pochi giorni prima, dopo una sosta più o meno lunga a Lione e a Torino,
da Parigi, informa gli amici, che con tanto rimpianto aveva lasciati alla
Maisonnette, dei risultati ottenuti dalla seminagione del cotone, e dei
tentativi fatti a Lecco pel caffè.
«En vérité le climat est bien meilleur ici; le soleil y donne
de bonne foi, je suis déjà devenu tout-à-fait cultivateur. J’ai
vu le coton dont j’ai envoyé de Paris la graine....: quelques
plantes ont déjà plus d’un pied, de sorte que j’espère en
cueillir, quoiqu’il ait été planté à la fin de mai. Si cela
réussit, il me paraît qu’on pourra ne plus douter de celui qu’on
plantera à la moitié d’avril. J’ai demandé compte de celui que
j’avais planté moi-même il y a deux ans, et on m’a présenté un
panier de cocons, dont une partie bien mûris; que sais-je si ç’a
été cueilli à temps? Il y a mieux: c’est qu’on m’assure dans
la maison d’avoir pris du café planté et cueilli a Lecco: nous
verrons l’année prochaine. J’ai semé de la luzerne; le sainfoin
vient ici naturellement dans les blés et parmi les buissons».
Il 21 settembre riscrive, con maggior calore e meglio addottrinato, al
suo Fauriel, «à ce divin Fauriel»:
«.... je suis dans les projets d’agriculture jusqu’au cou. J’ai
trouvé ici beaucoup d’excellents livres, dont je ne savais pas
même l’existence: ce m. Re entr’autres en a écrit plusieurs avec
une sagesse, une expérience et une étendue de connaissances qui
font vraiment plaisir. Les cotons sont flambés pour cette année,
excepté le nankin dont je ferai quelques graines; mais ça ne me
décourage nullement....».
In un’altra lettera, del febbraio 1811, discorre ancora lungamente
di cotone e di trifoglio, e sollecita una larga spedizione di semi.
Soggiunge:
«Pour les graines de fleurs, soyez le plus généreux que vous
pourrez; et si on pouvait en avoir d’arbres ou arbrisseaux
exotiques, que vous pourrez conjecturer n’être pas encore
multipliés en Italie, je me recommande à vous. J’ai _le
Bon-Jardinier_, Dumont-Courset, et Miller. Le professeur Re
a publié _Il Giardiniere avviato nella sua professione_, que
je crois un très bon livre.—À-propos, j’ai demandé ici au
pépiniériste de la graine de robinier; il m’a dit que cette
année en avait donné très peu, que lui n’en avait qu’en petite
quantité, et il a ajouté que celle venue ici levait très
difficilement; cher et bon ami, ajoutez à votre envoi un bon
paquet de cette graine, qui, je crois, se trouve à Paris très
facilement. La _Datura arborea_ se multiplie-t-elle par graines?
Si cela est, que j’en aie. Et peut-on en avoir du cèdre du Liban?
Je ne crois pas vous avoir parlé de mon dattier; il a peut-être
six pouces à présent (il a été semé en juillet passé), mais le
Dictionnaire d’Agriculture me dit qu’il lui faut vingt ans pour
avoir je crois deux ou trois pieds: c’est encourageant».
E ancora, il 6 marzo 1812:
«.... il vaudra mieux vous prier de m’écrire pour me donner avis
de votre départ, et pour me parler par anticipation de votre
_Dante_, qui doit à présent être bien avancé.[21] Vous trouverez
ici un jardin aussi bien avancé; vous trouverez une montagne qui
a déjà presque dix pieds de hauteur, et que les géologues de la
postérité assureront avoir été formée par le Seveso, qui est un
torrent qui passe a peu de distance de la dite montagne. Vous
trouverez aussi des forêts; mais avant qu’elles soient achevées,
il faudra que vous ayez la bonté de me procurer les graines dont
je joins la note a cette lettre».
