Firmata la pace d’Amiens, Murat sollecitò d’esser mandato a Roma e a

Napoli, per sorvegliarvi il ritiro delle guarnigioni francesi; e sul

Tevere ebbe accoglienze e doni principeschi, sul Sebeto una spada con

l’elsa tempestata di diamanti. Il re Borbone prese le sue misure perchè

i giacobini napoletani non gli facessero le feste che avevan preparate.

Qualcosa i conservatori fiutavano, e l’avevano in uggia. A Milano essi

s’erano stretti intorno al Melzi, e profittavano d’ogni occasione per

porre Gioacchino in sospetto presso il despota. Insinuavano ch’egli

alimentasse le ubbie unitarie, e tollerasse che fin nell’esercito codeste

idee fossero diffuse e inculcate. Per parare il colpo, Murat denunziò

alcuni ufficiali, e si mostrò scandalizzato che il vicepresidente avesse

sofferto che dei _brigands_ applaudissero in teatro _La congiura dei

Pazzi_ e _La morte di Cesare_ (forse il _Bruto secondo_?). Ma c’ebbe la

peggio. Napoleone lo costrinse a rappattumarsi col Melzi; e, profittando

d’un nuovo suo congedo, lo trattenne presso di sè, nominandolo

governatore di Parigi.

E per la causa italiana l’allontanamento di Murat fu una vera iattura.

Eugenio e Giuseppe eran troppo ligi al re ed imperatore, e la loro

principale virtù consisteva nell’obbedienza e nella remissione più

completa. Valevan poco più di due mediocri prefetti. E quando,

nell’agosto del 1808, a Gioacchino fu concesso di ripassare le Alpi,

e d’assidersi sul trono di Napoli, era forse un po’ tardi: così per

lui, che vi tornava di malavoglia, dopo d’avere invano sperato il trono

di Polonia e quello di Carlo V; come pei popoli, disingannati circa

l’_égalité_ dei fratelli transalpini, e stanchi, sfiduciati, esausti.

Pure, le festose accoglienze che i Napoletani fecero e a lui e poi alla

regina, gli ridiedero lena. Benchè sfornito di una vera flotta, egli,

improvvisato ammiraglio, scacciò con un audace colpo di mano gl’Inglesi,

che s’eran nientemeno che appollaiati a Capri. E poco appresso, li

sloggiò nuovamente da Procida e da Ischia. Represse, con inusitata

energia, il brigantaggio politico negli Abruzzi e nelle Calabrie. E

intanto iniziò un illuminato riordinamento delle amministrazioni civili e

militari. Aprì scuole d’ogni genere, dalle universitarie alle primarie,

e non solo nella capitale ma fin nei borghi delle provincie. Si circondò

di ministri paesani, non conservando che due soli francesi. Oh dunque,

era mai vero che laggiù, in quelle terre così benedette da Dio e così

maltrattate dai governi (si pensava che il governo nazionale avrebbe

cangiato stile!), quel _cavalier_ che _tutta Italia_ aveva onorato e

ammirato, quel _signor valoroso, accorto e saggio_, veniva creando uno

Stato liberale? Alla bella aurora, che annunziava il nuovo sole di

libertà presto a sorgere di dietro la rutilante vetta del Vesuvio, i

_magnanimi pochi_ rivolsero sospirosi lo sguardo.

Ma codesto appunto inquietava Napoleone. Murat lascia _châtrer le code_,

accarezza il clero, prodiga decorazioni, persino _fait des singeries

pour Saint Janvier_: cosa dunque egli macchina con quell’ambiziosa

di sua moglie? Per tagliar corto con ogni loro velleità unitaria, un

decreto imperiale del 17 maggio 1809 annette gli ex-Stati della Chiesa

all’Impero; ma ne pone le milizie agli ordini del Re di Napoli. Murat

vede chiaramente che così si vuol renderlo inviso agl’Italiani, e

cerca di far comprendere ch’ei non si sente disposto alla parte di

gendarme. Nasce intanto il Re di Roma, e Napoleone invita Carolina a

esserne madrina. Non è possibile sottrarsi all’insidioso onore, e Murat

accompagna la regina a Parigi; ma non aspetta il giorno del battesimo, e

torna a precipizio, per riaffermare in modo solenne l’indipendenza sua

e dello Stato napoletano. Il 14 giugno (1811) decreta «che tutti gli

stranieri, i quali abbiano un ufficio civile nel Regno, sono obbligati

a farsene cittadini non più tardi del prossimo 1º d’agosto». Napoleone,

inviperito, contrappone al regio un decreto imperiale del 6 luglio:

il Re di Napoli, essendo francese e messo sul trono dai Francesi, non

può avere inteso di rivolgersi anche ai Francesi residenti nel Regno;

chè anzi _tous les citoyens français sont citoyens des Deux-Siciles!_

E richiede diecimila soldati per la guerra contro la Russia. Murat

risponde risolutamente di non potere sfornire, senza certo pericolo,

i presidii napoletani; ma quanto a sè, riman titubante se debba o no

partire pel campo. Napoleone riscrive, facendo appello al suo cuore di

soldato; e Murat si lascia vincere. S’incontrano a Danzica. Il maggiore

dei due da prima rimprovera, poi s’intenerisce e apre le braccia al

figliuol prodigo, che vi si getta commosso. La sera stessa, l’imperial

commediante si vantò d’aver molto ben recitata la parte dell’imbronciato

e del sentimentale; _car il faut tout cela_, disse, _avec ce Pantalon

italien_. Soggiunse: «Au fond, c’est un bon coeur: il m’aime encore plus

que ses _lazzaroni_...; il subit l’ascendant de sa femme, une ambitieuse:

c’est elle qui lui met en tête mille projets, mille sottises; il en est

a rêver la souveraineté de l’Italie entière». Sicuro; ed egli invece

sognava la sovranità su tutta la terra! E il _rêve_ di Murat era bello,

dacchè collimava coi desiderii e con gl’interessi del paese; il suo

era solo il delirio della perniciosa febbre, già contratta dormendo,

come diceva, nel letto dei re. Torna a singolare onore di Murat, che,

regnando in Italia, amasse tanto i suoi lazzaroni da destare la gelosia

dell’incoronato e cosmopolita _sans-culottes!_

In molti fatti d’arme di quella guerra disastrosa, l’insigne generale

di cavalleria diè nuove prove del suo coraggio. Qualche episodio

vale a richiamarci ancora a mente l’_Adelchi_. Narrano che, dinanzi

a Semenowskoë, un reggimento francese fosse preso da panico sotto

l’improvvisa gragnuola delle palle nemiche; e il colonnello stesse

per ordinarne la ritirata, quando si vide addosso il Re. «Che

fate?», gridò, prendendo l’ufficiale pel colletto. «Voi vedete»,

questi rispose mostrando il suolo coperto di feriti, «che qui non

è possibile rimanere».—_Eh! j’y reste bien moi!_—E il colonnello,

guardandolo ammirato: _C’est juste! Soldats, face en tête! Allons nous

faire tuer!_—Sennonchè la fortuna era stanca d’assecondare le stolte

avventure, e l’imperatore stesso si vide costretto a ordinare una ben

più vasta ritirata. Il difficile comando ne fu dato proprio a quel

generale, glorioso per le sue avanzate! Il quale, quand’ebbe ricondotto

l’esercito presso che al sicuro sulla linea dell’Oder, volle, sordo

a ogni scongiuro, tornare al suo regno. Napoleone lo fulminò con una

nota del giornale ufficiale: l’esercito, disse, è affidato al viceré

Eugenio; «ce dernier a plus d’habitude d’une grande administration; il a

la confiance entière de l’Empereur». Murat doveva tenersi certo oramai

che un nuovo trionfo dell’imperatore avrebbe segnato la sua rovina. E

cominciò a pencolare verso la diserzione. Nella sua anima, un’ambizione

regale degna di Macbeth s’infrangeva tra le oneste titubanze d’Amleto; e

non riusciva a sospingerlo fuori degli scrupoli l’assillo della sua lady

Macbeth. Ancora una volta accorse, in Germania, in aiuto di Napoleone, e

gli rese segnalati servigi a Dresda e a Lipsia; ma ancora una volta, e fu

l’ultima, le cattive notizie della Penisola ve lo richiamarono in fretta.

