Pur troppo a noi non è dato di conoscere le fasi di quel dra

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LE TRAGEDIE, GL’INNI SACRI E LE ODI

DI

ALESSANDRO MANZONI

[Illustration: ALESSANDRO MANZONI A DICIASSETTE ANNI.

_Da un disegno del pittore Bordiga custodito nella Sala Manzoniana della

Biblioteca Braidense._]

LE TRAGEDIE

GL’INNI SACRI E LE ODI

DI

ALESSANDRO MANZONI

NELLA FORMA DEFINITIVA E NEGLI ABBOZZI,

CON LE VARIANTI DELLE DIVERSE EDIZIONI

E CON GLI SCRITTI ILLUSTRATIVI DELL’AUTORE,

A CURA DI

MICHELE SCHERILLO

PRECEDE UNO STUDIO

SUL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA DEL MANZONI

[Illustration]

ULRICO HOEPLI

EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA

MILANO

1907

_PROPRIETÀ LETTERARIA_

Milano, Tipografia Umberto Allegretti, via Orti, 2.

ALLA GLORIOSA MEMORIA DI RUGGIERO BONGHI CON REVERENZA D’ITALIANO CON

AFFETTO DI CONCITTADINO DEDICA QUESTA PRIMA EDIZIONE CRITICA DELLE POESIE

DEL SOMMO LOMBARDO MICHELE SCHERILLO

IL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA

DI

ALESSANDRO MANZONI

I.

Giova fissare alcune date. Il _Carme in morte dell’Imbonati_, la

prima delle sue opere che il Manzoni reputasse degna della stampa, fu

pubblicato a Parigi nel 1806. L’_Urania_, a Milano nel 1809. Poi, dopo

un intervallo di sei anni, a Milano nel 1815, i primi quattro _Inni

sacri_: la _Resurrezione_, composta il 1812, il _Nome di Maria_ e il

_Natale_, del 1813, la _Passione_, del 1815. Dopo altri cinque anni,

la prima tragedia: _Il Conte di Carmagnola_, Milano 1820; e nel 1822,

la seconda, l’_Adelchi_. Nello stesso anno, il quinto ed ultimo inno

sacro, la _Pentecoste_. Intanto era venuto componendo: _il proclama di

Rimini_, aprile 1815; lo scherzo _L’ira d’Apollo_; l’ode _Marzo 1821_,

e il _Cinque maggio_. Dagli ultimi mesi del 1821 agli ultimi del 1827,

il Manzoni fu tutto preso dalla composizione, correzione e stampa del

Romanzo. Versi, dopo la _Pentecoste_, o non ne scrisse più o ne scrisse

di tali (l’_Epigramma_ sotto il ritratto del Monti e le _Strofe per una

prima comunione_) che mutano in certezza il sospetto, che la bella e

limpida vena si fosse presto essiccata.[1]

L’_Imbonati_ e l’_Urania_ sono, per così dire, i documenti ufficiali di

quello che io ebbi a chiamare «il noviziato poetico» del Manzoni[2]:

rappresentano autorevolmente il periodo dell’incertezza e delle

titubanze, dei passi ricalcati sulle orme altrui, dell’imitazione tra

pariniana e alfieriana, soprattutto montiana. L’_Urania_ non era ancora

pubblicata (solo il 5 ottobre il Manzoni avvertiva d’aver ricevuto da

Milano i primi esemplari della stampa), e già il poeta se ne mostrava

scontento. All’amico Fauriel, che aveva voluto prender copia di quel

poemetto (a lui forse anche più caro, dacchè Urania, tra i frequentatori

della Maisonnette, era chiamata la dea del luogo, la bella Sofia vedova

del Condorcet), egli scriveva da Parigi il 6 settembre 1809:

«Vous avez donc voulu copier cette petite rapsodie? Vous! Si

j’avais à présent l’envie et l’indiscrétion de vous occuper de

ces balivernes, je dirais que je suis très mécontent de ces vers,

surtout pour leur manque absolu d’intérêt. Ce n’est pas ainsi

qu’il faut en faire; j’en ferai peut-être de pires, mais je n’en

ferai plus comme cela».

Di versi così, con tutto quel lusso di evocazioni e di fantasie

mitologiche, con quelle eleganze corinzie nel disegno e quelle sonorità

attiche o alessandrine nell’espressione, ne avrebbero, sì, continuato

a fare il Monti e il Foscolo; ma la sua via, la via nuova che oramai

egli aveva intravista, era un’altra: e per quella ei si sarebbe messo,

risoluto di percorrerla tutta. Via erta ed arta, nè prima tentata; ma

meglio cadere nell’ardimentosa ascesa verso l’alta cima agognata, che

ricalcare l’ampia strada tanto e da tanti battuta:

S’io cadrò su l’erta,

Dicasi almen: su l’orma propria ei giace[3].

