dopo, il romanziere imprese a descrivere i saccheggi e gli orrori che,
due secoli prima, altre e più brutali soldatesche esotiche seminarono
in quelle care borgate che s’inerpicano su pei monti o si nascondono
nelle valli, intorno al San Martino e al Resegone, ei non ebbe a lavorar
molto di fantasia! Quel Bellegarde secentesco e spagnolesco che fu
Don Gonzalo, aveva anche lui protestato, in nome del suo re, «di non
volere occupar paese, se non a titolo di deposito, fino alla sentenza
dell’imperatore»; e il buon popolo ambrosiano, mentre le grandi potenze
erano in armi per disputarsi la ghiotta preda, s’era anche allora sfogato
con una sedizione, la quale, anche allora, non valse se non a richiamare
nuova marmaglia straniera; e allora pure, mentre l’un esercito ci stava
sul collo, un altro, francese, era venuto a «inondare i nostri dolci
campi». E poi, «mentre quell’esercito se n’andava da una parte, quello
di Ferdinando [II, d’Austria] si avvicinava dall’altra; aveva invaso il
paese de’ Grigioni e la Valtellina; si disponeva a calar nel milanese».
Codeste «truppe alemanne» eran guidate dal conte Rambaldo di Collalto, un
condottiero meno incivilito del Bellegarde. Mal pagate, esse avevano già
«desolata la Germania» sotto il comando del Wallenstein; e ora venivano,
come uno sciame di cavallette, giù lungo «tutto il corso che fa l’Adda
per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in
Po», e lungo un buon tratto di questo fino al Mincio. Il giorno che dalla
Valsàssina quei demòni «sboccarono nel territorio di Lecco», che spavento
per quella povera gente, e che danni!
«Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si
spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva
a sacco addirittura: ciò che c’era da godere o da portar via,
spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili
diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse,
delle ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte l’astuzie
per salvar la roba, riuscivano per lo più inutili; qualche volta
portavano danni maggiori. I soldati, gente più pratica degli
stratagemmi anche di questa guerra, frugavano per tutti i buchi
delle case, smuravano, diroccavano; conoscevan facilmente negli
orti la terra smossa di fresco; andarono fino su per i monti a
rubare il bestiame; andarono nelle grotte, guidati da qualche
birbante del paese, in cerca di qualche ricco che vi si fosse
rimpiattato; lo strascinavano alla sua casa, e con tortura di
minacce e di percosse, lo costringevano a indicare il tesoro
nascosto».
Sono scene non solo verosimili, ma vere forse. I nipoti di quei
lanzichenecchi il romanziere li aveva veduti, anzi avuti per casa! E
aveva pur visto i nipoti di que’ _cappelletti_, che mettevan nuova paura
in corpo al già tanto impaurito don Abbondio. Chi non ricorda?
«Il territorio bergamasco non era tanto distante, che le sue
gambe non ce lo potessero portare in una tirata: ma si sapeva
ch’era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone di
_cappelletti_, il qual doveva costeggiare il confine, per tenere
in suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne,
nè più nè meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio
che potevano».[75]
Sicuro: perchè anche il 29 giugno del 1814, il Bellegarde, per reprimere
quel vero brigantaggio che i malcontenti d’ogni genere, soldati
disertori e impiegati licenziati, esercitavano su larga scala in tutto
il territorio e fin presso le mura di Milano, aveva dovuto mandare in
perlustrazione uno squadrone di ottocento cavalieri; _e quod non fecerunt
barbari fecerunt Barberini_!
Oh non era punto un bel vivere a Milano, durante l’imperversare della
reazione austriaca; ci si stava press’a poco come durante la guerra
per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga! Il Bellegarde
riferiva al suo imperatore che se la nobiltà, il clero, la popolazione
del contado avevano conservato un certo attaccamento alla Casa d’Austria,
le classi medie, i militari e gl’impiegati, le si dimostravano
ostinatamente avverse: forse, diceva, la vicinanza di Napoleone e il
contegno del Re di Napoli alimentano le loro segrete speranze. Un
poliziotto mandato a posta da Vienna, il 26 giugno scriveva al suo
governo: «Facendo nuove conoscenze, ho già dovuto rilevare con rammarico
che noi Tedeschi siamo quasi generalmente odiati; vi assicuro che il
malcontento eccede ogni limite, e che ci caccerebbero precisamente collo
stesso piacere con cui ci hanno accolti or fanno sette settimane»[76].
Al Commissario imperiale occorreva procedere con una grande prudenza;
la quale poi dava noia, come suole, ai reazionari arrabbiati, che gli
mutarono il nome in _Belletardi_. Si buccinò anche d’una congiura
militare, che per il 5 agosto doveva mettere a fuoco e fiamme tutta
la Lombardia: le _logge_ dei Frammassoni e le _vendite_ dei Carbonari
avevan tutto preparato, si diceva, per la proclamazione della Repubblica
Italiana. Il Bellegarde sarebbe stato disposto a non prestar fede a
simili fandonie; ma il Gabinetto imperiale voleva indagare, avere liste
di proscrizioni, reprimere esemplarmente. Alcuni cavalieri d’industria,
un Comelli von Stuckenfeld e un Esquiron de St. Agnan, specularono su
quella paura e pescarono in quel torbido. Il 5 agosto passa tranquillo;
non importa, la sollevazione si seppe esser rimandata all’ottobre.
Anche l’ottobre passò tranquillo; ma.... c’era stato un contrattempo.
Finalmente, il St. Agnan fa il colpo; ruba alcuni documenti, e nella
notte dal 3 al 4 dicembre consegna ai gendarmi il medico Rasori,
l’avvocato Lattuada ed altri ardenti e imprudenti complici della
terribile trama. Dell’inesorabile imperatore era alfin paga la «terribil
ira!».
Fu una sconcia tragicommedia; ma che strazio assistere a un tanto
avvilimento della patria, dopo tante illusioni e speranze!
E questa donna di cotanto lido,
Questa antica, gentil donna pugnace,
tornava a essere avvinta da
Genti che non vorrian toccarla unita,
E da lor scissa la pascean d’offese.
Povera, diseredata, avvilita e derelitta Italia![77]
Essa in disparte, e posto al labbro il dito,
Dovea il fato aspettar dal suo nemico,
Come siede il mendico
Alla porta del ricco in sulla via;
Alcun non passa che lo chiami amico,
E non gli far dispetto è cortesia.[78]
Sennonché, tra quella folla di sovrani, «tutti anelanti a farle
oltraggio», ce n’era pur uno, a cui gli occhi dei patrioti si volgevano
con desiderio e fiducia. Era, sì, nato di là dalle Alpi, ma la fortuna
e la virtù militare gli avean posto in mano il freno delle più belle
contrade della Penisola. Baldo, insofferente, generoso, perchè non
avrebbe egli osato finalmente di proferir quella parola «che tante etadi
indarno Italia attese?».
In te sol uno un raggio
Di nostra speme ancor vivea, pensando
Ch’era in Italia un suol senza servaggio,
Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.
[75] _Promessi Sposi_, capp. XXVII, XXVIII e XXIX.
[76] VON HELFERT, _La caduta della dominazione francese_ ecc., pag.
161-62.
[77] Per siffatte figurazioni dell’Italia, rimando a quanto già ebbi
a scriverne per illustrare il primo dei _Canti_ leopardiani. (Cfr. _I
Canti di G. Leopardi_ ecc., Milano, Hoepli, 1900, pag. 230 ss.). Qui
richiamo la _prosa prima_ del _Misogallo_, in cui l’Alfieri, dedicando
quell’_operuccia_ alla _Venerabile Italia_, le dice: «Onde, ed a quella
augusta Matrona, che ti sei stata sì a lungo, d’ogni umano senno, e
valore principalissima sede, ed a quella che ti sei ora (purtroppo!)
inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente; ed a quella che un
giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa,
magnanima, _libera ed una_....».
XVIII.
Gioacchino Murat è, dopo Napoleone, il personaggio forse più interessante
della immane tragedia ch’ebbe il suo prologo il 21 gennaio 1793, in
quella piazza di Parigi dove il carnefice della Rivoluzione troncò il
capo d’un re per diritto divino, e il suo epilogo il 5 maggio 1821, nella
remota isola del Pacifico, dove i principi di diritto divino avevan
confinato l’audace figlio della Rivoluzione, che s’era incoronato re
e imperatore con le sue proprie mani. Nato di popolo, bello, sveglio,
manesco, Murat era un seducente tipo di soldato e d’avventuriero. Amava
la sua lucente uniforme e il suo cavallo quanto la sua stessa persona;
della quale era vano, anche perchè essa valeva a conquistargli subito
le più ambite simpatie. Non aveva né principii morali né convinzioni
politiche molto salde: così che urlò da prima coi lupi della Rivoluzione,
e persino alterò il suo nome in Marat; e poi, quando volle cattivarsi
l’animo del despota, diè la caccia a quei lupi, e si compiacque d’esser
chiamato Gioacchino Napoleone.
Bonaparte non vide in lui un possibile rivale, e gli agevolò l’ascesa. Lo
condusse con sè in Italia, nel 1796; e dopo l’armistizio di Cherasco, ne
propose la promozione a generale di brigata. Gli affidò anche missioni
militari e diplomatiche a Genova, in Toscana, nella Valtellina, a Roma;
lo volle poi in Egitto, dove l’impareggiabile generale di cavalleria
manifestò tutta la sua bravura; e lo ebbe a fianco, tra’ più fidi e
gagliardi, in Parigi, nei foschi giorni di brumaio. Gioacchino richiese,
quasi in compenso di tali servigi, la mano di Carolina, l’ultima sorella
del Primo Console, che questi vagheggiava di maritare a Moreau. Il cuore
già lo possedeva: lo aveva preso d’assalto qui, quattro anni prima, nelle
sale e nei boschetti della villa Crivelli-Serbelloni a Mombello, dove ora
è il manicomio. Quelle nozze, in forma puramente civile, furon celebrate
il 20 gennaio 1800; ma due anni dopo, esse furon benedette dal cardinal
Caprara. Per convenienza politica, questi napoleonidi sollecitarono ciò
che, otto anni dopo, i coniugi Manzoni avrebbero compiuto per rinata
convinzione religiosa.
Al Murat, in quella eroica primavera, fu assegnato il còmpito di
condurre, attraverso il San Bernardo, il grosso nerbo di cavalleria
di quell’esercito della riserva, che Napoleone, rinnovando in sè gli
ardimenti di Annibale e di Carlomagno, riversava in Italia. Quali ansie,
tra quei monti
Erti, nudi, tremendi, inabitati
Se non da spirti: ed uom mortal giammai
Non li varcò!
Come gli saranno parse lunghe quelle quindici ore, che i suoi seimila
e duecento cavalieri spesero su per gli _aspri sentieri_ e i _balzi
dirotti_, che separano la gola di Minouée dalla capanna della Vaccheria!
La fanteria precedeva per la Valle d’Aosta, ed aveva ricacciata a
Châtillon una colonna nemica, quand’ecco si trovò di fronte alle
formidabili posizioni di Bard. La natura pareva avesse preparato il campo
al nemico: «gli abissi intorno gli scavò per fossati», e i monti eran «le
sue torri e i battifredi».
Ogni più picciol varco
Chiuso è di mura, onde insultare ai mille
Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.
Ma non mancò neppur questa volta chi additò all’esercito invasore un
sentiero, onde girare in largo e piombare alle spalle dei difensori. E
mentre una divisione asserragliava il forte, la fanteria, e dietro di
essa la cavalleria, sfilaron _per greppi senz’orma_, e giù per Ivrea
sboccarono «in mezzo ai campi Ondeggianti di spighe, e ne’ frutteti
Carchi di poma».
Non è possibile che il poeta, il quale una ventina d’anni dopo intendeva
a ricostruire, sugli scarsi accenni dei cronisti, il dramma della più
remota discesa dei Franchi, e metteva sulle labbra del diacono Martino
la immaginosa narrazione del suo singolare viaggio attraverso le Alpi
ignote[79], non avesse l’occhio e la mente al memorando passaggio che
s’era compiuto, per così dire, sotto i suoi occhi. Chi sa quanti racconti
di testimoni, con quanti particolari, non gli sarà toccato d’ascoltare!
E quanti colori non vi avrà attinto, anche per la magnifica scena che
segue, dei Longobardi sorpresi, sconfitti, messi in fuga! Essa è così
viva e mossa, come nessun’altra del nostro teatro tragico; anche più di
quella, pur tanto ricca d’azione e d’affetti, in cui Saul, sopraffatto
dai fuggenti e in cospetto dell’irrompente oste vittoriosa, soccombe.
Quel brillante ufficiale, che i Milanesi avevan già ammirato quattro anni
avanti, rientrò il 2 giugno, alle 4 del pomeriggio, per porta Vercellina
(ora Magenta), nella metropoli cisalpina, preceduto da gran fama, anche
pei più recenti prodigi di valore e d’audacia compiuti nel traversare
la Sesia e il Ticino, e con nuovo fasto principesco. Ma non ci si fermò
se non due giorni: e poi via, a capo dei suoi cavalieri, per Piacenza,
dove passò, con temerità sbalorditiva, il Po; per Voghera, dove sfilò
al trotto sotto gli occhi sorridenti di Napoleone e quelli sorpresi del
parlamentario austriaco; per i piani di Marengo. I Consoli, quando egli
potè ritornare a Parigi col glorioso cognato, gli decretarono una spada
d’onore. —Nel dicembre, conduce in Italia, pel Piccolo San Bernardo,
un nuovo esercito; e occupa Ancona e la Toscana, e si stabilisce a
Firenze, per trattare col Papa e col Re di Napoli, e costituire il
Regno d’Etruria. Fa un colpo di testa, che gli riesce e gli attira
nuove simpatie tra’ cisalpini: chiama «esercito d’Italia» quello che
Napoleone aveva battezzato «corpo d’osservazione del Mezzogiorno».
Benchè gli utopisti gli tengano il broncio, per non aver egli proclamata
la repubblica a Firenze, a Roma, a Napoli; i patrioti meglio ispirati
riappuntano in lui, francese, quegli sguardi di desiderio che Campoformio
aveva stornati dal Corso fedifrago. Murat se ne compiace; e il 2 agosto,
nel proclamare l’atto costituzionale della nuova monarchia, pronunzia
un discorso, in cui accenna agli splendori medicei, ed esorta i Toscani
a considerare i Francesi come un popolo amico, «il quale sa rispettare
presso le nazioni straniere i principii monarchici, al modo stesso che
sa mantenere in patria i principii repubblicani». Napoleone lo lascia
fare e dire; anzi lo mette a capo di tutte le milizie francesi che si
trovavano nella Penisola. Ed egli viene a stare a Milano. Indignato per
le malversasazioni dei commissarii repubblicani, affretta la costituzione
della Repubblica Italiana, con Napoleone presidente; e il 14 febbraio
1802, dopo d’aver passate in rivista, nella piazza tra il Duomo e la
reggia, le sue belle truppe, tiene nella sala delle cariatidi un altro
discorso, augurando le sorti più liete al nuovo Stato italiano che si
costituiva sotto gli auspici tutelari di Bonaparte.
Pur troppo, il popolo lombardo aveva ivi stesso, sei anni innanzi,
ascoltate proprio dalla bocca di costui parole anche più promettenti.
«Vous serez donc libres», egli aveva detto nel fervore di quei primi
entusiasmi liberaleschi, «et vous serez plus sûrs de l’être que les
Français; Milan sera votre capitale, l’Oglio et le Serio seront vos
barrières; la Romagne vous écherra et d’autres provinces encore; vous
embrasserez les deux mers, et vous aurez une flotte!». Allora Vincenzo
Monti—che fra que’ rapidi mutamenti politici non sapeva che pesci
pigliare, o meglio, cercava di pigliarli tutti, ma l’un dopo l’altro
gli sguisciavan di mano—aveva mutata, anzi capovolta, la fine della
sua _Musogonia_. Dove prima, nel 1793, aveva inneggiato a Francesco
d’Austria, italiano perchè nato a Firenze (il 12 febbraio 1768),
invocando sul suo biondo capo il favore dei numi:
Voi che tutta dell’italo destino
Mai non volgeste la potenza in basso,
Contro il Gallo fellon che varca il monte
Destatevi e levate alto la fronte.
Pietà d’Ausonia, a cui di pianto un rio
Bagna la guancia delicata e casta,
E nel sen v’addimostra augusto e pio
Il solco ancor della vandalic’asta....
Tu, germanico eroe, che in biondo pelo
Mostri, invitto Francesco, alto consiglio,
Tu ricomponi alla piangente il velo,
Ch’ella t’è madre, e madre prega al figlio.
Vien, pugna, e salva la ragion del cielo,
Chè ben per Dio si corre ogni periglio;
Vieni, e al furor del seme empio di Brenno
Il petto opponi di Cammillo e il senno....;
ora, nel 1797, si rivolge al «magnanimo eroe» (_il Gallo fellon!_) che
riconduceva di qua dalle Alpi il «furor del seme empio di Brenno», per
esortarlo a farsi «d’Ausonia l’Alessandro e il Numa»:
Ma di leggi dotarla, _e le disciolte_
_Membra legarle in un sol nodo e stretto_....;
E l’aquila frenar che l’ugne ha volte
Contro il suo fianco e l’empie di sospetto,
Sia questa, o salvator forte guerriero,
La tua gloria più cara e il tuo pensiero.
Anche Ugo Foscolo aveva, in quell’anno, intonata la sua ode _A Bonaparte
liberatore_, esclamando fiducioso:
Italia, Italia,....
I desolati lai
Non odi più di vedove dolenti,
Non orfani innocenti
Che gridan pane ove non è chi ’l rompa;
_Ve’ ricomporsi i tuoi vulghi divisi_
_Nel gran popol_ che fea
Prostrare i re col senno e col valore,
Poi l’universo col suo fren reggea....
Ma l’eroe gridato «liberatore»; il quale ai Milanesi aveva promesso:
«Si l’Autriche revient à la charge, je ne vous abandonnerai pas!», e
aveva soggiunto, con l’enfasi propria del tempo, «Un jour peut-être vous
tomberez, mais alors je ne serai plus là, et d’ailleurs Sparte et Athènes
aussi ont succombé après s’être inscrites dans les fastes du monde!»; di
lì a poco aveva patteggiata Venezia
Come fanno i corsar dell’altre schiave.
Onde i disperati sconforti di Jacopo Ortis. Il quale, tra imprecazioni
che ricordano il _Misogallo_, ha pur una frase che richiama l’idea
intorno a cui s’impernia il primo Coro dell’_Adelchi_[80]. «Moltissimi
de’ nostri presumono che la libertà si possa comperare a danaro», scrive
nella lettera del 17 marzo dell’anno I, «presumono che le nazioni
straniere vengano per amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’
nostri campi onde liberare l’Italia». Strana e assurda presunzione!
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?...
«Ma i Francesi», ripiglia l’Ortis, «che hanno fatto parere esecrabile
la divina teoria della pubblica libertà, faranno da Timoleoni in pro
nostro? Moltissimi intanto si fidano del giovine eroe nato di sangue
italiano, nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e
crudele non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa
ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se
ne compiace?...».
E i moltissimi ebbero torto!
A frangere il giogo che i miseri aggrava,
Un motto dal labbro dei forti bastava:
E il labbro dei forti proferto non l’ha![81]
E in chi dunque oramai fidare e sperare? Non era possibile che tutta la
nazione, e non era neanche da consigliare, si appigliasse al partito
a cui Jacopo—non Ugo—s’immolò! E poi, non era stato Napoleone a dare
un corpo alle vaghe aspirazioni italiane di libertà e d’indipendenza?
Ch’egli, in un certo momento della sua vita, vagheggiasse un’Italia tutta
unita, era un fatto; che sognasse, un quarto di secolo prima del poeta,
una Italia «libera tutta tra l’Alpe ed il mare»,
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor;
ce lo hanno rivelato quelle poche tra le «eterne pagine», in cui
l’imperiale recluso «ai posteri narrar sè stesso imprese». Gli è che
opposto a quell’ambita fusione egli aveva visto un ostacolo politico e
morale, che la configurazione topografica della Penisola rendeva più
grave, anzi insormontabile. Napoleone lasciò scritto:
«L’Italie, isolée dans ses limites naturelles, séparée par la
mer et par de très hautes montagnes du reste de l’Europe, semble
être appelée à former une grande et puissante nation.... Quoique
le sud de l’Italie soit, par sa situation, séparé du nord,
l’Italie est une seule nation. L’unité de langage, de moeurs,
de littérature doit.... réunir enfin ses habitants dans un seul
gouvernement.... Elle a dans sa configuration géographique un
vice capital, que l’on peut considérer comme la cause des
malheurs qu’elle a essuyés et du morcellement de ce beau pays en
plusieurs monarchies ou républiques indépendantes: sa longueur
est sans proportion avec sa largeur».[82]
Di qui la difficoltà d’un centro unico, che tutti volessero riconoscere
e accettare, e che fosse rispondente a tutti i bisogni. Ve n’è, sì, uno:
_il nostro capo_, Roma; ma vi sedeva il successore del maggior Piero. Al
generale Bonaparte non sembrava possibile rimuoverlo. E se dopo, alla
mente e alla fantasia dell’imperatore Napoleone tutte quelle condizioni
topografiche, storiche, politiche, teocratiche, delle regioni e delle
nazioni, si presentarono come fin troppo malleabili ed elastiche, e fin
trascurabili; allora gli parve anche trascurabile l’ideale d’un’Italia
unica, imperniata su Roma laica. Il padre del Re di Roma vagheggiava
oramai un’epopea virgiliana; non poteva quindi più sorridergli il modesto
idillio romantico, che ebbe il suo poeta in Alessandro Manzoni, la sua
prima vittima in Gioacchino Murat.
[78] Il Manzoni riprese poi quest’immagine nell’ode Marzo 1821:
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d’altrui;
La sua parte, servire e tacer.
[79] Ebbi già (prima nel numero unico _Vesuvio ed Etna_, agosto 1892;
poi nella _Biblioteca delle Scuole italiane_, gennaio 1900) occasione
di segnalare un curioso riscontro. Nell’ultimo canto, del poemetto
autobiografico _Il poeta di teatro_, Filippo Pananti, descrivendo un suo
viaggio nel paese di Galles, esce a dire (st. 14 e 15):
Siegui il cammin che a Bangor ti conduce,
E la scena vedrai farsi alta, tetra;
Aprirsi a destra un gran campo di luce,
Levarsi a manca un gran monte di pietra;
Alto silenzio da una banda stare,
Dall’altra il tempestoso urlo del mare.
Nero campo di sacre ombre coperto,
Immense solitudini profonde,
Silenzio maëstoso del deserto;
Qui non s’ode che il fremito dell’onde,
Il tuon che sopra i monti alto passeggia,
E il vento che fra gli antri romoreggia.
E il poeta stesso annotò: «Questo deserto, di cui qui si parla, s’appella
Cum. _Qui non s’incontra traccia di vivente_, non un albero, non una
fronda; un raggio di sole non illumina la deserta via; _non si sente
altra voce che l’urlo dei torrenti e i gridi dolorosi dei neri uccelli
del Nord_. La Solitudine sembra il suo trono aver posto nelle caverne
delle montagne, e nella orrida maestà degli aspri e nudi macigni; le nubi
sono il suo manto, e sono i cupi recessi l’oscuro suo _padiglione_».—Non
si può non risentirvi un’eco della descrizione manzoniana. Non intendo
però d’insistere sulle somiglianze e sulle dissomiglianze. In fatto
d’imitazioni letterarie, chi ha avuto la buona ventura di scovarne e
fintarne una, è facilmente corrivo ad esagerare l’importanza dei tratti
rassomiglianti; e chi per contrario è chiamato a osservare e giudicare,
tende, quasi mal consigliato da una incosciente ed innocente invidiuzza,
ad ingrandire le proporzioni delle divergenze. L’uno guarda le linee
che lo seducono con una lente d’ingrandimento; l’altro, quasi seccato,
rovescia il cannocchiale, e guarda dispettoso dalla parte opposta. E
poi, ciascuno, in queste inezie, tien molto a un suo proprio e speciale
senso del limite, a una sua propria e particolare maniera di vedere e
d’intendere; così che non riesce facile l’accordo nemmeno tra compagni
di studio. A buon conto, che tra i versi del Manzoni e la noterella del
Pananti una qualche somiglianza ci sia, non mi pare si possa, senza
cedere a un’acuta voglia di contradire, negare. Sta il fatto che io
pensai spontaneamente a quelli mentre leggevo, con tutt’altro in mente,
il poemetto del Mugellano. Se poi l’incontro sia del tutto casuale; o
se invece si tratti d’inavvertite reminiscenze di letture altre volte
fatte; o se addirittura è da ammettere che il tragediografo lombardo
desumesse consapevolmente qualche tinta al paesaggio nordico, disegnato
e colorito con l’abituale e naturale vivacità della sua lingua materna
dal commediografo toscano: son questioni diverse, e ben più difficili e
delicate da risolvere.—Conviene avvertire che _Il poeta di teatro_ fu
edito la prima volta a Londra nel 1808, e ripubblicato poi a Milano nel
1817 (ed io ho tra mani giusto questa più recente edizione); e ricordare
che l’_Adelchi_ venne alla luce solo cinque anni più tardi, nel 1822.
[80] Cfr. ZUMBINI, _Werther e Jacopo Ortis_; Napoli, 1905, pag. 18 n.
[81] Versi cancellati dalla Censura nel primo Coro dell’_Adelchi_. Vedi a
pag. 145 e 147.
[82] _Campagnes d’Italie._ Cfr. BOUVIER, _Bonaparte en Italie_, pag.
116.—Al generale Bertrand, a Sant’Elena, Napoleone diceva «qu’il voulait
formellement créer indépendante et libre la nation italienne».
XIX.