S’intende, siffatte osservazioni e obiezioni particolari non menomavano,

nel concetto del Manzoni, il merito singolare dello Chénier; ch’era

d’aver cercato i soggetti delle sue tragedie nella storia nazionale del

suo paese, e d’aver affidata al teatro una missione politica. Risonava

ancora nel mondo latino l’esclamazione sospirosa (unica ciambella gustosa

dell’infornata poetica d’un Clément avversario di Voltaire!):

Qui nous délivrera des Grecs et de Romains?

che pare il grido di sommossa provocatore del romanticismo, a cui un

Berchoux, detto _le gastronomique_, aveva accodato:

Race d’Agamennon, qui ne finis jamais!...

E un Du Belloy, mezzo fallito imitatore del Metastasio, aveva avuto

fortuna con drammi sgangherati, quali _Le siége de Calais_ (1765),

_Gaston et Bayard_ (1771), _Gabrielle de Vergy_ (1777)[118]; ma _Pierre

le Cruel_ aveva finito col togliergli credito, così per l’atrocità

macabra e nauseante dell’azione, come perchè la povera storia vi era

più che mai bistrattata e vilipesa. Tuttavia l’incanto mitologico o

semileggendario era rotto; e il pubblico francese aveva chiaramente

dimostrato la sua propensione per i soggetti nazionali. Giuseppe Chénier

trasse profitto da queste buone disposizioni. I tempi eran mutati, ed ora

era permesso ciò che non sarebbe stato nè a Corneille nè a Voltaire. «Les

malheurs de la France», scrive lo Chénier nel _Discours préliminaire_

al _Charles IX_, del 22 agosto 1788, «occasionnés presque toujours par

la faiblesse des rois, par le dispotisme des ministres et l’esprit

fanatique du clergé, auraient nécessairement rempli de véritables pièces

nationales. Le gouvernement n’était point assez raisonnable pour les

permettre, et les Français n’étaient pas encore capables de les sentir».

E poichè «les hommes supérieurs font marcher l’esprit humain: sans eux,

il resterait immobile»; lo Chénier si propose di fare o di compiere

quanto Corneille e Voltaire avevano lasciato o intentato o a mezzo.

L’attingere alla storia nazionale era, in fondo, un tornare alla grande e

genuina tradizione greca: i modelli rimanevano ancora Eschilo e Sofocle.

«Souvent, en faisant parler les fameux personnages des tems passés, le

poète insérait dans sa pièce des détails relatifs aux tems présens.

L’_Oedipe à Colonne_, entre autres, est plein d’allusions à la guerre du

Péloponèse». Da ciò i versi profetici del _Charles IX_, e, più tardi,

dietro quell’esempio, l’uscita lirica e carbonaresca della _Francesca da

Rimini_.

Da ciò pure, ma non solamente da ciò, l’idea del Manzoni di mettere in

tragedia un episodio della nostra storia, durante il brutto tempo in cui

l’antico valore italico era malamente sprecato in guerre fratricide; e

l’altra, di lumeggiare, nei suoi aspetti più reconditi e commoventi, una

delle più interessanti fra quelle lotte d’invasori donde derivò tanto

danno e tanta vergogna al bel paese. Non era possibile, nè l’avrebbe

voluto il poeta, che la storia contemporanea non facesse capolino di tra

la rappresentazione de’ fatti più antichi. Questi il poeta li sceglieva

lui: e non è un caso se, per esempio, nella discesa di Carlomagno in

Italia, egli riproducesse quella più recente di Napoleone; e nella

morte dell’innocente Carmagnola quella, così drammatica, di Gioacchino

Murat; e le generose idee di questo principe egli prestasse un momento

al suo diletto Adelchi. È vero che, andando avanti nella composizione

dei suoi drammi, il Manzoni cercò di rimanere sempre più fedele al vero

storico, così da immaginare i Cori, soltanto «destinati alla lettura»,

per riserbarsi «un cantuccio» dove «parlare in persona propria». Ma

neanche allora riuscì del tutto a vincere «la tentazione d’introdursi

nell’azione, e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti», a

evitare insomma un «difetto», ch’è «dei più notati negli scrittori

drammatici».[119] Gli è che i suoi drammi erano stati concepiti con un

intendimento alquanto diverso; e questo, nel primo getto, vien fuori con

balda schiettezza.

