L’autore non avrebbe certamente pensato da sè a raccogliere in un volume

questi scritti, già quasi tutti da lui pubblicati separatamente, in

diversi tempi. Chè, mentre le prime edizioni giacevano in gran parte, e

alcune da qualche anno, sparse e dimenticate presso i librai, o ammontate

in casa sua, gli sarebbe parso un pensiero troppo strano quello d’offrire

al pubblico tutt’in una volta, tanti lavori che, a uno a uno, il pubblico

non aveva voluti. Ma vedendo che ai _contraffattori_, gente, per dir la

verità, più abile e più fortunata, la cosa era riuscita, ha creduto che

non sarebbe temerità il tentar se potesse riuscire anche a un’edizione

riconosciuta da lui. Non avrebbe però avuto, come loro, il coraggio di

riprodurre questi lavori tal e quali gli erano sfuggiti dalle mani la

prima volta; e ha quindi dovuto ritoccarli, non già con la pretensione

stravagante di metterli in una buona forma; ma per levarne almeno quelle

deformità che, rivedendoli dopo tanto tempo, gli davan più nell’occhio,

e alle quali, insieme, gli pareva di poter con facilità e con certezza

sostituir qualcosa di meno male. Vuol dire che non s’è potuto ritoccar

quasi altro che le prose; giacchè i versi, se è più facile farli male,

è anche più difficile raccomodarli. Ha poi ridotti i lavori suddetti a

quelli che avrebbe voluti ristampare, come meno indegni di morire a

poco a poco, se il pensiero di ristamparli fosse potuto nascere a lui.

Dimanierachè questa raccolta, col romanzo intitolato _I Promessi Sposi_,

dell’edizione riveduta da lui, e con l’opuscolo aggiuntovi (_Storia della

Colonna Infame_), comprende tutti gli scritti che riconosce per suoi, e

nella forma che li riconosce. Finalmente ha creduto di poter profittare

di questa occasione per arrischiare qualche scritto inedito, che, uscendo

solo, avrebbe, di certo, avuta la sorte degli altri, cioè di morir

nascendo; e, questa volta, senza la probabilità d’esser resuscitato da’

_contraffattori_; perchè l’autore, dovesse anche passar per ingrato e per

malavveduto, intende di valersi oramai dell’aiuto delle leggi e delle

convenzioni, per preservarsi dal loro.

Milano, maggio 1845.

[147] Prefazione al volume: «_Opere varie_ | di | ALESSANDRO MANZONI. ||

Edizione riveduta dall’autore. || Milano | Dalla tipografia di Giuseppe

Redaelli. | 1845.».

ADELCHI

TRAGEDIA.

NOTA.—La prima edizione è del 1822, Milano, per Vincenzo Ferrario.

Ristampata varie volte da altri, in Italia e all’estero (è quasi doveroso

segnalare l’accuratissima edizione: _Opere poetiche | di | ALESSANDRO

MANZONI | con | prefazione | di | GOETHE._ || Jena | per Federico Frommann

| 1827.), il Manzoni la ristampò per suo conto, con qualche ritocco, nel

1845, nel volume delle _Opere varie_; e da ultimo, nel 1870. Seguiamo

queste due ristampe autentiche, segnando a pie’ di pagina le varianti

della prima edizione. I ritocchi, anche minimi, d’un così diligente e

minuzioso stilista, non ci paiono privi d’interesse. Tuttavia, questa è

la prima volta, crediamo, ch’essi siano tutti rilevati e inventariati.

Ricordiamo però che delle incoerenze fra la posteriore teoria sulla

lingua professata e propugnata dal Manzoni, e la lingua da lui adoperata

nei componimenti poetici, ebbe già a discorrere, succintamente ma con

l’usato acume e la singolare dottrina, il D’OVIDIO (_Le correzioni ai

Promessi Sposi e la questione della lingua_; 4ª ediz.; Napoli, Pierro,

1895; pag. 208-10)

SCHERILLO.

ALLA DILETTA E VENERATA SUA MOGLIE ENRICHETTA LUIGIA BLONDEL LA QUALE

INSIEME CON LE AFFEZIONI CONIUGALI E CON LA SAPIENZA MATERNA POTÈ SERBARE

UN ANIMO VERGINALE CONSACRA QUESTO ADELCHI L’AUTORE DOLENTE DI NON

POTERE A PIÙ SPLENDIDO E A PIÙ DUREVOLE MONUMENTO RACCOMANDARE IL CARO

NOME E LA MEMORIA DI TANTE VIRTÙ.