I due antichi compagni d’armi si separarono con presaga tristezza.

Murat ripassò per Milano il 31 ottobre (1813). Eugenio, l’aborrito

rivale, cedeva dinanzi agli Austriaci: se Napoleone non avesse

annientato gli Alleati con una delle sue più clamorose vittorie, questi

avrebbero finito col riconquistare l’Italia. Ma il tempo di quelle

epiche vittorie pareva finito per sempre. La sera del 4 novembre, Murat

rientrava in Napoli; e pochi giorni dopo, avviava trentamila uomini per

Roma e le Marche. Che cosa tentava? Per chi quegli uomini avrebbero

combattuto? Metternich adopera promesse e minacce perchè Murat si accosti

all’Austria: il Regno di Napoli gli sarebbe assicurato; anche gl’Inglesi

vi si sarebbero acconciati. Ma il Re non sa rinunziare al sogno d’un

regno d’Italia dalle Alpi ai tre mari; ed è convinto che, con l’Austria

in casa, quel sogno non si sarebbe mai potuto tradurre in una realtà.

I patriotti sono impazienti, e non sanno spiegarsi gl’indugi. Perché

Murat non libera al vento il vessillo dell’indipendenza e dell’unità?

I generali e i soldati dell’esercito di Eugenio non aspettano che quel

segno per correre a lui, e parecchi battaglioni di volontarii son pronti

a Bologna!... Il napoletano Amleto esita ancora. L’eroico gregario

attende dal generale un cenno, per gettarsi nell’azione: non gioverebbe

forse anche all’imperatore d’avere alle spalle e di lato un’Italia

sgombera del secolare nemico? d’avere qui, dietro le Alpi, non più

«volghi spregiati» ma un popolo «d’un sol voler, saldo, gittate in uno

Siccome il ferro del suo brando», e tenerlo «in pugno come il brando»?...

Il momento propizio trascorre. Quando il Re si decide a varcare il Taro,

il suo Rubicone, e ad assalire l’esercito d’Eugenio, è troppo tardi:

tre giorni dopo, cessano le ostilità. E mentre il vinto imperatore è

imbarcato per l’Elba, per quest’isola che egli, il generale Murat, aveva

conquistata alla Repubblica Francese all’alba del 1º maggio 1801; il re

Amleto rientra, il 2 maggio del 1814, nella capitale del suo piccolo

Stato, scontento di tutti, e più ancora di sè stesso.

XX.

L’Italia tornava _più serva e più derisa_ a gemere _sotto l’orrida

verga_. Eppure, _il glorioso fianco di tal madre_ non languiva

_infecondo_; nè essa aveva le _vene scarse del latte antico_; nè nutriva

figli a cui fosse grave _per essa il sangue donar!_ Gli è che

eran le forze sparse,

E non le voglie; e quasi in ogni petto

Vivea questo concetto:

«Liberi non sarem se non siamo uni;[83]

Ai men forti di noi gregge dispetto,

Fin che non sorga un uom che ci raduni».