E, proprio com’egli aveva sentenziato nell’_Urania_ (versi 191-93),

baldanza a quel voler non tolse

Difficoltà, che a l’impotente è freno,

Stimolo al forte.

[1] Il Manzoni medesimo confessava, con l’usata modestia ed arguzia,

il singolare fenomeno, scrivendo, verso la fine del 1859, alla signora

Collet aver egli messo da parte l’Inno _Ai Santi_, «sitôt que je me suis

aperçu que ce n’était plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui

m’essoufflais à courir après elle». Vedi più avanti, pag. 486-88.

[2] Cfr. il I volume di questa ristampa hoepliana delle _Opere di A.

Manzoni_.

[3] Si ricordi Orazio (_Epist_. I, 19, 21-2):

_Libera per vacuum posui vestigia princeps;_

_Non aliena meo pressi pede...._

II.

L’_Urania_ è un inno, ricalcato sul modello di quelli che vanno sotto

il nome d’Omero. Il poeta implora dalle Grazie («chieggo a le Grazie»)

che lo facciano riuscir gradito anche a Firenze. Ma nè chiama Firenze

tranquillamente Firenze, nè chiama Milano semplicemente Milano: non

sarebbe stato un proceder degno di chi ambiva al «nome che più dura e più

onora»! Uno che se n’intendeva, il Monti, il caposcuola, aveva difatto

insegnato: «Occorre parecchie volte al poeta di dover nominare una cosa,

il cui semplice nome o non ha tutta in sè stesso la poetica dignità, o

ripugna alle leggi del metro, o desta un’idea non abbastanza sublime

e maravigliosa.... Nè senza l’aiuto di questi favolosi amminnicoli la

lingua poetica si sosterrebbe».[4] Il novizio Manzoni proemia dunque, con

perifrasi solenni e sonore, così:

Su le populee rive, e sul bel piano

Da le insubri cavalle esercitato,

Ove, di selva coronate, attolle

La mia città le favolose mura,

Prego, suoni quest’Inno: e se pur degna

Penne comporgli di più largo volo

La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno

Sposa gentil, che a te gradito ei vegna

Chieggo a le Grazie.

E continua. Fin dai primi anni, quando il Desiderio ci è compagno crudele

nel cammino della vita, ho nutrito una cara speranza: che l’Italia

annoverasse me pure tra’ suoi poeti. L’Italia, che da lungo tempo è

_ospizio delle Muse_; non già la culla, poichè esse nacquero in Grecia.

Ma quando queste _dive_ lasciarono i _laureti achei_, esse sdegnarono

di porre la nuova dimora altrove che qui. È vero che vi rimasero mute

durante tutto quel tempo che i barbari recaron l’oltraggio, non ancor

vendicato, alla _donna latina_, «dal barbaro ululato impäurite»; non però

abbandonarono _l’infelice amica_. Che anzi, la Poesia italiana,—questa

vergine _bella_ ed _aspettata_ dalle genti, le quali, tacendo essa,

mancarono di qualunque sorriso—, si sollevò poi ad alte cose, rinascendo

più vigorosa _da le turpi unniche nozze_.

E tu le bende e il manto

Primo le désti, e ad illibate fonti

La conducesti; e ne le danze sacre

Tu le insegnasti ad emular la madre,

Tu de l’ira maestro e del sorriso,

Divo Alighier, le fosti.

Ognuno intende che siamo nel pieno rifiorire di quell’arte paganeggiante,

il cui più insigne sacerdote fu Antonio Canova. Codesto _divo Alighieri_

(oh il busto donatelliano del Museo di Napoli, dall’espressione così

severa ed arcigna, e con le bande del cappuccio cadenti sugli orecchi!),

che conduce la _mirabil virgo_ a bagnarsi e a dissetarsi alle _illibate

fonti_, e l’ammaestra _ne le danze sacre_,[5] ricorda molto da vicino

il canoviano Napoleone di Brera, nudo e formoso come un Apollo e con le

insegne e i simboli d’un Cesare Augusto, conquistatore dei Germani o dei

Britanni. Ma come al Canova, di tra le carezzose modellature d’una Psiche

o delle Grazie, sfuggiva quasi di mano la maravigliosa e vivente testa

di papa Rezzonico; così al giovinetto Manzoni, ricercante sulla lira

accordi e armonie achee, sbocciavan dalle labbra accenti come questi, che

prenunziano il poeta novello:

In lunga notte

Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,

Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo

Su la vedova terra il sole invia.