NOTIZIE STORICHE

FATTI ANTERIORI ALL’AZIONE COMPRESA NELLA TRAGEDIA.

Nell’anno 568, la nazione longobarda, guidata dal suo re Alboino, uscì

dalla Pannonia, che abbandonò agli Avari; e ingrossata di ventimila

Sassoni e d’uomini d’altre nazioni nordiche, scese in Italia, la

quale allora era soggetta agl’imperatori greci; ne occupò una parte,

e le diede il suo nome, fondandovi il regno, di cui Pavia fu poi la

residenza reale.(1) Con l’andar del tempo, i Longobardi dilatarono

in più riprese i loro possessi in Italia, o estendendo i confini del

regno, o fondando ducati, più o meno dipendenti dal re. Alla metà

dell’ottavo secolo, il continente italico era occupato da loro, meno

alcuni stabilimenti veneziani in terra ferma, l’esarcato di Ravenna

tenuto ancora dall’Impero, come pure alcune città marittime della Magna

Grecia. Roma col suo ducato apparteneva pure in titolo agli imperatori;

ma la loro autorità vi si andava restringendo e indebolendo di giorno

in giorno, e vi cresceva quella de’ pontefici.(2) I Longobardi fecero,

in diversi tempi, delle scorrerie su queste terre; e tentarono anche

d’impossessarsene stabilmente.

754.—Astolfo, re de’ Longobardi, ne invade alcune, e minaccia il

rimanente. Il papa Stefano II si porta a Parigi, e chiede soccorso a

Pipino, che unge in re de’ Franchi. Pipino scende in Italia; caccia

Astolfo in Pavia, dove lo assedia, e, per intercessione del papa,

gli accorda un trattato, in cui Astolfo giura di sgomberare le città

occupate.

755.—Ripartiti i Franchi, Astolfo non mantiene il patto, anzi assedia

Roma, e ne devasta i contorni. Stefano ricorre di nuovo a Pipino:

questo scende di nuovo: Astolfo corre in fretta alle Chiuse dell’Alpi:

Pipino le supera, e spinge Astolfo in Pavia. Vicino a questa città, si

presentarono a Pipino due messi di Costantino Copronimo imperatore, a

pregarlo, con promesse di gran doni, che rimettesse all’Impero le città

dell’esarcato, che aveva riprese ai Longobardi. Ma Pipino rispose che

non aveva combattuto per servire nè per piacere agli uomini, ma per

divozione a san Pietro, e per la remissione de’ suoi peccati; e che, per

tutto l’oro del mondo, non vorrebbe ritogliere a san Pietro ciò che una

volta gli aveva dato.(3) Così fu troncata brevemente nel fatto quella

curiosa questione, sul diritto della quale s’è disputato fino ai nostri

giorni inclusivamente: tanto l’ingegno umano si ferma con piacere in una

questione mal posta. Astolfo, stretto in Pavia, venne di nuovo a patti,

e rinnovò le vecchie promesse. Pipino se ne tornò in Francia, e mandò al

papa la donazione in iscritto.

756.—Muore Astolfo: Desiderio, nobile di Broscia,(4) duca longobardo,

aspira al regno; raduna i Longobardi della Toscana, dove si trovava,

speditovi da Astolfo,(5) e viene da essi eletto re. Ratchis, quel

fratello d’Astolfo, ch’era stato re prima di lui, e s’era fatto monaco,

ambisce di nuovo il regno; esce dal chiostro, fa raccolta d’uomini,

e va contro Desiderio. Questo ricorre al papa; il quale, fattogli

promettere che consegnerebbe le città già occupate da Astolfo, e non

ancora rilasciate,(6) consente a favorirlo, e consiglia a Ratchis di

ritornarsene a Montecassino. Ratchis ubbidisce; e Desiderio rimane re de’

Longobardi.

Non si sa precisamente in qual anno, ma certo in uno de’ primi del suo

regno, Desiderio fondò, insieme con Ansa sua moglie, il monastero di san

Salvatore, che fu poi detto di santa Giulia, in Brescia: Ansberga, o

Anselperga, figlia di Desiderio, ne fu la prima badessa.(7)

758.—Alboino, duca di Benevento, e Liutprando, duca di Spoleto, si

ribellano a Desiderio, mettendosi sotto la protezione di Pipino.