Adelchi, in quegli abbozzi, è Murat: o meglio, è il principe ideale, che

vagheggia la redenzione e l’unità d’Italia. Egli parla come soltanto

Murat aveva osato, fino allora, parlare. Al fedele Anfrido diceva (III,

I; pag. 132):

A me il comando dell’impresa il padre

Affiderà. Poni che, al novo grido

Del conquiso Adrian, Carlo non torni,

E in altro campo non ci colga. Il poco

Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri

Miseri avanzi del poter Latino

Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio,

Sedendo, orando, colla man comanda

Di ferro ignuda, svaniranno incontro

Tutta Longobardia, guidata, ardente,

Concorde, anche fedele, allor che a certa

E facil preda la conduci. Il voto

Di età tante fia pago, e Italia intera

Nostra sarà. Dì, non è questo il mio

Avvenir più ridente?...........

....Oh mi parea,

Pur mi parea che ad altro io fossi nato,

Che ad esser capo di ladron; che il cielo

Su questa terra altro da me volesse

Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

E già prima (I, 2; pag. 123-25) aveva ammonito il padre (il quale rimane

inesorabilmente sordo: proprio com’era stato Napoleone!) che

steril mai

D’un popolo il desio non è del tutto;

e ventilato il disegno di proclamar liberi i Romani, raggruppando tutta

l’Italia in un unico regno.

Là dove, nella tragedia a stampa, è rimasto sol questo cenno fugace (I,

2; pag. 25):

DESIDERIO ....... Havvi altra via di scampo

Fuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?

ADELCHI Quel che, signor di gente invitta e fida,

In un dì di vittoria, io proporrei:

Sgombriam le terre de’ Romani; amici

Siam d’Adriano: ei lo desia;

era, nell’abbozzo, esposto un magnifico programma di libertà, che

s’appuntava in queste fatidiche parole (p. 123-25):

Togliamo i ceppi

Da quelle mani, e rendiam loro i brandi.

Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa,

Sì, ma d’onor, ma di salute è piena,

E di pietà. _Dell’itala fortuna_

_Le sparse verghe raccogliam da terra,_

_Il fascio antico in nostra man stringiamo_:

Dei vincitori e dei soggetti un solo

Popol facciamo, una la legge, ed una

Sia la patria per tutti, uno il desio,

L’obbedienza, ed il periglio.

C’è bisogno di ancor richiamare i versi, con cui termina il frammento sul

_Proclama di Rimini_: «...dell’Itala fortuna Le sparse verghe raccorrai

da terra, E un fascio ne farai nella tua mano....»? Dei quali è solo

rimasta un’eco nell’ultima stesura della tragedia, nelle angosciose

esclamazioni di Adelchi (III, 1; p. 55):

Il mio nemico

Parte impunito; a nuove imprese ei corre:

... ei che su un popol regna

D’un sol voler, saldo, gittato in uno,

Siccome il ferro del suo brando; e in pugno

Come il brando lo tiensi.

E questi versi eran, con poco divario, pur nel primo getto (pag. 126-27):

Oh quante volte invidiai codesto

Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna

D’un sol voler, saldo, gittato in uno

Siccome il ferro del suo brando, e in pugno

Come il brando lo tiene.

Dove però l’accoramento del protagonista era meglio compreso e diviso dal

lettore, che ne conosceva i magnanimi disegni.

E quando, nel _Carmagnola_ (V, 4; pag. 256), il Manzoni fa prorompere

l’imprigionato capitano nel solenne e malinconico addio alla vita, la

quale portava via con sè le illusioni più dolci e i più inebrianti

entusiasmi che gliela rendevano cara:

O campi aperti!

O sol diffuso! o strepito dell’armi!

O gioia de’ perigli! o trombe! o grida

De’ combattenti! o mio destrier! tra voi

Era bello il morir....;

noi possiamo bensì osservare che il poeta si è in buon punto ricordato (e

come sottrarsi al fascino fatale?) del consimile addio di Otello (III, 3;

v. 347 ss.):

O, now, for ever

Farewell the tranquil mind! farewell content!

Farewell the plumed troop, and the big wars,

That make ambition virtue! O, farewell!

