aveva preferito morire da eroe e da re, gettandosi sulla propria spada
come un eroe di Plutarco, al sopravvivere a sè medesimo e alla sua
gloria, quasi un povero re da commedia? Fa paura di quella morte, ch’egli
aveva seminata nel mondo con tanta prodigalità, ovvero speranza segreta
di rilevare il capo minaccioso sulla plebe de’ sovrani per la grazia di
Dio, che ora gli facevan da carcerieri? Il superbo poeta, compatriotta
di Nelson e di Wellington, non vuol soffermarsi a indagarlo; egli ama
meglio rinfacciare al nemico sconfitto e umiliato pur quell’ultima sua
coraggiosa viltà.
Is it some yet imperial hope
That with such change can calmly cope?
Or dread of death alone?
To die a prince—or live a slave—
Thy choice is most ignobly brave!....
And Earth hath spilt her blood for him,
Who thus can hoard his own!...
Or, like the thief of fire from heaven,
Wilt thou withstand the shock?
And share with him, the unforgiven,
His vulture and his rock!
Foredoom’d by God—by man accurst,
And that last act, though not thy worst,
The very Fiend’s arch mock;
He in his fall preserved his pride,
And, if a mortal, had as proudly died![47]
È verosimile che, se «il massimo Fattor» fosse anche uno scrittore di
tragedie sul tipo classico, avrebbe chiusa la terribile catastrofe di
Fontainebleau come, poniamo, l’Alfieri il _Saul_. All’«empia Filiste»
del Danubio, Napoleone avrebbe, passandosi il cuore, detto, con un gesto
e un atteggiamento che ricordasse il repubblicano Catone (che importava
la fede politica di questo antico? forse che l’imperialista Dante s’era
peritato di piegare davanti a lui «le gambe e il ciglio», pur dopo d’aver
visto Bruto e Cassio nel peggior luogo dell’Inferno, nella sola compagnia
di Giuda Iscariota?):
«Me troverai, ma almen da re, qui.... morto!»[48]
Ma Napoleone, nonostante le sue pretese artistiche e i suoi _ukasi_
estetici, aveva preferito comportarsi, magari a dispetto del corifeo dei
nuovi poeti romantici,[49] come un eroe romantico. Anche Macbeth s’era
rifiutato di seguire i nobili esempi che pure a lui, barbaro caledone,
additava la magnanima storia di Roma. Chè quando codesto efferato
ambizioso si vede inseguito com’una belva e senza speranza di scampo,
esclama, con nuovo scatto di ferocia:
«Why should I play the Roman fool, and die
On mine own sword? whiles I see lives, the gashes
Do better upon them».[50]
Il Manzoni, da buon filosofo della storia, e poco tenero oramai dell’arte
classicheggiante e dei critici dittatori del buon gusto, dedusse dal
mancato suicidio del _desolator desolate_, del _victor overthrown_, la
conseguenza che la necessità ineluttabile del suicidio negli eroi e
nelle situazioni tragiche sia del tutto posticcia, e punto rispondente
alla realtà. Nella sua _Lettre à m. C***_ egli tocca, con una punta
d’arguta canzonatura, di quei tragediografi che si sbarazzano degli
eroi _malencontreux_ con un sollecito colpo di pugnale; e riferisce, a
dileggio, i due versi celebri nei quali «un poëte a donné la formule
morale du suicide». Il poeta è, chi non lo sappia, il Voltaire; il quale
mise in bocca alla sua Merope, in fine dell’atto secondo della tragedia
omonima, queste parole:
«Moi vivre, moi lever mes regards éperdus
Vers ce ciel outragé que mon fils ne voit plus!
Sous un maître odieux, dévorant ma tristesse,
Attendre dans les pleurs une affreuse vieillesse!
_Quand on a tout perdu, quand on n’a plus d’espoir,_
_La vie est un opprobre, et la mort un devoir_».
In verità, osserva il Manzoni, l’esperienza e la storia mostrano che
nella vita i suicidii non sono così frequenti come sulla scena, e
specialmente non avvengono nelle occasioni in cui i poeti tragici v’han
ricorso.
«On voit des hommes qui ont subi les plus grands malheurs ne pas
concevoir l’idée du suicide, ou la repousser comme une faiblesse
et comme un crime. Certes l’époque ou nous nous trouvons a été
bien féconde en catastrophes signalées, en grandes espérances
trompées; voyons-nous que beaucoup de suicides s’en soient
suivis? non; et si la manie en est devenue de nos jours plus
commune, ce n’est pas parmi ceux qui ont joué un grand rôle dans
le monde, c’est plutôt dans la classe des joueurs malheureux,
et parmi les hommes qui n’ont ou croient n’avoir plus d’intérêt
dans la vie dès qu’ils ont perdu les biens les plus vulgaires:
car les âmes les plus capables de vastes projets sont d’ordinaire
celles qui ont le plus de force, le plus de résignation dans les
revers.»[51]
Una delle catastrofi contemporanee più segnalate, anzi la più grandiosa
e memorabile, non era appunto stata quella di Fontainebleau; anche
più insigne dell’altra che seguì, di Waterloo, benchè questa avesse
conseguenze più definitive?
Il poeta, fedele al suo programma d’arte, di non tradir mai il santo
Vero, s’attenne a codesti insegnamenti della storia: così quando,
nell’_Adelchi_, non permise che il protagonista, cuor del suo cuore
nonostante la solenne dichiarazione di rammarico per averlo messo al
mondo[52], desse volontaria e violenta fine ai suoi giorni; come quando,
nel Romanzo, lasciò cader di mano all’Innominato, a codesto piccolissimo
Napoleone secentesco della Valsassina, la pistola con la quale aveva
pensato un momento di «finire una vita divenuta insopportabile» (cap.
XXI). Shakespeare, il «savio gentil» che seppe meglio di qualunque altro
leggere nel cuore umano, era, anche questa volta, una guida molto sicura.
Vero è che la critica interessata di certi poeti, ambiziosi di dittatura,
parlava di costui «come d’un genio selvaggio, d’un capo strano, con de’
lucidi intervalli stupendi: una specie di montagna arida e scoscesa,
dove un botanico, arrampicandosi per de’ massi ignudi, poteva trovare
un qualche fiore non comune». Ma il Manzoni nè aveva i secondi fini del
Voltaire, nè era un caparbio o un _parvenu_ letterario come l’Alfieri;
e non si fece scrupolo di riconoscere subito in lui il «grande e quasi
unico poeta», e a darglisi tutto, come Dante a Virgilio, _per sua
salute_[53]. I due stupendi monologhi, di Adelchi e dell’Innominato, in
cui è descritta nei più minuti particolari la storia di quelle due anime
agitate, che accolgon prima come una liberatrice l’idea del suicidio
e poi la respingono come una vile lusingatrice, son rimodellati su
quello celebre di Amleto[54]. S’intende; del Manzoni possiamo ripetere
ciò ch’ei disse del Goethe: si mise sulla strada «segnata dal genio
selvaggio,... come accade ai grandi ingegni, senza intenzione e senza
paura d’imitare»[55].
Sennonchè, quando, sullo scorcio del 1819 e il principio del 1820, il
Manzoni scrisse la _Lettre a m. C***_, sapeva forse che davvero il vinto
di Fontainebleau aveva tentato, e meglio che tentato, di farla finita
con una esistenza che oramai gli era insopportabile? E se non allora,
lo seppe egli quando componeva l’_Adelchi_, o almeno quando descrisse
la tormentosa notte dell’Innominato? Manca il modo di accertar nulla.
Comunque, sono assai rilevanti e significative le affinità che si
scorgono tra codeste immaginazioni poetiche e quell’episodio storico,
rivelatoci poi da testimoni oculari.
L’imperatore aveva, il 4 aprile, segnato un primo atto d’abdicazione,
riservando i diritti di suo figlio e quelli della imperatrice reggente,
e il mantenimento delle leggi dell’Impero. Ma il 7, costretto dalla
diserzione di Marmont, s’era dovuto piegare a rinunciare per sè e i
suoi figliuoli a qualunque diritto sui troni di Francia e d’Italia. Non
bastava. Il 12, tre generali gli portaron da firmare il trattato di
pace che il giorno prima gli Alleati e il governo provvisorio avevan
concluso a Parigi. Napoleone, divenuto cupo, lo respinge e reclama il
suo atto d’abdicazione del 7. Che cosa mulinava? Gl’intimi s’eran potuto
accorgere che sinistri propositi attraversavano la sua mente. Il conte
di Turenne gli aveva sottratte e scaricate le pistole; ma egli le aveva
reclamate, rimproverandolo. Poi, aveva parlato con calma della sua nuova
condizione. La morte, disse averla bensì cercata sul campo di battaglia,
per esempio ad Arcis-sur-Aube («anch’io credea morir sul campo!»); ma il
pensiero del suicidio sarebbe stato indegno di lui. Egli era cosciente e
geloso della sua dignità imperiale; «Se tuer», aveva soggiunto, «c’est la
mort d’un joueur!». E ancora, scoprendo tutto un abisso di meditazioni
e di speranze: «Il n’y a que les morts qui ne reviennent pas!».—Solo
Shakespeare avrebbe forse saputo leggere in una simile anima, in un
simile momento; e queste frasi son degne di lui.
Quel giorno, sul punto di apporre la sua firma alla sentenza capitale
dell’Impero, Napoleone era così sprofondato in sè stesso, che, narra
il generale De Ségur, «il semblait habiter un autre monde». Alle dieci
di sera, andò a letto; a mezzanotte, chiamò il servo fedele perchè
ravvivasse il fuoco, e gli preparasse da scrivere presso il caminetto.
Poi lo mandò via. Si levò agitatissimo, percorse la stanza a passi
concitati, si fermò di botto, scrisse, ghermì il foglio e lo buttò sul
fuoco; tornò a passeggiare, a sedere, a scrivere, a gettare il foglio
sul fuoco. Poi, s’accostò al comodino, vuotò nel bicchiere il sacchetto
del veleno che gli aveva preparato il dottore Yvan, e ch’ei portava
sempre con sè dopo la guerra di Spagna, e bevve. Si rimise a letto. Per
una lunga mezz’ora il cameriere, trepidante, rimase dietro la porta a
spiare. Napoleone, maravigliato di vivere ancora, aspettava impaziente
gli effetti del veleno. Poichè questi tardavano, ricorse a un altro
veleno, già preparatogli dal Cabanis. Soffriva molto, ma non era la
morte. Stanco, fece chiamare il medico, per chiedergli un veleno più
decisivo. Yvan, atterrito, supplica l’imperatore di prendere invece un
contravveleno: non voglia esporlo a terribili sospetti! Napoleone cede,
si lascia curare e s’assopisce. Le tenere prove d’affetto di chi lo
circondava gli ridanno la forza di vivere. Esclama: «Dieu ne le veut
pas!»; domanda il trattato degli 11 aprile, e vi appone il suo nome[56].
La tragedia, che pareva giunta alla catastrofe, era solo alla fine del
quarto atto: mancavano ancora l’Elba, Waterloo, Sant’Elena.
[37] _Fatal guerriero_ l’aveva già, nel _Beneficio_, chiamato il Monti.
[38] Nel 1832 il dott. Amadio Christiano Federico Mohnike (n. 1781,
m. 1841) pubblicò, col titolo di _Voci di Napoleone dal settentrione
e dal mezzogiorno_, tradotte in tedesco le Odi napoleoniche degli
svedesi Nikander e Tegner, del Byron e del Manzoni. Questi gli scrisse,
ringraziando, il 22 agosto: «Il far soggetto d’un Suo lavoro un mio
componimento, e il collocarlo in così degno luogo, era già per sè un alto
favore; aggiungendovi quello del dono, e d’una gentilissima lettera, Ella
ha colmato la Sua bontà e la mia riconoscenza....». Non sembra verosimile
che, anche prima d’allora, il Manzoni non conoscesse direttamente l’ode
del poeta che fu dai contemporanei proclamato (vedi nel _Don Juan_, c.
XI, 55)
The grand Napoleon of the realms of rhyme.
Se un altro, di quell’ode avrebbero potuto parlargli il Pellico e il
Berchet, che del Byron furono ammiratori, traduttori ed apostoli in
Lombardia.
[39] «Tutto è finito! Ed ieri ancora eri re! e armato per combattere
coi re. Oggi sei una cosa senza nome; così abbietta eppure vivente! È
questo l’uomo dai mille troni, che seminava la terra di ossa nemiche; e
può sopravvivere così? Dopo colui che venne chiamato a torto la Stella
Mattutina, nè uomo nè demonio era mai caduto tanto in basso». —Circa
le censure all’_Ei fu_, cfr. D’OVIDIO, _Discussioni manzoniane_, pag.
200. Che quell’esordio riecheggi il _’Tis done_ byroniano, nessuno pare
l’abbia notato.
[40] «Il trionfo e l’orgoglio, la gioia della lotta» [_certaminis
gaudia_, aveva fatto dire Cassiodoro da Attila, prima della battaglia
di Châlons], «il grido tonante della vittoria, per te alito di vita;
la spada, lo scettro, e quell’impero a cui l’uomo sembrava creato per
obbedire e che riempiva di sè la fama—tutto è sparito!—Spirito tenebroso!
quale sarà per te il tormento delle memorie!».
[41] «Ma tu—dalla tua mano riluttante il fulmine venne strappato a
forza—troppo tardi tu lasciasti il supremo potere, a cui s’attaccava
la tua debolezza. Benchè tu sia lo Spirito del Male, noi ci sentiamo
stringere il cuore mirandoti così smarrito, pensando che la terra,
questa bella opera di Dio, ha potuto esser lo sgabello di un essere così
debole». (_Strofa IX_).
[42] «I tuoi trionfi non aggiungon più nulla alla tua fama, o ne rendon
più intense le macchie.... Ma chi vorrebbe spaziare all’altezza del sole,
e precipitar poi in una notte sì cupa?». (_Strofa XI_).
[43] «Messa nella bilancia, la polvere degli eroi è vile quanto l’argilla
comune; i tuoi pesi, o Morte, misurano esattamente tutti quelli che
spariscon dalla terra. Eppure pensavo che qualche scintilla sublime
dovesse animare quei grandi, che ci abbagliano e ci riempiono di trepido
stupore; nè avrei creduto che il Dispregio potesse farsi gioco di
costoro, i conquistatori della terra». (_Strofa XII_).
[44] «Affrettati dunque alla tua malinconica isola, e lancia lo sguardo
sul mare: quest’elemento può sfidare il tuo sorriso—non ha preso mai la
legge da te!». (_Strofa XIV_).
[45] «E colà che pensieri saranno i tuoi, assorto in una rabbia impotente
contro la prigione?—Uno solo: “Il mondo fu mio!„... La vita non potrà
trattenere a lungo quello spirito, che voleva essere così largamente e
lungamente obbedito—e n’era così poco degno!». (_Strofa XV_).
[46] «Ma tu davvero hai voluto esser re, e vestire il manto di porpora;
come se quell’abito da mascherata potesse strapparti dal cuore il
ricordo». (_Strofa XVIII_).
[47] «Gli è forse un resto delle speranze imperiali che ti fa sopportare
con calma un tal cambiamento? o è solo la paura della morte? Morir
sovrano—o vivere schiavo: la tua scelta è ignobilmente coraggiosa».
(_Str. V_).—«E la Terra ha versato il suo sangue per lui, che è tanto
avaro del proprio!». (_Str. X_).—«O, simile al rapitore del fuoco
celeste, vuoi tu resistere al colpo? e dividere con lui, col maledetto,
il suo avoltoio e la sua rupe! Punito da Dio, proscritto dall’uomo,
e, per quest’ultima azione, che pur non è delle tue peggiori, deriso
dallo stesso Satana: questi, nella sua caduta, serbò intatto il suo
orgoglio, e, se fosse stato mortale, avrebbe saputo morire da prode!».
(_Str. XVI_).—La frase _The very Fiend’s arch mock_ è tolta di peso da
Shakespeare; che la mette in bocca a Jago (_Othello_, a. IV, sc. I, v.
71).
[48] Occorre tuttavia osservare che l’Alfieri non reputava molto tragica
questa catastrofe, che gli era suggerita dalla Bibbia (_Reg. I_, 31, 4:
«arripuit Saul gladium, et irruit super eum»). Scrive nel _Parere sul
Saul_: «un re vinto, che uccide di propria mano se stesso per non essere
ucciso dai soprastanti vincitori, è un accidente compassionevole sì, ma
per quest’ultima impressione che lascia nel cuore degli spettatori, è un
accidente assai meno tragico, che ogni altro dall’autore finora trattato».
[49] Il quale, del resto, dopo Waterloo, finì coll’ammirare il superbo
disdegno con cui il conquistatore andò incontro all’avversa fortuna. Nel
canto III del _Childe Harold’s Pilgrimage_ (st. 39), che è del 1816, esce
a dire: «Eppure la tua anima ha sopportato i rovesci con quella innata
filosofia che non s’impara, e che, frutto di saggezza, di freddezza o di
profondo orgoglio, è fiele e assenzio pel nemico. Quando tutta una massa
d’odio ti si assiepava intorno, per spiare e beffare la tua fiacchezza,
tu hai sorriso con un occhio calmo e rassegnato; quando la Fortuna fuggì
via dal suo favorito e viziato pupillo, ei rimase ritto ed in piedi sotto
le disgrazie accumulate sul suo capo».
[50] «Perchè lo stolto Romano imiterò, morte cercando Sulla mia stessa
spada? Infin ch’io veggo Altri vivi, su lor cadano i colpi!».—A. V, sc.
8ª, v. 1-3. Traduzione del Carcano.
[51] Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 301-2, 361-2.
[52] Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 12.
[53] Cfr. _Del romanzo storico_, parte II, in fine: e il mio scritto:
_Ammiratori ed imitatori dello Shakespeare prima del Manzoni_, nella
«Nuova Antologia» del 16 novembre 1892.
[54] Cfr. SCARANO, _Amleto e Adelchi_, nella «Nuova Antologia» del 16
settembre 1892; e SCHERILLO, _Il monologo nella tragedia alfieriana_,
nella «Rivista d’Italia» dell’ottobre 1903.
[55] Qualche accento alfieriano può tuttavia sentirsi nel monologo di
Adelchi. Per esempio, l’apostrofe alla spada: «Tu, brando mio, che
del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza
a trattarlo... e in un momento Tutto è finito».—richiama e quella di
Saul: «Ma, tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo, Fido ministro, or
vieni», e l’altra di Carlo, nel _Filippo_: «Oh ferro!... Te caldo
ancora d’innocente sangue, Liberator te scelgo». Ma anche Shakespeare
aveva messo in bocca a Giulietta: «O ferro amico! ecco la tua guaìna:
Arrugginisci qui; morte mi dona!...».—Il quale Shakespeare aveva altresì
fatto esclamare a uno dei suoi personaggi, al vecchio Gloucester del _Re
Lear_ (a. IV, sc. 6ª), sul punto che si getta dalla rupe: «O voi numi
potenti! Io rinunzio a questo mondo, e davanti a voi scuoto pazientemente
dalle spalle la mia grande afflizione. Se potessi sopportarla più a
lungo, senza contrastare ai vostri invincibili voleri, lascerei consumare
la spregiata e abborrita mia parte mortale». E gli aveva fatto dar sulla
voce da Edgardo, il figliuolo calunniato (a. V, sc. 2ª): «Gli uomini
devono sopportare il loro andare colà nello stesso modo che la loro
venuta qui: tutto consiste nell’esser maturi». (_Men must endure / Their
going hence, even as their coming hither: / Ripeness is all._)
[56] Cfr. SAINT-RENÉ TAILLANDIER, _Le général Philippe de Ségur, sa vie
et son temps_, nella «Revue des deux mondes» del 1º maggio 1875, pag.
138-41.
XII.
Or che sarebbe avvenuto dell’Italia, dopo che il colosso era stato
gettato «nella polvere»? che cosa di questo che fu detto, e pareva nome
di buono augurio, Regno d’Italia? Il 16 aprile [1814], fu concluso,
nel castello di Schiarino Rizzino presso Mantova, un armistizio tra
l’esercito franco-italiano di Eugenio e l’austriaco di Bellegarde, in
attesa che le Potenze decidessero della sorte di queste contrade. Si
compiva ancora una volta l’avito destino del Lombardo:
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d’altrui;
La sua parte, servire e tacer.
Il momento era solenne; ma gli uomini non si mostraron pari al bisogno.
Il solo cancelliere Melzi pare si rendesse conto della gravità dei
pericoli; e s’arrogò, nell’assenza del vicerè, l’autorità di convocare il
Senato. Oh questo non era più l’antico Senato milanese, che Giuseppe II
aveva abolito; e del quale il Manzoni notava, non senza amarezza verso i
governanti stranieri:
«Il Senato era una vera rappresentanza nazionale: le leggi
dovevano passare per quello, e non divenivano esecutive se non
le avesse _interinate_. È vero ch’era degenerato, divenuto nulla
meglio che un tribunale, e le sue decisioni troppo sovente erano
goffe o triste. Ma per questo aveva diritto Giuseppe II di
distruggerlo? Finchè sussisteva, poteva ringiovanirsi: se egli
intendeva far bene, doveva restituirlo alla condizione primitiva,
e non già cassarlo».[57]
Il Senato del 1814 era quello creato da Napoleone col decreto 21
marzo 1808, col nome di «Senato Consulente»; e i senatori erano stati
scelti parte dai Collegi Elettorali, parte dall’Imperatore, seguendo i
suggerimenti del Melzi. Il quale, dunque, ora li convocò d’urgenza, per
provocarne un voto alle Potenze: facessero cessare del tutto le ostilità
sul territorio italiano, e riconoscessero l’indipendenza del Regno
d’Italia e la sovranità di Eugenio. Era risaputo che lo zar Alessandro
nutriva una certa predilezione per codesto principe; il quale aveva
altresì un naturale protettore nel suocero, Massimiliano Giuseppe re
di Baviera. Pareva poi lecito sperare che pur le provincie traspadane
(Modena, Bologna, Ravenna, Ancona) si sarebbero dichiarate per la
conservazione del Regno. Si trattava, insomma, di sventare abilmente, e
senza provocazioni, i disegni ferocemente conservatori dell’imperatore
d’Austria e del suo onnipotente e prepotente cancelliere. Ma tutto volse
al peggio. Il Melzi, assalito durante la notte dai suoi acciacchi,
non potè intervenire alla seduta del Senato; e dovè limitarsi a un
messaggio in iscritto. Così, l’opposizione austriacante, diretta dal
conte Diego Guicciardi, ebbe agio di sollevare meschine questioni di
forma e cavilli di procedura; e non si decise se non di sospender la
seduta, per permettere ai senatori Guicciardi, Carlo Verri e Dandolo
di recarsi a casa del Melzi e discuter con lui. Alle otto della sera di
quello stesso giorno 17 aprile, il Senato si radunò nuovamente; e dopo
un nuovo interminabile dibattito, si prese una di quelle deliberazioni
insulse ma rovinose, a cui troppo di frequente conducono le chiacchiere
boriose e saccenti delle assemblee: d’inviare bensì alle Potenze una
deputazione che sollecitasse la conservazione del Regno, ma col divieto
di raccomandare comunque la candidatura di Eugenio! Il Verri s’era
affrettato a proclamare: il popolo di Milano non volerne sapere d’un
re Eugenio, il quale da vicerè lo aveva spogliato e spregiato! «Il me
semble», aveva avuto già occasione d’osservare il Montesquieu, «que les
têtes des plus grands hommes s’etrécissent lorqu’elles sont assemblées;
et que, là où il y a plus de sages, il y ait aussi moins de sagesse. Les
grands corps s’attachent toujours si fort aux minuties, aux vains usages,
que l’essentiel ne va jamais qu’après».[58]
Nessuno a Milano seppe esattamente quel che il Senato avesse deciso,
ma tutti se ne mostrarono scontenti: tanto quell’alto consesso era
caduto in discredito! I fautori del passato ne presero coraggio per
preparare una sommossa che giustificasse l’intervento delle milizie
imperiali; e gl’Italici lasciaron fare, quasi che essi in quel torbido
fossero stati acconci a pescare. Per proprio conto compilarono una
nobile e dignitosa quanto ingenua protesta, con la quale si sconfessava
il voto, qualunque esso fosse, del Senato, e si domandava l’immediata
convocazione dei Collegi Elettorali, «nei quali solamente», dicevano,
«risiede la legittima rappresentanza della nazione». E provvidero
che codesto documento fosse sottoscritto da quanto di meglio Milano
vantava nell’aristocrazia del blasone, del censo, dell’ingegno,
dell’industria. La prima firma fu quella del general Pino; seguirono i
Porro, i Trivulzio, i Confalonieri, i Borromeo, i Visconti, i Greppi,
i D’Adda, i Cicogna, i Sormani, i Trotti, gli Arese, i Giovio, i
Castelbarco.....Firmarono il conte Gian Luca della Somaglia, presidente
del Consiglio comunale, e il conte Antonio Durini, podestà, con tutti i
Savii (gli Assessori). Firmò il poeta Carlo Porta, e l’architetto Luigi
Cagnola, e, centoduesimo nella lista, Alessandro Manzoni.
Il _Giornale Italiano_ del 19 pubblicò la convenzione militare del
giorno 16, e insieme il proclama del vicerè che congedava le milizie
francesi. «Soldati francesi», diceva, «voi ripiglierete il cammino pei
vostri focolari!». Carlo Porta mandò dietro a quelle soldatesche, che al
focolare francese portavano un grosso bottino,[59] un sonetto riboccante
d’amarezza e di una, purtroppo, non ingiustificata sfiducia. La poesia
rimaneva la nostra sola arma d’offesa!
Paracar che scappée de Lombardia,
Se ve dan quaj moment de vardà indrée,
Dée on’oggiada e fée a ment con che ’legria
Se festeggia sto voster sanmichèe.
E sì che tutt el mond sa che vee via
Per lassà el post a di olter forestée,
Che per quant fussen pien de cortesia
Vorraran anca lor robba e danée.
Ma n’havii faa mo tant violter balloss,
Col ladrann e copann gent sora gent,
Col pelann, tribolann, cagann adoss,
Che infin n’havii redutt al punt puttanna
De podè nanca vess indiferent
Sulla scerna del boja che ne scanna.
Sull’imbrunire di quello stesso giorno 19, furon visti entrare in città
drappelli di contadini, in ispecie del Novarese, dall’aspetto e dal
contegno sospetti. Intanto, una parte della guarnigione ne era fatta
uscire, col pretesto che fossero da rinforzare alcuni punti a Varese e a
Sesto Calende, che nessuno minacciava! S’avvicinava, per i reazionarii e
i liberali —stranissimo connubio!—, la gran giornata.
[57] In CANTÙ, _Reminiscenze_ ecc., II, 312-13.