«... il carattere generoso di Paolo, e le sue poche righe sull’Italia,
m’hanno resa benevola molta gioventù: egli piace per lo meno quanto
Francesca; e tal era il mio intento»[89]. Sicuro; dacchè il suo intento
era di servirsi del palcoscenico come di tribuna politica, e di lanciar
da esso parole che fossero scintille, atte a riaccendere o a tener
desto nell’animo degli oppressi il sentimento dell’indipendenza e della
riscossa. La Censura milanese, non ancora ammaliziata, aveva lasciato
correre quel brano lirico, solo pretendendo «una leggiera correzione»,
forse di pura forma; ma il Pellico avrebbe a suo tempo scontata la
patriottica imprudenza, e nemmen l’_Eufemio di Messina_, nonostante le
sue proteste, gli sarebbe stato concesso di veder recitato[90].
Da un pezzo Silvio rimuginava soggetti tragediabili, per così dire, a
doppio fondo. Aveva pensato a un _Turno_; e l’abbozzo porta la data del
16 aprile 1814. Vi si parla a tutto andare di patria e di stranieri; e
dalla regina dei Latini si fa proclamare:
Italo spirto
Non ha chi mira, e nel suo cor non freme,
Da stranieri calcata e vilipesa
Degli avi suoi la veneranda polve;
E non afferra l’asta, e non rintuzza
I vilissimi scherni entro lor fauci.
Morte a’ Troiani!
Poi, sempre meglio convinto che la poesia drammatica «debba servire a
celebrare gli eroi della patria», aveva ideato un _Dante_, «tragedia di
genere nuovo». Poi, sospinto forse dal desiderio d’emulare il _Tiberio_
di Giuseppe Chénier, immaginò un _Nerone_: poi, forse per emulare il
_Saul_, un _Davide_, tragedia, quest’ultima, «non politica e recitabile»;
poi, a mezza strada, s’era lasciato sedurre da «un argomento trovato
nel Sismondi, tutto italiano». Ne buttò giù alla lesta due atti; ma il
18 luglio del 1815 annunzia d’averlo piantato lì, perchè «questo nuovo
argomento era politico, e di più, un maligno lo ha creduto allusivo
all’impresa del Re di Napoli». Per la quale e pel quale, egli, stordito
dai paroloni e ammirato degli atteggiamenti ribelli dell’amico Foscolo,
non sentiva se non disdegno e dispetto. Il 25 aprile, aveva scritto al
fratello:
«Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano per non dare
il giuramento, ed alcuni aggiungono perchè credeva che sarebbe
arrestato. È andato in Svizzera. Ha fatto bene di non andare
da Murat, in cui ha sempre avuto poca fiducia, e con ragione,
a quanto pare. Il fiasco che ha fatto questo Re ha calmato la
testa dei Milanesi. Ora si vede che Murat senza l’aiuto dei
Francesi non può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la
guerra difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra
terribile sarà questa!».
E il 5 maggio, sospettando che una lettera del fratello fosse stata
intercettata, soggiungeva:
«Vi può infatti essere stato un momento di rigore, quando i
Napoletani ci minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non
è destinato il mutar forma all’Italia, e che l’Italia tutta non
è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l’Italia può essere
considerata come una nazione, non può aver altro legame che il
federativo».
Dannose ubbie, in ispecie se predicate da un animo profondamente ingenuo
e ardente d’amor patrio. Ma il buon Pellico aveva, in politica, «la
veduta corta d’una spanna»; e fu un bene che, per un pezzo, frenasse la
mania di scriver tragedie tribunizie. Ma il fortunato successo della
_Francesca_ lo trasse dal suo riserbo. Nuovi soggetti gli s’affollarono
alla mente: una _Beatrice d’Este_, una _Pia dei Tolomei_, e da ultimo
una _Contessa Matilde_. Questo soggetto lo affascina e l’entusiasma.
Ricerca «quei brutti noiosi del Villani, del Varchi e del Guicciardini»,
rilegge il diletto Sismondi, e si mostra molto lieto d’essersi «fatto un
bel caratterone» di quel nuovo Costantino in gonnella».[91] Scrive nel
settembre del 1816:
«La mia Matilde è sempre più grande ai miei occhi». E, dopo di
aver accennato alla leggendaria narrazione delle origini di lei,
fatta dal Villani, ripiglia con ingenua compiacenza di romanziere
e di romantico: «Da questa unione romanzesca, ma storica,...
nacque, com’era ben naturale, una creatura tutta amore, tutta
fantasia e tutta spirito cavalleresco. Questa è Matilde....
