Alla vecchia massima del Voltaire, che tutti i generi son buoni tranne

il noioso, il Manzoni contrappose l’altra, che un genere soltanto

non può avere speranza d’un duraturo successo, ed è il falso. Ei

proclamò «non solo sensata ma profonda quella sentenza, che _il vero

solo è bello_»[129]. Ed era dunque naturale ch’ei si rivolgesse, per

ispirazioni, alla storia. Egli considerò che l’essenza della vera

poesia non consiste punto nella materiale invenzione dei fatti o delle

circostanze che li determinano. I grandi monumenti della poesia hanno

tutti per base avvenimenti forniti dalla storia, o, che vale lo stesso,

da ciò che un tempo è stato considerato come storia. E solo ad azioni che

sono o son credute storiche, gli uomini prestano attenzione: il bambino

non si commuoverà più alle fiabe, se dubiterà che quei fatti non siano

accaduti.

Sennonché accordare la poesia con la storia è un arduo cimento; chè

questa ha pretese che la leggenda non conosce. La leggenda è quasi

un’amabile fanciulla, docile e riconoscente al poeta che la raccoglie

e l’adorna, potenzialmente dotata d’ogni pregio, la quale un marito

contadino può rendere una contadina eccellente e un marito gentiluomo una

gentildonna modello; e per contrario la storia è la superba ereditiera,

austera, sdegnosa, intrattabile, specialmente con chi più le si dimostra

affezionato e devoto. Masuccio Salernitano e Luigi da Porto caveranno

dalla leggenda di Romeo e Giulietta due ingenue e pur commoventi

novellette; e quella stessa leggenda sarà capace di diventare il dramma

di Guglielmo Shakespeare. Guai però a trattare come leggenda la storia o

a lasciarsene sopraffare! Ei si risica o di cadere nel falso, o in quelle

insopportabili tiritere alla maniera del Trissino e del Gravina.

L’Alfieri non s’era piegato ai capricci dell’ereditiera. Non le avea

richiesto se non i nomi dei personaggi e il piccolo intreccio d’un’azione

già precipitante alla catastrofe; il resto aveva cavato dal proprio cuore

e dal proprio cervello. Non colorito locale, non accessorii storici o

domestici; del carattere dei personaggi non colto che un lato solo, e

senza gradazioni e varietà; e i personaggi stessi foggiati tutti a un

modo, e isolati, come direbbe il De Sanctis, dal loro mondo: al poeta

quel tanto di storia non serviva che di pretesto per metter sulla scena

un’altra delle memorande passioni umane portata al parossismo. Ma tutto

ciò tornava a discàpito dell’opera d’arte; poiché l’azione tragica, così

distaccata e allontanata dalla storica, finiva col rendere la tragedia

meno poetica della storia. Per volere più violentemente e direttamente

colpire il cuore degli spettatori, il poeta negava a sè stesso il modo

di spiegare sulla scena quella trama di fatti umani sulla quale il

carattere dei personaggi può disegnarsi, di sviluppare le gradazioni e le

varietà infinite delle passioni, e le loro anomalie e le loro singolari

combinazioni, che costituiscono appunto le varietà e le singolarità

dei caratteri; e si vedeva costretto a ricorrere a convenzionali

esagerazioni, e creava caratteri spesso uniformi.

Il gentiluomo lombardo volle esser gentiluomo anche con la storia; e

vagheggiò un dramma in cui questa e il proprio genio potessero viver

d’accordo, senza troppi sacrifizi dall’una parte o dall’altra. L’azione

drammatica deve consistere in una serie di avvenimenti che nascono

successivamente, nello stesso o in luoghi diversi, gli uni dagli altri;

e al poeta non può esser permesso di alterarne l’ordine con arbitrarie

anticipazioni o raggruppamenti. Il poeta non ha facoltà d’inventare i

fatti o le circostanze di essi; ma di scegliere nella storia quel gruppo

di avvenimenti che gli paiono tenuti insieme da ragioni intrinseche e

facilmente percepibili, che si compiono in un ragionevole periodo di

tempo, e tra cui uno assorge quasi meta indicata o intravista di lontano.