Nol sa la valle ancora e la cortese

Vital pioggia di luce ancor non beve,

E già dorata il monte erge la cima.[6]

Alle Muse dunque, _alme d’Italia abitatrici_, io intendo, continua il

poeta, intrecciare un serto di lodi _in pria non colte_: dacchè una vile

parola odo vagare tra il volgo,

Che le Dive sorelle osa insultando

Interrogar, che valga a l’infelice

Mortal del canto il dono.

Ebbene, io celebrerò gli _antichi beneficii_ prodigati agli umani da

quelle Immortali. Urania li cantò una volta _al suo diletto_ Pindaro; io

dirò perchè la dea accordasse all’_alto poeta_ un tanto privilegio,

indi i celesti accenti

Ricorderò, se amica ella m’ispira.[7]

Non so quanta fede meriti quell’aneddoto, raccontato da qualche biografo,

che il Monti, dopo d’aver letta l’_Urania_, esclamasse: «Costui comincia

dove io vorrei finire». Questo tuttavia mi par certo, che nel nuovo

poemetto il Manzoni mostrò di sapere oramai da maestro mischiare «al

bello e vigoroso colorito», di cui già il Monti lo lodava a proposito

dell’_Adda_, quella «virgiliana mollezza» che il vecchio poeta ancor

desiderava nell’idillio del 1803. E non mi parrebbe nè un’eresia nè una

sconvenienza quella di chi volesse vedere nell’esclamazione montiana,

bensì un giudizio amabile e deferente, non un vano complimento.

L’_Urania_ è, coi _Sepolcri_ del Foscolo, il più bel fiore di quel

rinnovamento classico della poesia, che tra noi mette capo al Monti; e

sta di mezzo fra il _Prometeo_ di questi e le _Grazie_ foscoliane. Lo ha

già osservato il D’Ancona: «il concetto del poemetto del Manzoni è quello

stesso che informa il _Prometeo_ del Monti e le _Grazie_ del Foscolo;

molto probabilmente il primo ha comunicato qualche cosa di proprio

all’_Urania_, e le _Grazie_ qualche cosa hanno tolto da questa».[8]

Secondo un certo suo proprio «sistema poetico», le Grazie sono per il

Foscolo «deità intermedie fra il cielo e la terra, e ricevono da’ Numi

tutti que’ doni che esse vanno poi dispensando a’ mortali»; e secondo

un suo «sistema storico», quelle deità «diffusero i loro benefizi più

particolarmente alla Grecia antica dov’ebbero origine, e all’Italia

dov’hanno trasferita la loro sede». Cantando dei loro _eterei pregi_ e

della _gioia_ che, _vereconde_, esse danno alla terra, il poeta chiede a

quelle _belle vergini_

l’arcana

Armoniosa melodia pittrice

Della vostra beltà; sì che all’Italia,

Afflitta di regali ire straniere,

Voli improvviso a rallegrarla il carme.

Il Foscolo, che dimorava allora in Toscana, non ha bisogno, come il

Manzoni, di chiedere alle Grazie che faccian risonare il suo Inno nella

nuova Atene; anzi egli può invitare il Canova _al vago rito e agl’inni_,

proprio

Nella convalle fra gli aerei poggi

Di Bellosguardo,

tra quei

cento colli, onde Appennin corona

D’ulivi e d’antri e di marmoree ville

L’elegante città, dove con Flora

Le Grazie han serti e amabile idioma.

Quei colli, che la luna o l’alba scoprivano agli occhi di Galileo, che

qui sedeva in compagnia delle Grazie «a spiar l’astro della loro regina»;

dacchè

era pur lieta

Urania un dì, quando le Grazie a lei

Il gran peplo fregiavano.

Lo ha pur accennato il Manzoni: le Muse, fuggitive dalla Grecia natia,

cercarono asilo in Italia; ma il Foscolo compie quell’accenno, e ridice

la cosa più fastosamente:

Però che quando su la Grecia inerte

Marte sfrenò le tartare cavalle

Depredatrici, e coronò la schiatta

Barbara d’Ottomano, allor l’Italia

Fu giardino alle Muse.

E non dimentica—e non l’avrebbe potuto!—Dante.

Un mirto

Che suo dall’alto Beatrice ammira,

Venerando splendeva: e dalla cima

Battea le penne un Genio disdegnoso,

Che, il passato esplorando e l’avvenire,

Cieli e abissi cercava, e popolato

D’anime, in mezzo a tutte l’acque, un monte;

Poi, tornando, spargea folgori e lieti

Raggi e speme e terrore e pentimento

Ne’ mortali; e verissime sciagure

All’Italia cantava.

In verità, codesta figurazione di Dante, che, a guisa d’un Genio

disdegnoso (o d’un’_Aquila sdegnosa_, com’è nel rimaneggiamento

dell’Orlandini), appollaiato sopra un mirto, starnazza le ali sotto gli

occhi della sua donna «beata e bella» che guarda dall’alto; e intanto,

cerca cieli e abissi e monti sorgenti dalle acque, e sparge folgori e

raggi e speme e terrore e pentimento, e canta sciagure quasi un novello

Calcante: non è nè perspicua nè cospicua. Come del resto non è ben

chiara la poetica perifrasi indicante Milano; che nemmeno essa manca. La

compagna della sonatrice d’arpa «viene ultima al rito, a tesser danze

all’ara»: dicono fosse al secolo la signora milanese, molto bella,

Maddalena Marliani Bignami.

Pur la città, cui Pale empie di paschi

Con l’urne industri tanta valle, e pingui,

Di mille pioppe aeree al sussurro,

Ombrano i buoi le chiuse[9], or la richiama

Alle feste notturne[10], e fra quegli orti

Freschi di frondi e intorno aurei di cocchi,

Lungo i rivi d’Olona.....

In una lettera, non si sa a chi diretta ma scritta, pare, nel febbraio

del 1809, il Foscolo si confessa tutto preso dall’idea di comporre e

menar a termine i suoi Carmi: un genere poetico che vantava tutto suo

proprio. Scriveva:

«Quanto all’Omero e a’ Carmi, io dormo in vista, _sed cor meum

vigilat_. E non distolgo mai la mente dai Carmi: non ch’io

n’attenda onore, nè ch’io creda che la fama giovi a far men vana

e più prudente l’umana vita; ma da que’ Carmi (genere di poesia

ch’io, tortamente forse, credo nato da me) mi pare che ne’ miei

scritti sgorghi pienamente ed originalmente, senza soccorso

straniero, quel liquido etere che vive in ogni uomo, e di cui la

natura ed il cielo hanno dispensata la mia porzione a me pure.

Però li vagheggio sempre con tutti i pensieri; nè passerà

quest’anno senza ch’io n’abbia compiuto uno almeno; nè ristarò

finchè mi sentirò battere il cuore ad ammirare ed amar la natura.

Ma queste forti e soavi palpitazioni s’indeboliscono presto, ed

ho quasi toccata la mèta della fredda meditazione».

Una tanta compiacenza del Foscolo per un genere di poesia ch’egli,

_tortamente forse_, credeva nato da lui, derivava dalla festosa

accoglienza fatta ai _Sepolcri_. «L’oscillazione che produsse questa

creazione nel cervello di Foscolo», ha osservato il De Sanctis,[11]

«fu così potente, che per lungo tempo gli tenne agitate le fibre,

quasi armonia già muta che si continua ancora nel tuo orecchio. E

altri _Sepolcri_ vi fermentavano sotto altri nomi, e uscivano fuori

a frammenti,... senza che gli fosse possibile venire ad una compiuta

formazione.... Da quei frammenti, insieme connessi e aggiustati, uscirono

ultimamente le _Grazie_». Un’opera mancata: non più una poesia, ma

«una lezione con accessorii poetici»; un concetto ancor esso vichiano,

ma che rimane nell’astrazione e cerca la sua espressione in una forma

«raggomitolata, incastonata, lucida e fredda come pietra preziosa».