Farewell the neighing steed, and the shrill trump,

The spirit-stirring drum, the ear-piercing fife,

The royal banner, and all quality,

Pride, pomp and circumstance of glorious war!....[120]

e fors’anche dell’altro che il Goethe, variando qua e là questo di

Otello, aveva messo in bocca a Egmont, pur lui languente in attesa del

supplizio (V, 2)[121]; ma non dobbiamo trascurar di riflettere altresì

che quei tristi pensieri e quelle sospirose parole, o «di tal genere, se

non tali appunto»[122], il poeta contemporaneo di Napoleone deve aver

facilmente immaginato che saranno passati per la mente o fiorite sul

labbro dell’eccelso coatto di Sant’Elena. E che è insomma, nel _Cinque

maggio_, quella magnifica e icastica rievocazione del grande, che

al tacito

Morir d’un giorno inerte,

Chinati i rai fulminei,

Le braccia al sen conserte,

sta pensoso sulla «breve sponda», come un naufrago sbattuto e quasi

sopraffatto dal flutto incessante e sempre più minaccioso delle memorie

dei giorni irrevocati, se non una stupenda variazione lirica di quel

medesimo motivo spuntato nei soliloqui di Otello, di Egmont, del

Carmagnola?[123] Gli è che anche la poesia altrui, perchè un altro grande

poeta possa degnamente imitarla e rinnovarla, occorre ch’ei la risenta

in sè medesimo o nel personaggio che intende ritrarre. E del resto, pur

senza pretendere a poeti, quando in certe occasioni ci corrono spontanei

sul labbro certi versi di grandi poeti, non è forse perchè essi ci

paiono davvero la voce commossa e ispirata di quei momenti e di quelle

situazioni? _Sunt lacrymae rerum!_

Così pure, è naturale che le scene, in cui il Manzoni ci fa assistere

ai crudeli momenti che precedettero la morte del generoso e gentile

Condottiero, ci facciano ripensare, chi le abbia familiari, a quelle,

più ampie e fino un po’ spettacolose, che il Goethe immaginò e descrisse

per Egmont; ma non sarà senza interesse avvertire che, nel distenderle,

al poeta può essersi affacciata, come accennavo dianzi, la cara e

dolorosa figura del principe da lui celebrato nella canzone del 1815,

così miseramente spento al Pizzo. Quella tenerezza d’affetti domestici

la quale, nell’ultimo atto della tragedia, rigurgita dal cuore del

Carmagnola, che si sarebbe potuto sospettare indurito al sole dei campi,

il poeta non potè desumerla dalla storia. La quale è restia a commuoversi

per siffatti sentimenti, e a registrare cotali particolari.[124] Invece,

quella intima affettuosità era una delle caratteristiche, e forse la

più simpatica, di Murat; che nel fondo dell’animo, di sotto all’immane

congerie delle ambizioni napoleoniche, era sempre rimasto il buon

contadino del Quercy. Fin nelle lettere semiufficiali che, nelle varie

sue missioni, veniva scrivendo all’imperiale cognato, egli trovava modo,

dopo le gravi informazioni politiche e i rapporti militari, d’aggiungere,

per esempio, un poscritto sulla felice dentizione del suo primogenito.

Nel maggio 1801, scrive da Firenze: «Achille est charmant; il a déjà deux

dents»[125]. E quando, fallitagli l’avventura unitaria, fu costretto a

errare come un bandito, povero re Lear!, per il littorale e le campagne

che si stendono tra Cannes e Tolosa, egli, più che di altro, si mostra

travagliato dal sospetto che la moglie possa averlo abbandonato e

tradito. Al generale Manhès, suo amico superstite, scrive:

«J’avais tout souffert: la perte de ma fortune, la perte de mon

royaume, et quel royaume! Mais me voir trahi, abandonné par la

mère de mes enfants, qui préfère se livrer à mes ennemis plutôt

que de se réunir a moi,...non..., je ne résisterai pas à un

pareil coup. Quelle infortune que la mienne! je ne reverrai plus

ma femme, je ne reverrai plus mes enfants!».[126]

Si buccinò che Murat s’avventurasse alla temeraria impresa dello

sbarco in Calabria coi pochissimi fidi, perchè ingannato dalla polizia

borbonica. Gli si tese un tranello, ed egli, sempre avventato, vi si

gettò dentro. Forse si esagerava; ma anche codesta voce, che il guerriero

magnanimo si lasciasse abbindolare dalle subdole arti d’un governo vile

e tirannico, potrebbe esser valsa a far ravvicinare i casi del prode

figliuolo del mandriano piemontese a quelli del non men prode figliuolo

dell’agricoltore dell’alto Quercy. E comunque, il Murat, appunto come il

Carmagnola, cadde o s’andò a porre nelle mani dei suoi nemici, incapaci

d’un sentimento generoso, per un’eccessiva fiducia in sè stesso e nella

fedeltà altrui. Ma accerchiato e rinchiuso nel castello ducale del Pizzo,

non un sol momento di debolezza o di pusillanimità l’eroico principe ebbe

di fronte ai suoi carnefici. Ei volle e seppe morire da prode e da re. Si

rifiutò di rispondere al generale Nunziante comandante delle Calabrie,

e di comparire innanzi alla improvvisata Commissione militare: quei

giudici non eran suoi pari! E poi, a che sarebbe valso? L’atteggiamento

suo, coll’inevitabile divario nei particolari, fu quello del Carmagnola

davanti al Consiglio dei Dieci (V, 1ª). Non pare di sentir lui, quando,

al Doge che vuol rimandarlo al Consiglio Segreto, il Conte risponde:

Io lo ricuso.

Ciò che feci per voi, tutto lo feci

Alla luce del sol; renderne conto

Tra insidiose tenebre non voglio.

Giudice del guerrier, solo è il guerriero.

Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio

Che il mondo ascolti le difese....?

O quando gli ribatte:

Indegno!

Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti

Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi:

Tu forse osasti di pensar che un prode

Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai

Come si mor. Va: quando l’ultim’ora

Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro

Non le starai con quella fronte al certo,

Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco...?

Al re condannato non osò di rimaner fedele, e di professarglisi grato per

un dono altra volta fatto alla sua chiesa, se non il canonico Masdea, un

vecchio sui settant’anni, che lo assistette in quegli estremi momenti.

All’ufficiale, che doveva comandare l’esecuzione, e che interruppe il

dialogo suo col prigioniero facendogli notare che cinque minuti erano già

trascorsi, il buon prete osservò che il quarto d’ora regolamentare non

poteva cominciare se non dopo l’assoluzione; la quale nessuna potenza

umana avrebbe potuto impedire a lui di dare. E rivolto al re: «Io sono

qui per voi; non temete di nulla!». Il quarto d’ora trascorse. «Andiamo a

compiere la volontà di Dio», disse il re, levandosi da sedere, e seguendo

l’ufficiale. Nella tragedia manzoniana manca il prete forte ed austero;

non però l’amico fedele, il Gonzaga, che assiste il Conte fino alla

tragica catastrofe.

Al capitano Stratti, che gli faceva da carceriere, Gioacchino rimise

questa lettera, scritta poco prima che giungesse il Masdea, nella quale

rinchiuse una ciocca de’ suoi capelli.

«Ma chère Caroline,

«Ma dernière heure est arrivée; dans quelques instants j’aurai

cessé de vivre; dans quelques instants tu n’auras plus d’époux.

Ne m’oublie jamais; ma vie ne fut entachée d’aucune injustice.

Adieu, mon Achille; adieu, ma Laetitia; adieu, mon Lucien; adieu,

ma Louise; montrez-vous au monde dignes de moi. Je vous laisse

sans royaume et sans biens au milieu de mes nombreux ennemis;

montrez-vous supérieurs à l’infortune, pensez à ce que vous êtes

et ce que vous avez été, et Dieu vous bénira. Ne maudissez pas ma

mémoire. Je déclare que ma plus grande peine dans les derniers

moments de ma vie est de mourir loin de mes enfants».[127]

Una tal lettera, in un così tragico momento, potrebbe averla scritta il

Carmagnola! E a buon conto, la mirabile scena che il poeta immaginò

tra il povero prigioniero, la moglie e la figliuola (V, 5ª), pochi

istanti prima ch’ei fosse tratto al supplizio, che cosa è mai se non

l’espressione drammatica dei sentimenti stessi che Murat aveva espressi

nel solo modo che gli era consentito? Perfino le parole, qua e colà,

corrispondono[128].

Sennonchè, è poi presumibile che già prima del 1820 il Manzoni sapesse

a un puntino tutta la cronaca dolorosa ed eroica della fine di re

Gioacchino? Non oserei senza prove affermarlo, ma nemmeno credo che

si possa, senza prove, negarlo. Abbiam da fare con un poeta che fu un

curioso e sagace indagatore di fatti storici, anche contemporanei, e con

un uomo ch’era in rapporti amichevoli coi personaggi più eminenti di

qua e di là dalle Alpi. Certo, non tutto quello che a noi han rivelato

gli archivi egli seppe; ma chi sa quanto da relazioni scritte o da

informazioni orali egli apprese, che a noi non è dato sapere, e che forse

non sapremo più mai! E del resto, anche noi quante cose non sappiamo

degli avvenimenti compiutisi sotto gli occhi nostri, che i nostri nipoti

non sapranno, o impareranno monche e travisate?