Questa, che i tragediografi classicheggianti scambiaron per tutta

l’azione, non è se non la catastrofe. E i personaggi devono comparire

o sparire secondo che lo svolgimento dei fatti richieda, non già, come

il capriccio dei critici pretendeva, tutti mostrarsi al primo atto, e

accompagnar l’azione fino al quinto. Tuttavia, non è da pensare che il

còmpito del poeta sia suppergiù quello dello storico; poichè se questi

non tien conto se non di ciò solo che gli uomini hanno operato, il poeta

deve scendere nell’animo loro e indovinare quel che han pensato: i

sentimenti che accompagnarono le loro decisioni e i loro disegni, le loro

cadute e i loro trionfi; i discorsi con cui fecero o tentarono di far

prevalere le loro passioni o i loro voleri, espressero la loro collera e

la loro tristezza, manifestarono insomma il proprio carattere. La vera

creazione del poeta drammatico consiste appunto in codesto scovare e

rinvenire in una serie di fatti storici quel che ne costituisce un’azione

tragica, nel cogliere i caratteri dei personaggi, nel dare a quest’azione

e a questi caratteri uno sviluppo armonico, nel completare la storia

restituendole la parte perduta[130].

Attuazione di siffatti nuovi ideali artistici era appunto il _Conte di

Carmagnola_[131].

Al tentativo fecero subito il viso dell’armi e chi della tragedia

s’era formato un certo tipo convenzionale a cui questa del Manzoni non

somigliava, e chi dal poeta dell’_Urania_ s’aspettava qualcosa di più

vicino all’_Aristodemo_. Ma lo accolsero come un ardimento felice coloro,

che, sgombra delle viete ubbie la mente, seppero scorgervi e una vena

potente di poesia e una preoccupazione critica ch’era promessa sicura

di avvenire più sereno. Furon dei primi lo Chauvet e il Foscolo; dei

secondi, il Pellico,[132] il Fauriel, il Mazzini e il Goethe.

Ho detto tentativo, e non vorrei sembrasse irriverente o avventata questa

parola. Benchè del capolavoro abbia molti numeri, quel primo dramma

non riuscì un capolavoro.[133] Nocque al poeta, com’ebbe già a notare

lo Zumbini, «quella eccessiva consapevolezza di fini e di mezzi» onde

condusse l’opera sua, «consapevolezza che talvolta costrinse l’arte a

ubbidire con proprio danno a certi nuovi criteri non abbastanza sicuri

e provati»; e gli nocque, mi si consenta soggiungere, quella naturale

titubanza ad allontanarsi troppo dal tipo tragico che s’era venuto

costituendo in Francia e in Italia. Scosso vigorosamente il pregiudizio

delle due unità che, rimesso a nuovo dal Voltaire, era divenuto come

l’ultima cittadella dei difensori del teatro classico; rinnovata la

maniera di sceneggiare la storia e d’introdurre il Coro; rammorbidito il

verso tragico: si capisce come al Manzoni venisse poi meno il coraggio

di romperla con ogni tradizione drammatica delle nazioni latine. Così,

la sua tragedia serba ancora un certo fare compassato e dignitoso, che a

volte produce una non so quale monotonia; è intessuta di lunghi monologhi

e di non meno lunghi discorsi, e manca, soprattutto in principio, di

quella vivacità e di quel movimento che conquista e trascina subito

l’attenzione. Si pensi: il primo atto si apre con un’allocuzione del

Doge, di ben quarantatrè endecasillabi, al Senato silenzioso, detta tutta

d’un fiato; nella quale ci si mette al fatto della guerra tra il Duca

di Milano e Firenze, dell’invito di questa a costituire una lega contro

quello, d’un’insidia tramata dal Duca stesso al Carmagnola. Il quale

è chiamato finalmente in Senato per dare il suo avviso.—Siamo, a buon

conto, nè più nè meno che a una di quelle esposizioni contro di cui il

poeta medesimo ebbe a inveire; spesso fredde, inerti, complicate, alle

quali il tragediografo classicheggiante si sentiva costretto in grazia

delle famose unità.—Si ricordino invece le prime scene dell’_Otello_.

L’azione è quasi la stessa: il Moro è chiamato in Senato per aver

affidata l’impresa di Cipro. Ma qui non da lunghi e togati discorsi

lo spettatore apprende i precedenti del dramma; bensì della guerra,

del valore di Otello, del suo amore, delle insidie di Jago, ei sente

discorrere da Jago stesso, da Rodrigo, da Brabanzio, e le ultime notizie

di Cipro le impara da quei messaggi medesimi che pervengono al Senato.

Per tal modo, quando il Moro apparisce sulla scena, vi è atteso come il

prode in cui la Repubblica ripone le sue speranze; e anche noi, come

Desdemona, sentiamo già di amarlo pei suoi corsi perigli, e temiamo per

lui così ingenuo, circondato da tanta perfidia.

Strano davvero che, con un così insigne modello sotto gli occhi, il

Manzoni preferisse ancora quella gelida forma espositiva; ma più strano

ancora ch’ei la preferisse dopo che, nel primo disegno della tragedia,

l’aveva abilmente schivata, premettendo a quella, che ora è la prima

scena, altre due, tra i Senatori che via via giungevan nella sala del

Consiglio. Un senatore Stefano, che poi fu soppresso, diceva al suo

collega Marino come oramai il Doge fosse infatuato per la guerra; come

gli Oratori, mandati dal Duca di Milano per consigliar la pace, non

facessero invece che vieppiù accender gli animi; e soggiungeva (p. 266):

Eppure, io vedo ancora

Che il più sano consiglio avria potuto

Vincere alfine, se non era il Conte

Di Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,

Sul cui labbro sospetta ogni parola

Esser dovea, chè il suo dolor la forma

Non l’util nostro; egli è colui che ha vinti

Col suo dir violento anche i più saggi;

Egli è che a poco men che a tutti infuse

Quella febbre di guerra, ond’egli è invaso

Al par di lui che un dì la mosse in cielo.

Marino, che non voleva «a invitar molte parole», manifestava subito il

suo maltalento contro il Condottiero, rincarando (p. 267):

Quanto ad orgoglio, non gli cede al certo!

Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangue

Profonder la Repubblica, lo Stato

Anco arrischiar, per vendicar gli affronti

D’un Francesco Busson da Carmagnola?

.....D’uno stranier? d’un figlio

Di vil guardiano del più vile armento?

D’uno che tutti quanti siamo (amara

A proferirsi ell’è questa parola;

Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)

Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a molti

Inchinarsi finor, piaggiarne alcuni,

Già celar non potea con che fatica

La sua superbia ai fini suoi piegasse.

.....Oh!... non dispero

Vederti un dì verso la polve inchino,

Ed il sorriso mendicar sui volti

Su cui più imperturbabile e più fosco

Ora ti volgi!

E Stefano ripigliava (p. 268):

.....Al par di voi.

E d’altri pochi, per la pace io sono:

Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amo

Al par di voi; sulla sua fe’ riposo

Al par di voi; ma che possiam noi dire?

È un traditore, e traditor chiarirlo?

Ricantate i sospetti, e cento voci

Vi chiederanno prove. Egli ed il tempo

Ce le daranno, e certe, ove sappiamo

Aspettarle e vegliare.

Non si tenga conto della forma: è il primo getto, e lascia ingenuamente

trasparire le intenzioni, quasi profetiche, del poeta che ha l’occhio

fisso alla sua meta. Si consideri invece con quanta maggior larghezza

fosse da prima iniziata l’azione, e quanto maggiore interesse avvincesse

subito al dramma.

A quei due Senatori viene ad aggiungersene un terzo, Marco; il quale è

tutto sossopra per la notizia recente dell’attentato, osato nei dominii

della Serenissima, alla vita del Carmagnola. Egli narra (p. 270):

MARCO. Esser vi dee di nome

Noto un Giovan Liprando.

STEFANO. Un fuoruscito

Di Milano?

MARCO. Quel desso: e ancor saprete

Quanto colui paresse al Carmagnola

Affettuoso e riverente amico.

Ei, confidente, come i prodi il sono,

Ogni accesso gli dava; e benchè tanto

Maggior di fama e d’animo gli fosse,

Chiamarlo amico ei si degnava; un sacro

Nodo stimando, un insolubil nodo,

La comune sventura ed il comune

Persecutor. Lo sciagurato intanto

Chiede al Duca in segreto il suo perdono:

Il Duca un pegno gli domanda, e quale!

La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,

La pattuisce, e tiene il patto, e tenta

Dare al Conte il veleno. Il Ciel non volle

Che potesse una tal coppia di vili

Dispor così di così nobil vita:

La trama è discoverta, e salvo il Conte.

C’è forse in codesto racconto un po’ di sovrabbondanza, che però alla

recitazione avrebbe giovato anzichè nuocere; ma ad ogni modo, nella forma

definitiva data dal Manzoni alla sua tragedia, esso è ridotto a un troppo

magro cenno, a cui scema ancora rilievo l’esser posto in bocca al Doge,

subito dopo le primissime parole, e solo in forma di argomento (I, 1ª; p.

179).

Un fuoruscito al Conte

Di Carmagnola insidiò la vita;

Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.

Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo

Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istesso

Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora

A chieder pace, a cui più nulla preme

Che la nostra amistà. Tale arra intanto

Ei ci dà della sua......

Né si apprende se quest’accenno scuota punto il Senato, che se ne rimane,

a quanto pare, imperterrito e muto. Mentre invece, nell’abbozzo, il

racconto offriva nuova occasione ai tre Senatori di meglio manifestare

i loro animi, e di rivelarci così le impressioni che sui malevoli e sui

fautori del Conte quel misfatto dovè naturalmente produrre.

E si potrebbe fors’anche sospettare che dal soggetto il Manzoni non

traesse tutto quel partito che avrebbe potuto, se lo avesse affrontato

con baldanza maggiore. Certo, il dramma, in ispecie nel primo atto, ne

apparisce un po’ scarno d’azione; eppure di azione son ricche le notizie

storiche che il poeta medesimo (egli era troppo dotto per accontentarsi

di rimanere nella via regia percorsa dallo Shakespeare; e qui l’esempio

dello Schiller forse prevalse!) si vide costretto a premettergli. Ivi,

per esempio, si narra che gl’invidiosi del Carmagnola calunniosamente

gli alienarono l’animo del Duca; il quale perciò, desiderando di toglier

di mano a lui le armi, lo mandò governatore a Genova, ingiungendogli per

lettera di rinunziare pur alla scorta dei trecento cavalieri condotti

con sè. Il temuto Condottiero gli rispose «pregandolo che non volesse

spogliare dell’armi un uomo nutrito tra l’armi»; e, «non ottenendo

risposta nè alle lagnanze, nè alla domanda espressa d’essere licenziato

dal servizio,... si risolvette di recarsi in persona a parlare col

Principe», che allora dimorava nel castello di Abbiategrasso. La scena

che ne seguì è narrata drammaticamente dal Manzoni storico.

«Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si

sentì con sorpresa dire che aspettasse. Fattosi aununziare al

Duca, ebbe in risposta ch’era impedito, e che parlasse con Riccio

[uno de’ suoi nemici]. Insistette, dicendo d’aver poche cose e da

comunicarsi al Duca stesso: e gli fu replicata la prima risposta.

Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera, gli

rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che

presto si farebbe desiderare da chi non voleva allora ascoltarlo:

diede volta al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva

condotti con sè, inseguito invano da Oldrado [un altro dei suoi

nemici], il quale.... credette meglio di non arrivarlo».[134]

Or di tutto ciò nella tragedia non son rimasti che due fugacissimi cenni,

dei quali non è presumibile che un lettore, nonchè una platea, faccia

caso. Tra altre cose, il Conte, fin dal suo primo apparire, narra al

Senato (I, 2ª; p. 183):

Io fui fedele al Duca

Fin che fui seco, e nol lasciai che quando

Ei mi v’astrinse. Ei mi balzò dal grado

Col mio sangue acquistato: invan tentai

Al mio signor lagnarmi. I miei nemici

Fatto avean siepe intorno al trono: allora

M’accorsi alfin che la mia vita anch’essa

Stava in periglio: a ciò non gli diei tempo....

E più tardi, il Conte stesso, rimasto solo, rimugina (II, 5ª; p. 206):

Il giorno

Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,

Che ogni adito era chiuso, e che deriso,

Solo, io partiva, e non sapea per dove,

Oggi con gioia io lo rammento alfine.

Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,

Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!...

Bei versi senza dubbio, tocchi di pennello maestro, ma il quadro manca.

Eppure la rappresentazione di quegli avvenimenti sarebbe altresì giovata

a metterci meglio in grado di comprenderne i tempi e lo stato d’animo e

il carattere del protagonista; di valutare più pienamente i motivi del

suo disgusto con l’antico signore e l’impossibilità che si raccostasse

a lui; e avremmo potuto veder sulla scena pur quel duca Filippo, che ha

tanta parte nei destini del Condottiero. Oltrechè l’interesse drammatico

sarebbe stato, tra quegli avvenimenti, tenuto molto più desto, che non si

riesca a fare con que’ semplici sommarii.

[129] Del _Romanzo storico_ ecc., pt. I; in _Opere varie_, ediz. 1845,

pag. 483.

[130] Si veda per tutto ciò la _Lettre à m. C***_, pp. 311 ss. di questo

volume.

[131] Il 25 marzo 1816, da Milano, il Manzoni scriveva al Fauriel: «J’ai

presque honte de vous parler de projets littéraires après en avoir tant

conçu et exécuté si peu; mais cette fois j’espère terminer une tragédie

que j’ai commencée avec beaucoup d’ardeur et l’espoir de faire au moins

une chose neuve chez nous. J’ai mon plan, j’ai partagé mon action, j’ai

versifié quelques scènes, et j’ai même préparé dans ma tête une dédicace

à mon meilleur ami; croyez-vous qu’il l’acceptera? Le sujet c’est la mort

de François Carmagnola. Si vous voulez vous rappeler son histoire avec

détail, voyez-la à la fin du huitiême volume des _Républiques Italiennes_

de Sismondi.... Après avoir bien lu Shakespeare, et quelque chose de

ce qu’on a écrit dans ces derniers temps sur le Théâtre, et après y

avoir songé, mes idées se sont bien changées sur certaines réputations»

[Alfieri? Voltaire? Schiller?] «Je n’ose pas en dire davantage, car je

veux tout de bon faire une tragédie: et il n’y a rien de si ridicule que

de médire de ceux qui en ont fait, et qui passent pour des maîtres de

l’art».

[132] Il buon Silvio scriveva al fratello Luigi da Milano, l’8

gennaio 1820: «Ti spedisco.... la bellissima tragedia di Manzoni, il

_Carmagnola_. A me pare una cosa divina. Qui è generalmente lodata,

e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra

trascurato e prosaico. Ma Manzoni non ha preso inavvertentemente quello

stile; egli lo ha scelto come il più proprio a un argomento non antico,

e nel quale il discorso deve scostarsi di poco dal discorso comune di

oggidì. Il vantaggio di siffatto stile, schivo dei modi e dei vocaboli

non simili alla prosa, si è di renderne cara la lettura anche a coloro

che non sono educati al linguaggio poetico. La più parte delle donne, per

esempio, fanno fatica a leggere la poesia italiana (meno il Metastasio);

e perchè? Perchè la poesia italiana ha una lingua ch’esse non hanno.

Datele una lingua già nota, e acquisterà molte lettrici e molto più

lettori». Più tardi poi, il 15 gennaio, riscriveva, con intiepidito

entusiasmo: «Che ti è sembrato del _Carmagnola_? Il Coro è stupendo.

Vorrei piuttosto aver fatto il Coro che la tragedia, quantunque questa

anche abbia molte bellezze. Lo stile di essa è molto criticato». Più

tardi ancora, lodando assai l’articolo che sulla tragedia il fratello

aveva inserito nella _Gazzetta di Genova_, soggiungeva: «Il crocchio

Visconti e Berchet, che è tutto Manzoni, ha fatto girare in ogni casa di

Milano il foglio di Genova.... Il tuo giudizio intimo sul _Carmagnola_,

qual poi me lo esprimi nella tua lettera, s’accorda affatto col mio. Non

è lettura che strascini, perchè gli eroi son lasciati troppo simili al

vero. La poesia è un mondo più bello del reale; bisogna che gli abitanti

di quel mondo sieno a un grado più sù di noi, nell’amore, nell’ira, nelle

virtù politiche ecc. Ma tienti occulto questo mio parere, perchè nulla

mi dorrebbe quanto l’essere creduto da alcuni invidioso del merito del

Manzoni. E questo è il motivo per cui non mi permetto una critica su

quella tragedia».—Colgo l’occasione di rilevare una curiosità. Nel 1818

(se anche questa volta la data del Rinieri non è errata!) pare si sia

sparsa la voce che il Manzoni attendesse a un’_Ifigenia_. Il Pellico ne

scriveva il 1º aprile al fratello: «Cercherò dell’_Ifigenia_ di Manzoni;

non so niente, ma son certo che egli non può aver fatto cosa mediocre».

[133] Conversando col Cousin, nell’aprile del 1825, il Goethe ebbe a

dirgli (la conversazione fu riferita dallo stesso Cousin nel _Globe_, V,

n.º 26): «Io pregio moltissimo il _Carmagnola_, lo pregio moltissimo.

L’_Adelchi_ è più grande per l’argomento, ma il _Carmagnola_ è molto

profondo. (_Adelchi_ est un plus grand sujet, mais _Le Comte de

Carmagnola_ a bien de la profondeur). La parte lirica poi è così bella,

che il critico maligno [della _Quarterly Review_, dicembre 1820] l’ha

lodata e tradotta».—Codesto saccente sgarbato, mentre giudicava il dramma

«mancante di poesia» e consigliava il Manzoni «a gratificare in avvenire

il pubblico con splendide odi, piuttosto che disgustarlo con deboli

tragedie», ne riproduceva, tradotto in inglese, il Coro, reputandolo

«la più nobile lirica che la moderna poesia italiana abbia prodotta».

Trovava anche, bontà sua, «molto affettuosa» la scena del Conte con la

sua famiglia.

[134] _Notizie storiche_, pag. 167 di questo volume.—Non è qui il caso

di discutere se questi fatti siano storicamente certi. Chi voglia, cfr.

BATTISTELLA, _Il Conte di Carmagnola_, p. 72 e 80 ss.

XXV.

Del Manzoni si potrebbe ripetere quel ch’egli stesso ebbe a dire del

Goethe, cioè ch’entrasse «nella strada del dramma storico, segnata dal

genio selvaggio..., come accade ai grandi ingegni, _senza intenzione e

senza paura d’imitare_»[135]. E non è casuale il confronto; giacchè al

grande poeta di Weimar il nostro guardò «com’al maestro fa il discente».

Ebbe comune con lui la tranquilla, spregiudicata, acuta contemplazione

dei fenomeni storici e letterarii, e la cognizione di essi vasta e

profonda; sentì come lui il necessario rinnovamento dell’arte: e se l’uno

lo anticipò con la varia e molteplice opera sua, l’altro lo proseguì con

consapevolezza ed efficacia di mezzi forse maggiore. Non fu proprio un

capriccio della fortuna, come malignamente asserì l’ingelosito ed invido

Foscolo, che il vecchio ed olimpico poeta accogliesse con sì fervido

entusiasmo il tentativo del modesto giovane straniero[136], terminandone

la lunga analisi col dichiarare che «l’impressione sintetica di quel

dramma era un’impressione seria e vera come quella che lasciano sempre

i grandi quadri della natura umana». Nè d’altra parte fu un semplice

complimento quel che il Manzoni gli espresse, trascrivendo, in fronte

all’esemplare dell’_Adelchi_ a lui destinato, le parole di riverente

ammirazione che il poeta medesimo aveva fatte dire da un magnanimo

giovinetto ad Egmont.

La riforma drammatica del Manzoni mette capo direttamente al _Goetz von

Berlichingen_ e all’_Egmont_; anzi a codesti due drammi mette capo tutto

quel nuovo movimento letterario che considerò la storia quale l’unica o

la più cospicua fonte d’ispirazione poetica. Si ricordi che Walter Scott

(«l’Omero del romanzo storico», come lo proclamò l’autore dei _Promessi

Sposi_) fu spinto sulla via, ove incontrò la gloria e la fortuna, dalla

traduzione, ch’ei fece in gioventù, del _Goetz_. E se questo dramma segna

di quel movimento il principio, la fine n’è segnata da un monumento non

meno solenne, _I Promessi Sposi_. I confronti, sempre odiosi, sarebbero

sott’ogni rispetto odiosissimi in questo caso; e la nostra ammirazione

pel sommo musagete della Germania è anche più piena e devota, dacchè egli

non si peritò d’asserire che, nel Romanzo, il Manzoni «si leva tant’alto,

che difficilmente si può trovare autore che gli stia a paro». O non ci fa

ripensare, codesta «cortese opinione» dell’autore del _Wilhelm Meister_,

al caro episodio dantesco del Guinizelli?

«O frate», disse, «questi ch’io ti scerno

Col dito», ed additò uno spirto innanzi,

«Fu miglior fabbro del parlar materno».

Il poeta lombardo fece in letteratura quel che ai nostri tempi è stato

fatto in politica: ruppe l’ormai sterile alleanza con la sorella latina,

e strinse la mano a quella giovane e balda nazione che di là dal Reno

avea levato il vessillo d’un’arte novella. Nobile, commovente e quasi

filiale è il saluto alla Francia in fin della lettera allo Chauvet: a

quella Francia «che non si può vedere senza provare un sentimento che

somiglia all’amor della patria, e non si può lasciare senza che al

ricordo d’avervi dimorato non si mescoli qualcosa di malinconico e di

profondo, che rassomiglia alle impressioni dell’esilio». Ma fu un saluto

di addio!

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 12 / 45 段