Il Fauriel non avrebbe dovuto e potuto resistere a un invito, che
presentava tante attrattive! E il Manzoni non si stanca d’insistere:
«Venez! venez donc! J’ai mille projets de plantations que nous
exécuterons ensemble». E poi: «J’ai trouvé (c’est-à-dire, je sais où
trouver) une fameuse pièce pour votre travail; ce n’est rien moins qu’une
lettre inédite de Vico sur Dante: Cuoco[22] l’a donnée à Bossi, qui me
l’a promise». Attendeva con impazienza nuove spedizioni di semi, e
intanto si scusava pei fastidii che con simili richieste egli arrecava
agli amici della Maisonnette: «des longues et fatigantes recherches que
ces graines vous ont coûté». In quell’aprile egli andava a Brusuglio
quasi ogni giorno, per attendere e sorvegliare ai lavori del giardino.
«Croiriez-vous», scriveva il 20, «que nous plantons encore? et que nous
planterons la semaine prochaine? tant la saison est arriérée!».
[Illustration: Villa del Manzoni in Brusuglio]
[Illustration: La villa di Brusuglio verso il parco.]
[Illustration: Il parco di Brusuglio.]
Ora, pur codesto infatuamento georgico, come gli entusiasmi per la
poesia romantica e per la storia medievale, s’erano accesi nell’animo
del Manzoni negli anni di Auteuil e della Maisonnette. La dea di quei
ritrovi intellettuali, l’amabile e amata signora Condorcet, era stata,
e continuava ad essere, un’appassionata studiosa di botanica; e l’amico
preferito, il Fauriel, non lo era meno. Negli anni, che anche ora
ricordava con inestinta nostalgia, trascorsi a Saint-Étienne e a Tournon,
questi aveva alternate le ardenti discussioni d’arte e di politica con
lunghe passeggiate attraverso i campi o su per le montagne donde sgorga
la Loira. La flora, i muschi soprattutto, avevan meglio attirata la sua
simpatia; ed egli, secondando il bisogno del suo spirito, non s’era
contentato d’una vaga ammirazione da dilettante, ma aveva approfondito
quanto la scienza ne era venuto scrivendo. E quell’amore di gioventù e
di provincia s’era confuso più tardi, nella capitale, con un amore che
avrebbe poi tenuta avvinta tutta la sua vita. Un giorno dell’inverno
1801, quand’egli era addetto quale segretario particolare presso il
Gabinetto del famoso ministro di polizia Fouché, aveva incontrato al
Giardino delle Piante la signora Condorcet. Divennero presto amici; e
il Fauriel nelle conversazioni di Auteuil e della Maisonnette trovò un
appagamento più pieno de’ suoi gusti di scienziato e di storico, che
non nel salotto della Staël, dove di preferenza s’agitavano questioni
d’alta politica. Dopo, quando la colta signora rimase vedova, egli si era
rifugiato con lei nella campagna presso Meulan; dove appunto li avevan
ritrovati la Giulia Beccaria e il suo _vénéré Charles_, e dove venne a
ricercarli Alessandro Manzoni.
Il quale conservava religiosamente un caro ricordo agricolo della gentile
ospite. In una lettera al Fauriel del maggio 1821, esce a dire:
«Veuillez dire à madame de Condorcet que toutes les fois que je
puis m’occuper d’agriculture ou de jardinage, je consulte de
préférence l’_Almanach du Bon Jardinier de 1820_, et que je ne
manque jamais de donner un coup d’oeil au frontispice».
Vi era, par facile l’intenderlo, una dedica della donatrice.
Occorre aggiungere che, in Lombardia, di quel tempo, i signori
gareggiavano a piantare nelle loro ville begli alberi esotici e a
coltivarvi bei fiori: ne aveva dato l’esempio l’abate Crivelli, nel
magnifico parco di Mombello. Così che, anche nel Manzoni, si confondevano
due amori: quello avito del signore lombardo, e quello nuovo del figlio
dell’Enciclopedia e della Rivoluzione.[23]
[20] Vedi nel volume del DE NOLHAC, _Pétrarque et l’humanisme_, Paris,
1892, il curioso «excursus» _Pétrarque jardinier_, pag. 385 ss.