Quell’anima ardentissima era troppo elevata al di sopra del suo
secolo per contentarsi d’avere un nome fra i piccoli regnanti
d’Italia, o per porre il suo cuore in uno di loro. Dio e la
gloria divennero la sua passione. Nella mano destra una spada
e nella sinistra una croce, inebbriò d’entusiasmo e d’amore
tutta la valorosa gioventù italiana, e proclamò come voluta
dal cielo l’indipendenza dei popoli italiani, i quali allora
venivano assaliti da Arrigo IV, re di Germania». Papa Ildebrando
aveva proclamato: «Dio non ha posta nessuna nazione sotto il
giogo d’un’altra, bensì tutte devono piegare la fronte dinanzi
al trono di Cristo, ch’è in Roma». Onde Matilde, «fatta primo
campione d’un Pontefice perseguitato e nello stesso tempo d’una
nazione oppressa, è un carattere singolarmente luminoso... Dio
e l’Italia erano la passione eroica di Matilde; ma un’eroina
è anche donna, e la donna ha un cuore proclivo alla pietà e
all’amore. Intrepida in mezzo ai pericoli della morte, ella pur
tremava nascostamente al cospetto del suo giovine prigioniero [il
principe Corrado, figlio dell’imperatore Arrigo!].... Immutabile
ne’ suoi proponimenti, ella ha giurato la perdita de’ Tedeschi
e la liberazione dell’Italia».... Le vicende della guerra son
tali, che l’imperatore giunge a dichiararle: «Io son pronto a
rinunziare al miei diritti all’Impero di Roma; purchè questo
titolo sia d’ora innanzi abolito; dell’Italia si faccia un regno;
si distruggano i tanti disprezzevoli scettri che la governano; e
Corrado sia teco incoronato Re indipendente di tutta la penisola».
È agevole comprendere come non fosse possibile che uno spirito quale il
Manzoni si lasciasse trascinare a simili anacronismi e delirii romantici.
Se la causa d’Italia era santa, non doveva esser permesso di tradire
la storia per giovarle! Silvio mostra un debole proprio per quelle
utopie che più infastidivano Alessandro. All’uno par bella l’idea della
confederazione italiana; all’altro parve sempre brutta, anche quando vide
farsene apostolo il suo Rosmini. All’uno sorrise quell’ibrido ideale
neoguelfo, ch’ebbe poi un così eloquente patrocinatore nel Gioberti;
all’altro ripugnò sempre che fosse «giunta la spada col pastorale». L’uno
ragionava così: Matilde «era una calda difenditrice della Chiesa, il che
io posso interpretare difenditrice dell’Italia»; l’altro: «Non so se il
Rosmini sia della mia opinione, ma avrebbero, pare a me, fatto assai bene
i Papi a rimanere in Avignone: l’Italia deve loro la condizione in cui
è»[92].
È vero che qualche critico partigiano non si peritò di dire che
nell’_Adelchi_ il poeta imprecasse contro la «rea progenie» dei
Longobardi in grazia di Carlomagno e de’ Franchi, paladini della Chiesa
e delle sue ambizioni temporalesche. Ma basta legger quella tragedia,
per accorgersi che, caso mai, il poeta è stato parziale per quello
dei due popoli, a cui appartennero Ermengarda, Adelchi e il prode e
leale Anfrido[93]. Di Carlomagno invece, a dispetto della tradizione
chiesastica cui anche Dante s’inchinò e della poetica che assomma
nell’Ariosto, egli ha fatto il tipo d’un fortunato ipocrita. Il Fauriel
ne ritrae così il carattere:
«Il est religieux, mais non autant qu’il faudrait, ni surtout
comme il faudrait l’être pour avoir quelques scrupules sur la
justice ou la sainteté des moyens de satisfaire son ambition;
les coups de sa bonne fortune sont, a ses yeux, les marques
les plus certaines de la faveur du ciel. Magnanime toutes les
fois qu’il peut l’être sans compromettre son pouvoir, généreux
quand il n’y a pas d’imprudence à la générosité, il est toujours
également prêt à encourager par des récompenses ou des promesses
la bassesse qui se vend à ce prix, et à flatter l’orgueil
désintéressé de la loyauté et de la bravoure».
