E sento come il più divin s’invola,

Nè può il giogo patir della parola».

[26] «Monti a été enchanté du jugement favorable que vous faites de son

_Iliade_». Lettera del Manzoni al Fauriel, febbraio 1811.

[27] Non è forse inopportuno ricordare che il Parini aveva scritto un

sagace Parere su codesto poemetto del Lorenzi. Cfr. la mia edizione 2ª

delle _Poesie di G. Parini_, 1906, pag. 70.

IX.

Le vicende politiche venivano a turbare tanto idillio domestico, e

tanta operosa pace di studi e di poesia. Ricordo ancora due date: il

20 dicembre del 1813, gli Alleati avevan passato il Reno, e invaso

il territorio francese; il 25 gennaio 1814, Napoleone aveva con un

nuovo esercito lasciato Parigi, e andava loro incontro. Il 9 febbraio,

come ho detto, il Manzoni rompeva il lungo silenzio con l’amico della

Maisonnette, per riparlargli della famiglia, del giardino, del poemetto

sulla vaccinazione, degl’Inni sacri. Soggiungeva:

«Ne trouvez-vous pas un peu extraordinaire qu’au milieu de tout

ce tapage je vous parle de ces affaires? Mais vous savez que

c’est un des plus grands mérites des poètes, _fra tanti e tanti a

lor dal ciel largiti_, de trouver toujours le moyen de parler de

leurs vers».

L’11 febbraio, la guarnigione francese di Verona, stretta dagli

Austriaci, non potè più resistere, e s’arrese. Il 7 marzo, ottomila

tra Inglesi e Siciliani, condotti da lord William Bentinck, il quale

diceva di propugnare la costituzione di uno Stato libero italiano,

sbarcarono presso Livorno; e il 14, l’ammiraglio vi proclamò d’esser

venuto a stendere la mano agl’Italiani «per liberarli dal ferreo giogo

dei Bonaparte». I Napoletani, con propositi non occulti di raggruppar

la Penisola in un’unica monarchia indipendente, si fortificavano in

Ancona e venivano via via occupando le altre città delle Marche. Sulle

lagune, sul lago di Garda, sulle rive dell’Adige e del Mincio, avvenivano

frequenti scontri degli Austriaci coi franco-italiani, con varia fortuna.

Tra il quartier generale di re Gioacchino, il gabinetto dell’imperatore

Francesco e lord Bentinck, era un vivo scambio di lettere. Nonostante le

promesse e le belle parole, si capiva che l’Austria intendeva soprattutto

alla restaurazione delle antiche dinastie: e il suo esercito, a buon

conto, era entrato in Roma e vi aveva occupato il castel Sant’Angelo;

e il conte Starkemberg s’era insediato in Firenze; e il conte Nugent

creava, nei dipartimenti del Panaro e del Crostolo, un governo militare

provvisorio, in nome dell’arciduca Francesco d’Austria-Este, erede di

Ercole Rinaldo ultimo duca Estense, morto duca del Brisgau.

La Lombardia, dal Mincio al Ticino, costituiva ancora il Regno d’Italia,

e il vicerè Eugenio n’era tuttavia a capo. Sennonchè si presentivan

prossimi, e generalmente si auguravano, possibili e più o meno radicali

mutamenti. Il Beauharnais non v’era propriamente odiato, ma neanche

amato. «Allevato ne’ campi di vincitori e di capitani, ma più d’ogni

altro sotto la verga del loro maestro, aveva imparato a guerreggiare,

e a temere d’acquistarsi regno da sè. A dirne il vero», soggiunge il

Foscolo[28] «pareva nato solo a regnare in tempi tranquilli, dotato

com’era di forte senso comune; di cuore perplesso a chi non sapeva

incalzarlo; amorevole, non però liberale nè confidente; poco magnifico,

se non in cose che potevano fruttare o rivendersi a un tratto; e

prontissimo a sentirsi predominare dalle menti e dalle anime superiori

alla sua». Amata invece, e da tutti, era la viceregina, la soave Augusta

Amalia di Baviera, «bellissima fra le giovani, e d’indole angelica, e

madre di principi nati in Italia».[29] Il Foscolo, che la definisce

così, disegnava di celebrarla nell’Inno secondo delle sue _Grazie_; dove

aveva abbozzato per lei questi versi:

O di clementi

Virtù ornamento nella reggia insubre!

Finchè piacque agli Dei, o agl’infelici

Cara tutela, e di tre regie Grazie

Genitrice gentil, bella fra tutte

Figlie di regi, e agl’Immortali amica!