Gli è che il Foscolo era, senza che se n’accorgesse, fuori della

corrente, divenuta impetuosa, dei tempi nuovi. Il secolo decimonono lo

aveva investito mentr’egli aveva ancora lo sguardo rivolto al passato,

e aveva gettato «il disordine nella sua coscienza». La nuova onda

religiosa travolge il suo scetticismo, le nuove idealità politiche

rendon vacillante la sua fede repubblicana, il forte vento del nord,

che portava di qua dalle Alpi le nuove idee d’arte poetica, turbava

il suo classicismo, già compromesso dalle _Lettere di Jacopo Ortis_

e dal Carme sepolcrale. Amico del Pellico, il quale aspirava a pieni

polmoni le aure dei tempi nuovi, ammiratore del giovane Manzoni,

stanco del Monti e dell’arte sua, egli «avrebbe forse avuto la forza

di ricreare in sè l’uomo nuovo, se la sua educazione fosse stata più

moderna e meno classica; ma lo spirito moderno era appena una vernice

appiccicata sopra il vecchio classicismo». Così, fra tanto rinnovamento

morale e letterario, filosofico e politico, il poeta pariniano delle

Odi e alfieriano delle Tragedie, l’artista canoviano delle Grazie,

il classicista cosciente dei _Sepolcri_ ma incosciente romantico

dell’_Ortis_, «finì chiudendosi nella sua toga come Cesare, e morì sul

suo scudo, uomo del secolo decimottavo». Il poemetto delle Grazie chiude,

in ritardo, quel secolo; il secolo nuovo è dischiuso dagl’_Inni sacri_ di

Alessandro Manzoni. Curioso a rilevare: il Manzoni era stato presentato

al mondo letterario dal Foscolo, con quella noticina ai _Sepolcri_

dov’era proclamato «un giovine ingegno nato alle lettere e caldo d’amor

patrio». Ebbene, tra quel Carme e gl’Inni è un abisso. L’uno è come la

voce «dell’umanità senza l’anima e senza Dio»: gli altri son come le

voci desiose e sospiranti dell’umanità angosciata al Cielo, per chieder

la pace, la giustizia, la redenzione; per implorare da Dio, poichè

gli uomini s’eran mostrati inetti, il riconoscimento e l’attuazione

«tra i nati all’odio» di quei principii di libertà, d’uguaglianza e di

fraternità, che avevan fatto versare, pur di recente, nuovo sangue e

nuove lagrime.

[4] MONTI, _Del cavallo alato d’Arsinoe_, lettera terza.

[5] Anche più giù (vv. 326-7) il poeta dirà che, senza le Grazie, «nè

gl’Immortai son usi Mover mai danza o moderar convito». E senza danze,

non pareva possibile una poesia di sapore classico!

[6] C’è, nel concetto e nel concento di questi versi, qualcosa che

ricorda il magnifico brano del _Mezzogiorno_ pariniano (v. 285 ss.):

«Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra....». Cfr. la mia edizione, la 2ª,

delle _Poesie di G. Parini_, Milano, Hoepli, 1906, pag. 273.

[7] Già nel Parini (_Mezzogiorno_, v. 882 ss., pag. 290) era un notevole

accenno a Urania, confortatrice de’ suoi «irti alunni, smarriti,

vergognosi, balbettanti», a opere grandiose di civiltà: le piramidi, gli

obelischi, le dighe.

[8] _Poesie di A. Manzoni scelte e annotate ad uso delle scuole da A.

D’ANCONA_; Firenze, Barbèra, 1892; pag. 17.—È degno di ricordo che il

Monti si proponesse, in una prima forma vagheggiata della _Musogonia_,

«di ricondurre in terra le Muse a beneficare il genere umano, traendo gli

uomini dalla vita selvaggia, congregandoli in società, e insegnando loro

la virtù, la giustizia, e tutte le arti e tutte le scienze». Così egli

scriveva nell’_Avvertimento_ premesso al poema nell’edizione veneziana

del 1797.—Codesto era un tema poetico di moda. Anche il Gray aveva, nel

_Progress of the Poesy_, adombrato lo stesso concetto. Cfr. B. ZUMBINI,

_Sulle poesie di Vincenzo Monti_; Firenze, Le Monnier, 1886, pag. 198 ss.

[9] Il Foscolo stesso nella versione dell’_Iliade_ (II, 848): «e la

vallea di Mileto Cui pingui ombrano i buoi».

[10] L’_alta regina_ Amalia Augusta di Baviera, _regia sposa_ di Eugenio

Beauharnais, consacrava un candido cigno alle Grazie, «grata agli Dei del

reduce marito Da’ fiumi algenti ov’hanno patria i cigni».

[11] _Nuovi saggi critici_; Napoli, 1879, pag. 160.

III.

Il periodo veramente fecondo dell’operosità poetica del Manzoni va dal

1812, in cui egli scrisse _La Resurrezione_, al 1822, in cui pubblicò _La

Pentecoste_: un decennio glorioso per la nostra letteratura, del quale

ogni anno è contrassegnato da un capolavoro. Un inno sacro apre la serie,

un altro inno sacro la chiude.

A chi non ripugna l’immaginoso e il romanzesco nella vita dei grandi

uomini, il colpo di scena, il miracolo, piace di vedere una barriera,

o un sipario, tra il Manzoni dei due carmi paganizzanti e il Manzoni

degl’Inni. E piace di prestar fede all’aneddoto raccontato da qualche

biografo, che fa del Manzoni dinanzi alla chiesa di San Rocco a Parigi un

quissimile di Paolo sulla via di Damasco. Narrano ch’ei fosse, lì vicino,

colto da un malore repentino, ed entrasse. Imbruniva, e nel tempio si

pregava. Quei canti sacri che parean lamento lo avrebbero profondamente

commosso; e in un subito, l’indurito miscredente e volterriano si

sarebbe trasformato—_taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio!_—in un convinto

e fervente cattolico. «Ma così», ha esclamato il D’Ovidio[12], «si

convertono forse le nature fantastiche e sentimentali! Ben altro ci

volle, certamente, per ismuovere quel giovane che dovea presto mostrare

un animo, ricco bensì di potente fantasia e di vivace sentimento, ma

capace di dominar l’una e l’altro con una riflessività ed una razionalità

senza pari!»[13].

Il vero è che, proprio a giudizio del Manzoni, il ricorrere al miracolo

per ispiegare certe conversioni o rivoluzioni o evoluzioni psicologiche,

è da menti ristrette e da fantasie volgari. Si ripensi a quel vero

miracolo d’analisi ch’è la conversione dell’Innominato. Chi prima,

allora, gridò al miracolo, fu il sarto, il buon uomo che aveva in gran

parte formata la sua cultura sul Leggendario dei Santi. A Lucia, che

viene ospite gradita in casa sua, egli non esita un momento a dire (_P.

Sposi_, cap. 24): «Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto!».

La sicurezza gli veniva dai suoi studi: «perchè non ho mai trovato che

il Signore abbia cominciato un _miracolo_ senza finirlo bene». Così

quel singolare ravvedimento era giudicato colle norme del Leggendario,

ed era consacrato autorevolmente con quel nome che doveva riuscire

meglio accetto a chi avrebbe potuto dire, rinarrandolo,—io c’ero! «Ma è

però una gran cosa», soggiunge, rimuginando con nuova compiacenza quel

ravvicinamento mentale da lui consumato, «d’aver ricevuto un miracolo!».

Onde il romanziere, con arguta malizia: «Nè si creda che fosse lui

il solo a qualificar così quell’avvenimento, perchè aveva letto il

Leggendario: per tutto il paese e per tutt’i contorni non se ne parlò con

altri termini, fin che ce ne rimase la memoria. E, a dir la verità, _con

le frange che vi s’attaccarono_, non gli poteva convenire altro nome».

Sono le frange appunto che possono far parere fuori dell’ordine naturale,

cose che un occhio disnebbiato ed esperto riconosce naturalissime. Ci

vuole la cultura del sarto, per riguardare il cardinale come quell’«uomo

tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci

sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, nè anche in Milano»;

e per sentire la necessità d’immaginare il miracolo. Ma nulla di meno

manzoniano. L’artista psicologo ha, con la sua analisi mirabile, inteso

a spiegare umanamente quella conversione che nel Seicento potè parere

miracolosa.

E si può, anzi si deve ammettere, che al romanziere sia di molto giovato

l’avere sperimentato in sè medesimo una evoluzione psicologica molto

affine a quella che doveva rappresentare; ma l’insistenza stessa con

cui ha voluto sfrondare la corona del soprannaturale onde le plebi

avevan redimita quell’antica conversione, moveva forse dal desiderio di

sgombrare d’intorno a sè quella nebbia di leggenda agiografica, che non

poteva non dargli noia. Oltre il resto, egli, da buon cattolico, doveva

pensare che le conversioni dove interviene troppo palesemente il dito di

Dio, non sono edificanti, e non stimolano l’imitazione o l’emulazione. Al

Manzoni, osserva il D’Ovidio, «seguiva quel che suole ai fedeli più colti

e più discreti, di credere cioè e voler assolutamente credere ai miracoli

antichi e, per dir così, storici, del cristianesimo; ma di proceder

con molta circospezione quanto ai miracoli recenti e non sanciti dalla

Chiesa.... Così è che negli _Inni sacri_ i miracoli sono con sincera fede

cantati, e dai _Promessi Sposi_ con ischifiltosa critica eliminati».[14]

Pur troppo a noi non è dato di conoscere le fasi di quel dramma

intimo, per cui il Manzoni passò dallo scetticismo alla fede ardente

e incrollabile. Egli fu anche in questo diverso da quei letterati di

Francia e d’Italia che intrattenevano, e intrattengono, con molto

compiacimento proprio, il pubblico dei lettori narrando di sè stessi.

Oggettivo nell’arte, più e meglio di qualunque altro nostro scrittore,

non esclusi il Boccaccio e l’Ariosto, rimase, quanto agli affetti e ai

movimenti della sua anima, un uomo chiuso; uno di quelli, ha detto il

Negri, «che, tutto assorti nel sentimento della propria responsabilità,

e guidati da una specie di pudore intellettuale, sanno custodire

gelosamente dentro di sè tutto quanto non vogliono, di proposito

deliberato, comunicare agli altri». Il Manzoni «sta sempre in guardia, e

non ha mai permesso ad alcuno di penetrare nel fondo della sua coscienza

più in là di quanto egli volesse». Si può, ricercando tutta la varia

opera sua, e guardandosi intorno, tirare a indovinare. Non sentiamo forse

il sapore acuto, proprio di chi descriva sensazioni provate, nelle parole

che ci ritraggono la formazione ed educazione dell’animo eminentemente

cristiano di Federigo Borromeo? (_Promessi Sposi_, cap. 22).

«Tra gli agi e le pompe, badò fin dalla puerizia a quelle parole

d’annegazione e d’umiltà, a quelle massime intorno alla vanità

de’ piaceri, all’ingiustizia dell’orgoglio, alla vera dignità

e a’ veri beni, che, sentite o non sentite ne’ cuori, vengono

trasmesse da una generazione all’altra, nel più elementare

insegnamento della religione. Badò, dico, a quelle parole, a

quelle massime, le prese sul serio, le gustò, le trovò vere; vide

che non potevan dunque esser vere altre parole e altre massime

opposte, che pure si trasmettono di generazione in generazione,

con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose

di prender per norma delle azioni e de’ pensieri quelle che erano

il vero».

Una simile indagine è possibile e lecita; ma a patto che essa sia compiuta

Con occhio chiaro e con affetto puro.

E chi forse, nello scrutare i riposti motivi della così detta conversione

manzoniana, s’è più da presso accostato al vero, è l’insigne critico, del

quale poco più sù abbiam riferite alcune parole. Egli continua:

«La generazione successa in Francia a quella che aveva fatta

la rivoluzione, era tutta imbevuta dello spirito del Voltaire.

E il giovane Manzoni fu egli pure un discepolo del terribile

dileggiatore. Ma egli doveva essere insieme una di quelle nature

che hanno sempre davanti a sè la visione del mistero ultimo

delle cose, e sono da quella visione profondamente turbate. Il

mistero di uno stato che, com’egli stesso più tardi scriveva,

«è così naturale all’uomo e così violento, così voluto e così

pieno di dolori, che crea tanti scopi di cui rende impossibile

l’adempimento, che è un mistero di contradizione, in cui

l’ingegno si perde se non lo si considera come uno stato di

prova o di preparazione per un’altra esistenza»; questo mistero,

io dico, gli si affacciava troppo minaccioso, perchè egli

potesse acconciarsi ad una filosofia la quale, priva affatto di

critica, non distruggeva che col dileggio, e aveva la radice

assai più in un impulso politico che in un concetto veramente

razionale. Un’anima come quella del Manzoni, che non poteva

vivere nell’incertezza sul più grande ed oscuro dei problemi,

un problema in cui l’ingegno umano, abbandonato a sè stesso, si

perde, doveva cercar l’uscita da quell’abbandono, e sentendosi

come arrenata nelle acque basse della filosofia del Voltaire,

doveva presto o tardi ritornare alle acque profonde e al gran

mare della fede, e ritornando sentirsi attratta dal cattolicismo,

il quale, data che sia la premessa, è il sistema più serrato e

più logico che esista, un sistema che offre veramente un riparo

sicuro a chi vi arriva dalle battaglie del dubbio»[15].

[12] _Saggi critici_; Napoli, 1878, pag. 50.—E del D’OVIDIO si vedano

ancora: _Discussioni Manzoniane_, Città di Castello, 1886, pag. 24; e

_Due parole sull’Innominato_, nell’_Illustrazione Italiana_ del 27 maggio

1894.

[13] E il BONGHI: «....se nell’animo della madre, naturalmente

entusiasta, fervido, immaginoso, questa mutazione fu subitanea,

nell’animo invece del Manzoni, in cui il poeta s’accompagnava col

ragionatore freddo, sottile, acuto, la mutazione fu lenta, effetto di

lunga meditazione sulle cose e d’un faticoso lavoro sopra sè medesimo».

_La conversione della famiglia Manzoni_, nelle _Horae subsecivae_,

Napoli. A. Morano, 1888, pag. 148.