Comparisce sulla scena, dopo che v’è passata la gentile vittima della sua
brutale lussuria e della sua ambizione. Egli è sgomento della resistenza
del «fiero Adelchi», di codesto prode il cui nome i suoi non proferiscon
che con terrore: «ardito Come un leon presso la tana, ei piomba, Percote,
e fugge»; una vera «scola di terror» per i Franchi. Carlo è deciso a
tornare indietro, a più facili imprese. Il legato papale adopera tutta
la sua arte oratoria, tutte le blandizie, perchè l’_invitto_ non rimetta
nella guaina il brando che il Signore aveva suscitato in pro del Pastor
santo. Ma le belle parole non sarebbero valse a nulla, se non fosse
arrivato in buon punto il diacono Martino. Solo allora, l’«eletto a
strugger gli empi» riprende coraggio, riparla con ostentata affezione del
«santo avel di Piero» e del «desiato amplesso del gran padre Adrian», e
ai due prelati intima:
E voi, le mani
Alzate al ciel; le grazie a lui rendute
Preghiera sian che favor novo impetri.
Pure, ei non riesce a intimar silenzio alla sua coscienza; e rimasto
senza testimoni, si abbandona a considerazioni e a scuse che mettono a
nudo tutta la sua profonda abbiettezza. Ancora una volta su quel regale
sepolcro imbiancato proietta la sua candida e rivelatrice luce lunare la
casta figura dell’innocente reietta. Essa s’affaccia come un fantasma:
Tacita, in atto di rampogna, afflitta,
Pallida, e come del sepolcro uscita.
Tragico commediante, a codesto Carlo manca, nella sua perversità, quel
non so che di leonino che rende terribili ma non disgustose le colossali
figure di Macbeth e di Saul; anzi di lui, come del dantesco Guido
Montefeltrano, potrebbe ripetersi che le opere «non furon leonine, ma di
volpe». Ha, egli pure, del «cordigliero» e dell’«uom d’arme» insieme.
Vuol persuadere a sè stesso che il rimorso che lo assilla («e perchè
dunque / Ostinata così mi stavi innanzi....?») sia «un fantasma d’error»,
che sia bugiarda la voce che gli grida in cuore: «No mai, no, rege esser
non puoi nel suolo Ove nacque Ermengarda!». Volgare e sacrilego sofista,
egli denunzia complice delle sue infamie, anzi mandatario, Dio stesso
(«Dio riprovata ha la tua casa; ed io / Starle unito dovea?»)[94]: quel
«Dio de’ santi», al quale la vittima s’appresta ad ascendere «santa
del suo patir». Davvero nel perverso suo cuore di re «loco a gentile,
Ad innocente opra non v’è»; e il suo nome il novissimo poeta ha voluto
trasmetterlo a noi accompagnato dall’«imprecar de’ tribolati».[95]
Dicono che in Carlomagno il Manzoni abbia inteso ritrarre il despota
che all’_alta ragion di regno_ aveva pur allora sacrificata Giuseppina
Beauharnais[96]. Potrebbe essere; e certo converrebbero perfettamente a
Napoleone pur quelle parole che con sì cruda verità ritraggono un cuore
dove il vento secco della più inesorabile ambizione ha spazzato fin le
ultime reliquie della gentilezza e della pietà umana:
Se minor degli eventi è il femminile
Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria
Colui che tutti, pria d’oprar, volesse
Prevedere i dolori? Un re non puote
Correr l’alta sua via, senza che alcuno
Cada sotto il suo piè.
[87] A un certo passo dello Schlegel, il Manzoni postillò: «Un poeta
drammatico deve, al pari d’ogni altro, desiderare tutto ciò che tende
al perfezionamento della società, qualora egli riguardi, com’è giusto,
l’arte sua come un mezzo e non come un fine....». Cfr. BONGHI, _Opere
inedite o rare di A. Manzoni_, II, 441.
