la Grecia mendicò cantando». E allora
riescono a sgattaiolare qualche «fra di noi» (30) o «fra noi» (41, 203,
234) o «fra loro» (180), che senza scandalo sarebbero potuto diventare
altrettanti _tra_. E può esser curioso notare come nel verso (41):
Fia risoluta in fra noi due la lite,
ei s’affretti bensì a cancellare l’_in_, ma non trasformi in _tra_ il
_fra_; come pur fece, ad esempio, nell’altro verso (45), dove prima aveva
scritto: «in fra costor chiarito...».
Insomma, nel Romanzo, lo scrittore poteva sbizzarrirsi più a suo agio;
e perfino, com’ebbe già ad accorgersi il D’Ovidio,[142] sacrificare
l’aritmetica alla sua norma linguistica e all’armonia dello stile,
sostituendo al primitivo «fra tre o quattro confidenti» un «tra quattro
o cinque confidenti» (_Pr. Sposi_, cap. IX, pag. 137 della nostra
edizione).[143] Ma in poesia, specialmente in una poesia già divenuta
celebre e già sulle bocche di tutti, non era ugualmente agevole
abbandonarsi a simili bizzarrie; e manomettere a cuor leggiero, poniamo,
i due versi dei due Cori dell’_Adelchi_ (75 e 89):
Fra tema e desire avanza e ristà....
Te collocò la provvida
Sventura in fra gli oppressi.
A ogni modo, dovunque può lo zelante apostolo della fiorentinità della
lingua porta, in questi lavori giovanili d’avanti la sua conversione
filologica, il ferro e il fuoco purificatore. Fa ogni sforzo per
iscrostare la pàtina arcaica, o magari lavare la muffa dell’ortografia
stantìa. Così, tutte le _noje proprj principj_, i _piccioli picciola_,
gli _eguali eguaglianza_, i _verisimili_ e _verisimiglianza_, le
_obbiezioni_, le _contraddizioni_, le _quistioni_, le voci del verbo
_obbedire_, le forme verbali _debba_ e _debbono_, _chieggio_ e _veggio_,
_cangio_ e _sieno_, i _vi era_, e i _si è_, i _quei_, i _dei dai nei_,
_sui_ o _su di un_, _fra i_ ecc., son diventate _noie_, _propri_,
_principi_, _piccolo_ e _piccola_ (una «picciola appendice» è rimasta,
p. 154), _uguale_ e _uguaglianza_, _verosimile_ e _verosimiglianza_,
_obiezione_, _contradizione_ (nel Romanzo tornò a «contraddizione» e a
«contraddire»!), _questione_, _ubbidire_ (nella prima stampa si oscillava
tra le due forme, cfr. p. 227 e 237), _deva_ e _devono_, _chiedo_ e
_vedo_, _cambio_ e _siano_, _ci era_ e il semplice _è_ (cfr. p. 156),
_que’_, _de’ da’ ne’_, _su’_ o _su un_, _tra’_. Non si riesce a capire
se, costretto com’era dalle esigenze metriche a mantenere intatti gli
_havvi_ e gli _hàvvene_, ei preferisse scriver quelle voci con l’_h_
iniziale, o senza. Nell’_Adelchi_ rimase «havvi altra via» (25), ma
altrove il primitivo «via non havvi» (46) vi divenne «via non avvi»; e
«avvi» rimase immutato nel _Carmagnola_ (191): «avvi una via». Qui stesso
però mutò in «havvene» due «avvene» successivi (243), e un altro in
«haccene» (225). Che forse, con quell’_h_ onoraria, volle distinguer la
voce sdrucciola del verbo «avere» dalla piana, e petrarchesca («Se da le
proprie mani Questo n’avven....»), del verbo «avvenire»?
Un tempo, era piaciuto anche a lui (come pur ora forma la delizia degli
scrittori novellini, e qualche volta altresì di quelli che non son più,
come Dante direbbe, «novi augelletti»!) disarticolare certi nessi che
l’uso fiorentino impone; e scrisse «su l’affannoso», «su la pupilla», «su
le sciolte redini» (86, 87), «su le fronde» (77), «su la tua fortuna»
(98;, «su la tua fede» (104), «su le chiome» (110), «su l’armi» (184), e
fino in una didascalìa «su le mura» (89). Poi reputò meglio non separare,
neanche in versi, _quod Deus coniunxit_, e ripristinò: _sulla_, _sulle_
ecc., e nella ristampa del 1870 anche «sull’armi». Dove prima aveva
scritto «in su l’altar» (41), «in sul mattin» (46)..., dopo scrisse
«su l’altar» e «sul mattin»; dov’era «in su lo scudo» (91), mise «in
sullo scudo»; lasciò intatto «spargendo in sulla via» (256); e non
osò toccare, pur nel Coro per Ermengarda dove tanti _su la_ divennero
_sulla_, il verso «Calata in su la gelida». Invece, coi composti di _con_
usò il procedimento inverso; e dove era scritto: «colla spada» (200),
«coll’occhio» (201 e 242), «cogli amici» (218), «cogli altri» (221),
più tardi sostituì: «con la spada», «con l’occhio», «con gli amici».
Vero è che anche prima non s’era peritato, in un certo luogo (200), di
disgiungere: «con gli eserciti».
Circa al povero dittongo _uo_, il D’Ovidio s’era già accorto delle
fortunate contradizioni in cui il Manzoni era caduto ritoccando le
tragedie. All’imprigionato Carmagnola egli non risparmia la pena di
correggersi: «Ah! tu vedrai Come si mor!» (251), «Oh perchè almeno Lunge
da lor non moio!... Che val di novo Affacciarsi alla vita...?» (256), o
peggio ancora, con ridicolo equivoco, «Allor che Dio sui boni Fa cader
la sventura...» (257). Nè alla infelicissima moglie di lui risparmia
la stonata affettazione: «io moio di dolor!» (258). Tuttavia lasciò
indisturbata la sentenza: «i buoni mai Non fur senza nemici» (192).
Gli è che, purtroppo, codesti rari atti d’indulgenza appaion quasi
sempre un semplice effetto di distrazione: giacchè, non paia soverchio
l’insistervi, anche un così oculato e attento scrittore dà non scarse
prove di saper distrarsi. E allora gli sfuggono, oltre le forme dianzi
rilevate, un «ajuto» (232), qualche «contra» (176, 192), degli «anco»
(216, 258), dei «sovra» (106, 247 e cfr. 209)...
Del terribile _egli_ non sempre qui gli riesce di far lo scempio che nel
Romanzo. E se, per esempio, ottiene che un senatore veneziano dica (237):
«Giustizia troverà... Ma se ricusa, se sta in forse» invece di «Giustizia
ei troverà... Ma se ricusa, s’egli indugia», non può togliergli di
bocca, iniziando il discorso: «Ov’egli Pronto ubbidisca». E ancora, se
nella Prefazione al _Carmagnola_ (155) riesce a fare a meno dell’inviso
pronome, sostituendo «quando è» a «quando egli è»; nella tragedia si
vede costretto, se vuol cancellare un incomodo «dunque», ad accettar il
soccorso che gli offre proprio quel pronome. Dove prima faceva dire dal
Conte (214):
E che! Sì nuova
Dunque mi giunge una vittoria? E parvi
Che questa gioja mi confonda il core....?,
dopo, ha modificato:
E che! Sì nova
Mi giunge una vittoria? E vi par egli
Che questa gioia mi confonda il core....?[144]
Anche quanto agli arcaismi il poeta si sente le mani legate. A volte, la
correzione è agevole; come quando muta «e tostamente un guardo» in «e
subito uno sguardo» (184), ovvero quando trasforma le frasi, che per di
più si seguivano a breve distanza (91): «E guata al lume della luna»,
«Perchè così mi guati Attonito?...», nelle altre: «E osserva al lume
della luna», «Perchè così mi guardi Attonito?...». Ma nel primo Coro
dell’_Adelchi_ (75) gli era convenuto meglio non toccare il verso:
I figli pensosi pensose guatar.