Tutto il Cielo t’udia quando al marito,

Guerregiante a impedir l’Elba ai nemici,

Pregavi lenta l’invisibil Parca

Che accompagna gli eroi, vaticinando

L’inno funereo e l’alto avello e l’armi

Più terse, e giunti alla quadriga i bianchi

Destrieri eterni a correre l’Eliso.

Rispettato tuttora, ma reso poco valido dagli acciacchi, era il

cancelliere Francesco Melzi duca di Lodi, il quale aveva varcata la

sessantina. Odiati invece, per la loro arroganza, erano il conte Méjean,

segretario del Principe, e il Darnay, zelante direttore delle Poste,

che voleva dire efferato intercettatore di corrispondenze: e basterebbe

sentire il Manzoni, per farsi un’idea del ludibrio a cui era ridotto

il servizio postale. Mal tollerati erano altresì alcuni dei ministri:

i conti Vaccari e Paradisi, in ispecie, anche perchè, dice il Foscolo,

l’uno essendo bolognese e l’altro modenese, eran «nominati forestieri

in Milano».[30] Odiatissimo poi era il novarese conte Prina, ministro

delle Finanze, una delle più implacabili sanguisughe che mai abbiano

servito alle dispendiose ambizioni del conquistatore. L’oculato duca

Melzi lo aveva segnalato come agente pericoloso fin dal 1802, in un

rapporto al Primo Console; ma codesti biasimi sonavano elogi all’orecchio

del monarca, che della pietà non sapeva cosa farsi. Al cancelliere del

piccolo Regno italico, questi avrebbe potuto rispondere quel che più

tardi non si peritò di ribattere al Metternich: «Vous n’êtes pas soldat,

et vous ne savez pas ce qui se passe dans l’âme d’un soldat. J’ai grandi

sur les champs de bataille, et un homme comme moi se soucie peu de la vie

d’un million d’hommes!»[31].

Napoleone era ancora «in solio», ma non più «folgorante»: la «reggia»

rovinava, e il fantasma del «triste esiglio» si faceva ogni giorno più

minaccioso; alle voci di «servo encomio» succedevan quelle di «codardo

oltraggio». Anche in Milano gli scontenti levavano il capo. E mentre

gli Austriaci premevan di fuori, e richiamavano il Principe e le

sue milizie al confine, di dentro gli austriacanti, per la più parte

aristocratici o burocratici, e i così detti _Italici_, ch’eran gli

zelatori di ordinamenti nuovi, facevan leva insieme per rimuovere quel

governo prepotente e rapace. Le simpatie del giovane Manzoni erano,

s’intende, per gl’Italici; tra’ quali, com’egli si segnalava, oltre

che per il resto, per la eccessiva prudenza, così si poneva in vista,

con pericolosa imprudenza, il giovane conte Federico Confalonieri.

Non so se già allora, certo di poi, nelle tragiche vicende di codesto

audace cospiratore, il Manzoni gli si mostrò affezionato estimatore;

e non esitò a manifestare, sotto gli occhi sinistri e sospettosi

dell’aquila grifagna, la sua ammirazione per la eroica compagna del

martire, la contessa Teresa Casati. Pel sepolcro di lei, morta di ansie

e di crepacuore il 26 settembre del 1830, quando ancora il marito era

imprigionato allo Spielberg, egli dettò una delle poche sue epigrafi, che

fu scolpita nella tomba della famiglia Casati a Muggiò presso Monza; dove

tra l’altro diceva: «_Maritata a Federico Confalonieri il 14 settembre

1806—ornò modestamente la prospera sorte di lui—l’afflitta soccorse

con l’opera e partecipò con l’animo—quanto ad opera e ad animo umano è

conceduto.—Consunta ma non vinta dal cordoglio—morì sperando nel Signore

dei desolati...—Vale intanto, anima forte e soave!_». E al Confalonieri

medesimo egli non si peritò di dare una esplicita prova dell’immutabile

suo attaccamento, mandandogli allo Spielberg il libro dell’abate Ph.

Gerbet, _Considérations sur le Dogme générateur de la piété catholique_

(Paris 1833), che, in quei tempi di rinnovato fervore religioso, meritò

al suo autore il nome di Platone cristiano. Vi scrisse sulla prima pagina:

_A Federigo Confalonieri._

_Che può l’amicizia lontana per mitigare le angosce del

carcere, le amarezze dell’esiglio, la desolazione d’una perdita

irreparabile? Qualche cosa, quando preghi: chè, se sterile è il

compianto che nasce nell’uomo, e finisce in lui, feconda è la

preghiera che vien da Dio e a Dio ritorna._

ALESSANDRO MANZONI.

Milano, 23 aprile 1836.

[Illustration: Dedica autografa del Manzoni a Federigo Confalonieri.[32]]

[28] _Lettera apologetica_, nelle _Prose_; Firenze, Le Monnier, 1850,

pagina 556.

[29] A proposito di codesti principi, m’è caro rimandare all’interessante

articoletto dell’amico prof. GIOVANNI BOGNETTI, _Nascite sovrane in

Milano_ (1773-1830), nella miscellanea nuziale _Da Dante al Leopardi_;

Milano, Hoepli, 1904, pag. 652 ss.—Il Bognetti riferisce (p. 659) un

brano di lettera del Melzi ad Eugenio, scritta dopo la partenza della

viceregina, in cui poteva dirgli senza tema di cortigianeria: «Je puis

assurer aussi à mon tour que tout est tranquille à Milan, mais bien

triste, surtout depuis le départ de la Princesse, qui a réellement

affecté toutes les classes de la population».

[30] Non so quanta fede meriti qui il Foscolo. Egli è di umor nero

contro i Milanesi, ora. Comunque, se questi, e allora e poi, peccarono

di eccessivo municipalismo, è certo che il maggiore tra essi, e allora

e poi, aborrì da un cotal sentimento, perniciosissimo ai suoi ideali

di patria. Ricordo un solo episodio. Al genero G. B. Giorgini, che gli

aveva mandato da leggere gli stampini del suo opuscolo _Dell’unità

d’Italia in ordine al diritto e alla storia_ (Milano, Redaelli, 1861),

egli scriveva l’11 marzo 1861: «L’esserti fatto tanto umile, mi fa esser

tanto temerario. T’avverto dunque che se non mi viene un tuo avviso in

contrario, a posta corrente, farò sulle prove del torchio... un piccolo

cambiamento... A _un calabrese_ sostituirò _un Fabrizio Maramaldo_. E

questo perchè non m’avendo tu scritto d’aver trovato che tale fosse

veramente la patria di _quel colui_, posso credere che l’osservazione

ti sia sfuggita. E ad ogni modo mi par ben fatto di scansare ogni nome

di provincia italiana nei fatti odiosi». Cfr. D’ANCONA. _VI lettere

di A. Manzoni a G. B. Giorgini_ (per nozze), Pisa, 1896, p. 9-10: e

anche D’OVIDIO, _Saggi critici_, Napoli, 1878, p. 76.—Pel sentimento

antiregionalista del Manzoni, si vegga pure la mia _Introduzione_ al

volume I di queste _Opere_, pag. XLIII.

[31] Cfr. _Mémoires inédits du prince de Metternich_, Paris, Plon, 1879;

e cfr. «Revue des deux mondes» del 1º dicembre 1879, pag. 490.—Lo spunto

delle parole di Napoleone alle prese con quel volpone della diplomazia,

ricorda quelle dal Manzoni messe in bocca al Carmagnola tra i volponi

del Consiglio dei Dieci (a. V, sc. [1ª]): «Giudice del guerrier solo è

il guerriero; Voglio scolparmi a chi m’intenda.....». E la somiglianza,

del tutto casuale, tra ciò che disse l’_uom fatale_ e ciò che pensava il

poeta del _Cinque maggio_, non è priva d’interesse!

[32] Dicon dettata dal Manzoni l’ultima supplica, del 12 febbraio 1830,

che la Teresa diresse all’Imperatore, perchè le fosse «concesso di

terminare i suoi giorni accanto a quello che la Provvidenza le aveva dato

per compagno». L’ha pubblicata il D’ANCONA, nel volume sul Confalonieri.

X.

Se si vuol prestar fede al Cantù, il Manzoni così avrebbe giudicato,

parecchi anni dopo, dei precedenti e delle conseguenze di quelle

agitazioni e di quei moti, che segnaron la caduta del primo regno italico.

«—La forza non ha mai fatto bene. In ogni secolo troverai pochi

anni di pace, ne’ quali gli uomini progrediscono: tutt’a un

tratto si rompe la guerra; chi aveva interesse a conservare il

vecchio, torna allo stato di prima, e al fin della guerra si è

ancora alla condizione antica, e si deve ricominciare la lotta

del vero.

—La rivoluzione francese giovò veramente! Da gran tempo le

menti avevano preso in fermento, una spinta verso il meglio. Le

opinioni grandeggiando venivano ad imporre alle istituzioni...

Poichè non avvennero, è impossibile dire appunto quali

avvenimenti sarebbero nati dalla pace: ma i quarant’anni, in cui

fosse seguitato quel progresso, senza interromperlo col volgerlo

sopra fantasmi o vanità splendide, chi sa dove avrebbero portata

l’umanità. All’incontrario, quando la rivoluzione finì nel

1814, si trovò che tutta Europa, stanca, amava di vero amore i

rappresentanti del despotismo: primo, perchè pareano rimetterla

in quiete; secondo, perchè son ben pochi che sappiano odiare uno

senza amare il nemico di esso. Questo dai popoli. Dai re venne

stabilito un diritto assoluto, un regnare per _la grazia di Dio_,

per diritto sopra o extra-umano, che prima non v’era. Difatto non

v’avea paese (quando forse non se ne eccettui la Lombardia) dove

non vi fossero istituzioni indipendenti dal re. Tant’è vero che

ogni re, quando veniva eletto, prestava un giuramento: il che

suppone che credevano anch’essi qualche cosa superiore a sè, da

cui tenevano l’autorità. Di ciò nulla dopo il 1814....

Si dice che in Lombardia non v’era idea di nazionalità prima che

venissero i Francesi. Falso. Quando s’è in possesso d’una cosa,

meno se ne discorre: d’indipendenza non parlano tanto gl’Inglesi

p. es., quanto gl’Italiani. Nazionalità v’era sì, e mostravasi a

mille atti aperto l’attaccamento al proprio paese, alle leggi,

alle consuetudini; e quando i principi austriaci le violassero,

se ne sentiva il lamento comune, si mandavano deputati a

richiamarsene. Questa nazionalità è vero ch’era lombarda. Vennero

i Francesi, che con manifesto despotismo la conculcarono, facendo

tutto venir di fuori, leggi, armi ecc. ecc. Allora ci si pensò di

più. E poichè trattavasi di rinnovare il principio, _e l’idea di

nazionalità lombarda era un assurdo evidente, si prese un simbolo

più vero, più esteso: la italiana_».[33]

Gl’Italici eran d’accordo nel vagheggiare un ideale d’autonomia e

d’indipendenza; ma circa i modi e la via da tenere per conseguirlo, i

pareri eran diversi o contrarii. I più reputavan possibile e desiderabile

la conservazione di quell’effimero ed assurdo Regno d’Italia;[34]

magari con un principe di Casa d’Austria, magari col Duca di Clarence,

terzogenito del re Giorgio III d’Inghilterra. Il Manzoni era dei

pochi che mirassero, con magnanima e incrollabile persistenza, alla

unificazione monarchica di tutta quanta la Penisola,

Che natura dall’altre ha divisa,

E ricinta con l’alpe e col mar.

Egli era convinto come assai spesso «sia più ragionevole chiedere il

molto che il poco».[35] E se il supremo benefizio dell’unità avessimo

dovuto riconoscerlo da un principe francese, si chiamasse Beauharnais o

Murat, viva, per il momento almeno, anche Eugenio o Gioacchino!

Nello scartafaccio del Cantù gli sono altresì attribuite queste

osservazioni:

«—Nel 1814 la maggior parte erano abbagliati dal fantasma

della gloria passata: molti, per le circostanze delle cose,

desideravano ardentemente gli Austriaci; cioè, dopo diciotto anni

di tanti casi, desideravasi restituito quell’ordine di cose che

allora, per voce di filosofi e confessione dei principi stessi,

si era conosciuto disadatto. Pochi, i più quieti, dicevano:—Ma

che volete mai fare? lasciate un po’ fare a loro! Volete andare

contro tante baionette? ecc. ecc.—Allora si stabilì la pace.....

—Nessuna nazione ha diritto d’intromettersi negli ordinamenti

interni delle altre, giacchè ciascuna deve conoscere il proprio

meglio, e a questo provvedere di voto comune.....

—Non è mica ben intesa neppure la questione di straniero.

Questa è affatto accidentale. Se straniero è chi parla diversa

lingua, sono dunque sotto padrone straniero l’Alsazia e i

dipartimenti tedeschi?[36] Questa è qualità accidentale, giacchè

potrebb’essere qui un governo tedesco, senza le cancellerie

auliche, ed esser buono, purchè eletto o voluto dalla nazione

ecc. Tanto è vero che v’è paesi in Italia sotto principi

italiani, ove si sta peggio che sotto gli Austriaci. La questione

dunque è più giustamente posata col dire: Governi buoni e Governi

cattivi».

E quanto all’Austria, e a quel nefasto bigotto della restaurazione che fu

il Metternich, s’affrettava a soggiungere:

«—Libertà, dicono, è obbedire solo alle leggi. Questa definizione

potrebbe piacere anche a Metternich, giacchè le leggi le fa lui!

Importa sapere da chi e come sono fatte, e se buone o cattive.

Era una legge anche quella degl’imperatori romani di adorare

gl’idoli; e i cristiani credeansi in dovere di disobbedirla».

La restaurazione cieca, il mantenere o risuddivider l’Italia negli

antichi e ridicoli staterelli, rinnegando quei principii, respingendo

quegli ammonimenti, rinunziando a quei vantaggi che costavan sì enormi

sacrifizii di sangue e di sostanze, questo era il peggio. E poichè il

re di Napoli dava non dubbii segni di voler proclamare la guerra santa

dell’unificazione, egli, il Manzoni, aveva simpatia per l’avventuriero

Murat. Che importava che questi non fosse re _per la grazia di Dio_? Lo

sarebbe stato pel volere concorde del popolo; ch’era un modo più conforme

alle conquiste intellettuali della Rivoluzione. E in quella simpatia il

poeta non era solo. A Milano passavano per _murattisti_ il conte Giacomo

Luini, direttore generale della polizia, e il generale Teodoro Lechi, il

cui fratello Giuseppe già militava nelle file dell’esercito napoletano;

e fino si buccinava che il generale Domenico Pino, a cui di lì a qualche

giorno sarebbe stato affidato il comando militare di Milano, partecipasse

agli audaci disegni del re.

[33] Cfr. CANTÙ, _A. Manzoni, reminiscenze_; 2ª ediz., Milano, Treves.

1885, vol. II, pag. 311 ss.

[34] Assurdo anche per la sua configurazione. S’immagini che chi avesse

voluto dalla capitale recarsi a Bologna, la terza città del Regno, per

la più corta, doveva traversare il dipartimento francese del Taro,

l’antico ducato di Parma! Tutti sanno che Giuseppe Verdi nacque (il 10

ottobre 1813) in questo dipartimento, così che qualche allegro biografo

d’oltr’Alpi ha voluto farne un francese!

[35] Nella Prefazione al _Conte di Carmagnola_; pag. 157 di questo

volume.—Nella lettera a Giorgio Briano, da Lesa il 7 ottobre 1848, il

Manzoni chiamava quella dell’unità nazionale «una causa che è stata il

sospiro di tutta la sua vita».

[36] Dopo Sédan codesto argomento di fatto ha perduto tutto il suo

valore! E non credo che il Manzoni aspettasse il 1870 per mutar

d’opinione. Ciò che gl’Italiani migliori pensassero poi pur della

signoria o protezione francese, si può vederlo nello scritto del DE

SANCTIS, _L’Italia e Murat_, pubblicato a Torino nel 1855, e ora

ristampato negli _Scritti varii inediti o rari_; Napoli, Morano, 1898,

vol. I, pag. 181 ss.

XI.

Il 3 marzo, il Manzoni cominciò a mettere in carta il quarto dei suoi

Inni, _La Passione_. Scrisse:

Cheti e gravi in dimessa figura

Oggi al tempio, fratelli, moviamo.

Come gente che pensi a sventura

Che repente s’intese annunziar...;

e andò oltre per tutta la seconda strofa:

S’ode un carme: l’intento Isaia

Profferì questo sacro lamento,

In quel dì che un divino spavento

Gli affannava il fatidico cuor.

Ma l’Isaia novello non seppe proseguire, per allora: il trambusto e lo

strazio temuto di questa sua nuova Gerusalemme voleva per sè tutti i suoi

pensieri e le sue cure.