[88] Non so che altri abbia avvertito che codesta espressione il Leopardi
desunse da un passo (III, 1) del _Principe e le lettere_. Dov’è detto:
«Voi dunque, o Socrati, Platoni, Omeri, Demosteni, Ciceroni, Sofocli,
Euripidi, Pindari, Alcei, e tanti altri incontaminati e liberi scrittori,
ispiratemi or voi non meno che salde ragioni, virile e _memorando
ardimento_». Il ricordo letterario mi pare che accresca vigore alla
parentesi leopardiana.
[89] Desumo i particolari della prima rappresentazione della _Francesca_
dalle lettere stesse del Pellico, recentemente pubblicate (ohimè, in che
malo modo!) dal p. ILARIO RINIERI, nel vol. I _Della vita e delle opere
di S. P._, Torino, 1898. Ho però tenute sott’occhi le diligenti note
che il prof. EGIDIO BELLORINI è venuto facendo a quella trascuratissima
pubblicazione. Cfr. _Intorno ad alcune lettere di S. P._, Cuneo, 1902.
[90] Cfr. BELLORINI, _Intorno ad alcune lettere_ ecc., pag. 12-16.—Del
BELLORINI mi giunge in buon punto, perchè io possa qui registrarlo, anche
lo scritto intorno alle _Idee letterarie di S. Pellico_ (dal «Giornale
Storico d. Lett. Ital.», 1906, vol. XLVII).
[91] La chiama così il D’OVIDIO, _Studii sulla Divina Commedia_, Palermo,
1901, pag. 374.
[92] Nei _Pensieri inediti_ del BONGHI, pag. 88.
[93] Curioso da notare: già l’Alfieri, nell’unica sua tragedia tratta
dai «secoli bassi», la _Rosmunda_, s’era abbandonato alla creazione
d’un tipo di guerriero ideale, scegliendolo tra i Longobardi! Adelchi
ha un precursore in Ildovaldo! Questi, postilla l’Altieri (nel _Parere
dell’autore_ ecc.), «è un perfetto amatore e un sublime guerriero. Le
tinte del suo carattere hanno però un non so che di ondeggiante fra
i costumi barbari dei suoi tempi, e il giusto illuminato pensare dei
posteriori, per cui egli forse non viene ad avere una faccia interamente
longobarda. Ma in ogni secolo ci può nascere degli uomini che non siano
dei loro tempi, e massimamente nei barbari e oscuri. A me pare, che
questo picciolo grado d’inverosimiglianza, allorchè non eccede, possa
prestare infinite bellezze; ma che non si possa pure scusare dell’esser
difetto». Si rilegga quel che di simile il Manzoni scrisse del suo
Adelchi, a p. 12.
[94] Adelchi gli manda a dire, con un accento che fa ripensare a padre
Cristoforo (I, 5; p. 33): «E digli ancora, / Che il Dio di tutti, il
Dio che i giuri ascolta / Che al debole son fatti, e ne malleva /
L’adempimento o la vendetta, _il Dio_, / _Di cui talvolta più si vanta
amico_ / _Chi più gli è in ira_, in cor del reo sovente / Mette una
smania, che alla pena incontro / Correr lo fa».
[95] Comunicando al Fauriel un’aggiunta fatta al testo, il Manzoni
scriveva (12 sett. 1822) con una cert’aria canzonatoria: «Ainsi vers la
fin du discours de son Eximiété Charles roi des Francs, ou de France,
homme illustre,....j’ai ajouté....». C’era dunque un’intesa, fra i due
insigni studiosi della storia medioevale, contro il povero re Carlone!
[96] Cfr. V. WAILLE, _Le romantisme de Manzoni_, Alger, 1890, p. 125:
«Dans _Adelchi_ il trace un portrait de Charlemagne, satire transparente
de Napoléon, faisant ressortir l’homme sans entrailles, le comédien».
XXII.
Perchè potessimo formarci un concetto esatto dei fini letterarii, morali
e politici a cui il Manzoni diresse la sua opera poetica, occorrerebbe
che ci rendessimo conto delle titubanze, delle contradizioni, delle
audacie e dei pentimenti di quei primi nostri romantici, tanto minori
di lui. Egli è un atleta, che dissimula gli sforzi e i tentennamenti; i
quali, in lui, furon anche di corta durata. Gli altri invece, il Pellico
in ispecie, finirono con lo smarrirsi tra le mille incertezze, prima
di toccar la meta, anzi prima ancora d’aver trovata la via che potesse
condurvi.