[21] Soltanto nella _Revue des Deux Mondes_ dell’ottobre 1834 il Fauriel
pubblicò poi la sua Vita di Dante. Le lezioni su _Dante e le origini
della lingua e della letteratura italiana_ furon pubblicate postume, dal
Mohl, nel 1854, in due volumi.
[22] Vincenzo Cuoco, l’illustre autore del _Platone in Italia_ e
fondatore a Milano del _Giornale Italiano_, ebbe rapporti d’amicizia col
giovane Manzoni. Rimase a Milano dalla metà del dicembre 1800 ai primi
d’agosto 1806.—Cfr. l’eccellente studio di ATTILIO BUTTI, _La fondazione
del “Giornale Italiano„ e i suoi primi redattori_, nell’«Archivio Storico
Lombardo», 30 settembre 1905; pag. 121 ss.
[23] Scrivo queste pagine nella villa Negri alla Cassinetta, sul Naviglio
grande, presso Abbiategrasso; dove appunto, tra maestosi tigli ed
ippocàstani e noci d’India e gestroemmie e platani e magnolie e ailanti e
thuie e abeti, piantati suppergiù nel primo decennio del secolo scorso,
torreggiano due magnifici cedri del Libano. Quasi ad illustrazione del
giardino, c’è poi una biblioteca ricca di libri d’agricoltura e di
giardinaggio: dagli _Elementi d’agricoltura_ di Ludovico Mitterpacher
di Mitternburg tradotti da Carlo Amoretti, Milano 1794, in tre grossi
volumi, alle _Memorie dell’Accademia d’agricoltura commercio ed arti di
Verona_, 1807; dalla _Coltivazione dei bigatti_ del prete Antonio Abate,
1803, al saggio _Dei letami_ del conte Filippo Re, 1815; dall’opuscolo
sulla _Coltivazione delle patate e loro uso_ di Carlo Amoretti,
bibliotecario dell’Ambrosiana, 1801, ai _Saggi di agricoltura pratica_
del conte Carlo Verri, 3ª ediz., 1818; dall’_École du jardin potager_
del De Combles, 6ª ediz., 1822, a _Le bon jardinier pour l’année 1827_,
ventottesima edizione!
VII.
Il Fauriel era stato messo a parte dell’evoluzione religiosa che si
veniva compiendo nell’animo del Manzoni: «il già sì fiero Alessandro»,
come, non senza enfasi e compiacimento d’apostolo, lo chiamava monsignor
Luigi Tosi. Il quale era un po’ come il Sarto dei _Promessi Sposi_:
avendo avuto mano a quella conversione, gridava volentieri al miracolo.
Scriveva da Milano all’abate Dègola, genovese (n. 1761, m. 1826), il 26
agosto 1810:
«Buon per me... che il Signore ha fatto tutto in questa famiglia.
Egli ha data a tutti tre tanta semplicità e docilità, quanta
non ne ho mai trovata in vent’anni di ministero, nemmeno nelle
persone più rozze e più basse. Oh qual miracolo è questo della
Divina Misericordia! Non la sola Enrichetta, che è un angelo di
ingenuità e di semplicità, ma Madama, ed anche il già sì fiero
Alessandro, sono agnellini che ricevono con estrema avidità
le istruzioni più semplici, che prevengono i desiderii di
chi dovrebbe dirigerli, che dànno coraggio a chi loro parla
onde parli liberamente, che tutto mettono a profitto di loro
santificazione. Intanto il sistema di famiglia è ordinato nel
modo più savio; l’unione dei cuori è mirabile; e tutti cospirano
ad animarsi vicendevolmente, a rinfrancarsi, a disprezzare
tutti i rispetti umani. La città nostra è sommamente edificata
da questo prodigio della destra del Signore; i buoni sono
inteneriti, e presagiscono grandi beni alla causa della Religione
da un tratto di grazia così straordinario ed inaspettato...
Alessandro ha intrapresa la carriera con estrema docilità e
sommessione; domani avremo ancora una lunga conferenza, e se il
Signore conserva ed accresce in lui le sue benedizioni, egli pure
sarà per fare gran passi»[24]
Non pare di riconoscere, nella pomposa eloquenza di questo monsignore,
quella non meno calda e colorita del diacono Martino, nell’_Adelchi_?
Il Manzoni, dal canto suo, convinto d’essersi rimesso sulla buona via,
tentava d’attirarvi, con quella signorilità di garbo che in lui era
natura, anche l’amico del cuore. E gli scriveva da Brusuglio, il 21
settembre di quello stesso anno 1810:
«Quant à moi, je suivrai toujours la douce habitude de vous
entretenir de ce qui m’intéresse, au risque de vous ennuyer.
Je vous dirai donc qu’avant tout je me suis occupé de l’objet
le plus important, en suivant les idées religieuses que Dieu
m’a envoyé à Paris, et qu’à mésure que j’ai avancé, mon coeur a
toujours été plus content, et mon esprit plus satisfait. Vous
me permettez bien, cher Fauriel, d’espérer que vous vous en
occuperez aussi. Il est bien vrai que je crains pour vous cette
terrible parole: _Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus,
et revelasti ea parvulis_. Mais non, je ne le crains point,
car la bonté et l’humilité de votre coeur n’est pas inférieure
ni à votre esprit ni à vos lumières. Pardon du prêche que le
_parvulus_ prend la liberté de vous faire».
A buon conto, ora ha smesso l’idea di tradurre il poema del Baggesen;
come invece n’aveva fatto solenne promessa in quella epistola _A
Parteneide_, del 1807-08, che termina:
Che se l’evento il mio sperar pareggia,
Se nè la vita nè l’ardir mi falla,
Forse, più ardito condottier già fatto,
Ti piglierò per mano; e come io valgo,
Meraviglia gentile a la mia sacra
Italia io mostrerotti: a quella augusta
D’uomini madre e d’intelletti, augusta
Di memorie nutrice e di speranze.
Tra’ letterati di Lombardia, quando il Manzoni diffuse codesto poema
nella traduzione del Fauriel, esso non era piaciuto. E non tanto per
difetti suoi propri, quanto pel genere idillico cui apparteneva, che qui
riusciva insopportabile. Il febbraio del 1811, il Manzoni riscriveva
all’amico:
«Il ne faut cependant pas que je ne vous dise rien de
_Parthénéide_. Vous savez que j’avais le projet de la faire
lire à tous ceux de ma connaissance qui savent lire. Je l’ai
fait; mais, entre nous, avec beaucoup moins de succès que je
ne l’espérais. Baggesen n’en saura rien: mais voilà ce qui le
consolerait s’il en était informé: c’est qu’on dit qu’au moins
_Parthénéide_ est _plus passable_ qu’_Hermann et Dorothée_. Je
dis que ça le consolerait, parce qu’il verrait que ce n’est
pas contre son Poème, mais contre le genre, qu’on est prévenu.
_Difatti_ on a plaint beaucoup son beau talent de s’être exercé
sur des niaiseries».
Alla versione il Fauriel aveva premesso un suo dotto, assennato e arguto
Discorso preliminare, dove faceva man bassa su tutti i trattati di
rettorica, ed inaugurava una critica filosofica, che guardava nell’intimo
dell’opera d’arte. «C’est une critique au vrai sens d’Aristote, qui
parle chez nous pour la première fois», sentenziava un giudice che se
n’intendeva, il Sainte-Beuve.[25] E il Discorso sì, era stato gustato
anche qui, da tutti.
«Mais votre discours», continuava il Manzoni, «a été goûté
extraordinairement par tous. On admire la sagesse et la nouveauté
des principes que vous posez; on est enfin enchanté: mais on dit
que le genre Idyllique est insipide, sans variété, sans intérêt,
sans vraisemblance: que ces poèmes le prouvent. Arrangez-moi
cela. Au reste, ne prenez pas tout cela à la lettre, car il
pourrait se faire que j’eusse entendu cela d’une manière plus
exagérée qu’on n’a voulu le dire».
Il Manzoni ora aveva per il capo qualcosa di radicalmente diverso dal
viaggio delle tre giovani sorelle a traverso l’Oberland fino alla
Jungfrau: il dio della Vertigine e il dio dell’Inverno, troneggianti
sui ghiacciai alpini, nè lo attiravano, nè lo commovevano più. Nel suo
ardore di neofito, egli veniva vagheggiando l’idea di comporre una
serie di _Inni sacri_, e fissava sulla carta dodici soggetti: 1. _Il
Natale._—2. _L’Epifania._—3. _La Passione._—4. _La Risurrezione._—5.
_L’Ascensione._—6. _Le Pentecoste._—7. _Il Corpo del Signore._—8. _La
Cattedra di San Pietro._—9. _L’Assunzione._—10. _Il nome di Maria._—11.
_Ognissanti._—12. _I Morti._ Dall’aprile al giugno 1812, ne aveva già
composto uno, _La Risurrezione_: quel _forte_ aveva finalmente scosso e
gettato via il logoro bagaglio neoclassico, che ne impacciava i movimenti;
Come a mezzo del cammino,
Riposato alla foresta,
Si risente il pellegrino,
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
Che dal ramo dipartita,
Lenta lenta vi ristè.
L’intonazione morale e qualche procedimento artistico permangono
pariniani. Le interrogazioni onde l’Inno comincia («Or come a morte
La sua preda fu ritolta? Come ha vinte...? Come è salvo...?»);
le figurazioni scultorie («dall’un canto Dell’avello solitario
Sta il coperchio rovesciato»; «Un estranio giovinetto Si posò sul
monumento...»); il colorito realistico («Non è madre che sia schiva Della
spoglia più festiva I suoi bamboli vestir»); i precetti morali e sociali,
inculcati con bonaria autorità («Sia frugal del ricco il pasto....»):
fanno pensare agli ammirati modelli dell’austero predecessore. Ma qui
la morale, che vorrei dire stoica, del cittadino abate è pervasa e
sublimata dalle essenze più pure ed eterne del Vangelo. Col fiero laico,
già volterriano, rifiorisce la poesia che spera e prega, che accenna «al
premio che i desidèri avanza», che, sconfortata dell’impotenza dell’umana
Ragione, ridispiega fiduciosa le ali verso quel «Dio che atterra e
suscita, Che affanna e che consola».
Con la lettera, onde siamo mossi, del 9 febbraio 1814, il Manzoni
informa il Fauriel d’aver condotti a termine altri due degl’Inni:
certamente _Il nome di Maria_, che fu composto dal 9 novembre 1812 al 19
aprile 1813, e _Il Natale_, dal 13 luglio al 29 settembre 1813.
«J’ai écrit deux autres _Inni_, avec l’intention d’en faire une
suite: le premier de ceux-ci, qui ne sont que manuscrits, a eu
tout le succès que je pouvais désirer; le second n’a pas été si
approuvé, ce qui m’a fait croire que tous ceux qui en ont jugé
avaient perdu le sens commun, eux qui avaient tant de pénétration
quand ils ont trouvé les autres bons! Quand les temps seront un
peu plus tranquilles, je les soumettrai à votre jugement, qui est
pour moi la plus grande autorité».
[24] Cfr. _Eustachio Dègola, il clero costituzionale e la conversione
della famiglia Manzoni; spogli da un carteggio inedito di ANGELO DE
GUBERNATIS_; Firenze, Barbèra, 1882; pag. 494-95.
[25] _Portraits contemporains_; Paris, 1889. IV, pag. 196.
VIII.
In grazia degl’Inni, il Manzoni aveva messo da parte—per poco tempo, come
immaginava, nella certezza di riprenderlo poi più tardi (sono illusioni
di cui si può esser vittima anche senza esser «letterati grandi»!)—un
altro suo poemetto; che, a giudicarne dagli scarsi indizi, sarebbe
riuscito d’ispirazione, anch’esso, tra virgiliana e pariniana.
«Il s’en faut bien que j’aie mis de côté mon petit poème, quoique
depuis quelque temps je n’y ai pas mis la main; mais j’ai tout
mon plan fait, et quelques morceaux d’écrits».
Di codesto disegno generale e di codesti brani il Bonghi dichiarò di
non aver ritrovata traccia nè tra i manoscritti manzoniani, nè presso
gli amici del poeta. Non è improbabile che altri, in grazia di più
diligenti ricerche, possa essere più fortunato. Ad ogni modo, da una
lettera precedente, del 5 ottobre 1809, scritta a Parigi e diretta alla
Maisonnette, apprendiamo che il soggetto del poema era la vaccinazione.
«Je suis plus heureux que je ne le mérite, pour ma _Vaccine_. Je
réçois de Milan un extrait d’un ouvrage que l’on va imprimer, et
dans lequel il est dit que non seulement on a trouvé la petite
vérole dans les vaches en quelques endroits de la Lombardie, mais
que dans la Valle di Scalve, qui est dans les montagnes de la
Bergamasque, il y avait une tradition, que l’on conduisait les
vaches infectes dans les maisons de ceux qu’on voulait preserver
de la petite vérole naturelle. Ainsi, voyez, j’ai vaccine,
Lombardie, montagnes et tradition!».
Si trattava dunque d’una specie d’ampliamento, sul modello delle
_Georgiche_, con variazioni didascaliche, descrittive e narrative, della
famosa ode al dottor Bicetti? A buon conto, oramai il poeta aveva già
sotto mani, sulla tavolozza, quel che di meglio, anzi d’essenziale,
l’arte sua pretendeva: l’ambiente storico o leggendario della sua
Lombardia, e quei monti, quella pianura a perdita d’occhio, quei colli
«beati e placidi», quei laghi incantevoli, quei fiumi e quei ruscelli,
che son già nello sfondo delle sue tragedie, e son tanta parte del suo
romanzo.
Vero è che il momento buono di mettersi intorno a codesto poema non
veniva mai. Aveva, sì, fatto un altro passino avanti. Per quanto egli
fosse un grande ammiratore del _Giorno_, e di quel verso sciolto
che ha tutta la squisita e snella eleganza d’una clamide, onde gli
scultori greci rivestivan le Giunoni o le Minerve, le Flore o le
Muse; e ammirasse, anche in questo d’accordo col Fauriel, la stupenda
versione montiana dell’_Iliade_[26]: si era dovuto convincere che, per
un poema un po’ ampio, il verso sciolto dovesse riuscire a stancare.
Altro è un poemetto, come il _Carme all’Imbonati_ e l’_Urania_, come il
_Prometeo_ del Monti e _I Sepolcri_; e altro, poniamo, un poema come
_L’Italia liberata dai Goti_ o _Le Api_ del Ruccellai o _La Coltivazione_
dell’Alamanni. Il metro veramente acconcio per componimenti di tanta
ampiezza, nella nostra poesia, è l’ottava: quella dell’_Orlando Furioso_,
se non anche quella della _Gerusalemme Liberata_, e della _Coltivazione
de’ Monti_ di Bartolomeo Lorenzi.[27]
Il 6 marzo del 1812, il Manzoni riscriveva da Milano:
«Je vous dirai aussi un mot de ce travail dont je vous ai parlé
à Paris. Je n’y ai pas trop pensé, ainsi je n’ai fait jusqu’à
présent que le plan et le commencement du premier chant. Il est
en octaves, auxquelles je me suis decidé par la crainte qu’une
suite trop longue de vers blancs ne devint assommante, et je m’en
trouve très content. Mais je pense bien vous consulter là-dessus,
si vous avez la patience de m’écouter».
Il 20 aprile, si era ancora allo stesso punto: il poema stava molto in
mente del poeta, ma quanto al tradurlo sulla carta non sembra fosse
progredito. Anzi si direbbe, a giudicarne dalla risposta del Manzoni,
che le assennate osservazioni del Fauriel non dovessero contribuir molto
a confortare e spingere il poeta a quella traduzione. Riscriveva da
Brusuglio:
«Un mot de mon ouvrage; que l’intérêt que vous y prenez m’est
cher! Je suis plus que jamais de votre avis sur la poésie; il
faut qu’elle soit tirée du fond du coeur; il faut sentir, et
savoir exprimer ses sentiments avec sincérité: je ne saurai pas
comment le dire autrement. Quel dommage qu’après avoir prétendu
faire de la poésie sans ces qualités, on se soit avisé à présent
de la gâter dans ces qualités-là même! J’ai bien des choses à
vous dire là-dessus, et j’espère que j’en aurai davantage à
entendre, car c’est toujours pour moi un grand plaisir et un
grand profit».
Certo, anche un poema sulla vaccinazione può dar luogo a poesia sentita,
cavata dal fondo del cuore, e può essere espressa con sincerità; ma
insomma, non è proprio un poema didascalico-narrativo quel che si sia
meglio disposti a comporre, quando si è in quell’ordine d’idee circa la
poesia! Il Manzoni non ne aveva però smesso il pensiero, anzi fa, sul
proposito, nuove risoluzioni. Continua a dire:
«Vous avez deviné que j’ai agrandi mon plan; je l’ai même bien
établi à présent, et j’en vois déjà beaucoup de détails. J’ai
cependant pensé de ne pas trop m’occuper de ceux-là que quand j’y
serai. Quant au style et à la versification, après m’être un peu
tourmenté là-dessus, j’ai trouvé la manière la plus facile, c’est
de ne pas y penser du tout. Il me parait qu’il est impossible
d’appliquer dans le moment de la composition aucune des règles,
ou qu’on peut avoir apprises, ou que notre expérience peut nous
fournir; que de tâcher de le faire, c’est réussir à gâter sa
besogne, et qu’il faut bien penser, penser le mieux qu’on peut,
et écrire. Je me suis souvenu alors du _verbaque provisam rem
non invita sequentur_ [HOR., A. Poetica, v. 311], que je trouve
être la seule règle pour le style, sans vouloir mettre en doute
l’utilité réelle et très grande qu’il y a dans les recherches sur
les causes des beautés du style, ni les bons effets de ces études
sur l’esprit de celui qui fait des vers, et sur ses vers par
conséquent».
Qui ci si affaccia già il critico audace della mirabile Lettera sulle
Unità di tempo e di luogo, e il poeta spregiudicato delle tragedie; qui
lo scrittore più meditativo, o uno dei due più meditativi, dell’Italia
nuova (_giusti son duo_; ma non sembra vi siano ora molto _intesi_,
dacchè altre _faville hanno i cori accesi!_), annunzia già il suo
programma del _pensarci sù!_
Dal naufragio, che pare travolgesse il poemetto, furon salvati due versi
soltanto, la chiusa d’un’ottava, mercè l’indiscrezione del più intimo
degli amici del Manzoni. Scrivendo al Giusti, Tommaso Grossi venne fuori
a dire:
«....Quando parli del concetto che si presenta splendido alla
mente, e che costa tanto sforzo a tradurlo sulla carta, e riesce
sempre monco, mi tornano alla memoria due versi del nostro
Alessandro, che si trovano in una certa filastrocca inedita e non
compita, che lavorò da giovane, e che avea per titolo: L’innesto
del vaiuolo. Volendo anch’egli significare in versi quello che tu
significhi in prosa, finiva una ottava così: