[67] Cfr. PARINI, _Vespro_, v. 344-5: «A tal clamore Non ardì la mia Musa

unir sue voci»; e _Il Cinque Maggio_.

[68] Cfr. _Il Conte di Carmagnola_, I, 5ª (pag. 191): «Ma tra la

noncuranza e la servile Cautela avvi una via; v’ha una prudenza Anche pei

cor più nobili e più schivi......»

[69] I Francesi avevano cominciato per tempo. Nel 1796, Massena entrò in

Milano il 14 maggio, e il 23 scriveva al Direttorio, «avec une certaine

fierté, que le tableau général des contributions en pays conquis ne

s’élevait pas à moins de 35,571,400 francs».—Cfr. BOUVIER, _Bonaparte en

Italie_, pag. 607.

[70] _Il Conte di Carmagnola_, I, 2ª (pag. 184).

XV.

Se il Manzoni era il sincero interprete dei sentimenti della parte più

eletta del popolo lombardo, un altro poeta, anch’esso amico di libertà,

si ribellava a quei sentimenti, in preda a un’agitazione incomposta.

Che cosa precisamente volesse ed auspicasse quell’edizione economica

dell’Alfieri che fu il Foscolo, nè seppero allora i suoi amici, nè in

verità si riesce a comprendere dalla sua _Lettera apologetica_, scritta

in Inghilterra circa il 1823 e pubblicata molto più tardi, a Lugano, nel

1844. Con un dispetto e un’acredine, che fa vivo contrasto col fiducioso

compiacimento di uomini come il Manzoni ed il Pellico, ei vi narra:

«I moltissimi trucidatori d’un solo, e il Podestà e i consiglieri

municipali e le spie tedesche e i primati della congiura

crearono una Reggenza del Regno, e un’assemblea di legislatori.

Deputarono ambasciatori agli Alti Alleati in Parigi a perorare

i diritti dell’Indipendenza Italiana; ma per agevolare il

trattato, e mostrarsi discordi deboli ed imbecilli, e meritarsi

l’indipendenza, fecero legge che dal Regno fossero esclusi tutti

quanti i paesi che non erano appartenuti al ducato di Milano.

Così di sei milioni di abitatori, lo ridussero a poco più d’uno.

Cassarono da’ ruoli gli ufficiali tutti quanti dell’esercito

ch’erano nati in Francia, o fuori de’ confini di quel nuovo

regnetto, e che non per tanto da vent’anni avevano versato sangue

e procreato figliuolanza legittima; e solo per essi gl’Italiani

cominciarono a non essere nominati codardi fra le nazioni. I

collegj degli elettori, composti de’ notabili fra’ possidenti di

terra e di denaro e sapere nel Regno; stabiliti per fondamento

di tutte le leggi a rappresentare il popolo tutto, ed eleggere i

senatori, i giudici, ed ogni magistratura, e il re ove mancasse

la successione; indipendenti dalla corona: non eletti che da’

loro pari; e non revocabili, nè mai pagati: erano fatti radice

vera di tutte le costituzioni. Pur nondimeno anche i collegj

furono in quella notte pervertiti, mutilandoli di quanti membri

rappresentavano i dipartimenti e le città del Regno che non

parlavano il puro dialetto lombardo. Finalmente con legge

acclamata fu decretato doversi inibire ogni ingerenza e consiglio

nelle faccende pubbliche agli uomini dotti, come adulatori

venali, inettissimi a tutti diritti ed ufficj di cittadinanza».

Son periodi che hanno la risonanza e l’apparente concettosità di quelli

di Tacito o di Sallustio; ma in verità essi velano quel medesimo

sentimento rancoroso che male ispirò, qualche mese dopo, i reazionarii

senatori Veneri e Guicciardi, ex-presidente ed ex-cancelliere del

Senato, a presentare al commissario imperiale una protesta contro

le deliberazioni dei Collegi Elettorali. «E se», vi si diceva, «non

avrebbero potuto ciò fare tutti gli elettori legalmente riuniti in numero

di millecentocinquantatre, tanto meno una frazione di centosettanta

elettori di otto soli dipartimenti». Il fatto cui si accenna stava così.

Dalla Reggenza s’era discusso sulla convenienza d’invitare o no «gli

elettori dei dipartimenti occupati dalle truppe nemiche: alcuni di essi

si trovavano a Milano per impiego o casualmente. Si temeva», riferì poi

il Verri, «d’irritare gli Alleati con una rappresentanza d’elettori di

paesi già da essi occupati: vennero quindi circoscritti i Collegi agli

otto dipartimenti ancora liberi: Olona, Mincio, Alto Po, Agogna, Lario,

Adda, Serio, Mella».

Può esser curioso sentire che cosa il Manzoni pensasse dalla _Lettera

apologetica_. Il Bonghi narra d’avergliela data lui da leggere, e

d’averlo trovato un giorno con essa tra le mani. «Gli domandai come

avesse fatto a leggerne tanto. Lui m’ha risposto: Sono arrivato sin qui

cercando qualcosa di chiaro e di netto, e un periodo che avesse a che

fare con quello che lo precede e che lo segue.—Aprii a caso lo stesso

libro...., e lessi il primo periodo...., osservando come non mi riusciva

d’intenderlo.—E già, mi rispose, son come quei ripieni d’organo senza

nessun motivo (fece il suono dell’organo: oh! oh! oh!), e gira e gira e

non sen cava nulla!».—E il Bonghi stesso riferisce quest’altro aneddoto.

«Un giorno», racconta, «questionavamo Broglio ed io sul merito di Foscolo

come scrittore in prosa. Lui, senza aver sentita la quistione, ci disse:

Fate decidere a me, che sono nel giusto mezzo, imparziale.—Io, risposi,

sostengo che Foscolo è uno scrittore insopportabile.—Queste cose, riprese

lui, io non fo che pensarle!».[71]

[71] _Pensieri inediti di Ruggiero Bonghi_, ecc.; Lucera, 1899, pag. 89

e 84.—Nella VI delle sue _Lettere critiche_, da Stresa, 30 aprile 1855

(nell’edizione milanese del 1873, pag. 67), il Bonghi lasciò un pubblico

ricordo del giudizio manzoniano. Notata «l’imperfezione grandissima

delle facoltà discorsive e ragionative» del Foscolo, «imperfezione tanta

e tale da non riuscirgli di ragionare neppure le cose ragionevoli che

dice», ripigliava: «Questo difetto insieme cogli altri è molto meno

evidente nelle prose scritte in inglese che non in quelle che ha scritto

in italiano, e tra le ultime, l’è molto meno nelle prose letterarie che

nelle politiche. Le quali sono così sconnesse, che, come diceva un uomo

di molto spirito, non si leggono se non per la curiosità di trovarci un

periodo che abbia che fare col seguente e col precedente; quantunque non

sarei lontano dal concedere che ci possa parere un pregio quella certa

vibratezza e concisione con cui sono talora espressi alcuni concetti

che fermano».—Dei suoi fini e intendimenti politici poi, il Bonghi

così giudicava: «Quanto a me, amo il Foscolo; ho simpatia per lui; le

sue sventure m’addolorano; ho per quest’Italia tutto quell’amore che

aveva lui; e se non l’amo proprio alla sua maniera, è perchè non mi

riesce d’intendere quale fosse propriamente questa sua maniera». E a

un tapinello che volle mostrarsi scandalizzato e sdegnato di questo

giudizio, il Bonghi replicava (pag. 285): «Mi farebbe, invece, grazia ad

insegnarmi cosa il Foscolo sperasse per questa Italia che amava, quale

avvenire, quali ordini? Questo è quello che non m’è parso d’intendere da’

suoi scritti».

XVI.

Il 23 aprile, mentre a Mantova il principe Eugenio firmava una

seconda convenzione militare, con la quale si consegnava all’Austria

il territorio che già costituì il Regno d’Italia, «insino a che sarà

conosciuta la sorte definitiva del paese»; qui a Milano i Collegi

Elettorali formulavano l’indirizzo che i loro delegati dovevan

presentare, in Parigi, agli Alleati. Vi chiedevano: «l’assoluta

indipendenza del nuovo Stato Italiano; la maggiore estensione di

confini del nuovo Stato; una Costituzione liberale...., che ammetta una

rappresentanza nazionale a cui spetti esclusivamente formare le leggi...;

un governo monarchico ereditario, primogeniale, ed un principe che per

la sua origine e per le sue qualità ci possa far dimenticare i mali che

abbiamo sofferti durante l’ora cessato governo».

Ah sì! Il 26, l’avanguardia austriaca occupava Pizzighettone, e il

commissario imperiale, generale marchese Annibale Sommariva lodigiano,

giungeva a Milano, a «prendervi possesso, in nome delle Alte Potenze

Alleate, dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti che nel Regno

d’Italia non sono ancora stati conquistati dalle truppe alleate». Il

giorno stesso, la Reggenza provvisoria pubblicava un proclama al popolo,

per esortarlo a ricevere «come veri liberatori» i soldati dell’Austria,

«che hanno esposta la vita», diceva, «per la vostra salvezza»; e perciò

«accoglieteli coll’ospitalità loro dovuta, aprendo loro le domestiche

mura». E a buon conto insisteva, per paura di non esser frantesa: «La

Reggenza, fidente nel carattere italiano e assicurata dalle intenzioni

dei vostri liberatori, vi avverte che le loro truppe entreranno domani

nella capitale, e che il debito e le circostanze esigono che alloggi

privati siano posti a disposizione degli ufficiali».

Povero «carattere italiano»! Di buona o cattiva voglia, soprattutto di

cattiva, bisognò schiuderle «le domestiche mura» a quelle sudice masnade

di tedeschi e di boemi, di croati e di panduri. E anche al Manzoni toccò

di vedersi invase, da quegli ospiti così poco gradevoli e graditi, la

casa di città e le due di campagna: «un nuovo flagello»! La signora

Enrichetta scriveva, il 24 maggio, alla cugina Carlotta:

«Ebbi i miei due bambini malati nei giorni scorsi.... La mamma

anch’essa fu malata per un mese... Ora noi siamo ingombri di

soldati. Le nostre case in città ed in campagna ne furono e ne

sono ancora occupate, e non si sa troppo come bastare alla spesa».

Più tardi, il 26 luglio, la signora Giulia dava qualche nuovo particolare

allo zio Michele:

«Ho avuto tanti malati in casa..... Sospiriamo tutti di andare

in campagna, ma avevamo tutte le nostre case piene zeppe di

soldati. Il nostro Lecco è rovinato intieramente dal soggiorno

di otto mesi di soldati, di donne e figli; anche adesso è

tutta ingombrata. A Brusuglio avevamo quaranta soldati; ho

ottenuto che partissero, perchè per la salute nostra, e massime

d’Enrichetta che deve prendere i bagni, necessita la nostra

andata colà. Difatto altro non occorrendo, vi andiamo domani.

Le spese straordinarie e forzose di questo inverno ci hanno

impedito di ultimare la nostra casa nuova; bisogna che abitiamo

la vecchia in pessimo stato, perchè non ci conviene riadattarla.

Qui fa caldissimo, Milano è piena di gente, perchè i militari vi

formicolano...».

E il 6 gennaio 1815, ritornati a Milano dalla villa di Lecco, soggiungeva:

«Grazie a Dio, si sono rimessi tutti [i bambini], mediante la

buon’aria di Lecco; chè, a forza d’impegni, ci è stato permesso

di andarvi; dico per impegni, giacchè la nostra povera casa era

da un anno occupata intieramente da soldati, così che abbiamo

dovuto far lavare tutta la casa, dai materazzi, e rimontar

tutto, inclusivamente gli utensili di cucina, con una spesa non

indifferente. Eravamo bene colà; ma dovemmo presto ritornare qui,

perchè ci volevano occupare le nostre proprie stanze con alloggi;

e notate che non ne abbiamo una che non ci sia necessaria.

Venimmo dunque a Milano.... Alessandro è un po’ affaticato per

gli affari».

Disingannato anch’egli come i suoi generosi amici di Milano, Alessandro,

in quell’angoscioso trambusto, tacque con gli amici lontani. Dopo la

lettera del 24 aprile 1814, ei non riscrive al Fauriel fino al 25 marzo

1816. E quante cose non ebbe da osservare, e quante meditazioni non ebbe

da fare, in quei due anni!

Il 28 aprile, l’avanguardia del Neipperg entrò in Milano, alle 4 del

pomeriggio, da porta Romana. Una doppia fila di circa ottocento militi

della Guardia Civica, «armati e ben montati», faceva ala. Le milizie

austriache, cenciose e polverose, sfilarono a suon di musica, tra un

silenzio reso più solenne e significativo dagl’isolati evviva interessati

o prezzolati.[72] Si sperava ancora che quella soldataglia un giorno o

l’altro sarebbe dovuto sloggiare; e si sollecitava perciò la decisione

delle Potenze Alleate.

I delegati dei Collegi Elettorali erano in via. Il primo a giungere a

Parigi fu il Confalonieri, che aveva compiuto in sei giorni (un tempo che

parve assai breve) il viaggio. Era lui il Beccaria. Le notizie che potè

raccogliere non furon molto confortanti. Pare che allora gli sorridesse

l’idea d’una Confederazione degli Stati italiani, stretta intorno alla

dinastia di Savoia, «già la più forte dell’Italia nordica»; rinunziava

per suo conto anche al piacere di conservar la capitale a Milano.

Ma c’era ben altro a cui quei generosi avrebbero dovuto rinunziare!

Gli altri delegati tardavano: il Trivulzio e il Sommi giunsero il 3

maggio, il Litta e il Somaglia, il 4; il conte Fè, che fu l’ultimo,

il 13. Fin dal 3 maggio il Confalonieri scriveva intanto alla moglie:

«Il Veneziano e la Lombardia sono assolutamente devoluti all’Austria:

possa questa corona esser posta sulla testa d’un principe da sè, e i

nostri voti avranno esito; ma l’orizzonte su di ciò mi fa tremare!».

E il giorno appresso: «L’Austria è l’arbitra, la padrona assoluta dei

nostri destini.... Non trattasi più di domandare alle Alleate Potenze:

Costituzione libera, indipendenza, regno ecc. ecc.; trattasi d’implorare

ciò che un padrone ci vorrà accordare!».

Pure, essi intrapresero con coraggio la _via crucis_. Chiesero ed

ottennero d’esser ricevuti, il giorno 7, dall’imperatore Francesco.

Il quale dichiarò, con decantata benevolenza: «Voi mi appartenete per

diritto di cessione e per diritto di conquista; vi amo come miei buoni

sudditi, e come tali niente mi starà più a cuore della vostra salvezza

e del vostro bene». E non volle sentir parlare di condizioni o di

concessioni; e quando uno dei delegati si lasciò sfuggire il nome di

Regno Italico, il delicato sovrano interruppe: «Regno Italico no, perchè

io non spingo le mie mire a quel che dev’esser d’altri!».—Metternich fu,

se fosse stato possibile, anche più esplicito.—L’imperatore Alessandro

fece sapere che li avrebbe ricevuti solo come illustri italiani, non

potendo loro riconoscere nessuna veste ufficiale; e li congedò, dopo

un discorsetto sul bel paese e sul bel tempo, ringraziandoli d’avergli

procurato _le plaisir de faire votre connaissance individuelle_.—Il

ministro di Prussia, Guglielmo di Humboldt, fece intendere abbastanza

chiaramente che al suo paese non dispiaceva che l’Austria s’ingrandisse

in Italia, lasciando così alla Prussia il modo d’allargarsi in

Germania.—Rimaneva un’ultima speranza, nel Gabinetto Inglese; e la

Reggenza, da Milano, spingeva i Delegati a quest’ultimo passo, con la

fiducia della disperazione. Gli ammiragli e i generali inglesi, venuti

in Italia, s’eran tanto piena la bocca di libertà e di costituzioni

liberali!.... Ma lord Aberdeen e il visconte di Castlereagh osservarono

che a godere il benefizio delle istituzioni inglesi bisognava esser già

preparati; e l’Italia non lo era, tanto che in Sicilia la Costituzione

aveva fatto cattiva prova; si rassegnasse perciò la Lombardia al governo

dell’Austria, che a buon conto non era più la Francia, che anzi era

ottimamente disposta a far la felicità degl’Italiani!

Intanto, l’8 maggio, era entrato in Milano, con altri dodici mila uomini

(a cui ne seguirono subito altri cinquemila), il maresciallo Bellegarde,

investito, com’egli proclamò, «di pieni poteri nelle provincie del Regno

d’Italia ora distrutto, e già appartenenti alla Lombardia austriaca»:

questo richiamo storico non era inopportuno! Nello stesso giorno, il

conte Bubna entrava in Torino come governatore militare del Piemonte,

alla testa di altre milizie austriache.—Una commissione dei Collegi

Elettorali, con a capo il presidente Giovio, si presentò al Bellegarde

per raccomandargli: «Voi tanto vicino al monarca, che con tanta gloria

siede sul trono di Carlomagno e degli Ottoni, dovete esser nostro

intercessore presso le Potenze Alleate, e procurare al nostro paese

l’indipendenza garantita da savie leggi e da un principe che meriti le

benedizioni di noi tutti». Ma se il Maresciallo non pensava ad altro!...

Che cosa essi intendevano per _indipendenza_?...

Il 13 maggio, monsignor Rivarola plenipotenziario di Pio VII entrava in

Roma, a prepararvi l’arrivo di Sua Santità, che n’era scappato la notte

del 6 luglio 1809. —Il 17, sbarcò a Genova, proveniente dalla Sardegna,

Vittorio Emanuele I; e, a riceverlo come sovrano, si trovò quel medesimo

lord Bentinck, che aveva destate tante speranze repubblicane.—E tra il

17 e il 20, il commissario imperiale conte Strassoldo prese possesso,

in nome di Maria Luigia, dei già dipartimenti di Parma, Piacenza e

Guastalla. —Il 22, giunse a Milano un messo del Confalonieri, ad

avvertire la Reggenza che le Potenze avevano oramai deciso circa la

nuova configurazione politica della Penisola.—Il 25, vi si vide su per

le cantonate il primo avviso in cui ricomparve l’aquila bicipite.—Il

giorno dopo, venivan disciolti i Collegi Elettorali, soppressi il

Senato e il Consiglio di Stato. Fu conservata la Reggenza, ma decapitata

dell’unico liberale, il Verri: il Commissario imperiale ne assunse egli

la presidenza!—Così, dopo solo nove anni di vita, promettente se non

rigogliosa, era trucidato il _bello italo regno_. Quella _gente_ che si

era creduta _risorta_, veniva scissa nuovamente in _volghi spregiati_,

E, a ritroso degli anni e dei fati,

risospinta ai _prischi dolor_.

Il 12 giugno, i banditori del comune percorrevano Milano annunziando,

nei crocicchi, a suon di tromba, essere i Lombardi sudditi dell’Austria,

in forza del trattato di pace concluso a Parigi il 30 maggio, tra S. M.

Francesco I ed i suoi alleati. Il Maresciallo proclamò: «Popoli della

Lombardia! Una sorte felice vi è destinata! Le vostre provincie sono

definitivamente aggregate all’Impero d’Austria. Voi rimarrete tutti uniti

ed egualmente protetti sotto lo scettro dell’augustissimo imperatore e

re Francesco I, padre adorato dai suoi sudditi, sovrano desideratissimo

dagli Stati che godono la felicità di appartenergli». Sarebbe stato più

prudente aspettare che i nuovi sudditi esprimessero spontaneamente una

tanta gioia; ma il Commissario si dichiarava così sicuro d’interpretarne

fedelmente i sentimenti!.... «Noi siamo convinti», egli soggiungeva,

«che gli animi vostri saranno pieni di gioia nel contemplare un’epoca

felice del pari che avventurata, e che la vostra riconoscenza trasmetterà

alle remote generazioni una prova indelebile della vostra devozione e

fedeltà!». L’Italia, dunque, riconquistava, come non riconoscerlo?, la

tanto desiderata indipendenza: non voleva essa forse l’indipendenza....

dalla Francia? Ah l’ipocrisia diplomatica!

Il 13, in tutte le chiese della città e del suburbio, fu cantato—e fin

dall’alba intermittenti colpi di cannone chiamarono i fedeli al sacro

rito—un solenne imperial _Te Deum_. La sera dopo, al teatro della

Cannobiana, «fu dato per tema», narra il Mantovani, «ad un improvvisatore

_La battaglia di Lipsia_. Verseggiando egli, come doveva, in lode degli

Alleati, sorse un forte susurro, ed in mezzo ai fischi non si lasciò

continuare. Il teatro fu sgombrato per ordine superiore». Il diarista

soggiunge, accorato: «Pessimi preludii!». Certo, non era per rinato amore

al vinto di Lipsia; ma al governo austriaco conveniva di crederlo. E fece

correre e diffuse le più sconce ed ingenerose satire e caricature del

paventato coatto dell’Elba; e s’affrettò a cancellare, in città, le orme

del vincitore di Marengo, ribattezzando quello che già fu, ed è tornato,

_Foro Bonaparte_,[73] e quella che era stata chiamata _Porta Marengo_

ed ora è Porta Ticinese, e la _Contrada della Riconoscenza_ ora Corso

Venezia, e la _Piazza del Tagliamento_ ora Piazza Fontana.[74] Benchè

incatenato, e in gabbia, il leone metteva paura.

Anche la casa mezzo guasta del Prina dava fastidio per le memorie che

destava: la sorte che ieri toccò a quel ministro, sarebbe potuta domani

toccare ad altri; non c’è forse l’epidemia o la suggestione dei ricordi?

E fu deciso di ampliare e regolare la Piazza San Fedele; che voleva

dire spazzar via, coi rottami, ogni segno visibile della rivolta. Il 25

maggio, fu pubblicato il primo avviso d’asta per la demolizione; il 6

giugno, il secondo: e furon subito iniziati i lavori. Il 26 luglio, la

madre del Manzoni scriveva allo zio Michele:

«Sono appresso a formare una piazza, atterrando la casa del fu

ministro delle Finanze: siccome questa è nelle nostre vicinanze,

così ve ne parlo».

Oggi, nel bel mezzo della tranquilla piazzetta; con la fronte rivolta

a quella che fu la casa degl’Imbonati e poi dei Blondel, e che ospitò

dal 1830 al 1834 Massimo d’Azeglio, e ora è il Teatro Manzoni; sorge

la statua del grande poeta, opera egregia del Barzaghi, inaugurata il

22 maggio 1883, dieci anni dopo la morte. Dietro, è la chiesa di San

Fedele, dove il vecchio venerando si trascinava tutte le mattine; al lato

destro, il palazzo del Comune; al sinistro, lo sfondo di quella che fu

la casa del Prina, ove poi, nel 1848, dimorò Giuseppe Mazzini. «Ah!»,

esclamerebbe forse anche qui don Abbondio, «se la peste facesse sempre

e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne

male....; ma guarire, ve’!».

[72] Il diarista MANTOVANI, austriacante, se ne mostra tuttavia contento.

Narra che le truppe furono ricevute «con incessanti evviva: nessuna

confusione, nè incidenti clamorosi: tanto è vero che _l’allegria sincera

e cordiale non è mai disgiunta dalla giusta moderazione anche tra il

basso popolo_!».

[73] Napoleone primo console, con decreto 23 giugno 1800, ordinò che

si radessero al suolo i baluardi circondanti il Castello sforzesco,

detto allora di Porta Giovia; e il Governo della restaurata Repubblica

Cisalpina, con legge del 30 nevoso dell’anno IX (20 gennaio 1801),

stabilì: «L’area del demolito castello di Milano e del suo spalto, viene

denominata _Foro Bonaparte_». Con le pietre degli spalti demoliti, si

costruì, nel 1805, su disegni di Luigi Canonica, l’anfiteatro che fu

detto _l’Arena_.

[74] Furono anche sospesi i lavori, deliberati dalla città nel 1806,

per ricostruire in modo duraturo l’arco trionfale, ideato dal Cagnola

per l’ingresso di Eugenio e di Amalia; e alle composizioni scultorie

e alle iscrizioni esaltanti Napoleone, ne furono sostituite altre che

ne ricordavan la caduta. Così l’arco napoleonico prese il nome, che

ancora conserva, di _Arco della Pace_; benchè ora le epigrafi inneggino

all’entrata di re Vittorio e di Napoleone III.

XVII.

L’11 luglio [1814], il Manzoni riprese tra mani l’inno, che aveva

lasciato alla seconda strofa, sulla _Passione_. Ne scrisse ancora due

strofe; e lasciò di nuovo, e non lo riprese che il gennaio successivo,

per nuovamente interrompersi e nuovamente riprenderlo nel settembre,

e compierlo, finalmente, nell’ottobre. Decisamente le Muse pudiche

si rifiutavano di dimorare in una città così ingombra di soldataglia

esotica; e il poeta non le poteva ospitare in campagna, perchè le due sue

ville v’eran divenute caserme!

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 6 / 45 段