Ricordo un magnifico spettacolo, al quale mi fu dato assistere in una
indimenticabile giornata d’autunno. Eravamo a Capri, su quel rialzo
a guisa di sella, dove s’annida la bianca borgata, tra le altezze
superbe del monte Solare, su cui s’inerpica Anacapri, e del Salto di
Tiberio. Un forte vento di tramontana aveva spazzata via la nuvolaglia
e i vapori nebbiosi dei giorni scorsi; e il cielo era tutto una volta
di lapislazzuli, e i monti della penisola sorrentina e del golfo di
Salerno, il promontorio di Miseno, le isole d’Ischia e di Procida si
disegnavan nitidamente all’orizzonte. L’immenso anfiteatro di Napoli, da
Baia a Castellammare e a Sorrento, con in fondo il Vesuvio che allungava
verso di noi il pennacchio superbo, si dispiegava luminoso ai nostri
sguardi. Pure, sull’ampio specchio delle acque del Golfo, d’un turchino
intenso, spuntavano e trepidavano innumerevoli e grossi batuffoli come
di candida bambagia: quasi un immane gregge di giganteschi ermellini,
gettati a nuoto; e sulla costa, dov’è l’approdo e dov’è scavata la Grotta
Azzurra, s’avventavano, con terribile impeto e fracasso, inseguendosi,
mostruosi cavalloni, che pareva volessero scovare e rapire dai loro
ripari le barche impaurite. Ebbene, rivolgendo gli occhi indietro, la
scena mutava. Il mare si stendeva ampio e tranquillo, liscio, senza
una ruga, fin laggiù laggiù dove si confondeva col cielo. Sotto l’Arco
naturale, ai piedi dei ciclopici Faraglioni, tra gli scogli della Marina
piccola, all’imboccatura della Grotta Verde, l’onda, qui come di zaffiro
liquefatto, più là come di topazio o di smeraldo «allora che si fiacca»,
susurrava carezzosa, quasi mormorasse una inarticolata ecloga piscatoria.
Le barchette s’accostavan sicure al piroscafo, ch’era venuto a gettar
l’ancora qui; e pareva che nessuno ricordasse più la tramontana che
rendeva inospitale l’altra riva.
L’arte manzoniana, che dissimula, sotto la superficie levigata e
iridescente, le agitazioni della tempesta, l’assomiglierei all’alto mare;
al Golfo che, fra tanta festa di colori, ancor risente l’impeto del vento
di nord, l’arte dei romantici minori. Per convenirne, basta ascoltare il
Pellico, in una lettera al fratello Luigi, da Milano l’11 dicembre 1815.
«Ti ricordi l’effetto che produsse in noi la lettura di
Shakespeare e di Schiller; come l’orizzonte si facea più vasto
davanti a noi? La fredda riflessione, il rimbombo della voce de’
pedanti, mi ha spesso fatto dire: questo mio fervore sarà egli
un delirio d’inesperta gioventù? verrà il tempo in cui arrossirò
delle mie sfrenate teorie, e discernerò quanto inerente al vero
bello sia la saviezza delle regole così dette aristoteliche?
La coscienza risponde di no.—Quando lessi la _Letteratura del
Mezzogiorno_ di Sismondi e il _Corso drammatico_ di Schlegel, mi
riaccesi dello stesso foco che Shakespeare e Schiller m’avevano
messo nel cuore. Lessi tutte le critiche francesi contro
Schlegel e Sismondi, e ne scopersi con isdegno i sofismi. Giorni
sono, Breme comprò una raccolta di opere drammatiche tedesche
tradotte in francese: l’_Emilia Galotti_ di Lessing, _Goetz di
Berlichingen_ di Goethe sono cose che sforzano l’ammirazione».
Ammiratore dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, vorrebbe rimaner fedele
anche ai pregiudizii critici di costoro; ma quella ventata del nord,
ch’egli ha lasciato entrare dalla finestra aperta, lo trasporta verso
l’eterodossia. Spera in un ravvedimento; ma intanto medita un tranello.
Nel luglio di quel medesimo anno aveva scritto:
«Converrà esser noto per tre o quattro produzioni ortodosse,
prima d’aver suffragi abbastanza per osar di tentare innovazioni,
violazioni di regole, ecc. Tanto quelle foggiate alla Schiller,
come le essenzialmente politiche, devono essere modeste, e
lasciare la primogenitura alle altre».
Shakespeare, Goethe, Lessing, anche Kotzebue (ne cita _Misantropia e
pentimento_, e attesta che l’_Andromaca_ di Racine «non farà mai spargere
tante lagrime», nonostante che sia «enorme la differenza di merito»),
lo entusiasmano, e, appena può, egli cerca d’imitarli (la _Francesca
da Rimini_ risente del _Romeo e Giulietta_, l’_Ester d’Engaddi_
dell’_Otello_, il _Tommaso Moro_ del _Giulio Cesare_); ma il poeta che
più lo commuove e lo affascina è lo Schiller, il tenero e appassionato
creatore di quelle delicate creature che si chiamano Amalia, Tecla, Luisa
Miller. «Oh divino Schiller!», esclama in una lettera del 20 gennaio
1820; «_Don Carlos_ e _Fiesco_ sono due tragedie inimitabilmente belle.
V’è una forza d’immaginazione che spaventa. Perchè mai Schiller non è
riconosciuto per uno dei più grandi ingegni che la repubblica letteraria
abbia avuto?». Verso quel nuovo dramma così schiettamente romantico, egli
è sospinto dalla sua indole generosa e fantasiosa e dal suo carbonarismo
bianco. Nelle sue tragedie è facile sorprenderne l’influsso un po’ da per
tutto: nell’_Eufemio di Messina_ e nell’_Iginia d’Asti_, nella _Francesca
da Rimini_ e nella _Gismonda da Mendrisio_. E insomma la sua _Matilde di
Canossa_, senza che forse egli ne avesse precisa coscienza, non tendeva a
conformarsi sempre meglio alla _Vergine d’Orléans_?[97]
Un tempo, anche il Manzoni aveva partecipato a siffatti entusiasmi, e
collocato Schiller tra Shakespeare e Goethe. Discorrendo di quel genere
di tragedie che a parer suo era «superiore ad ogni altro»; il quale,
«partendo dall’interesse che i fatti grandi della storia eccitano in
noi, e dal desiderio che ci lasciano di conoscere o d’immaginare i
sentimenti reconditi, i discorsi ecc., che questi fatti hanno fatto
nascere e coi quali si sono sviluppati (desiderio che la storia non può
nè vuole accontentare), inventa appunto questi sentimenti nel modo il più
verosimile, commovente e istruttivo»; il Manzoni, in certi suoi appunti
di critica, saltava sù a dire: «La pratica di quest’ideale drammatico
si vede portata al più alto grado in molte tragedie di Shakespeare; ed
esempj notabilissimi ne sono pure le tragedie di Schiller, del signor
Goethe, per non parlare che di quelle ch’io conosco». Anzi, subito dopo,
alla _Rodogune_ e all’_Héraclius_ di Corneille e al _Bajazet_ di Racine,
egli preferiva contrapporre appunto la _Maria Stuarda_[98]: quella cioè
che, a giudizio della Staël, è «de toutes les tragédies allemandes la
plus pathétique et la mieux conçue»[99].
Quanto alla moralità di quelle tragedie, gli rimaneva, sì, qualche
dubbio; e ad ogni modo, non gli pareva che, per tal riguardo, ci fosse
miglioramento o progresso sul teatro classico. «Noi», egli osserva,
«abbiamo una inclinazione a seguire più il nostro giudizio che le
leggi divine ed umane»; e «i poeti drammatici hanno assecondata questa
inclinazione, rappresentando casi in cui mille inconvenienti si trovino
nella esecuzione della legge, e mille vantaggi e mille sentimenti
virtuosi nella trasgressione. Esempj: _Héraclius_, _Tell_». E un po’
più giù, adduce ed esamina la prima scena dell’atto IV del _Guglielmo
Tell_ appunto, quella del pescatore che «osserva con un suo figliuoletto
la barca dov’è Gessler con Tell, agitata dai venti», come un cospicuo
«esempio del pericolo di far partecipare lo spettatore alla passione del
personaggio». Riferite le parole del pescatore:
«Knabe, bete nicht,
Greif nicht dem Richter in den Arm!».
e la risposta del fanciullo:
«Ich bete für den Landvogt nicht—Ich bete
Für den Tell, der auf dem Schiff sich mit befindet»,
egli ripiglia: