[58] _Lettres persanes_, lettera 109ª.

[59] Milano era provata alle furibonde depredazioni delle milizie

francesi. Che non avevan rubato nel 1796, _per ammenda_ dell’entusiastica

accoglienza avutavi! Il generale Dupuy scriveva a un amico: «Ici, tout

le monde vole!»; e il Melzi: «Jamais armée plus brutale et plus rapace

n’était descendue en Italie, depuis les Lansquenets!».—Cfr. BOUVIER,

_Bonaparte en Italie_; Paris, 1902, pag. 591.

XIII.

Quel che avvenne è notissimo.[60] Pioveva, e un pubblico insolito

aspettava, la mattina del 20, sotto gli ombrelli,[61] i senatori che si

recavano all’adunanza; e li accoglieva con fischi ed urli, se sospetti

di amore per i Francesi, con evviva e battimani, se avversi. Carlo Verri

ebbe una vera ovazione; ed egli medesimo raccontò d’aver visto Federico

Confalonieri darne il segnale. Il conte Benigno Bossi, capitano della

Guardia Civica e uno dei firmatarii della protesta, chiese all’intimorito

Senato di rimandare i dragoni di servizio, e d’assumere egli la

custodia della sala e del cortile. La folla tumultuava, e il Verri

tentò di arringarla; ma invano. Essa cresceva di numero e di audacia.

Non riuscendo a farsi ascoltare, chiamò a nome il Confalonieri, perchè

esponesse i desiderii dell’assembramento. Fu risposto: Non vogliamo

il vicerè; si convochino subito i Collegi Elettorali; si richiami la

deputazione senatoriale!—Un urlo formidabile fece da coro: Abbasso il

vicerè; abbasso il Senato; scioglietevi!—Il Confalonieri si strinse al

fianco del Verri, per proteggerlo; e la turba irruppe furiosa e vandalica

nell’aula. Un senatore scrisse, e il Presidente firmò, quest’ordine del

giorno, che senatori e segretarii ricopiarono e gettaron tra la folla:

«Il Senato richiama la deputazione, e convoca i Collegi Elettorali; la

seduta è tolta».

Una voce sciagurata gridò: Alla casa del Prina! a San Fedele! —E

quell’onda di popolo si rovesciò nella piazzetta avanti alla chiesa,—che

il Manzoni da vecchio frequentava tutte le mattine,—e nei vicoletti

che s’aprivano tra il palazzo Marino, allora Ministero delle Finanze

(ora palazzo municipale), la bella casa del conte Sannazari (residenza

del ministro) e quella degl’Imbonati (allora dei Blondel, ora Teatro

Manzoni). Ciò che vi accadesse è stato narrato da molti, e variamente:

anche dal Foscolo, con intenti apologetici; anche dal Maroncelli,

con le abituali inesattezze, nelle _Addizioni alle Mie Prigioni_. Ma

nessuno è forse valso a dare una fedele dipintura di quelle scene

selvagge o grottesche, di quell’eccitazione suggestiva che invase alcuni

e dell’inerte titubanza di chi avrebbe dovuto prevenire o impedire,

meglio del Manzoni medesimo, là dove, nel Romanzo (capp. XII e XIII),

narra della rivolta contro l’affamatore Vicario di provvisione. Questo

«sventurato vicario» era, curioso a esser notato, un Melzi, Lodovico

Melzo.[62] Ma in codesto malcapitato, che, mentre nella strada si urlava

al _tiranno_ e all’_affamatore_, «girava di stanza in stanza, pallido,

senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi

servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo

scappare....; poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrinzando

il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse

tener ferma la porta....»,—non è presumibile il romanziere intendesse

ritrarre l’austero e fin temerario Prina. Il quale, potendo, non si

seppe risolvere a mettersi in salvo. Vero è che il Manzoni lancia poi

un’arguzia, che potrebbe mirare a qualcuno degli storici che s’è mostrato

troppo informato degli ultimi tragici momenti del povero ministro. «Del

resto», egli soggiunge, «quel che facesse precisamente non si può sapere,

giacchè era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è

avvezza!».

La casa del Manzoni era non molto discosta dalla scena dove si svolgeva

la sconcia tragedia: anzi il giardino confinava coi giardini di quelle

case dove ancor semivivo fu spinto e nascosto il Prina da alcuni

generosi. Questi non mancarono nemmeno nella sollevazione secentesca.

«Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini

che, o per riscaldamento di passione, o per una persuasione

fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto

del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio:

propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco

ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per

costoro: non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura.

Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri

uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano

per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da

parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso

che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il

cielo li benedica!...». (_Promessi Sposi_, c. XIII).

Ma nel caso del Prina, i generosi furon sopraffatti dagli altri, che,

inferociti, minacciarono d’incendiar la casa, e vi ammucchiavano sotto

già panche e fascine, se non si riconsegnasse loro la vittima. Dalla casa

Manzoni si udivano quegli urli di iena. La signora Enrichetta scriveva,

di lì a qualche mese, a una sua cugina:

«Voi avete senza dubbio inteso tutto ciò che accadde in Milano,

e la trista e miseranda fine del disgraziato Prina. La vicinanza

della casa nostra alla sua ci tenne per parecchie ore in una pena

ed in un’angoscia terribile».

Quattro giorni dopo la sommossa, Alessandro medesimo ebbe occasione

di scriverne al Fauriel. E pur accennando con rammarico a qualche

deplorevole eccesso della folla, egli di quella rivolta unanime, saggia e

pura, non si mostra punto disgustato; anzi ha il cuore pieno di speranza.

Scrive (il 24 aprile):

«Mon cousin [il marchese Giacomo Beccaria] vous racontera la

révolution qui s’est opérée chez nous. Elle a été unanime, et

j’ose l’appeler sage et pure, quoiqu’elle ait été malheureusement

souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait

la révolution (et c’est la plus grande et la meilleure partie

de la ville) n’y ont point trempé: rien n’est plus éloigné de

leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement

populaire, pour le tourner contre un homme chargé de la haine

publique, le ministre des finances, qu’ils out massacré, malgré

les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur

arracher».

E qui esce in una di quelle osservazioni, così spiritose e piene di senso

storico, ond’è ingemmato il Romanzo.

«Vous savez d’ailleurs», egli continua, «que le peuple est

partout un bon jury et un mauvais tribunal; malgré cela, vous

pouvez croire que tous les honnêtes gens ont été navrés de cette

circonstance».

Da poi qualche notizia più intima: del pericolo, cioè, che avevan corso

anch’essi, e dello spavento della madre e della moglie.

«Notre maison est justement située très près de celle où

il [Prina] habitait, de sorte que nous avons entendu pour

quelques heures les cris de ceux qui le cherchaient; ce qui a

tenu ma mère et ma femme dans des angoisses cruelles, parce

qu’aussi elles croyaient qu’on ne se serait pas arrêté là. Et

réellement quelques mal intentionnés voulaient profiter de ce

moment d’anarchie pour le prolonger; mais la Garde civique a su

l’arrêter avec un courage, une sagesse, et une activité très

dignes d’éloge».

_Nous avons entendu_ stando in casa: mi sembra lecito dedurne che

quel giorno il Manzoni non era fra i tumultuanti o fra gli spettatori

sulla piazza San Fedele. Vi fu invece chi sparse questa voce, e chi la

raccolse e la registrò. Il barone Pietro Custodi novarese, che durante

la vice-presidenza del Melzi era stato a capo della divisione di Polizia

al Ministero dell’Interno e nel 1814 era Segretario generale del

Ministero delle Finanze, lasciò scritto in certe sue _Note biografiche di

Alessandro Manzoni_, riboccanti di fiele e di malevoglienza:

«Assicurasi che Alessandro Manzoni siasi trovato tra i nobili

spettatori che nel giorno 20 aprile 1814 applaudivano, su la

piazza di S. Fedele di Milano, agli sforzi de’ tumultuanti, i

quali finirono coll’assassinio del ministro Prina; e che egli,

commosso da quel funesto esito, abbia poi concepito tali rimorsi

di avervi indirettamente partecipato, fino ad essere per molto

tempo afflitto da veglie notturne agitatissime, che diedero grave

timore per la sua salute».

Il mite Manzoni qui è camuffato da Macbeth! In verità, i mali nervosi,

onde fu e prima e poi travagliato, ebbero un’origine diversa. Narrava

egli stesso che n’era stato colto la prima volta a Parigi, quando, in

una festa popolare pel secondo matrimonio di Napoleone, nell’aprile o

nel maggio del 1810, furon come travolti, egli e la moglie, da un’ondata

della folla; e n’era stato riassalito con maggiore violenza a Milano,

nel giugno del 1815, quando, trattenendosi in una bottega di libraio,

ebbe la terribile notizia della disfatta di Waterloo. «Noi allora, cogli

Austriaci in casa, non si poteva più sperare che in Napoleone», egli

chiosava: e ogni speranza era oramai strozzata![63]. Ma il Custodi,

nel giorno del tumulto, non era a Milano: nella qualità di Commissario

straordinario per le requisizioni, tre giorni prima egli si «era

restituito al quartiere generale di Mantova». E la catastrofe lo colpiva

in pieno petto; «fra i mucchj delle carte d’ogni sorta, ch’erano state

gittate dalle finestre del palazzo del Ministro», un amico raccolse un

documento che lo riguardava: la lettera cioè con cui il suo superiore e

concittadino lo raccomandava al Vicerè per una sovvenzione straordinaria

di lire quattromila, «onde pagare alcuni debiti contratti ne’ passati

anni per onestissime cause».

È degno di nota però che fin d’allora (le _Note biografiche_ portano in

fronte la data del 20 ottobre 1827) il Custodi osservasse:

«È assai probabile che le reminiscenze di quella orribile scena

gli abbiano somministrato più colori per rappresentarci, ne’

_Promessi Sposi_, con maggior verità, i tumulti che per cagione

della carestia precedettero in Milano la peste del 1630».[64]

Potrebbe darsi che le informazioni del Manzoni provenissero da fonti

un po’ troppo ottimiste: forse dal Confalonieri stesso o da qualche

altro dei capoccia degl’Italici; ma è anche certo che fu poi cura dei

fautori della restaurazione austriaca e dei difensori del cessato governo

francese di dipinger quegli avvenimenti con le tinte più fosche.

Un altro testimone, degnissimo di fede nonostante il suo prossimo

carbonarismo, Silvio Pellico, scriveva il 23 aprile a un amico che si

trovava a Piacenza:

«Tutto è quieto; lo scopo era buono; i disordini inevitabili

furono tosto repressi; l’esito ha secondate le intenzioni.

Milano ha scosso il fango sotto cui giaceva. Un sola vittima è

tacitamente compianta da tutti, benchè fosse segnata dall’odio di

tutti».[65]

La Guardia civica si segnalò per zelo ed abnegazione, e meritò gli

elogi di tutti gli onesti d’ogni partito. Si mormorò invece circa il

contegno sospetto dei comandanti delle poche milizie regolari rimaste

in città. Qualcuno riferisce che una Compagnia «stazionò, tutto il

tempo che durò lo strazio del Prina, sulla piazzetta del teatro de’

Filodrammatici..., nè mai fu chiamata a difesa della vittima del furore

della bordaglia, come quella milizia avrebbe desiderato».[66] Se così è,

il Manzoni potrebbe aver avuto l’occhio appunto ad essa, quando descrive

quel drappello di soldati spagnuoli che, rimasti titubanti ed inerti

durante il fermento della rivolta, vennero poi incontro a Ferrer come

«il soccorso di Pisa», e al cui ufiziale questi «disse, accompagnando le

parole con un cenno della destra: _beso a usted las manos_; parole che

l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato

un bell’aiuto!».

[60] Cfr. CUSANI, _Storia di Milano_; Milano, 1873, vol. VII.—BONFADINI,

_Sulla fine del primo Regno d’Italia_, nell’«Archivio Storico

Lombardo», a. VIII, f. 2, giugno 1881.—DE CASTRO, _La caduta del Regno

italico_; Milano, 1882.—VON HELFERT, _La caduta della dominazione

francese nell’Alta Italia_; traduz. di L. G. Cusani-Confalonieri;

Bologna, 1894.—LEMMI, _La restaurazione austriaca a Milano nel 1814_;

Bologna, 1902.—MARCHESI, _Il podestà di Milano conte Antonio Durini_,

nell’«Archivio Storico Lombardo», a. XXX, 1903, vol. 20.º—CHIATTONE,

_Nuovi documenti su F. Confalonieri_, ibid., a. XXXIII, 1906, vol. 5.º

[61] Onde poi il titolo del libello anonimo, che si vuole attribuire al

Méjean, _Le roi Pino à la bataille des parapluies_.

[62] Chi sa mai se qualche lineamento del Duca di Lodi il Manzoni non

abbia ritratto nel «gran cancelliere Antonio Ferrer»: il quale pure, a

ragione o a torto, «era gradito alla moltitudine»!

[63] Cfr. FABRIS, _Memorie Manzoniane_; Milano, 1901, pag. 42-3, 99-100.

Dove è erroneamente asserito che, durante i cento giorni, il Manzoni si

trovasse a Parigi.

[64] Desumo queste notizie circa il Custodi e i suoi appunti, dal

prezioso volumetto di LUCIEN AUVRAY, _La Collection Custodi à la

Bibliotheque Nationale_; Bordeaux-Paris, 1906, pag. 114-15, 118-21,

128-29.

XIV.

Milano rimaneva senza governo: il vicerè lontano e dimissionario, il

Consiglio dei Ministri annullato, oltre che per la morte del Prina, per

la fuga del Vaccari e del Fontanelli; il Senato disciolto. Una dittatura

militare non era possibile, per la scarsezza delle milizie. La notte

dello stesso giorno 20, il podestà Durini trovò in sé l’energia di

convocare il Consiglio Comunale; il quale decise la convocazione, pel 22,

dei Collegi Elettorali e la nomina immediata d’una Reggenza Provvisoria.

Tra i sette reggenti, nessuno apparteneva agl’Italici, e solo uno non era

sospettabile di soverchio zelo per l’Austria, Carlo Verri; e questi fu,

per prudenza o ipocrisia politica, scelto a presidente. Al general Pino,

però, fu affidato il comando delle forze militari.

La Reggenza provvide a ristabilire l’ordine pubblico, ad alleggerire le

tasse più odiose, ad abolire quelle leggi che peggio avevano irritati

gli animi. E proclamò, su per le cantonate, ai _buoni Milanesi_: «Collo

spirito di quiete che va felicemente a ristabilirsi, voi potrete darvi

quel governo che desiderate, giacchè la vostra libera volontà sarà

manifestata ai Collegi Elettorali». Questi s’adunarono il giorno fissato,

il 22, a mezzogiorno, nel palazzo di Brera. Il consigliere di Stato

Lodovico Giovio fu delegato a presiederli; e ne inaugurò i lavori con un

elaborato ed enfatico discorso. Accennò all’abdicazione provvidenziale

ed insperata di «quell’uomo che tutta avea riempiuta l’Europa di temuta

meravigliosa rinomanza», e alle speranze riposte, ohimè, nelle «gesta

magnanime delle Alte Potenze Alleate» e nei «principii sociali che i lumi

del secolo hanno resi necessarii pel governo delle nazioni incivilite»;

ed augurò che «anche la nostra Italia, pesta e sfigurata da replicati

oltraggi, possa brillare sull’orizzonte dell’Europa». Continuava:

«La fermezza del carattere, la costanza nelle sciagure, la

prudenza nei consigli, la rettitudine nelle amministrazioni,

sono i caratteri indelebili dell’Italia, che, dopo essere stata

la dominatrice del mondo, fu miseramente oppressa. Risorga essa

alfine per la generosa gara delle Potenze Alleate, e si assicuri

la felicità dei popoli. A così bello intento domandino i Collegi

Elettorali istituzioni politiche liberali, un capo indipendente,

che nuovo, non conosciuto da noi, diventi italiano, e che accolga

i nostri voti e le nostre benedizioni. Assicurato della nostra

lealtà, regni su cuori sensibili, generosi e fedeli, e ne faccia

dimenticare la recente dominazione. La storia, maestra di tutte

le cose, ci ha infallantemente provato che i regni cominciati

coll’inganno finirono nei fondatori o nei figli, con vitupero

e danno. Una crisi violenta è scoppiata; terribile ne fu la

catastrofe, spaventoso e terribile l’esempio; ma che ne accerta

come gli uomini più con l’amore che con la forza si governino».

E concludeva, esclamando:

«Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per

sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la

desolazione nella patria nostra!».

Le ceneri di Vittorio Alfieri avranno esultato, se gli echi lontani di

Santa Croce ripercossero questa perorazione misogallica.

Certo, n’esultò il poeta di via Morone. Il quale, in quel giorno

medesimo, intonò una canzone, che qua e là ricorda l’alfieriana del

1789, _Parigi sbastigliato_. Trattandosi d’un primo getto, preferisco

riprodurla qui come un documento storico, anzi che darle posto tra le

Poesie.

APRILE 1814

CANZONE

22 aprile 1814.

Fin che il ver fu delitto, e la Menzogna

Corse gridando, minacciosa il ciglio:

«Io son sola che parlo, io sono il vero»,

Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna.[67]

Non fu vergogna, anzi gentil consiglio;

Chè non è sola lode esser sincero,

Nè rischio è bello senza nobil fine.[68]

Or che il superbo morso

Ad onesta parola è tolto alfine,

Ogni compresso affetto al labbro è corso;

Or s’udrà ciò che, sotto il giogo antico,

Sommesso appena esser potea discorso

Al cauto orecchio di provato amico.

Toglier lo scudo de le Leggi antique

E le da lor create, e il sacro patto

Mutar come si muta un vestimento;

O non mutate non serbarle, e inique

Farle serbar benchè segrete, e in atto

Di chi pensa, tacendo, al tradimento;

E novi statuir padri alla legge,

E, perchè amici ai buoni,

Sperderli a guisa di spregiato gregge:

Questi de’ salvatori erano i doni;

Questo dicean fondarne a civil vita;

Qual se Italia, al chiamar d’esti Anfioni,

Fosse dei boschi e de le tane uscita.

Anzi, fatta da lor donna e reina

La salutaro, o fosse frode o scherno:

D’armi reina, io dico, e di consigli;

Essa che ai piè de la imperante inchina

Stavasi, e fea di sue ricchezze eterno

Censo agli estrani, e de gli estrani ai figli;

Che regger si dovea con l’altrui cenno;

Che ogni anno il suo tesoro

Su l’avara ponea lance di Brenno.

È ver; tributo noi dicean costoro,

Men turpe nome il vincitor foggiava.

Ma che monta, per Dio! Terra che l’oro

Porta, costretta, allo straniero, è schiava.

E svelti i figli ai genitor dal fianco,

E aprir loro le porte, ed esser padre

Delitto, e quasi anco i sospir nocenti;

E tratti in ceppi, e noverati a branco,

Spinti ad offesa d’innocenti squadre

Con cui meglio starieno abbracciamenti.

Oh giorni! oh campi che nomar non oso!

Deh! per chi mai scorrea

Quel sangue onde il terren vostro è fumoso?

O madri orbate, o spose, a chi crescea

Nel sen custode ogni viril portato?

Era tristezza esser feconde, e rea

Novella il dirvi: un pargoletto è nato!

Nè gente or voglio cagionar dei mali

Che lo stesso bevea calice d’ira,

Nè infonder tosco ne le piaghe aperte;

Ma dico sol ch’è da pensar da quali

Strette il perdono del Signor ne tira,

Perchè sien maggior grazie a Lui riferte.

Chè quando eran più l’onte aspre ed estreme,

E, al veder nostro, estinto

Ogni raggio parea d’umana speme;

Allor fuor de la nube arduo ed accinto,

Tuonando, il braccio salvator s’è mostro:

Dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto;

Che a ragion si rallegra il popol nostro.

Bel mirar da le inospite latebre

Giovin raminghi al sospirato tetto

Correr securi, ed a le braccia pie;

E quei che in ferri astrinse ed in tenebre

L’odio potente, un motto od un sospetto,

Ai soavi tornar colloquj e al die;

E un favellar di gioja e di speranza,

E su le fronti sculta

De’ concordi pensier l’alma fidanza;

E il nobil fior de’ generosi a scolta

Durar ne l’armi e vigilar, mostrando

Con che acceso voler la patria ascolta

Quando libero e vero è il suo dimando;

E quei che a dir le sue ragioni or chiama

Lunge da basso studio e da contesa,

Parlar per lei com’ella è desiosa,

E l’antica far chiara itala brama:

Che sarà, spero, a quei possenti intesa

Cui par che piaccia ogni più nobil cosa.

Vedi il drappello che al governo è sopra,

Animoso e guardingo,

Al ben di tutti aver rivolta ogni opra;

E i ministri di Dio dal mite aringo

Nel dritto calle ragunar la greggia.

Molte e gran cose in picciol fascio io stringo;

Ma qual parlar sì belle opre pareggia?

Il poeta è interprete genuino del sentimento popolare. Aveva taciuto fin

allora, perchè a nulla sarebbe valso l’ardire; infranto il bavaglio, egli

leva alta la voce contro l’ipocrita dominatore, che ci teneva schiavi

nel sacro nome della libertà. Chè schiava era l’Italia, costretta ogni

anno a deporre il suo tesoro (esecutore il Prina) «sull’avara lance di

Brenno»![69] E i figli erano strappati ai genitori, noverati a branco,

spinti contro eserciti innocenti di fratelli; e morivano lontano,

Non per li patrii lidi e per la pia

Consorte e i figli cari!

Ora tutto, d’improvviso, è mutato: «quando eran più l’onte aspre ed

estreme», ecco, di tra le nubi, s’è mostrato il braccio salvatore di

Dio, a soccorrere i «ben pugnanti». Ed ha vinto; così che «a ragion si

rallegra il popol nostro». Ora son tornati alle loro case sospirate, agli

abbracciamenti pii, ai soavi colloquii («i fidati colloqui d’amor», del

primo coro dell’_Adelchi_), quei giovani costretti a ramingare per greppi

senz’orma, o tenuti, dall’odio potente del tiranno, in carceri tenebrose;

ora è tutto un «favellar di gioia e di speranza», e «il nobil fior de’

generosi» ora veglia nelle armi,

mostrando

Con che acceso voler la patria ascolta

Quando libero e vero è il suo dimando.

Il poeta è anch’egli pieno di fiducia, che l’_itala brama_ sarà da «quei

possenti intesa Cui par che piaccia ogni più nobil cosa». E accompagna

coi suoi voti i delegati che i Collegi Elettorali inviarono a Parigi,

perchè la secolare _brama_ facessero nota a _quei possenti_.

I delegati furono Federico Confalonieri, Alberto Litta, il marchese

Gian Giacomo Trivulzio e il conte Della Somaglia, milanesi, i conti

Marcantonio Fè di Brescia e Serafino Sormani di Cremona, il banchiere

Giacomo Ciani e Pietro Ballabio; segretario, il marchese Giacomo

Beccaria, figlio d’un fratello di Cesare. Quest’ultimo si sarebbe

presentato al Fauriel con una commendatizia del cugino Manzoni. Il quale

così scriveva, il 24 aprile, all’amico della Maisonnette:

«Je profite d’une bonne occasion qui se présente pour _rénouer_

avec vous ma correspondance, qui heureusement n’a pas été très

longtemps interrompue, au moins par des obstacles extérieurs.

M. Beccaria mon cousin part cette nuit en qualité de secrétaire

d’une députation que nos Collèges Electoraux envoyent au

quartier-général des Alliés; c’est lui qui vous portera cette

lettre, et qui vous donnera de nos nouvelles, si vous voulez bien

l’accueillir».

Risolutamente avverso, come i suoi amici francesi, all’autocrazia

napoleonica, il Manzoni si compiace con essi della piega che gli

avvenimenti avevan presa in Francia. Soggiunge:

«Vous pouvez vous imaginer la part que nous avons pris aux

inquiétudes dans lesquelles vous avez dû vous trouver, et à la

joie qu’a dû vous causer un dénouement aussi heureux et aussi

tranquille. Connaissant l’affection que vous avez pour votre

pays, et pour tout ce qui est généreux, sage et utile, je vous

félicite de votre noble Constitution».

Una Costituzione simile anche per l’Italia era ciò che vivamente

sospiravano quei nostri nobili patrioti del ’14:

Ferito e stanco

Il vincitor; vôti gli erari; oppressi

Dal terror, dai tributi i cittadini

Pregan dal ciel sull’armi loro istesse

Le sconfitte e le fughe........

........A molti in mente

Dura il pensier del glorioso, antico

Rivolgon di desio là dove appena

D’un qualunque avvenir si mostri un raggio,

Frementi del presente e vergognosi.[70]

Ma il loro sogno doveva spezzarsi dinanzi alla realtà del domani, qual

era voluta e preparata dalla grettezza feroce e goffa del principe di

Metternich; di codesto saccente idolatra di quella politica ciecamente

conservatrice

Che del passato l’avvenir fa servo.

[65] La lettera è diretta a Carlo Trombetti. Fu pubblicata nella

_Cronaca_, periodico di Ignazio Cantù, anno 1858, pag. 167.—Cfr. DE

CASTRO, _La caduta_ ecc., pag. 156-7.

[66] Cfr. F. CALVI, _Il Castello Visconteo-Sforzesco_: 2ª ediz., Milano

1894, pag. 459-60.

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 5 / 45 段