Le notizie che venivan d’oltr’Alpi avvertivano che la catastrofe

napoleonica era imminente. «Di quel securo il fulmine» scoppiava ancora

pauroso a Brienne, a Champaubert, a Montmirail, a Montereau, a Vauchamp;

ma le file di quell’ultimo esercito di adolescenti scemavan via via,

senza che per il momento fosse possibile rinvigorirle. E intanto gli

eserciti degli Alleati s’accavallavano e rinnovavano, e si stringevano

ogni giorno più intorno a Parigi. Il 30 marzo, quando Napoleone con una

suprema audacia disegnò di portarsi alle spalle del nemico, e raccogliere

le guarnigioni lasciate nella Francia orientale e l’esercito d’Italia,

gli Alleati precipitarono su Parigi, sconfissero re Giuseppe e Marmont,

e il giorno 31 entrarono nella città e vi si accamparono. Napoleone

tornò in furia da Rheims, ma comprese che tutto era perduto e si attendò

a Fontainebleau, aspettando. Il 5 aprile si seppe anche a Milano della

presa di Parigi; e il 15, che a Fontainebleau l’_uomo fatale_[37] era

stato costretto a firmare la sua abdicazione. Il formidabile di ieri si

avviava, sotto scorta, al risibile staterello dell’Elba, lasciatogli come

per elemosina.

Giorgio Byron, che nel gennaio di quell’anno, pubblicando il _Corsaro_,

aveva espresso il proponimento di non più poetare per lungo tempo, e

che il 9 aprile, al mattino, ancora scriveva: «Non più versi oramai;

io ho dato le mie dimissioni»; la sera, all’annunzio dell’abdicazione,

diffuso da un supplemento della _Gazzetta_, si sentì invaso da irrompente

furore poetico, e il giorno appresso l’_Ode to Napoleon Bonaparte_

era già composta. Essa fu subito stampata e pubblicata, senza il nome

dell’autore. L’intonazione e parecchi spunti ricordano molto da vicino il

_Cinque maggio_[38]. Comincia:

’Tis done—but yesterday a King!

And arm’d with Kings to strive—

And now thou art a nameless thing:

So abject—yet alive!

Is this the man of thousand thrones,

Who strew’d our earth with hostile bones,

And can he thus survive?

Since he, miscall’d the Morning Star,

Nor man nor fiend hath fallen so far.[39]

Ripiglia alla IV strofa, con un movimento che somiglia al manzoniano _La

procellosa e trepida_..., e riconduce all’epigrafico _Ei fu_:

The triumph, and the vanity,

The rapture of the strife—

The earthquake voice of Victory,

To thee the breath of life;

The sword, the sceptre, and that sway

Which man seem’d made but to obey,

Wherewith renown was rife—

All quell’d!—Dark Spirit! what must be

The madness of thy memory![40]

Napoleone era stato «the arbiter of others’ fate»: i popoli gli si

volsero «come aspettando il fato». Incatenato al tronco che vanamente

egli aveva voluto abbattere,—solo—, quali sguardi non gettò egli intorno

a sè?

Chain’d by the trunk he vainly broke—

Alone —how look’d he round?

Novello Milone, lo attenderà una sorte ancora più terribile: quegli morì

divorato dalle bestie feroci; ma lui divorerà il suo proprio cuore:

He fell, the forest prowlers’ prey:

But thou must eat thy heart away!

Napoleone («the Thunderer of the scene», lo dirà poi nel _Childe Harold’s

Pilgrimage_, III, 36) aveva avuto nelle sue mani «il fulmine»; che ora

gli era stato strappato a viva forza.

But thou—from thy reluctant hand

The thunderbolt is wrung—

Too late thou leav’st the high command

To which thy weakness clung;

All Evil Spirit as thou art,

It is enough to grieve the heart

To see thine own unstrung;

To think that God’s fair world hath been

The footstool of a thing so mean.[41]

...........

Thy triumphs tell of fame no more,

Or deepen every stain....

But who would soar the solar height,

To set in such a starless night?[42]

Weigh’d in the balance, hero-dust

Is vile as vulgar clay;

Thy scales, Mortality! are just

To all that pass away:

But yet methought the living great

Some higher sparks should animate,

To dazzle and dismay:

Nor deem’d Contempt could thus make mirth

Of these, the conquerors of the earth.[43]....

Then haste thee to thy sullen Isle,

And gaze upon the sea;

That element may meet thy smile—

It ne’er was ruled by thee!....[44]

...........

What thoughts will there be thine,

While brooding in thy prison’d rage?

But one:—«The world was mine!»....

Life will not long confine

That spirit, pour’d so widely forth—

So long obey’d—so little worth![45]

Se Napoleone avesse saputo ritirarsi in tempo! Ma no! egli volle esser

re, come se la porpora onde si camuffava potesse soffocare «il sovvenir»:

But thou forsooth! must be a king,

And don the purple vest.—

As if that foolish robe could wring

Remembrance from thy breast.[46]

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 3 / 45 段