[110] Pel Goethe, rimando al Saggio dello ZUMBINI, _L’Egmont del Goethe

e il Conte di Carmagnola del Manzoni_, negli _Studi di letterature

straniere_, Firenze, Le Monnier, 1893. Per lo Shakespeare, mi si consenta

ricordare i miei Saggi: _Ammiratori e imitatori dello Shakespeare

prima del Manzoni_ (nella «Nuova Antologia» del 16 novembre 1892).

_L’Arminio del Pindemonte e la poesia bardita_ (ibidem, 16 aprile 1892).

_La prima tragedia del Manzoni_ (nell’«Annuario della R. Accademia

Scientifico-Letteraria, Milano, 1894-95).

[111] Il pio Silvio, in una lettera del 1833 al conte Pietro di Santa

Rosa (_Curiosità e ricerche di storia subalpina_, v. I, pag. 384-86),

parlando di Dio, uscì in questa espressione veramente singolare: «è vario

perchè è infinito, e perchè sa (come quel Shakespeare de’ Shakespeare

ch’egli è) adoperare da maestro la varietà per produrre una sapiente

unità». Cfr. BELLORINI, _Spigolature Pellichiane_, p. 45.

[112] Nell’articolo sulla _Maria Stuarda_. Vedi _Prose di Silvio

Pellico_, Firenze, Le Monnier, 1856, pag. 404-05.

[113] _Mélanges de littérature_ ecc., pag. 250.

[114] Cfr. la lettera del Foscolo al conte Verri, del 21 maggio 1814

(Prose; Firenze, Le Monnier, 1850, pag. 81), e la _Lettera Apologetica_

(ibid., pag. 502).—In una lettera del Mustoxidi al Fauriel, da Milano, 20

dicembre 1811 (in DE GUBERNATIS, _Il Manzoni e il Fauriel_, p. 82), dove

si tocca anche di Alessandro, è detto: «Foscolo ne ha dato una tragedia

intitolata l’_Aiace_, ma portò seco, per dirla con Sofocle, la sventura

coll’_Ai Ai_ del suo nome; il pubblico non ha trovato una sola parte

degna di lode, e mi pare che il pubblico non si è ingannato».

[115] Degno di nota è tuttavia che in un alessandrino di questa tragedia,

recitata la prima volta, sul Teatro della Nazione a Parigi, il 4 novembre

1789, già rugge la Marsigliese: quel _Chant de l’armée du Rhin_ che

Claudio Giuseppe Rouget de Lisle (n. 1760, m. 1836) compose a Strasbourg

nell’aprile del 1792. Poco prima dei versi riferiti, L’Hôpital esclamava:

Il est, il est, monsieur, de ces princes sinistres,

Destructeurs d’un pouvoir dont il sont les ministres:

Mais lorsque tout a coup dissipant leurs flatteurs,

Faisant évanouir les songes corrupteurs,

_Le jour est arrivé, le jour de la vengeance_....

[116] Il povero Andrea, nelle ardenti strofe, pubblicate un po’ più

tardi, nel 1791, che hanno per titolo _Le jeu de paume_, aveva esclamato:

L’enfer de la Bastille, a tous les vents jeté,

Vole, débris infâme et cendre inanimée,

Et de ces grands tombeaux, la belle Liberté,

Altière, étincelante, armée,

Sort.............................

L’Alfieri, testimone di quella prima sommossa popolare, aveva scritto il

poemetto lirico, che nel _Misogallo_ poi ripudiò, _Parigi sbastigliato_.

[117] Cfr. p. 410 di questo volume. Il _Tiberio_ fu concepito in

un’esaltazione tirannicida, destata nel poeta da una concitata lettura

di Tacito; e, come si vede, esso non dispiaceva al poeta del _Cinque

maggio!_ Il quale poi, riferisce il Bonghi (_Pensieri inediti_, pag. 62),

«raccontava assai spesso che non so chi domandasse a un redattore dei

_Débats_ perchè il giornale continuasse a dire che il fratello di Andrea

Chénier gli avesse fatto la spia, e cagionato così la di lui morte, pur

sapendo che ciò era falso; e il redattore rispondesse: _Parce qu’il le

faut_! Così, stupiva di questa persuasione della necessità e dell’utilità

della bugia, e gli pareva segno di una corruttela estrema».—Ai nostri

giorni abbiamo sentito affermare qualcosa di simile a proposito del

Dreyfus; e ci siamo, ancora una volta, accorati «pour cette France

illustrée par tant de génie et par tant de vertus», come la chiamava lo

stesso Manzoni (cfr. più avanti, p. 384).

[118] Non mi so astenere dal riferire questo brano d’una lettera del

Ducis, 23 luglio 1777, a una signora molto scettica circa il valore di

codesto dramma: «Je vous dirai que, malgré vos craintes, la _Gabrielle de

Vergy_, de mon ami Du Belloy, a le plus grand succès. Je compte qu’elle

passera vingt représentations. Les femmes ont d’abord beaucoup crié

contre; elles y tombaient mourantes les unes sur les autres: c’était

une chose épouvantable. Aujourd’hui on ne voit qu’elles aux loges, a

l’orchestre, a l’amphithéâtre». Il terrore femminile si spiega, quando si

pensi che nel dramma è introdotto il signor di Favel, il quale porta e dà

da mangiare alla sua donna il cuore del rivale!

[119] Ho poco più sù accennato come il Marco del _Carmagnola_ ricordi,

per la rigidità schematica del carattere, il Marchese di Posa del _Don

Carlos_. Si può soggiungere che dietro di esso sia pur facile scorgere

e riconoscere il poeta medesimo, il quale suggerisce a quel fantoccio i

discorsi ch’egli avrebbe fatti in un caso simile. Del Posa il Carlyle

(_The life of F. Schiller_, Leipzig, Tauchitz, 1869, pag. 94) ebbe già a

osservare che «is the representative of Schiller himself».

[120] «Ed ora per sempre addio mente tranquilla! addio contentezza! addio

drappelli piumati, e le grandi guerre che fanno dell’ambizione una virtù!

Oh addio! Addio nitrente destriero, e la stridula tromba, e il tamburo

che esalta gli spiriti, e il piffero che ferisce l’orecchio, la regale

bandiera, e ogni altro particolare, orgoglio, pompa e incidenti della

guerra gloriosa!...».

[121] Ricordo che son proprio le parole di Ferdinando a Egmont, nella

prigione (sc. 4ª), quelle che il Manzoni trascrisse testualmente

sull’esemplare dell’_Adelchi_ che mandò al Goethe. Esse dicono: «Tu

non sei per me uno straniero. Il tuo nome nella mia prima giovinezza

mi splendeva alla vista come una stella del cielo. Oh quante volte ho

ascoltato attentamente quando si parlava di te! Quante volte ho domandato

di te!». Cfr. ZUMBINI, _Studi di letterature straniere_; Firenze, 1893,

p. 155.

[122] _Promessi Sposi_, cap. VIII, in fine.

[123] Non mi pare sia stato ancora messo in rilievo che perfino lo spunto

iniziale del _Cinque maggio_ potrebbe additarsi nelle parole di Antonio

ai Romani, nel _Giulio Cesare_ di Shakespeare (III, 2, vv. 123 ss.):

But yesterday the word of Caesar might

Have stood against the world; now lies he there,

And none so poor to do him reverence.

(«Solo ieri la parola di Cesare avrebbe potuto tener testa al mondo, ora

egli giace là, e nessuno è così in basso da dovergli prestare omaggio!»).

[124] La storia non ha nemmen registrato il nome della figlia del

Conte! Così che lo scrupoloso poeta si sente il dovere di dichiarare,

nell’annoverarla tra’ _personaggi storici_ del dramma (p. 178): «Una loro

figlia», del Carmagnola e di Antonietta Visconti, «a cui nella tragedia

si è attribuito il nome di Matilde».

[125] Cfr. CHAVANON et SAINT-YVES, _Joachim Murat_; Paris, Hachette.

1905; pag. 87.

[126] CHAVANON et SAINT-YVES, _J. Murat_, p. 293.—Il povero Gioacchino

supponeva che Carolina, camuffata da Metternich in una tragicomica

Contessa di Lipona (Napoli), non lo avesse voluto raggiungere in Francia:

anzi si fosse di suo pieno gradimento imbarcata a Napoli sulla nave

inglese da guerra, la _Tremendous_, coi ministri Macdonald, Zurlo e

Mosbourg, e si fosse lasciata condurre a Trieste, per mettersi sotto la

protezione dell’Austria! La verità era ch’essa vi fu costretta!

[127] CHAVANON et SAINT-YVES, _J. Murat_, p. 300.

[128] Per ciò che nella scena del _Carmagnola_ rimane di sapore

alfieriano, cfr. il mio discorso sulla _Prima Tragedia del Manzoni_,

12-13.

XXIV.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 11 / 45 段