io voglio credere che uscisse dal cuore di Schiller, ma egli avrà
voluto rappresentare al vivo l’abbominio di quegli uomini per
Gessler. Ma egli ha errato, mettendosi a rischio di far sentire
lo spettatore come il suo personaggio. Del resto, mi sembra che,
poichè egli ha immaginato di far pregare il fanciullo, ha perduto
l’occasione di una scena bellissima. Se il padre invece (il
che è nella natura d’un uomo pio e retto) dicesse al figlio di
pregare anche per Gessler, che commozione non ecciterebbe! Quanti
sentimenti non risveglierebbe di quella Religione che insegna a
chi l’ascolta di pregare per Gessler e per Tell, per l’oppresso e
per l’oppressore; a riguardare gli uomini i più scellerati come
creati anch’essi per la virtù, come capaci di emendarsi e di
seguirla, e sè stesso come capace dei più grandi errori, qualora
Dio lo abbandoni; che insegna a riguardar tutti gli uomini come
fratelli, e se gl’iniqui vogliono rompere questo santo vincolo,
c’impone di tenerci stretti a loro, con quella carità che ha per
fondamento non il merito loro, ma i precetti e gli esempj di
Gesù Cristo!—Quanto più Gessler è stato dipinto scellerato, più
pericoloso è questo sentimento, perchè lo spettatore è disposto a
riceverlo. Certo, v’è una simpatia in ciò; ma dev’egli, il poeta,
secondare questa inclinazione nostra? No, certamente; e se il
diletto è il fine della poesia, io m’immagino che dall’aver vinto
questo impeto d’odio, e dall’avere accolti in sè i sentimenti
sublimi che ho accennato poco sopra, ne debba nascere un vivo,
soave ed alto piacere, e questo deve il poeta trasfondere nello
spettatore. Questi può avere piaceri viziosi e piaceri virtuosi:
i secondi sono i più poetici».[100]
Ancora nella _Lettre à m. C***_, ch’è dell’inverno 1819-20, il Manzoni
ricordava, nel manoscritto, «les pièces historiques» di Schiller insieme
con quelle di Shakespeare e di Goethe. Sennonchè il 29 maggio del
1822, tornando sul suo giovanile entusiasmo, pregava l’amico Fauriel
di cancellare il nome del poeta würtemberghese, dacché ei v’era citato
«d’une manière qui fait supposer une idée beaucoup plus haute que je
ne l’ai réellement de l’importance de cet écrivain au point de vue
dramatique»; e soggiungeva: «Vous vous souviendrez peut-être des discours
que nous avons tenus sur ce sujet; vos idées ont donné aux miennes
là-dessus plus d’étendue et de courage; en rélisant les tragédies de
Schiller, je me suis confirmé dans ces idées; enfin, je ne mérite ni
n’ose le nommer»[101].
Tuttavia non era ugualmente agevole di fare sparire ogni traccia
dell’antica ammirazione nella prima delle sue due tragedie, concepite
mentr’essa era fervida. E s’intende: il soggetto medesimo del _Conte
di Carmagnola_ avea dovuto richiamare ogni tanto il pensiero del poeta
novello a quella trilogia del _Wallenstein_ che fece credere ai Tedeschi
di possedere anch’essi uno Shakespeare. La Staël ne aveva discorso
con molta lode; e Beniamino Constant l’aveva costretta e disciplinata
in un unico dramma di fattura classica, tra le più vive censure dei
romantici[102]. In fondo, anche il Manzoni aveva fatto qualcosa di
simile: l’atto secondo del _Carmagnola_, di cui la prima parte si svolge
nel Campo ducale e la seconda nel Campo veneziano, è quasi una minuscola
riproduzione del _Wallensteins Lager_, donde sia stato potato tutto ciò
che a un poeta educato alla scuola di Virgilio e di Vittorio Alfieri
doveva parer superfluo. L’ispirazione schilleriana era, e si capisce,
ancor meglio evidente nel primo getto di quell’atto[103]. Il Manzoni
v’introduceva francamente il popolo, nei cui discorsi la bella figura del
Condottiero e i pericoli che l’attorniavano venivano lumeggiati più al
vivo. E alle altre che son rimaste, faceva precedere una notevole scena
tra due minori capitani di ventura, i fratelli Micheletto e Lorenzo di
Cotignola, e una scenetta fra costoro e il Carmagnola, dov’eran chiarite
ottimamente e le condizioni degli eserciti a fronte, e il fascino che su
quegli uomini rotti alla guerra esercitava il protagonista, colla sua
valentìa sicura e con le sue schiette ed affabili maniere, e le noiose
difficoltà tra cui questi era costretto a muoversi, per ogni passo
dovendo prima consultarsi coi Provveditori della Repubblica[104].
Veramente, se codeste scene furon poi messe in disparte, ciò non avvenne
per paura che il poeta avesse di passare per imitatore dello Schiller:
anzi, gli esempi dello Shakespeare, e i goethiani dell’_Egmont_ e del
_Goetz von Berlichingen_, avrebbero dovuto dargli animo a rimanere nella
via per cui s’era, con tanta fortunata baldanza, incamminato. Il novizio
fu invece colto, in mal punto, dallo scrupolo della verosimiglianza
storica. E allo Chauvet, che, pur dal suo punto di vista classico, gli
fece un carico della completa assenza del popolo nella tragedia, egli
ebbe a replicare che dall’opinione pubblica non s’era creduto lecito
trarre alcun partito, pel fatto che nella Venezia del quattrocento
un’opinione pubblica non esisteva. Anche il Byron, nella seconda delle
sue tragedie veneziane, _I due Foscari_, che scrisse a Ravenna tra il
giugno e il luglio del 1821 e che pubblicò nel dicembre dello stesso
anno, faceva replicare dal Doge a chi ipocritamente gli parlava ancora
d’un’autorità popolare:
The people!—There’s no people, you well know it,
Else yon dare not deal thus by them or me.
There is a _populace_, perhaps, whose looks
May shame you; but they dare not groan nor curse you,
Save with their hearts and eyes.[105]
Ma fu, nell’interesse dell’arte, un eccesso di rigore; e forse il poeta
spinse il suo scrupolo storico anche di là dal limite che la storia
medesima gli avrebbe consentito. Nelle notizie premesse al dramma, è pur
additata «qualche traccia di una opinione pubblica, diversa da quella che
la Signoria veneta ha voluto far prevalere», circa il preteso tradimento.
E non si sarebbero potute mettere in bocca a qualcuno del popolo quelle
voci che ci sono state tramandate dai cronisti? Un bolognese, per
esempio, riferisce e la diceria che il Senato condannasse lealmente il
Conte «perchè egli non faceva lealmente per loro la guerra contra il Duca
di Milano», e l’altra, che quella ragione di tradimento fosse escogitata
per disfarsi d’un pericoloso e potente capitano che oramai aveva nelle
sue mani lo Stato. Una differente versione fu raccolta dal Poggio, che di
quella morte fosse cagione la superbia del Carmagnola, «insultante verso
i cittadini veneti e odiosa a tutti»; e un’altra diversa dal Corio, che
alla Signoria facesse gola «il valsente di più di trecento migliaia di
ducati», che, in grazia della non serena condanna, passò dalle casse del
Condottiero a rinsanguare l’erario della Serenissima[106].
E ancora una scena, di schietta ispirazione schilleriana, il Manzoni
sacrificò alla verità storica: quella d’un povero mandriano, venuto
apposta a Venezia per parlare, nel giorno della partenza solenne, al
Carmagnola, e che si rivelava pel padre di lui. Egli s’imbatte in alcuni
cittadini che attendono il corteo, e chiede loro:
BARTOLOMEO Di grazia, o cittadini, ella è ben questa
La via per cui deve passare il Conte
Di Carmagnola?
1º CITTADINO È questa; egli non puote
Indugiar molto.
BART. Lode al Cielo, io fui
Ben avviato..........................
.....................................
..............Io vengo assai da lunge
Per riveder quest’uomo, e favellargli.
1º CITT. Per vederlo, o buon vecchio, acconcio è il luogo;
...............ma parlargli è cosa
Da levarne il pensiero.
BART. Ov’ei mi scorga,
Avrò campo a parlargli.
1º CITT. Egli è col Doge,
E con tal compagnia, da non tenersi
Così a bada per via. Ma voi, mi sembra
Siate suo paesano?
BART. Il sono, ed anche
Assai più che paesano: io son suo padre.
1º CITT. Il Conte è vostro figlio?
BART. Io ve l’ho detto.
2º CITT. Poss’io darvi un consiglio?
BART. Un buon consiglio
Vien sempre a tempo, e più d’ogni altro assai
Ne ha mestier chi si trova in strania terra.
2º CITT. S’io fossi voi, non vorrei qui mostrarmi;
E poi che al campo assai difficil cosa
Saria vedere il Conte, attenderei
Il suo ritorno, onde parlar con esso
Privatamente.
BART. Egli saria fidarsi
Troppo del tempo. Il figlio mio va in guerra,
Ed io, voi lo vedete, ho già vissuto
Più assai di quel che a viver mi rimane.
Ma perchè questo indugio?
2º CITT. Tolga il Cielo
Ch’io voglia farvi dispiacer, ma il vostro
Figlio è patrizio veneziano e conte,
E sgradir gli potrà che innanzi a tutti,
E cotai testimonj, gli facciate
Risovvenir ch’ei non è nato tale.
BART. Egli? In qualunque luogo, in qualunque ora,
Gli si affacci suo padre, esser non puote
Che non n’abbia gran gioja: io lo conosco![107]
In verità, non mi sembra possibile non ammettere che qui il Manzoni
intendesse far qualcosa di simile a quelle scene del IV atto della
_Jungfrau von Orleans_, dove al trionfo di Giovanna vengono ad assistere
il padre, le sorelle e gli amici contadini. Beninteso che l’effetto
ch’ei se ne riprometteva era diverso, anzi opposto. L’incontro del
festeggiato signore col suo umilissimo padre avrebbe dovuto dare ancor
più risalto alla nobiltà d’animo del protagonista, e ancor meglio
dissipare le accuse di superbia ond’era fatto segno. Sennonchè una
tale scena gli era poi consentita dalla storia? E quell’episodio era
verosimile nell’aristocratica Repubblica? Un poeta più lesto, come
Shakespeare, anzi pur come Goethe o Schiller, non avrebbe esitato un
momento a cavarne partito. E che importava che i cronisti più fededegni
non se ne mostrassero informati? Nel cinquecento, all’incontro del
Carmagnola col padre si prestava fede; e un umanista, ch’era anche
un uomo di chiesa, il canonico veronese Adam Fumano, raccolse quella
tradizione dalla bocca del popolo, e la espose, con una certa pompa, in
un epigramma,[108] ch’ebbe la ventura d’esser riferito e illustrato dal
Giovio, e la disgrazia d’esser rattrappito e mutilato in un sonetto, un
vero letto di Procuste, da Lodovico Domenichi[109]. Or, di fronte a una
tradizione siffatta, abbastanza antica se pur non autentica, ma così
feconda di effetti poetici, doveva un poeta credersi in obbligo di far
tanto lo schizzinoso?
[97] Il Bellorini (_Spigolature Pellichiane_, Saluzzo, 1903, p. 25-8)
ebbe già a notare che la cantica _Tancreda_ ha molte somiglianze con
codesto dramma dello Schiller.—Ognuno ricorda come il Pellico noti che
avesse il medesimo nome del «grand’uomo» l’umile e bonario carceriere
dello Spielberg. Cfr. _Mie Prigioni_, cap. 58.
[98] Vedi nei _Materiali estetici_, a pag. 389 di questo volume.
[99] _De l’Allemagne_, II pt., ch. 18.
[100] Vedi, in questo volume, il saggio _Della moralità delle opere
tragiche_, alle pagine 433-36.
[101] Vedi, in questo volume, a pag. 302-03 e 336.
[102] Cfr. M. DE STAËL, _De l’Allemagne_, II pt., ch. 18; e B. CONSTANT,
_Mélanges de littérature et de politique_, Bruxelles, 1838, p. 216 ss.
[103] L’episodio gentile e commovente del giovinetto Pergola (sc. 3ª,
p. 221-22), che a quel ch’io so non ha fondamento nella storia, è
bensì d’ispirazione omerica, ma la maniera ond’è ricolorito si direbbe
modellata su Schiller. Come pure, il senatore Marco rassomiglia,
nell’eccessiva perfezione morale, specialmente al Marchese di Posa;
nonostante che di quei caratteri un po’ rigidi sia altresì popolato il
teatro del nostro Alfieri.
[104] Vedi in questo volume, a pag. 281 ss.
[105] «Il popolo!... Qui non c’è popolo, voi lo sapete bene; altrimenti
voi non osereste trattarci così, lui e me! Qui c’è una plebe, forse,
i cui sguardi vi farebbero vergognare; ma essi non ardiranno nè
gemere nè maledirvi, salvo che col loro cuore e con gli occhi». (Atto
V).—Conobbe il Byron la tragedia manzoniana, pubblicata l’anno avanti?
Non lo credo impossibile, in ispecie se si tien conto degli accenni al
processo del Carmagnola, la cui innocenza qui è data per sicura, verso
la fine dell’atto IV. Il senatore Barbarigo dice del doge Francesco
Foscari, che fu quegli che lo condannò: «Eppure egli sembra un uomo così
aperto!...». E il patrizio Loredano: «Così anche sembrava, poco tempo fa,
al Carmagnola!—L’accusato e straniero traditore?—Proprio così!.... E il
valoroso Carmagnola è morto!...—Carmagnola era vostro amico? —Egli era la
difesa della città. Nella sua giovinezza, era stato suo nemico; ma nella
sua virilità, prima il suo salvatore e poi la sua vittima.—Ah questa pare
sia la pena che tocca a chi salva le città!».
[106] Anche altre voci si potrebbero raccogliere. Un ser Gherardini de
Fulgineo per esempio, citato dal BATTISTELLA (_Il Conte di Carmagnola,
studio storico con documenti inediti_, Genova, 1889, p. 394), scriveva
da Firenze al Marchese d’Este, il 15 maggio 1432: «....Et la prexa et
la morte del Carmagnola è ogni dì più vituperata et biasemata qui. Et
dicese largo che questo acto, oltra la vergogna, è la desfactione de la
liga».—Il GIOVIO attesta ch’ei fu giustiziato «_ea fama, ut nonnulli eum
indignissime damnatum dicerent, quod avaritia praecipitique malignitate
maturatum ei exitium arbitrarentur. Nam ex damnati opibus supra ducenta
milia aureorum nummum ad Fiscum redibant.... Auxit autem invidiam atrocis
inexpectatique supplicii spectaculum interdiu populo editum, quum indigne
tantus imperator ad Columnas rubras ubi noxii plecti solent, inserto in
os ligneo lupato ne vociferari posset, traheretur; multis aut insontis
calamitatem, aut aequo severius ingrati Senatus decretum detestantibus;
quum egregie fortiterque rerum bello gestarum recens memoria spectantium
animos, excitis fere lachrymis, ad misericordiam permoveret_».—Per quel
ch’è poi della vera o presunta reità del Carmagnola, a me pare, pur dopo
il tanto arrabattarsi degli apologisti del Senato Veneto, che rimanga
inesorabilmente giusto il giudizio del Machiavelli, nel _Principe_ (cap.
XII, § 7, ediz. Lisio), al quale il Manzoni sembra essersi ispirato: che
cioè i Veneziani, veduto «el Carmignola.... virtuosissimo, battuto che
ebbono sotto il suo governo el Duca di Milano, e conoscendo da altra
parte come elli era raffreddo nella guerra, iudicorono con lui non
potere più vincere, perchè non voleva, nè potere licenziarlo per non
riperdere ciò che aveano acquistato; onde che furono necessitati, per
assicurarsene, ammazzarlo».
[107] Vedi, in questo volume, a pag. 282 ss.—Il Conte, nel primo getto
(pag. 280), accennava anch’egli amorevolmente a suo padre; quando al fido
Marco esponeva quel che avrebbe fatto dopo la vittoria:
«Se vincitor ritorno,
E non solo,.....qui finalmente
Restarmi; il vecchio genitor con noi
Qui trarre....».
[108]
_Sedula apis velati maturis advolat uvis_
_Ut liquido vacuas distendat nectare cellas,_
_Ad te sic mea se celeri tulit impete Musa._
_Bellica quem ad magnos virtus evexit honores,_
_Francisce, aeternum pietas per secula nomen_
_Cui peperit, cuncto Procerum cum astante Senatu_
_Ac magnis una tecum de rebus agente._
_Ad Scabrum haud veritus confestim exire parentem es_
_Fortiaque infirmo circumdare brachia collo_
_Illicet hoc unum malit, quam mille referre_
_Gesta tua praeclara, et devicto ex hoste trophaea._
_Magnorum decus Insubrum, dux inelyte, tandem_
_Orta licet subito, fractum te attriverit ingens_
_Tempestas, Caurique, importunaeque procellae,_
_Ne dubita; tua te pietas, tua maxima virtus_
_Venturo meritis cumulabit honoribus aevo._
Il Fumano fu eletto canonico di Verona nel 1544, e morì in «felice
vecchiaia» nel 1587.—Il Manzoni chiamò Bartolomeo il padre del
Carmagnola, seguendo la tradizione; ma da qualche documento milanese
risulterebbe chiamarsi egli _Giacomo_. In un istrumento degli 8 dicembre
1415, è scritto: «....Virum magnanimum et strenuae probitatis fama
decoratum Franciscum de Buxonibus dictum Carmagnolam, filium condam
spectabilis vivi domini _Jacobi_....».
[109] Nella sua traduzione degli _Elogi_ del Giovio: Vinegia, De’ Rossi,
1557, pag. 115. Il sonetto è questo:
Ben fu degno d’honor l’atto gentile,
Che verso il padre tuo mostrasti, alhora
Che colmo di pietà dentro et di fuora
D’ire abbracciarlo non avesti a vile.
Fu questo ufficio d’animo virile,
Et più, che le tue prove assai t’honora:
Tal che per ciò fia vivo, et chiaro ogn’hora
Il nome illustre, onde non hai simile.
Da sì bella pietà merti più lode,
Che da mille atti d’armi, et di valore,
De’ quali ancor la tua memoria gode.
Sopra ciò non potrà l’empio furore
Del tempo, non l’invidia, che sì rode;
Quella che già ti spinse a l’ultime hore.
XXIII.
Non posso indugiarmi qui a rilevare quant’altro il Manzoni, nelle
sue tragedie, può aver derivato dallo Schiller, e in che modo e in
quali limiti ha seguito gli esempii del Goethe e i modelli di quello
Shakespeare, che ai suoi occhi diveniva via via sempre più immenso[110].
Tramontarono, nella sua ammirazione, e Monti, e Alfieri, e Schiller;
ma l’altissimo tragediografo ascendeva sempre. E di lui egli avrebbe
potuto ripetere quel che il curato amico di Don Chisciotte disse
dell’Ariosto: «lo pondré sobre mi cabeza!».[111]
Questo ed altro spero di fare la prossima volta. Per ora, poichè «piene
son tutte le carte Ordite a questa cantica seconda», soggiungerò alcune
poche note, a compimento delle iniziate o accennate dianzi.
Negli appunti di critica, il Manzoni asseriva che la teoria del nuovo
genere drammatico, pur da lui preferito, era «negli scritti del signor
Schlegel, di mad.ᵉ di Stäel, del signor Sismondi, nel _Discours des
préfaces_ premesso alla traduzione di Shakespeare»: sono i libri medesimi
che mettevan tanto scompiglio nella fantasia del povero Pellico. E
continuava: «dei tratti nuovi e luminosi se ne trovano pure in varj
recentissimi scritti di nostri Italiani, principalmente negli estratti
ragionati di opere drammatiche che stanno nel _Conciliatore_». Codesti
_estratti_, o ristretti con osservazioni critiche, eran dovuti in parte a
Ermes Visconti, al De Cristoforis, a Giuseppe Niccolini, al Berchet; ma
soprattutto al Pellico. Il quale nel «foglio azzurro» del settembre 1818
aveva dissertato, con larghezza d’idee nuova tra noi, dell’Alfieri e del
Corneille, del Voltaire e del Racine, del Cervantes e dello Shakespeare;
e nei numeri del febbraio e dell’aprile del 1819, del _Philippe II_ di
Giuseppe Chénier, comparandolo al _Don Carlos_ di Schiller e al _Filippo_
di Alfieri, dell’_Henri VIII_ e del _Charles IX_ del medesimo poeta,
e della _Maria Stuarda_ di Schiller, toccando dei _Masnadieri_, della
_Vergine d’Orléans_, del _Wallenstein_. Il critico vi proclamava con
giovanile baldanza:
«Le sane regole in ogni arte vanno sentite e trovate da per sè
colla potenza dell’intelletto, e non ricevute ciecamente per
tradizione. Tale era l’opinione di Schiller, e quindi risultò
che in ciascuno de’ suoi poemi egli sempre calcasse una nuova
strada. Non solo non è vero che per giungere al bello si debba
porre servilmente il piede sovra orme già segnate; ma è anzi
irrefragabile che ogni soggetto che un poeta assume a trattare
deve essere condotto con leggi particolarmente proprie; perchè se
l’ingegno umano, simile alla natura, nulla crea mai d’identico ad
alcuna opera già esistente, identiche non potranno mai essere le
regole da seguirsi nelle diverse creazioni».[112]
Giustissimo; ma non è da tutti lo scoprire e il calcare nuove vie, nè
basta a ciò la sola buona volontà. E quando il Pellico riuscì con uno
sforzo a staccarsi dalla via consolare, andò subito a cascare in altre,
aperte e inaugurate più di recente. Insieme con lo Schiller e con lo
Shakespeare, uno dei suoi modelli preferiti fu Giuseppe Maria Chénier.
Il quale, come si sa, aveva voluto essere, sul teatro tragico, l’epigono
di Voltaire: la rivoluzione e l’epurazione che questi aveva compiuta nel
campo morale e religioso, egli intese ad attuarla nel campo politico.
Così che in una _Epître aux manes de Voltaire_ si vantò:
Tes succès de bonne heure ont agrandi la scène.
Plein d’amour pour la gloire, avec moins de talens,
Voltaire, ainsi que toi, dès mes plus jeunes ans
J’offris des voeux à Melpomène.
Les obstacles nombreux ne m’ont point arrêté;
J’ai voulu rappeler la Melpomène antique;
Et dans les premiers jours de notre liberté,
J’attachai sur son front, avec quelque fierté,
La cocarde patriotique.
E l’_Epistola_, che l’enfatico poeta aveva pubblicata nel 1790 in fine
della sua prima ed anche più famosa tragedia, _Charles IX ou l’école des
rois_, era andata molto ai versi del Pellico; che nel _Conciliatore_ del
7 febbraio 1819 scriveva:
«La sua _Epistola a Voltaire_ è uno dei poemi che, dal 1800[?] in
poi, sono stati accolti in Francia con maggiore applauso: essa
fruttò all’autore un decreto di destituzione, e un’infinità di
mercenarie invettive in tutti i fogli periodici; ma queste, come
sempre avviene delle persecuzioni, non diedero fuorchè un più
vivo risalto al perseguitato».
Il futuro narratore delle _Mie Prigioni_ sentiva ribollirsi in petto
quei medesimi spiriti impazienti di libertà; e non lesina davvero la
lode al poeta che Beniamino Constant giudicava «le plus beau talent
de son époque, comme auteur dramatique»[113]. Si esalta quando, nel
_Charles IX_, l’ode, con accento alfieriano, inveire contro i tiranni
di diritto divino, e, nel _Caio Gracco_, levare il grido, contro la non
meno abbominevole tirannia della plebe ubriaca, _Des lois et non du
sang!_; quando, nel _Timoleone_ (1794), ne ascolta l’alfieriana protesta
contro i nuovi decemviri del Terrore, e, nel _Tiberio_ (1810), lo vede
disegnare «coi tratti più veri l’uomo, di cui tutti guardavano l’immagine
venerandola o tremando». Eppure, un così ardente rivoluzionario nelle
idee politiche era perseverantemente stato, com’ebbe a notare il
Constant, «le partisan le plus zélé de toutes les entraves léguées par
Aristote et consacrées par Boileau». Ma non fu tale anche il liberissimo
Alfieri? Anzi, non anche il Foscolo, pur sospettato di aver voluto
coll’_Ajace_ alludere, nel carattere del protagonista «all’esilio del
generale Moreau, e nella spregiata santità di Calcante alle sciagure di
Pio VII, e nell’ambizione d’Agamennone alla fraudolenta onnipotenza di
Napoleone»?[114] E forse appunto lo Chénier fornì al Pellico l’esempio
di quell’improvvisa tirata lirica di Paolo, nella _Francesca_, ch’è un
anacronismo storico e una stonatura artistica.
Nella 1ª scena dell’atto III del _Charles IX_, a un certo momento, Le
Chancelier de l’Hôpital esce in queste profetiche esclamazioni:
Quel exemple aux mortels qui portent la couronne!
Laissons faire le temps; à la grandeur du trône
On verra succéder la grandeur de l’état:
Le peuple tout-à-coup reprenant son éclat,
Et des longs préjugés terrassant l’imposture,
Reclamera les droits fondés par la nature;
Son bonheur renaîtra du sein de ses malheurs:
Ces murs baignés sans cesse de sang et de pleurs,
Ces tombeaux des vivans, ces bastilles affreuses,
S’écrouleront alors sous des mains généreuses:
Aux princes, aux citoyens imposant leur devoir,
Et fixant à jamais les bornes du pouvoir,
On verra nos neveux, plus fiers que leurs ancêtres,
Reconnaissant des chefs, mais n’ayant point de maîtres:
Heureux sous un monarque ami de l’équité,
Restaurateur des lois et de la liberté.
Non è chi non veda come qui sia chiaramente vaticinata la distruzione
della Bastiglia,... ch’era già avvenuta[115]: e l’avevano, con ingenuo
entusiasmo, di cui più tardi ebbero a pentirsi o ad arrossire, celebrata
Andrea Chénier e il suo amico Vittorio Alfieri[116]. Codesti versi
rappresentano appunto la coccarda patriottica, che il più giovane ma non
meno audace fratello di Andrea aveva attaccata, nei primi giorni della
libertà, in fronte alla vecchia Melpomene. «Non pas en composant la
tragédie de _Charles IX_, qui était faite depuis long-temps», dichiara
egli stesso in una nota, «mais en ajoutant au rôle du Chancelier de
l’Hôpital seize vers où il prédit la révolution».
Ora, anche il Manzoni aveva molta stima pel teatro nazionale dello
Chénier; benchè non mancasse di fare le sue solite acute riserve circa
una pretesa moralità, peculiare alle opere tragiche. Osservava a
proposito della frase, sovente ripetuta, «Entrambi hanno fatto il loro
dovere», che essa muove dall’assurda supposizione che, in molti casi, a
due persone possano incombere doveri contrarii su uno stesso soggetto.
«Si osservino tutti questi casi, e si vedrà che i due doveri
supposti sono fondati su opinioni speciali e temporanee, su
istituzioni ecc., e che si dimentica sempre il fine che si deve
cercare nella determinazione da prendersi dalle due persone. Ora,
il fine giusto non può essere che uno. Esempio: la scena, per
tanti rapporti bellissima, del Tiberio di Chénier, nella quale
Cneo implora Agrippina perchè desista dall’accusare Pisone padre
di Cneo. Agrippina risponde che il dovere suo è di accusarlo e di
perderlo, e il dovere di Cneo di far tutto per salvarlo. Questo
sentimento è falso, perchè due tendenze opposte non ponno essere
egualmente buone o giuste. Ora, donde viene il falso in questo
caso? Dall’essersi il poeta applicato puramente ai rapporti
personali delle due parti, alla sorte di Pisone e alla vendetta
di Germanico, e dall’aver dimenticato la verità e la giustizia, e
il fine per cui sono istituite le accuse, le difese, i tribunali
e i giudici: il qual fine è tutt’altro che di dare occasione ai
parenti d’un morto di vendicarlo, e di mostrarsi sensibili alla
sua perdita, e di dare occasione ad un figlio di salvare suo
padre».[117]