Come pure non toccò «le gioie dei prandi festosi», contento ad accorciar
gl’_j_ di «gioje» e di «prandj»; «t’aiti Quel tuo figliuol» (41), «nosco
trarrem Gerberga» (72), «se quandunque mentirò» (90), «le grazie a lui
rendute» (49), «ricòrdivi di me» (260), «del solio indegna» (65; mentre
altrove: «Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?», p. 21, e «Quei che
il crollante Soglio reggere han fermo», p. 96); e tante altre forme e
frasi di uso o di sapore più o men vieto,[145] fino a quell’ammuffito
e curioso «E comple?» (69), che un critico maligno ebbe subito a
rimproverargli, senza che un giudice ben altrimenti equo e gentile, «per
ammenda tarda, ma dolce ancor», ne lo redarguisse.[146]
Rari sono i ritocchi un po’ più essenziali. Dal diacono Martino,
nell’_Adelchi_ (II, 3; p. 45), aveva fatto narrare, equivocando sulla
topografia:
L’orme ripresi
Poco innanzi calcate: indi alla destra
Piegai verso aquilone....
Il marchese Cesare d’Azeglio lo avvertì dello svarione, ed egli corresse:
«alla manca piegai». L’equivoco, dichiarò nella famosa lettera del 22
settembre 1823, «è nato dall’aver io... dimenticato affatto che in quel
momento io rappresentava il viaggiatore tornato indietro dalle Chiuse
verso l’Italia. Non badai a quella sua situazione accidentale, e lo
immaginai rivolto con la persona verso il campo di Carlomagno, dove, per
dir così, guardavano i suoi disegni».
Qualche verso aggiunse, per giovare alla chiarezza o all’armonia (cfr.
p. 52, 103, 251); qualche altro cancellò, che reputò forse ozioso (cfr.
p. 65); ne modificò felicemente altri (cfr. p. 96, 111). Notevole, per
chi ricordi quale largo uso della parola _orma_, rimastagli forse nelle
orecchie dalle letture del Parini e del Monti, il Manzoni abbia fatto, la
correzione della strana frase cadutagli dalla penna (91): «se un’orma,
se un respiro intendi», che richiama il melodrammatico «sento l’orma
dei passi spietati». Sostituì garbatamente: «se un passo, se un respiro
ascolti».
A ciascun componimento, o gruppo di componimenti, ho premesso una
noticina bibliografica; la quale, davanti alla _Lettre à m. C***_, ha
assunte le proporzioni d’una vera e propria prefazione. Ed ivi, come nel
discorso che precede, mi son largamente giovato delle interessantissime
lettere scritte dal Manzoni al Fauriel, e pubblicate dal De Gubernatis.
Non so se le mende innumerevoli del testo francese siano da attribuire a
chi ebbe a ricopiarle o alla tipografia fiorentina; ma a buon conto mi
son creduto lecito, e vorrei quasi dire in dovere, di ripubblicarne i
brani, che mi veniva fatto di riferire, secondo la corretta ortografia
della mirabile _Lettera_ (mirabile anche per la squisita forma francese)
_Sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia_.
_Torriggia, 24 settembre 1906_
MICHELE SCHERILLO.
[137] Nella lettera al Fauriel del 12 settembre 1822, il Manzoni ancora
discorreva di modificazioni apportate all’_Adelchi_, in corso di stampa.