Quell’uomo volle esser Murat. Evaso dall’Elba il 26 febbraio del 1815,

Napoleone era sbarcato tre giorni dopo, coi suoi Mille, sul suolo

francese; e il 10 marzo, entrava in Lione. Il 15, Murat s’affrettava

a dichiarare, per conto suo, guerra all’Austria; e il 17, mosse, alla

testa di quaranta mila uomini, alla volta di Roma. Luigi XVIII e Pio

VII si salvaron con la fuga. Mentre l’imperial cognato veniva accolto

trionfalmente a Parigi, Murat invadeva le Marche; e il 30 marzo, da

Rimini, dalle falde di quel monte Titano ch’è quasi simbolico baluardo

di libertà e d’indipendenza, diffuse il magnifico proclama agl’Italiani,

scritto forse da Pellegrino Rossi. Esordiva:

«Italiani! L’ora è venuta che debbono compirsi gli alti destini

d’Italia. La Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione

indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido

solo: _l’indipendenza d’Italia!_».

Gli stranieri han preteso di togliervela questa indipendenza, continuava;

ma «a qual titolo signoreggiano essi le vostre più belle contrade?...

Invano adunque levò per voi Natura le barriere dell’Alpi? Vi cinse invano

di barriere, più insormontabili ancora, la differenza de’ linguaggi e de’

costumi, l’invincibile antipatia de’ caratteri?».

«No, no; sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero!

Padroni una volta del mondo, espiaste questa gloria perigliosa

con venti secoli d’oppressioni e di stragi.... Ogni nazione

dee contenersi ne’ limiti che le diè Natura. Mari e monti

inaccessibili: ecco i limiti vostri.... Trattasi di decidere se

l’Italia potrà essere libera, o piegare ancora per secoli la

fronte umiliata al servaggio. La lotta sia decisiva, e vedremo

assicurata lungamente la prosperità d’una patria sì bella, che,

lacera ancora ed insanguinata, eccita tante gare straniere....».

E lasciando intendere che i governi liberali d’Europa, soprattutto

l’Inghilterra, avrebbero applaudito alla nobile intrapresa, Gioacchino

concludeva giustificando le sue esitazioni dell’anno avanti.

«Italiani! Voi foste lunga stagione sorpresi di chiamarci in

vano; voi ci tacciaste forse ancora d’inazione, allorchè i vostri

voti ci sonavano d’ogn’intorno. Ma il tempo opportuno non era

peranco venuto; non peranco avea io fatto pruova della perfidia

de’ vostri nemici, e fu d’uopo che l’esperienza smentisse le

bugiarde promesse, di cui ne erano sì prodighi i vostri antichi

dominatori nel riapparire tra voi. Sperienza pronta e fatale!....

Italiani! Riparo a tanti mali; stringetevi in salda unione; ed un

governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale,

una costituzione degna del secolo e di voi, garantiscano la

vostra libertà e proprietà interna, tosto che il vostro coraggio

avrà garantita la vostra indipendenza. Io chiamo d’intorno a me

tutt’i bravi per combattere. Io chiamo del pari quanti hanno

profondamente meditato sugl’interessi della loro patria, a fine

di preparare e disporre la costituzione e le leggi che reggono

oggimai la felice Italia, la indipendente Italia».

La tanto attesa parola era dunque stata finalmente proferita! Le terre

d’Italia risonaron di carmi: nella Romagna e nelle Marche, le canzoni

di Giulio Perticari, di Dionigi Strocchi, di Francesco Cassi[84]; nella

Toscana e nel Lazio, di Francesco Benedetti e di Luigi Biondi; nel

Napoletano, di Francesco Salfi, del colonnello Gabriele Pepe, di Gabriele

Rossetti. Il quale, novello Tirteo, seguiva l’esercito:

Tirteo d’Italia chi sarà nel campo?

Son io, son io!....

O sol d’Italia, che sì vivo sfoggi

Tutta la pompa de’ tuoi raggi ardenti,

Quanti qui siamo ci vedrai quest’oggi

Liberi o spenti![85]

Ai primi d’aprile, l’avanguardia napoletana sloggia gli Austriaci da

Cesena, inseguendoli per Imola fino a Bologna, dove entra e aspetta

il grosso della spedizione. Il 4, li ricaccia dietro la Samoggia e il

Panaro, e occupa Modena; intanto che altre legioni prendon Ferrara,

Cento, San Giovanni. Un passo ancora, ed invade Reggio e Carpi, e si

spinge fino alla Secchia. Sospinto dalla sua «indole impetuosa» e dalla

necessità di ottenere «sollecite vittorie», il re investe furiosamente

il ponte d’Occhiobello sul Po; ma non riesce a passarlo. Quest’episodio

sfortunato viene ad arte strombazzato come l’inizio della catastrofe.

Tornato a Bologna, Murat vi apprende che la divisione mandata a sollevar

la Toscana ha commesso irreparabili errori, e che gl’Inglesi minacciano

Napoli. Di più, «le speranze ne’ rivolgimenti d’Italia erano anch’esse

svanite, perocchè», narra il Colletta, «gli editti e i discorsi del re

non altro avean prodotto che voti, applausi, rime pubblicate, orazioni al

popolo, ma non armi e non opere: si aprì registro di volontari, e restò

quasi vuoto; i tenuti in prigione dai Tedeschi per colpe o sospetti di

Stato, fatti liberi da noi, tornarono queti alle case, ammaestrati non

irritati dal carcere». Al re comincia a mancar la lena; e il nemico ne

profitta per assalire e riprender Carpi, e ricacciare i Napoletani di là

dal Panaro. Il 15, sorprende e riguadagna Spilimbergo; e Gioacchino si

ritrae dietro al Reno, dove ottiene ancora una vittoria. Ma oramai egli

non pensa che a ritirarsi. Discende indisturbato a Imola, a Faenza, a

Forlì, a Cesena; infligge una nuova sconfitta agli Austriaci sul Ronco;

ma discende tuttavia a Rimini, a Pesaro, a Fano, a Sinigaglia, e il

29 giunge ad Ancona. Gli eserciti son quasi al contatto, e nei primi

di maggio, tra Macerata e Tolentino, avviene l’urto, che fu terribile

e sanguinoso. Il re fece prodigi di valore, e si moltiplicò in quelle

giornate decisive; ma fu sopraffatto. E lasciando al Colletta e al

Carascosa la cura di trattare col generale nemico (ahimè! era un italiano

anche lui, il Bianchi d’Adda!), egli quasi solo, e da privato, rientrò

in Napoli, sull’imbrunire del 18 maggio. Fu però «dal popolo scoperto

e salutato come re e come ancora felice». Andò alla reggia, negli

appartamenti della regina, «e giunto a lei, l’abbracciò, e con voce ferma

disse: La fortuna ci ha tradito, tutto è perduto!». Prepararono insieme

la partenza, e si congedarono dai più fidi e più cari. Poi, «provvide

co’ ministri a molte cose di regno, ultime, benefiche, ricordevoli; fu

sereno, discreto, confortatore della mestizia de’ circostanti; ed a’

Francesi che partivano ed ai servi che lasciava, liberale così come

principe che ascende al trono».

Al Manzoni le notizie del rovescio giunsero mentr’egli intonava la quinta

strofa della sua petrarchesca canzone. Invocato quel Dio che trascelse

Mosè tra’ giovinetti ebrei e lo fece duce e salvatore del suo popolo;

che «all’uom che pugna per le sue contrade L’ira e la gioia de’ perigli

infonde»; il poeta, fiducioso, incuorava il baldo capitano:

Con Lui, signor, dell’itala fortuna

Le sparse verghe raccorrai da terra,

E un fascio ne farai nella tua mano....

Ma la parola gli fu stroncata sulle labbra. Pure, egli che condannò

senza rimpianto tutta la sua opera poetica giovanile, non facendo grazia

nemmeno al _Carme per l’Imbonati_ lodatogli dal Foscolo e all’_Urania_

invidiatagli dal Monti, volle conservato quel frammento; e non appena

gli fu possibile, all’aurora delle belle «giornate del nostro riscatto»,

nel 1848, lo pubblicò insieme con l’ode _Marzo 1821_, e poi, nel 1860,

lo aggiunse alle tragedie e agl’Inni sacri, nel volume già fin dal

1845 stampato delle sue _Opere varie_[86]. Gli è che l’impresa tentata

dall’infelice principe era, fra quante a lui parevan suscettibili di

poema, quella che più faceva palpitare il suo cuore d’uomo, di cristiano,

d’italiano, di poeta. Gioacchino, de’ signori cui la sorte commise il

freno delle belle contrade, fu il primo, e rimase lungamente il solo,

che avesse coscienza dei doveri del principe e dei diritti del popolo

italiano; fu il primo che rivolgesse l’animo a

Sanar le piaghe c’hanno Italia morta;

e consacrò col martirio il tentativo generoso. Fu una dannosa ubbia

quella che consigliò tanti patriotti a non assecondarne lo sforzo. Se

verso Napoleone ei poteva parer macchiato d’ingratitudine, toccava forse

a noi, raggirati e disingannati dal geniale megalomane, di fargliene

carico? Anche Manfredi svevo era accusato d’orribili peccati; ma così

avesse vinto lui a Benevento, invece del nasuto paladino delle sacrileghe

ambizioni teocratiche! Il Manzoni, checchè una critica partigiana sia

venuta arzigogolando, riprese la grande tradizione poetica e religiosa

di Dante; e non si peritò mai di manifestar tutta la sua più cordiale

simpatia a principi che, per amore dell’unità politica, ritolsero a

Pietro quel che è, e dev’esser, di Cesare. E la musa schifiltosa e

sagace, la quale aveva assistito in silenzio al tripudio che accompagnò

il singolare capitano sino ai fastigi d’ogni mondano potere, sciolse

subito un cantico d’incitamento e d’encomio al baldo gregario che, pur

contro il volere dell’arbitro supremo, s’accinse alla santa opera di

ridarci una patria:

O delle imprese alla più degna accinto!....

E quel suo cantico, pur così monco, il poeta non permise che morisse.

[83] Il FABRIS, _Memorie Manzoniane_, pag. 98-99, riferisce che il

poeta solesse dire scherzosamente d’aver fatto «per l’Italia il più

gran sacrificio che possa fare un poeta, quello di far per essa un

brutto verso»: ch’è questo, di suono e di vigore alfieriano. Il Manzoni

soggiungeva: «Già, se l’Italia è risorta, essa lo deve a’ suoi poeti, che

di secolo in secolo hanno sempre avuto dei versi per lei».

[84] Il diciassettenne Leopardi preferì invece di esercitarsi in quella

innocua _Orazione agl’Italiani_, in cui è un ibrido connubio dello

spirito misogallico del conte Alfieri con quello misoitalico del conte

Monaldo. Essa fu pubblicata dal Mestica tra gli _Scritti letterarii di G.

L._, Firenze, Le Monnier, 1899, vol. II, p. 357 ss.

[85] Cfr. SCHERILLO, _Gabriele Pepe e Gabriele Rossetti_, nella «Lettura»

del luglio 1905: D’ANCONA. _Il concetto dell’unità politica nei poeti

italiani_, in «Studi di critica e storia letteraria», Bologna 1880, e

_Unità e federazione_, nelle «Varietà storiche e letterarie». Milano

1885, vol. II.

[86] Vedi in questo volume la nota bibliografica a pag. 492.

XXI.

«È un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati», osserva il

Manzoni nel Romanzo (c. 28), a proposito dell’Achillini, il quale con un

celebrato sonetto aveva esortato il re di Francia «a portarsi subito

alla liberazione di Terra Santa»; e soggiunge: «se nella storia trovate

de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente

ch’eran cose risolute prima». Forse l’umorista pensava un po’ anche a

ciò ch’era accaduto a lui; ma fu un bene che non si stancasse di dar

suggerimenti. L’impresa del Re di Napoli era finita male soprattutto

perchè la grande maggioranza degli Italiani non ne aveva compreso

il valore: la missione del poeta doveva dunque essere di diffondere

l’idea unitaria, d’inculcarla con opere che parlassero al cuore e alla

fantasia[87]. Un insigne maestro di poesia e di libertà, il _vate

nostro_, aveva, con «memorando ardimento»[88], tolto di mano a Melpomene

«l’odiator dei tiranni pugnale», e s’era avventato, sulla scena,

contr’ogni tirannia. Lo aveva, con scarsa fortuna, seguito il Foscolo;

con insperato successo, un novizio, Silvio Pellico.

Qualcosa circa la nuova tragedia che la Carlotta Marchionni avrebbe

recitata per la sua beneficiata al teatro Re, era di certo trapelata; e

l’aspettativa era grande. Quella sera, il 18 agosto 1815—proprio quando

più l’Italia sembrava umiliata dalla reazione straniera,—un «uditorio

formidabilissimo» s’assiepava per ascoltare la _Francesca da Rimini_

dell’ignoto e innominato poeta (un’altra ne aveva perpetrata, nel 1801,

un Edoardo Fabbri). Era forse l’abate Caluso? Forse il Di Breme? Il

Pellico se ne stava mezzo nascosto nel palchetto di questo suo amico,

«tacito, pieno di speranza, e pur alquanto palpitante». Si tira sù

la tela. L’attore che fa da Lanciotto, «atterrito da quell’udienza,

stroppia tutti i versi della prima scena». Ma la Marchionni riesce a

tenere a sè avvinta l’attenzione. Ed ecco Paolo che, dopo il lungo e

doloroso esilio, rimette il piede nella casa paterna. Non vi ritrova più

il padre; e si getta nelle braccia del fratello, esclamando:

Qui t’abbracciai l’ultima volta.... Teco

Un altr’uomo io abbracciava; ei pur piangea....

Più rivederlo io non doveva!

LANCIOTTO. Oh padre!

PAOLO. Tu gli chiudesti i moribondi lumi.

Nulla ti disse del suo Paolo?

LANCIOTTO. Il suo

Figliuol lontano egli moria chiamando.

PAOLO. Mi benedisse?—Egli dal ciel ci guarda,

Ci vede uniti e ne gioisce.........

Io non so se quella sera il Manzoni fosse in teatro; ma mi pare di

scorgere una somiglianza tra questa scena e l’altra, tanto più commovente

e appropriata e tanto più finamente cesellata, della ripudiata Ermengarda

che torna alla casa paterna, dove più non ritrova la madre. «Nelle

braccia del fratel suo», quella gentile sospirerà:

. . . . Oh dolce madre!

Qui ti lasciai: le tue parole estreme

Io non udii; tu qui morivi—ed io....

Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi:

Quella Ermengarda tua.......

. . . . . . . . vedi qual torna!

E benedici i cari tuoi, che accolta

Hanno così questa reietta.

E storicamente ciò non rispondeva al vero. Nelle _Notizie storiche_

premesse al’_Adelchi_ (pag. 12), è avvertito che questa è l’una delle

«due sole alterazioni essenziali» fatte dal poeta «agli avvenimenti

materiali e certi della storia»! Non soltanto Ansa non era «morta prima

del momento in cui comincia l’azione», ma «in realtà quella regina fu

condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì».

La tenera scena fra i due fratelli, nella Francesca, conquistò meglio

i cuori; ma l’entusiasmo proruppe al voto di Paolo che, stanco di

spargere il suo sangue «debellando città che non odiava», usciva nella

celebre tirata, la quale anticipò di tre anni il serventese del Simonide

recanatese:

Per chi di stragi si macchiò il mio brando?

Per lo straniero! E non ho patria forse

Cui sacro sia de’ cittadini il sangue?

Per te, per te che cittadini hai prodi,

Italia mia, combatterò se oltraggio

Ti moverà la invidia. E il più gentile

Terren non sei di quanti scalda il sole?

D’ogni bell’arte non sei madre, o Italia?

Polve d’eroi non è la polve tua?...

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 8 / 45 段