Desiderio gli attacca, gli sconfigge, fa prigioniero Alboino, e mette

in fuga Liutprando.(8) In quest’anno, o nel seguente, fu associato al

regno il figliuolo di Desiderio, nelle lettere de’ papi e nelle cronache

chiamato Adelgiso, Atalgiso, o anche Algiso, ma negli atti pubblici,

_Adelchis_.

Nell’anno 768 morì Pipino: il regno de’ Franchi fu diviso tra Carlo e

Carlomanno suoi figli. Le lettere a Pipino, di Paolo I e di Stefano III,

successori di Stefano II, sono piene di lamenti e di richiami contro

Desiderio, il quale non restituiva le città promesse, anzi faceva nuove

occupazioni.

770.—Bertrada, vedova di Pipino, desiderosa di stringer legami d’amicizia

tra la sua casa e quella di Desiderio, viene in Italia, e propone due

matrimoni: di Desiderata o Ermengarda,(9) figlia di Desiderio, con uno

de’ suoi figli, e di Gisla sua figlia con Adelchi. Stefano III scrive

ai re Franchi la celebre lettera, con la quale cerca di dissuaderli dal

contrarre un tal parentado.(10) Ciononostante, Bertrada condusse seco in

Francia Ermengarda; e Carlo, che fu poi detto il magno, la sposò.(11) Il

matrimonio di Gisla con Adelchi non fu concluso.

771.—Carlo, non si sa bene per qual cagione, ripudia Ermengarda, e sposa

Ildegarde, di nazione Sveva.(12) La madre di Carlo, Bertrada, biasimò il

divorzio; e questo fu cagione del solo dissapore che sia mai nato tra

loro.(13) Muore Carlomanno: Carlo accorre a Carbonac nella Selva Ardenna,

al confine de’ due regni: ottiene i voti degli elettori: è nominato re

in luogo del fratello; e riunisce così gli stati divisi alla morte di

Pipino. Gerberga, vedova di Carlomanno, fugge co’ suoi due figli, e con

alcuni baroni, e si ricovera presso Desiderio. Carlo ne fu punto sul

vivo.(14)

772.—A Stefano III succede Adriano. Desiderio gli spedisce un’ambasciata

per chiedergli la sua amicizia: il nuovo papa risponde che desidera

di stare in pace con quel re, come con tutti i cristiani; ma che non

vede come possa fidarsi d’un uomo il quale non ha mai voluto adempir

la promessa, fatta con giuramento, di rendere alla Chiesa ciò che le

appartiene. Desiderio invade altre terre della Donazione.(15)

FATTI COMPRESI NELL’AZIONE DELLA TRAGEDIA.

772-774.—Mentre Carlo combatteva contro i Sassoni, ai quali prese

Eresburgo (secondo alcuni,(16) Stadtberg nella Vestfalia), Desiderio, per

vendicarsi di lui, e inimicarlo a un tempo col papa, pensò d’indur questo

a incoronar re de’ Franchi i due figli di Gerberga; e gli propose, con

grande istanza, un abboccamento. Per un re barbaro e di tempi barbari,

il ritrovato non era senza merito. Ma Adriano si mostrò, come doveva,

alienissimo dal secondare un tal disegno; del resto, disse d’esser pronto

ad abboccarsi col re, dove a questo fosse piaciuto, quando però fossero

state restituite alla Chiesa le terre occupate.(17) Desiderio ne invase

delle altre, e le mise a ferro e a fuoco.(18) In tali angustie, e dopo

avere invano spedita un’ambasciata, a supplicarlo e ad ammonirlo, Adriano

mandò un legato a chieder soccorso a Carlo.(19) Poco dopo, arrivarono a

Roma tre inviati di questo, Albino suo confidente,(20) Giorgio vescovo,

e Wulfardo abate, per accertarsi se le città della Chiesa erano state

sgomberate, come Desiderio voleva far credere in Francia. Il papa,

quando partirono, mandò in loro compagnia una nuova ambasciata, per fare

un ultimo tentativo con Desiderio; il quale, non potendo più ingannar

nessuno, disse che non voleva render nulla.(21) Con questa risposta i

Franchi se ne tornarono a Carlo, il quale svernava in Thionville, dove

gli si presentò pure Pietro, il legato di Adriano.(22)

Circa quel tempo, dovette il re de’ Franchi ricevere una men nobile

ambasciata, inviatagli segretamente da alcuni tra’ principali longobardi,

per invitarlo a scendere in Italia, e ad impadronirsi del regno,

promettendogli di dargli in mano Desiderio e le sue ricchezze.(23)

Carlo radunò il _campo di maggio_, o, come lo chiamano alcuni annalisti,

il _sinodo_, in Ginevra; e la guerra vi fu decisa.(24) S’avviò quindi

con l’esercito alle Chiuse d’Italia. Erano queste una linea di mura,

di bastite e di torri, verso lo sbocco di Val di Susa, al luogo che

serba ancora il nome di Chiusa. Desiderio le aveva ristaurate e

accresciute;(25) e accorse col suo esercito a difenderle. I Franchi di

Carlo vi trovarono molto maggior resistenza, che quelli di Pipino.(26)

Il monaco della Novalesa, citato or ora, racconta che Adelchi, robusto,

come valoroso, e avvezzo a portare in battaglia una mazza di ferro, gli

appostava dalle Chiuse, e piombando loro addosso all’improvviso, co’

suoi, percoteva a destra e a sinistra, e ne faceva gran macello.(27)

Carlo, disperando di superare le Chiuse, nè sospettando che ci

fosse altra strada per isboccare in Italia, aveva già stabilito di

ritornarsene,(28) quando arrivò al campo de’ Franchi un diacono, chiamato

Martino, spedito da Leone, arcivescovo di Ravenna; e insegnò a Carlo un

passo per scendere in Italia. Questo Martino fu poi uno de’ successori di

Leone su quella sede.(29)

Mandò Carlo per luoghi scoscesi una parte scelta dell’esercito, la

quale riuscì alle spalle de’ Longobardi, e gli assalì: questi, sorpresi

dalla parte dove non avevano pensato a guardarsi, e essendoci tra loro

de’ traditori, si dispersero. Carlo entrò allora col resto de’ suoi

nelle Chiuse abbandonate.(30) Desiderio, con parte di quelli che gli

eran rimasti fedeli, corse a chiudersi in Pavia; Adelchi in Verona,

dove condusse Gerberga co’ figliuoli.(31) Molti degli altri Longobardi

sbandati ritornarono alle loro città: di queste alcune s’arresero

a Carlo, altre si chiusero e si misero in difesa. Tra quest’ultime

fu Brescia, di cui era duca il nipote di Desiderio, Poto, che, con

inflessione leggiera, e conforme alle variazioni usate nello scrivere i

nomi germanici, è in questa tragedia nominato Baudo. Questo, con Answaldo

suo fratello, vescovo della stessa città, si mise alla testa di molti

nobili, e resistette a Ismondo conte, mandato da Carlo a soggiogare

quella città. Più tardi, il popolo, atterrito dalle crudeltà che Ismondo

esercitava contro i resistenti che gli venivano nelle mani, costrinse i

due fratelli ad arrendersi.(32)

Carlo mise l’assedio a Pavia, fece venire al campo la nuova sua moglie,

Ildegarde; e vedendo che quella città non si sarebbe arresa così presto,

andò, con vescovi, conti e soldati, a Roma, per visitare i limini

apostolici e Adriano, dal quale fu accolto come un figlio liberatore.(33)

L’assedio di Pavia durò parte dell’anno 773 e del seguente: non

credo che si possa fissar più precisamente il tempo, senza incontrar

contradizioni tra i cronisti, e questioni inutili al caso nostro, e forse

insolubili. Ritornato Carlo al campo sotto Pavia, i Longobardi, stanchi

dall’assedio, gli apriron le porte.(34) Desiderio, consegnato da’ suoi

_Fedeli_ al nemico,(35) fu condotto prigioniero in Francia, e confinato

nel monastero di Corbie, dove visse santamente il resto de’ suoi

giorni.(36) I Longobardi accorsero da tutte le parti a sottomettersi,(37)

e a riconoscer Carlo per loro re. Non si sa bene quando si presentasse

sotto Verona: al suo avvicinarsi, Gerberga gli andò incontro co’ figli,

e si mise nelle sue mani. Adelchi abbandonò Verona, che s’arrese; e di là

si rifugiò a Costantinopoli, dove, accolto onorevolmente, si fermò: dopo

vari anni, ottenne il comando d’alcune truppe greche, sbarcò con esse in

Italia,(38) diede battaglia ai Franchi, e rimase ucciso.(39)

Nella tragedia, la fine di Adelchi si è trasportata al tempo che uscì

da Verona. Questo anacronismo, e l’altro d’aver supposta Ansa già morta

prima del momento in cui comincia l’azione (mentre in realtà quella

regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì), sono

le due sole alterazioni essenziali fatte agli avvenimenti materiali e

certi della storia. Per ciò che riguarda la parte morale, s’è cercato

d’accomodare i discorsi de’ personaggi all’azioni loro conosciute, e alle

circostanze in cui si sono trovati. Il carattere però d’un personaggio,

quale è presentato in questa tragedia, manca affatto di fondamenti

storici: i disegni d’Adelchi, i suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue

inclinazioni, tutto il carattere in somma è inventato di pianta, e

intruso tra i caratteri storici, con un’infelicità, che dal più dificile

e dal più malevolo lettore non sarà, certo, così vivamente sentita come

lo è dall’autore.

USANZE CARATTERISTICHE, ALLE QUALI SI ALLUDE NELLA TRAGEDIA.

_Atto I, scena II, verso 149._—Il segno dell’elezione de’ re longobardi

era di mettere loro in mano un’asta.(40)

_Scena III, verso 212._—Alle giovani longobarde si tagliavano i capelli,

quando andavano a marito: le nubili sono dette nelle leggi: _figlie in

capelli_.(41) Il Muratori dice, senza però addurne prove, ch’erano anche

chiamate _intonse_; e vuole che di qui sia venuta la voce _tosa_, che

vive ancora in qualche dialetto di Lombardia.(42)

_Scena V, verso 335._—Tutti i Longobardi in caso di portar l’armi, e

che possedevano un cavallo, eran tenuti a marciare: il Giudice poteva

dispensarne un piccolissimo numero.(43)

_Atto III, scena I, verso 78._—Ne’costumi germanici, il dipendere

personalmente da’ principali era, già ai tempi di Tacito, una distinzione

ambita.(44) Questa dipendenza, nel medio evo, comprendeva il servizio

domestico e il militare; ed era un misto di sudditanza onorevole, e di

devozione affettuosa. Quelli che esercitavano questa condizione erano da’

Longobardi chiamati _Gasindi_: ne’ secoli posteriori invalse il titolo

_domicellus_; e di qui il _donzello_, che è rimasto nella parte storica

della lingua. Questa condizione, diversa affatto dalla servile, si trova

ugualmente ne’ secoli eroici; ed è una delle non poche somiglianze che

hanno que’ tempi con quelli che Vico chiamò _della barbarie seconda_.

Patroclo, ancor giovinetto, dopo avere ucciso, in una rissa, il figlio

d’Anfidamante, è mandato da suo padre in rifugio in casa del _cavalier_

Peleo, il quale lo alleva, e lo mette al servizio d’Achille, suo

figlio.(45)

_Scena IV, verso 212._—L’omaggio si prestava dai Franchi in ginocchio, e

mettendo le mani in quelle del nuovo signore.(46)

_Atto IV, scena II, verso 221._—Una delle formalità del giuramento presso

i Longobardi, era di metter le mani su dell’armi, benedette prima da un

sacerdote.(47)

_Coro nell’atto IV, st. 7._—Carlo, come i suoi nazionali, era portato per

la caccia.(48) Un poeta anonimo, suo contemporaneo, imitatore studioso di

Virgilio, come si poteva esserlo nel secolo IX, descrive lungamente una

caccia di Carlo, e le donne della famiglia reale, che la stanno guardando

da un’altura.(49)

_Coro suddetto, st. 10._—Si dilettava anche molto dei bagni d’acque

termali; e perciò fece fabbricare il palazzo d’Aquisgrana.(50)

* * * * *

Il vocabolo _Fedele_, che torna spesso in questa tragedia, c’è sempre

adoprato nel senso che aveva ne’ secoli barbari, cioè come un titolo di

vassallaggio. Non trovando altro vocabolo da sostituire, e per evitar

l’equivoco che farebbe col senso attuale, non s’è potuto far altro

che distinguerlo con l’iniziale grande. _Drudo_, che aveva la stessa

significazione, ed è d’evidente origine germanica,(51) riuscirebbe più

strano, essendo serbato a un senso ancor più esclusivo. Nella lingua

francese, il _fidelis_ barbarico s’è trasformato in _féal_, e c’è

rimasto; e le cagioni della differente fortuna di questo vocabolo nelle

due lingue, si trovano nella storia de’ due popoli. Ma c’è pur troppo,

tra quelle così differenti vicende, una trista somiglianza: i Francesi

hanno conservata nel loro idioma questa parola a forza di lacrime e di

sangue; e a forza di lacrime e di sangue, è stata cancellata dal nostro.

NOTE DEL MANZONI ALLE NOTIZIE STORICHE

(1) PAUL DIAC., _De gestis Langob._, lib. 2.

(2) Una descrizione più circostanziata delle divisioni dell’Italia in quel

tempo ci condurrebbe a questioni intricate e inopportune. V. MURAT.,

_Antich. Ital._, dissert. seconda.

(3) _Affirmans etiam sub juramento, quod per nullius hominis favorem

sese certamini sæpius dedisset, nisi pro amore Beati Petri, et venia

delictorum; asserens et hoc, quod nulla eum thesauri copia suadere

raleret, ut quod semel Beato Petro obtulit, auferret._ ANASTAS.

Biblioth.; _Rer. It._, t. III, p. 171.

(4) _Cujus (~Brixiæ~) ipse Desiderius nobilis erat._ RIDOLF. Notar.,

_Hist._ ap. BIEMMI, _Ist. di Brescia_ (Del secolo XI).—SICARDI Episc.;

_Rer. It._, t. VII, p. 577, e altri.

(5) ANAST., 172.

(6) _Sub jurejurando pollicitus est restituendum Beato Petro civitates

reliquas, Faventiam, Imolam, Ferrariam, cum eorum finibus, etc._ STEPH.,

_Ep. ad Pipin._; Cod. Car. 8.

(7) _Anselperga sacrata Deo Abbatissa Monasterii Domini Salvatoris, quod

fundatum est in civitate Brixia, quam Dominus Desiderius excellentissimus

rex, et Ansam precellentissimam reginam, genitores ejus, ab fundamentis

edificaverunt...._ Dipl. an. 761; apud MURAT., _Antiquit. Italic._,

dissert. 66, t. V, p. 499.

(8) PAUL., _Ep. ad Pip._; Cod. Car. 15.

(9) Le cronache di que’ tempi variano perfino ne’ nomi, quando però li

danno.

(10) Cod. Carol., Epist. 45.

(11) _Berta duxit filiam Desiderii regis Langobardorum in Franciam._

Annal. Nazar. ad h. an.; _Rer. Fr._, t, V, p. 11.

(12) _Cum, matris hortatu, filiam Desiderii regis Langobardorum duxisset

uxorem, incertum qua de causa, post annum repudiavit, et Hildegardem

de gente Suavorum præcipuæ nobilitatis feminam in matrimonium

accepit._—_Karol, M, Vita per EGINHARDUM_, 18. (Scrittore contemporaneo).

(13) _Ita ut nulla invicem sit exorta discordia, præter in divortio filiæ

Regis Desiderii, quam, illa suadente, acceperat._ EGINH., in _Vita Kar._,

ibid.

(14) _Rex autem hanc eorum profectionem, quasi supervacuam, impatienter

tulit._ EGINH., _Annal._ ad h. annum.

(15) ANAST., 180.

(16) HEGEVISCH, _Hist. de Charlem._, trad. de l’allem., p. 116.

(17) ANAST., 181.

(18) Id., 182.

(19) Id., 183.

(20) _Albinus deliciosus ipsius regis._ ANAST., 184. V. MUR., _Ant. It._,

diss. 4.

(21) _Asserens se minime quidquam redditurum._ ANAST., ibid.

(22) _Annal. Tiliani_, _Loiseliani_, _Cronac. Moissiacense_, ed altri,

nel t. V _Rer. Franc._ In generale, gli annalisti di que’ secoli che noi

chiamiamo barbari, sanno, nelle cose di poca importanza, copiarsi l’uno

con l’altro, al pari di qualunque letterato moderno: s’accordano poi a

maraviglia nel passar sotto silenzio ciò che più si vorrebbe sapere.

(23) _Sed dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam

ex proceribus Langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi,

quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum Italiæ sub sua ditione

obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus

traderent vinctum, et opes multas, etc.... Quod ille prædictus rex

Carolus cognoscens, cum.....ingenti multitudine Italiam properavit._

ANONIM. SALERNIT., _Chron._, c. 9; _R. It._, t. II, part. II, p.

180.—Scrisse nel secolo X.

(24) V. gli annalisti citati sopra, e EGINH., _Annal._ ad an. 773.

(25) ANAST., p. 184.—_Chron. Novaliciense_, 1. 3, c. 9; _R. It._, t. II,

part. II, p. 717.—Il monaco, anonimo autore di questa cronaca, visse,

secondo le congetture del Muratori, verso la metà del secolo XI.

(26) _Firmis qui (~Desiderius~) fabricis præcludens limina regni, Arcebat

Francos aditu._—Ex FRODOARDO, _de Pontif. Rom._; _R. Fr._, t. V, p. 463.

Frodoardo, canonico di Rheims, visse nel X secolo.

(27) _Erat enim Desiderio filius nomine Algisus, a juventute sua fortis

viribus. Hic baculum ferreum equitando solitus erat ferre tempore

hostili.... Cum autem hic juvenis dies et noctes observaret, et Francos

quiescere cerneret, subito super ipsos irruens, percutiebat cum suis a

dextris et a sinistris, et maxima cæde eos prosternebat._ Chron. Nov., 1.

3, c. 10.

(28) _.....Claustrisque repulsi, In sua præcipitem meditantur regna

regressum. Una moram reditus tantum nox forte ferebat._ FRODOARD., ib.

_Dum vellent Franci alio die ad propria reverti._ ANAST., p. 184.

(29) _Hic (~Leo~) primus Francis Italiæ iter ostendit per Martinum

diaconum suum, qui post eum quartus Ecclesiæ regimen tenuit, et ab eo

Karolus rex invitatus Italiam venit._ AGNEL., _Raven. Pontif._; _R. It._,

t. II, p. 177.— Scrisse Agnello nella prima metà del secolo IX, e conobbe

Martino, di cui descrive l’alta statura e le forme atletiche. _Ibid._, p.

182.

(30) _Misit autem (~Karolus~) per difficilem ascensum montis legionem

ex probatissimis pugnatoribus, qui, transcenso monte, Langobardos cum

Desiderio rege eorum... in fugam converterunt. Karolus vero rex, cum

exercitu suo, per apertas Clusas intravit._ Chron. Moissiac.; _Rer. Fr._,

t. V, p. 69.—Questa cronaca d’incerto autore termina all’anno 818.

(31) ANAST., 184.

(32) RIDOLFI Notarii _Histor._, apud BIEMMI, _Istoria di Brescia_, t. II,

(Del secolo XI).

(33) ANAST., 185 e seg.

(34) _Langobardi obsidione pertæsi civitate cum Desiderio rege egrediuntur

ad regem._ Annal. Lambech; _R. Fr._, V, 64.

(35) _Desiderius a suis quippe, ut diximus, Fidelibus callide est ei

traditus._ Anon. Salern., 179.

(36) _Rer. Fr._, t, V, p. 385.

(37) _Ibique venientes undique Langobardi de singulis civitatibus Italiæ,

subdiderunt se dominio et regimini gloriosi regis Karoli._ Chron.

Moissiac.; _Rer. Fr._, V. 70.

(38) HADRIANI _Epist. ad Karolum._, Cod. Carol., 90 e 88.

(39) Ex SIGIBERTI _Chron._; _Rer. Fr._, V, 377.

(40) _Cui (~Hildeprando~) dum contum, uti moris est, traderent._ PAUL.

DIAC., 1. 6, c. 55.

(41) _Si quis Langobardus, se vivente, suas filias nuptui tradiderit, et

alias filias in capillo in casa reliquerit...._ LIUTPRANDI _Leg._, l. 1,

2.

(42) V. la nota al passo citato, _Rer. It._, t. I, part. II. p. 51.

(43) _De omnibus Judicibus, quomodo in exercitu ambulandi causa necessitas

fuerit, non mittant alios homines, nisi tantummodo qui unum caballum

habeant, idest homines quinque, etc._ LIUTPR. _Leg._, 1. 6, 29.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 14 / 45 段