«L’entusiasmo che questa parlata mosse è indicibile», narra il Pellico;

«... il carattere generoso di Paolo, e le sue poche righe sull’Italia,

m’hanno resa benevola molta gioventù: egli piace per lo meno quanto

Francesca; e tal era il mio intento»[89]. Sicuro; dacchè il suo intento

era di servirsi del palcoscenico come di tribuna politica, e di lanciar

da esso parole che fossero scintille, atte a riaccendere o a tener

desto nell’animo degli oppressi il sentimento dell’indipendenza e della

riscossa. La Censura milanese, non ancora ammaliziata, aveva lasciato

correre quel brano lirico, solo pretendendo «una leggiera correzione»,

forse di pura forma; ma il Pellico avrebbe a suo tempo scontata la

patriottica imprudenza, e nemmen l’_Eufemio di Messina_, nonostante le

sue proteste, gli sarebbe stato concesso di veder recitato[90].

Da un pezzo Silvio rimuginava soggetti tragediabili, per così dire, a

doppio fondo. Aveva pensato a un _Turno_; e l’abbozzo porta la data del

16 aprile 1814. Vi si parla a tutto andare di patria e di stranieri; e

dalla regina dei Latini si fa proclamare:

Italo spirto

Non ha chi mira, e nel suo cor non freme,

Da stranieri calcata e vilipesa

Degli avi suoi la veneranda polve;

E non afferra l’asta, e non rintuzza

I vilissimi scherni entro lor fauci.

Morte a’ Troiani!

Poi, sempre meglio convinto che la poesia drammatica «debba servire a

celebrare gli eroi della patria», aveva ideato un _Dante_, «tragedia di

genere nuovo». Poi, sospinto forse dal desiderio d’emulare il _Tiberio_

di Giuseppe Chénier, immaginò un _Nerone_: poi, forse per emulare il

_Saul_, un _Davide_, tragedia, quest’ultima, «non politica e recitabile»;

poi, a mezza strada, s’era lasciato sedurre da «un argomento trovato

nel Sismondi, tutto italiano». Ne buttò giù alla lesta due atti; ma il

18 luglio del 1815 annunzia d’averlo piantato lì, perchè «questo nuovo

argomento era politico, e di più, un maligno lo ha creduto allusivo

all’impresa del Re di Napoli». Per la quale e pel quale, egli, stordito

dai paroloni e ammirato degli atteggiamenti ribelli dell’amico Foscolo,

non sentiva se non disdegno e dispetto. Il 25 aprile, aveva scritto al

fratello:

«Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano per non dare

il giuramento, ed alcuni aggiungono perchè credeva che sarebbe

arrestato. È andato in Svizzera. Ha fatto bene di non andare

da Murat, in cui ha sempre avuto poca fiducia, e con ragione,

a quanto pare. Il fiasco che ha fatto questo Re ha calmato la

testa dei Milanesi. Ora si vede che Murat senza l’aiuto dei

Francesi non può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la

guerra difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra

terribile sarà questa!».

E il 5 maggio, sospettando che una lettera del fratello fosse stata

intercettata, soggiungeva:

«Vi può infatti essere stato un momento di rigore, quando i

Napoletani ci minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non

è destinato il mutar forma all’Italia, e che l’Italia tutta non

è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l’Italia può essere

considerata come una nazione, non può aver altro legame che il

federativo».

Dannose ubbie, in ispecie se predicate da un animo profondamente ingenuo

e ardente d’amor patrio. Ma il buon Pellico aveva, in politica, «la

veduta corta d’una spanna»; e fu un bene che, per un pezzo, frenasse la

mania di scriver tragedie tribunizie. Ma il fortunato successo della

_Francesca_ lo trasse dal suo riserbo. Nuovi soggetti gli s’affollarono

alla mente: una _Beatrice d’Este_, una _Pia dei Tolomei_, e da ultimo

una _Contessa Matilde_. Questo soggetto lo affascina e l’entusiasma.

Ricerca «quei brutti noiosi del Villani, del Varchi e del Guicciardini»,

rilegge il diletto Sismondi, e si mostra molto lieto d’essersi «fatto un

bel caratterone» di quel nuovo Costantino in gonnella».[91] Scrive nel

settembre del 1816:

«La mia Matilde è sempre più grande ai miei occhi». E, dopo di

aver accennato alla leggendaria narrazione delle origini di lei,

fatta dal Villani, ripiglia con ingenua compiacenza di romanziere

e di romantico: «Da questa unione romanzesca, ma storica,...

nacque, com’era ben naturale, una creatura tutta amore, tutta

fantasia e tutta spirito cavalleresco. Questa è Matilde....

Quell’anima ardentissima era troppo elevata al di sopra del suo

secolo per contentarsi d’avere un nome fra i piccoli regnanti

d’Italia, o per porre il suo cuore in uno di loro. Dio e la

gloria divennero la sua passione. Nella mano destra una spada

e nella sinistra una croce, inebbriò d’entusiasmo e d’amore

tutta la valorosa gioventù italiana, e proclamò come voluta

dal cielo l’indipendenza dei popoli italiani, i quali allora

venivano assaliti da Arrigo IV, re di Germania». Papa Ildebrando

aveva proclamato: «Dio non ha posta nessuna nazione sotto il

giogo d’un’altra, bensì tutte devono piegare la fronte dinanzi

al trono di Cristo, ch’è in Roma». Onde Matilde, «fatta primo

campione d’un Pontefice perseguitato e nello stesso tempo d’una

nazione oppressa, è un carattere singolarmente luminoso... Dio

e l’Italia erano la passione eroica di Matilde; ma un’eroina

è anche donna, e la donna ha un cuore proclivo alla pietà e

all’amore. Intrepida in mezzo ai pericoli della morte, ella pur

tremava nascostamente al cospetto del suo giovine prigioniero [il

principe Corrado, figlio dell’imperatore Arrigo!].... Immutabile

ne’ suoi proponimenti, ella ha giurato la perdita de’ Tedeschi

e la liberazione dell’Italia».... Le vicende della guerra son

tali, che l’imperatore giunge a dichiararle: «Io son pronto a

rinunziare al miei diritti all’Impero di Roma; purchè questo

titolo sia d’ora innanzi abolito; dell’Italia si faccia un regno;

si distruggano i tanti disprezzevoli scettri che la governano; e

Corrado sia teco incoronato Re indipendente di tutta la penisola».

È agevole comprendere come non fosse possibile che uno spirito quale il

Manzoni si lasciasse trascinare a simili anacronismi e delirii romantici.

Se la causa d’Italia era santa, non doveva esser permesso di tradire

la storia per giovarle! Silvio mostra un debole proprio per quelle

utopie che più infastidivano Alessandro. All’uno par bella l’idea della

confederazione italiana; all’altro parve sempre brutta, anche quando vide

farsene apostolo il suo Rosmini. All’uno sorrise quell’ibrido ideale

neoguelfo, ch’ebbe poi un così eloquente patrocinatore nel Gioberti;

all’altro ripugnò sempre che fosse «giunta la spada col pastorale». L’uno

ragionava così: Matilde «era una calda difenditrice della Chiesa, il che

io posso interpretare difenditrice dell’Italia»; l’altro: «Non so se il

Rosmini sia della mia opinione, ma avrebbero, pare a me, fatto assai bene

i Papi a rimanere in Avignone: l’Italia deve loro la condizione in cui

è»[92].

È vero che qualche critico partigiano non si peritò di dire che

nell’_Adelchi_ il poeta imprecasse contro la «rea progenie» dei

Longobardi in grazia di Carlomagno e de’ Franchi, paladini della Chiesa

e delle sue ambizioni temporalesche. Ma basta legger quella tragedia,

per accorgersi che, caso mai, il poeta è stato parziale per quello

dei due popoli, a cui appartennero Ermengarda, Adelchi e il prode e

leale Anfrido[93]. Di Carlomagno invece, a dispetto della tradizione

chiesastica cui anche Dante s’inchinò e della poetica che assomma

nell’Ariosto, egli ha fatto il tipo d’un fortunato ipocrita. Il Fauriel

ne ritrae così il carattere:

«Il est religieux, mais non autant qu’il faudrait, ni surtout

comme il faudrait l’être pour avoir quelques scrupules sur la

justice ou la sainteté des moyens de satisfaire son ambition;

les coups de sa bonne fortune sont, a ses yeux, les marques

les plus certaines de la faveur du ciel. Magnanime toutes les

fois qu’il peut l’être sans compromettre son pouvoir, généreux

quand il n’y a pas d’imprudence à la générosité, il est toujours

également prêt à encourager par des récompenses ou des promesses

la bassesse qui se vend à ce prix, et à flatter l’orgueil

désintéressé de la loyauté et de la bravoure».

Comparisce sulla scena, dopo che v’è passata la gentile vittima della sua

brutale lussuria e della sua ambizione. Egli è sgomento della resistenza

del «fiero Adelchi», di codesto prode il cui nome i suoi non proferiscon

che con terrore: «ardito Come un leon presso la tana, ei piomba, Percote,

e fugge»; una vera «scola di terror» per i Franchi. Carlo è deciso a

tornare indietro, a più facili imprese. Il legato papale adopera tutta

la sua arte oratoria, tutte le blandizie, perchè l’_invitto_ non rimetta

nella guaina il brando che il Signore aveva suscitato in pro del Pastor

santo. Ma le belle parole non sarebbero valse a nulla, se non fosse

arrivato in buon punto il diacono Martino. Solo allora, l’«eletto a

strugger gli empi» riprende coraggio, riparla con ostentata affezione del

«santo avel di Piero» e del «desiato amplesso del gran padre Adrian», e

ai due prelati intima:

E voi, le mani

Alzate al ciel; le grazie a lui rendute

Preghiera sian che favor novo impetri.

Pure, ei non riesce a intimar silenzio alla sua coscienza; e rimasto

senza testimoni, si abbandona a considerazioni e a scuse che mettono a

nudo tutta la sua profonda abbiettezza. Ancora una volta su quel regale

sepolcro imbiancato proietta la sua candida e rivelatrice luce lunare la

casta figura dell’innocente reietta. Essa s’affaccia come un fantasma:

Tacita, in atto di rampogna, afflitta,

Pallida, e come del sepolcro uscita.

Tragico commediante, a codesto Carlo manca, nella sua perversità, quel

non so che di leonino che rende terribili ma non disgustose le colossali

figure di Macbeth e di Saul; anzi di lui, come del dantesco Guido

Montefeltrano, potrebbe ripetersi che le opere «non furon leonine, ma di

volpe». Ha, egli pure, del «cordigliero» e dell’«uom d’arme» insieme.

Vuol persuadere a sè stesso che il rimorso che lo assilla («e perchè

dunque / Ostinata così mi stavi innanzi....?») sia «un fantasma d’error»,

che sia bugiarda la voce che gli grida in cuore: «No mai, no, rege esser

non puoi nel suolo Ove nacque Ermengarda!». Volgare e sacrilego sofista,

egli denunzia complice delle sue infamie, anzi mandatario, Dio stesso

(«Dio riprovata ha la tua casa; ed io / Starle unito dovea?»)[94]: quel

«Dio de’ santi», al quale la vittima s’appresta ad ascendere «santa

del suo patir». Davvero nel perverso suo cuore di re «loco a gentile,

Ad innocente opra non v’è»; e il suo nome il novissimo poeta ha voluto

trasmetterlo a noi accompagnato dall’«imprecar de’ tribolati».[95]

Dicono che in Carlomagno il Manzoni abbia inteso ritrarre il despota

che all’_alta ragion di regno_ aveva pur allora sacrificata Giuseppina

Beauharnais[96]. Potrebbe essere; e certo converrebbero perfettamente a

Napoleone pur quelle parole che con sì cruda verità ritraggono un cuore

dove il vento secco della più inesorabile ambizione ha spazzato fin le

ultime reliquie della gentilezza e della pietà umana:

Se minor degli eventi è il femminile

Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria

Colui che tutti, pria d’oprar, volesse

Prevedere i dolori? Un re non puote

Correr l’alta sua via, senza che alcuno

Cada sotto il suo piè.

[87] A un certo passo dello Schlegel, il Manzoni postillò: «Un poeta

drammatico deve, al pari d’ogni altro, desiderare tutto ciò che tende

al perfezionamento della società, qualora egli riguardi, com’è giusto,

l’arte sua come un mezzo e non come un fine....». Cfr. BONGHI, _Opere

inedite o rare di A. Manzoni_, II, 441.

[88] Non so che altri abbia avvertito che codesta espressione il Leopardi

desunse da un passo (III, 1) del _Principe e le lettere_. Dov’è detto:

«Voi dunque, o Socrati, Platoni, Omeri, Demosteni, Ciceroni, Sofocli,

Euripidi, Pindari, Alcei, e tanti altri incontaminati e liberi scrittori,

ispiratemi or voi non meno che salde ragioni, virile e _memorando

ardimento_». Il ricordo letterario mi pare che accresca vigore alla

parentesi leopardiana.

[89] Desumo i particolari della prima rappresentazione della _Francesca_

dalle lettere stesse del Pellico, recentemente pubblicate (ohimè, in che

malo modo!) dal p. ILARIO RINIERI, nel vol. I _Della vita e delle opere

di S. P._, Torino, 1898. Ho però tenute sott’occhi le diligenti note

che il prof. EGIDIO BELLORINI è venuto facendo a quella trascuratissima

pubblicazione. Cfr. _Intorno ad alcune lettere di S. P._, Cuneo, 1902.

[90] Cfr. BELLORINI, _Intorno ad alcune lettere_ ecc., pag. 12-16.—Del

BELLORINI mi giunge in buon punto, perchè io possa qui registrarlo, anche

lo scritto intorno alle _Idee letterarie di S. Pellico_ (dal «Giornale

Storico d. Lett. Ital.», 1906, vol. XLVII).

[91] La chiama così il D’OVIDIO, _Studii sulla Divina Commedia_, Palermo,

1901, pag. 374.

[92] Nei _Pensieri inediti_ del BONGHI, pag. 88.

[93] Curioso da notare: già l’Alfieri, nell’unica sua tragedia tratta

dai «secoli bassi», la _Rosmunda_, s’era abbandonato alla creazione

d’un tipo di guerriero ideale, scegliendolo tra i Longobardi! Adelchi

ha un precursore in Ildovaldo! Questi, postilla l’Altieri (nel _Parere

dell’autore_ ecc.), «è un perfetto amatore e un sublime guerriero. Le

tinte del suo carattere hanno però un non so che di ondeggiante fra

i costumi barbari dei suoi tempi, e il giusto illuminato pensare dei

posteriori, per cui egli forse non viene ad avere una faccia interamente

longobarda. Ma in ogni secolo ci può nascere degli uomini che non siano

dei loro tempi, e massimamente nei barbari e oscuri. A me pare, che

questo picciolo grado d’inverosimiglianza, allorchè non eccede, possa

prestare infinite bellezze; ma che non si possa pure scusare dell’esser

difetto». Si rilegga quel che di simile il Manzoni scrisse del suo

Adelchi, a p. 12.

[94] Adelchi gli manda a dire, con un accento che fa ripensare a padre

Cristoforo (I, 5; p. 33): «E digli ancora, / Che il Dio di tutti, il

Dio che i giuri ascolta / Che al debole son fatti, e ne malleva /

L’adempimento o la vendetta, _il Dio_, / _Di cui talvolta più si vanta

amico_ / _Chi più gli è in ira_, in cor del reo sovente / Mette una

smania, che alla pena incontro / Correr lo fa».

[95] Comunicando al Fauriel un’aggiunta fatta al testo, il Manzoni

scriveva (12 sett. 1822) con una cert’aria canzonatoria: «Ainsi vers la

fin du discours de son Eximiété Charles roi des Francs, ou de France,

homme illustre,....j’ai ajouté....». C’era dunque un’intesa, fra i due

insigni studiosi della storia medioevale, contro il povero re Carlone!

[96] Cfr. V. WAILLE, _Le romantisme de Manzoni_, Alger, 1890, p. 125:

«Dans _Adelchi_ il trace un portrait de Charlemagne, satire transparente

de Napoléon, faisant ressortir l’homme sans entrailles, le comédien».

XXII.

Perchè potessimo formarci un concetto esatto dei fini letterarii, morali

e politici a cui il Manzoni diresse la sua opera poetica, occorrerebbe

che ci rendessimo conto delle titubanze, delle contradizioni, delle

audacie e dei pentimenti di quei primi nostri romantici, tanto minori

di lui. Egli è un atleta, che dissimula gli sforzi e i tentennamenti; i

quali, in lui, furon anche di corta durata. Gli altri invece, il Pellico

in ispecie, finirono con lo smarrirsi tra le mille incertezze, prima

di toccar la meta, anzi prima ancora d’aver trovata la via che potesse

condurvi.

Ricordo un magnifico spettacolo, al quale mi fu dato assistere in una

indimenticabile giornata d’autunno. Eravamo a Capri, su quel rialzo

a guisa di sella, dove s’annida la bianca borgata, tra le altezze

superbe del monte Solare, su cui s’inerpica Anacapri, e del Salto di

Tiberio. Un forte vento di tramontana aveva spazzata via la nuvolaglia

e i vapori nebbiosi dei giorni scorsi; e il cielo era tutto una volta

di lapislazzuli, e i monti della penisola sorrentina e del golfo di

Salerno, il promontorio di Miseno, le isole d’Ischia e di Procida si

disegnavan nitidamente all’orizzonte. L’immenso anfiteatro di Napoli, da

Baia a Castellammare e a Sorrento, con in fondo il Vesuvio che allungava

verso di noi il pennacchio superbo, si dispiegava luminoso ai nostri

sguardi. Pure, sull’ampio specchio delle acque del Golfo, d’un turchino

intenso, spuntavano e trepidavano innumerevoli e grossi batuffoli come

di candida bambagia: quasi un immane gregge di giganteschi ermellini,

gettati a nuoto; e sulla costa, dov’è l’approdo e dov’è scavata la Grotta

Azzurra, s’avventavano, con terribile impeto e fracasso, inseguendosi,

mostruosi cavalloni, che pareva volessero scovare e rapire dai loro

ripari le barche impaurite. Ebbene, rivolgendo gli occhi indietro, la

scena mutava. Il mare si stendeva ampio e tranquillo, liscio, senza

una ruga, fin laggiù laggiù dove si confondeva col cielo. Sotto l’Arco

naturale, ai piedi dei ciclopici Faraglioni, tra gli scogli della Marina

piccola, all’imboccatura della Grotta Verde, l’onda, qui come di zaffiro

liquefatto, più là come di topazio o di smeraldo «allora che si fiacca»,

susurrava carezzosa, quasi mormorasse una inarticolata ecloga piscatoria.

Le barchette s’accostavan sicure al piroscafo, ch’era venuto a gettar

l’ancora qui; e pareva che nessuno ricordasse più la tramontana che

rendeva inospitale l’altra riva.

L’arte manzoniana, che dissimula, sotto la superficie levigata e

iridescente, le agitazioni della tempesta, l’assomiglierei all’alto mare;

al Golfo che, fra tanta festa di colori, ancor risente l’impeto del vento

di nord, l’arte dei romantici minori. Per convenirne, basta ascoltare il

Pellico, in una lettera al fratello Luigi, da Milano l’11 dicembre 1815.

«Ti ricordi l’effetto che produsse in noi la lettura di

Shakespeare e di Schiller; come l’orizzonte si facea più vasto

davanti a noi? La fredda riflessione, il rimbombo della voce de’

pedanti, mi ha spesso fatto dire: questo mio fervore sarà egli

un delirio d’inesperta gioventù? verrà il tempo in cui arrossirò

delle mie sfrenate teorie, e discernerò quanto inerente al vero

bello sia la saviezza delle regole così dette aristoteliche?

La coscienza risponde di no.—Quando lessi la _Letteratura del

Mezzogiorno_ di Sismondi e il _Corso drammatico_ di Schlegel, mi

riaccesi dello stesso foco che Shakespeare e Schiller m’avevano

messo nel cuore. Lessi tutte le critiche francesi contro

Schlegel e Sismondi, e ne scopersi con isdegno i sofismi. Giorni

sono, Breme comprò una raccolta di opere drammatiche tedesche

tradotte in francese: l’_Emilia Galotti_ di Lessing, _Goetz di

Berlichingen_ di Goethe sono cose che sforzano l’ammirazione».

Ammiratore dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, vorrebbe rimaner fedele

anche ai pregiudizii critici di costoro; ma quella ventata del nord,

ch’egli ha lasciato entrare dalla finestra aperta, lo trasporta verso

l’eterodossia. Spera in un ravvedimento; ma intanto medita un tranello.

Nel luglio di quel medesimo anno aveva scritto:

«Converrà esser noto per tre o quattro produzioni ortodosse,

prima d’aver suffragi abbastanza per osar di tentare innovazioni,

violazioni di regole, ecc. Tanto quelle foggiate alla Schiller,

come le essenzialmente politiche, devono essere modeste, e

lasciare la primogenitura alle altre».

Shakespeare, Goethe, Lessing, anche Kotzebue (ne cita _Misantropia e

pentimento_, e attesta che l’_Andromaca_ di Racine «non farà mai spargere

tante lagrime», nonostante che sia «enorme la differenza di merito»),

lo entusiasmano, e, appena può, egli cerca d’imitarli (la _Francesca

da Rimini_ risente del _Romeo e Giulietta_, l’_Ester d’Engaddi_

dell’_Otello_, il _Tommaso Moro_ del _Giulio Cesare_); ma il poeta che

più lo commuove e lo affascina è lo Schiller, il tenero e appassionato

creatore di quelle delicate creature che si chiamano Amalia, Tecla, Luisa

Miller. «Oh divino Schiller!», esclama in una lettera del 20 gennaio

1820; «_Don Carlos_ e _Fiesco_ sono due tragedie inimitabilmente belle.

V’è una forza d’immaginazione che spaventa. Perchè mai Schiller non è

riconosciuto per uno dei più grandi ingegni che la repubblica letteraria

abbia avuto?». Verso quel nuovo dramma così schiettamente romantico, egli

è sospinto dalla sua indole generosa e fantasiosa e dal suo carbonarismo

bianco. Nelle sue tragedie è facile sorprenderne l’influsso un po’ da per

tutto: nell’_Eufemio di Messina_ e nell’_Iginia d’Asti_, nella _Francesca

da Rimini_ e nella _Gismonda da Mendrisio_. E insomma la sua _Matilde di

Canossa_, senza che forse egli ne avesse precisa coscienza, non tendeva a

conformarsi sempre meglio alla _Vergine d’Orléans_?[97]

Un tempo, anche il Manzoni aveva partecipato a siffatti entusiasmi, e

collocato Schiller tra Shakespeare e Goethe. Discorrendo di quel genere

di tragedie che a parer suo era «superiore ad ogni altro»; il quale,

«partendo dall’interesse che i fatti grandi della storia eccitano in

noi, e dal desiderio che ci lasciano di conoscere o d’immaginare i

sentimenti reconditi, i discorsi ecc., che questi fatti hanno fatto

nascere e coi quali si sono sviluppati (desiderio che la storia non può

nè vuole accontentare), inventa appunto questi sentimenti nel modo il più

verosimile, commovente e istruttivo»; il Manzoni, in certi suoi appunti

di critica, saltava sù a dire: «La pratica di quest’ideale drammatico

si vede portata al più alto grado in molte tragedie di Shakespeare; ed

esempj notabilissimi ne sono pure le tragedie di Schiller, del signor

Goethe, per non parlare che di quelle ch’io conosco». Anzi, subito dopo,

alla _Rodogune_ e all’_Héraclius_ di Corneille e al _Bajazet_ di Racine,

egli preferiva contrapporre appunto la _Maria Stuarda_[98]: quella cioè

che, a giudizio della Staël, è «de toutes les tragédies allemandes la

plus pathétique et la mieux conçue»[99].

Quanto alla moralità di quelle tragedie, gli rimaneva, sì, qualche

dubbio; e ad ogni modo, non gli pareva che, per tal riguardo, ci fosse

miglioramento o progresso sul teatro classico. «Noi», egli osserva,

«abbiamo una inclinazione a seguire più il nostro giudizio che le

leggi divine ed umane»; e «i poeti drammatici hanno assecondata questa

inclinazione, rappresentando casi in cui mille inconvenienti si trovino

nella esecuzione della legge, e mille vantaggi e mille sentimenti

virtuosi nella trasgressione. Esempj: _Héraclius_, _Tell_». E un po’

più giù, adduce ed esamina la prima scena dell’atto IV del _Guglielmo

Tell_ appunto, quella del pescatore che «osserva con un suo figliuoletto

la barca dov’è Gessler con Tell, agitata dai venti», come un cospicuo

«esempio del pericolo di far partecipare lo spettatore alla passione del

personaggio». Riferite le parole del pescatore:

«Knabe, bete nicht,

Greif nicht dem Richter in den Arm!».

e la risposta del fanciullo:

«Ich bete für den Landvogt nicht—Ich bete

Für den Tell, der auf dem Schiff sich mit befindet»,

egli ripiglia:

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 9 / 45 段