«J’ai fait une addition», scriveva, «de quelques vers à la dernière scène
de l’acte 2ᵉ, sur l’avis de Visconti, qui a observé que ce qui a dû se
passer dans l’intervallo du 2ᵉ au 3ᵉ acte n’est pas assez clairement,
ou au moins pas assez tôt, expliqué, au commencement de celui-ci. Il a
prétendu, je crois avec raison, qu’en annonçant d’avance cet effet d’une
marche qui a l’air d’une retraite, on préparerait mieux le lecteur à le
comprendre sans fatigue dès l’ouverture, du 3ᵐᵉ acte». E mandò il brano
da «Intento, Dalle vedette sue....» fino a «Risvegliator non aspettato»
(p. 52). Soggiungeva: «Enfin, dans la scène 7ᵉ du 3ᵉ acte, cette
description du petit combat d’Anfrido m’a paru par trop embrouillée, et
j’ai tâché de la rendre un peu plus claire en changeant depuis _Confusi_
vers 3ᵐᵉ jusqu’à _Arrenditi_, ainsi que vous trouverez ci-contre». E
trascrisse l’altro brano (p. 66), da «Gran parte Gettan d’arme....» fino
ad «Arrenditi, Gli gridiamo....».
[138] Quegli abbozzi, quali il Bonghi li pubblicò, formicolano, è
vero, di errori e di sviste d’ogni genere; ma non sarebbe stato arduo
coreggerli o scansarli. Comunque, la colpa del Bonghi sta principalmente
nell’essersi egli troppo fidato nelle copie e nelle collazioni, eseguite
da chi non aveva nè l’occhio nè la mano nè la preparazione per lavori
di tal genere. Come spiegare altrimenti (basta un esempio per tutti!)
ch’ei stampi, nel primo getto della _Pentecoste_, «Oh scendi, autor di
Vergini.....», senza accorgersi che ivi debba dire «altor di Vergini»?
(Cfr. pag. 482).
[139] Do anche le varianti della _Prefazione_ e delle _Notizie storiche_
che illustrano _Il Conte di Carmagnola_; non così quelle delle _Notizie
storiche_ premesse all’_Adelchi_, perchè da principio m’era parso che non
ne francasse la spesa.
[140] Preziosa è la dichiarazione che il poeta si vede costretto a fare
in una nota alle _Notizie storiche_ premesse al _Carmagnola_, a proposito
di Nicolò Piccinino. Dice (pag. 177): «Per servire alla dignità del
verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato
con quello di Fortebraccio....». Dunque il verso ha «una dignità» che la
prosa non conosce, e che va rispettata! Nel primo getto il Manzoni non
s’era fatto riguardo d’infilzare in un verso (pag. 287): «Il Pergola, il
Torello, il Piccinino». Che gli abbia poi incusso paura il ricordo dei
«Salamini» dell’_Ajace_ foscoliano?
[141] Il cangiamento precisamente opposto venne _compiendo_ il Parini
nel ritoccare i suoi poemetti: dove prima aveva scritto _tra_, venne
sostituendo _fra_. E s’intende: agl’intenti del poeta popolano rispondeva
meglio render sempre più ricercata e preziosa la forma del _Giorno_; come
ai propositi del poeta di sangue gentile si confaceva lo sfrondare il suo
stile d’ogni futile pompa.
[142] _Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua_; 4ª
ed.. Napoli, Pierro, 1895, pag. 102.
[143] Poco avanti, a pag. 138, non dubitò tuttavia di correggere: «tra
loro tre».
[144] Anche nel Romanzo (cap. II, pag. 26) fa dir da Perpetua: «Oh! vi
par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?». Ma in tutto il libro
non ce n’è che un altro solo di codesti _egli_ pleonastici, nel cap.
XXIII, pag. 327: «E questa consolazione.... vi par egli ch’io dovessi
provarla...?».
[145] Nel Coro dell’atto III dell’_Adelchi_, in luogo di «valli petrose»
(75), il Manzoni aveva, nel primo getto, scritto (144) «valli rigose»,
che vuol dire «valli nel cui fondo scorre un rivo», ovvero «irrigue».
Il Bonghi, non so perchè, v’appose un segno d’interrogazione (?).
[146] Cfr. D’OVIDIO, _Le correzioni_ ecc., p. 210 ss.
LE TRAGEDIE, GL’INNI SACRI E LE ODI
DI
ALESSANDRO MANZONI
AL LETTORE[147]