[14] Chi sa se tra i motivi del disdegno manzoniano ad ammettere

e descrivere conversioni miracolose, non ce ne fossero anche di

letterarii! Certo, a lui così sincero e schietto come credente e come

artista, dovevan far nausea le ipocrisie religiose e artistiche del

Voltaire e dello Chateaubriand. Il primo di essi, a chi osava biasimare

l’apparizione dell’Ombra di Nino nella sua _Semiramide_, opponeva con

un candore e un ardore di catecumeno davvero commoventi: «Quoi! notre

Religion aura consacré ces coups extraordinaires de la Providence, et

il serait ridicule de les renouveler?». (Cfr. la mia _Storia d’uno

spettro_, nell’_Illustrazione Italiana_ del 25 marzo 1906).—L’altro,

lo Chateaubriand, nel _Génie du Christianisme_ (parte 4ª, libro VI,

capitolo 2), aveva narrato d’un capitano Caraffa napoletano qualcosa di

simile a quel che si vociferava intorno al Manzoni. «Un jour», racconta,

«comme il se rendait au palais, il entre par hasard dans l’église d’un

monastère. Une jeune religieuse chantait; il fut touché jusqu’aux

larmes de la douceur de sa voix: il jugea que le service de Dieu doit

être plein de délices, puisqu’il donne de tels accents à ceux qui lui

ont consacré leurs jours. Il retourne à l’instant chez lui, jette au

feu ses certificats de service, se coupe des cheveux, embrasse la vie

monastique, et fonde l’ordre des _Ouvriers pieux_, qui s’occupe en

général du soulagement des infermités humaines».—E altrove (pt. 4ª, IV,

1) va tutto in solluchero, nel descriver il modo tenuto dai gesuiti per

convertire gl’Indiani del Paraguay. Narra: «ils avaient remarqué que les

Sauvages de ces bords étaient fort sensibles à la musique: on dit même

que les eaux du Paraguay rendent la voix plus belle. Les missionaires

s’embarquèrent donc sur des pirogues avec les nouveaux catéchumènes;

ils remontèrent les fleuves en chantant des cantiques. Les néophytes

répétaient les airs, comme des oiseaux privés chantent pour attirer dans

les rets de l’oiseleur les oiseaux sauvages. Les Indiens ne manquèrent

point de se venir prendre au doux piége. Ils descendaient de leurs

montagnes, et accouraient au bord des fleuves pour mieux écouter ces

accents: plusieurs d’entre eux se jetaient dans les ondes, et suivaient

à la nage la nacelle enchantée. L’arc et la flèche échappaient à la main

du Sauvage; l’avant-goût des vertus sociales, et les premières douceurs

de l’humanité, entraient dans son âme confuse; il voyait sa femme et son

enfant pleurer d’une joie inconnue; bientôt, subjugué par un attrait

irrésistible, il tombait au pied de la croix, et mêlait des torrents de

larmes aux eaux régénératrices qui coulaient sur sa tête».—Questi gesuiti

missionarii avevan dunque i modi e le attrattive delle Grazie; chè, dice

il Foscolo (inno I), «solo

Quando apparian le Grazie, i predatori

L’arco e ’l terror deponeano, ammirando!».

Si può immaginare come arricciasse il naso il Manzoni, dinanzi a codesto

stracco paganesimo larvato e a codesto barocchismo sentimentale!

[15] GAETANO NEGRI, _Segni dei tempi_; 3ª ediz., Milano, Hoepli,

1903, pag. 67.—Il Fabris, che fu intimo del Manzoni, narrò (_Memorie

Manzoniane_; Milano, Cogliati, 1901, pag. 131) «che l’origine della sua

incredulità fu l’esser entrato in uno dei collegi ecclesiastici dove

egli veniva allevato, un ragazzo d’una precoce empietà, il quale sedusse

parecchi de’ suoi compagni, fra cui il Manzoni». Soggiunge: «così egli

stesso mi raccontò; e quindi chiamava la sua una incredulità ignorante».

IV.

Or chi guardi serenamente, che qui vuol dire senza preconcetti

confessionali, nelle opere del Manzoni che precedettero il suo ritorno

alla fede, non può, a me pare, non riconoscere che l’uomo nuovo trovava

già pronta e disposta nell’antico una forma, in cui adagiarsi senza veri

urti o resistenze. A buon conto, ateo egli non era mai stato; e son versi

appunto di quel _Carme in morte dell’Imbonati_, contro cui i critici

ortodossi inveleniscono sì fieramente, questi, che hanno del dantesco e

del petrarchesco insieme:

Mestamente sorrise, e: se non fosse

Ch’io t’amo tanto, io pregherei che ratto

Quell’anima gentil fuor de le membra

Prendesse il vol, per chiuder l’ali in grembo

Di Quei ch’eterna ciò che a Lui somiglia.

Dove fin le maiuscole al _Quei_ e al _Lui_ son del poeta, che

dovrebb’essere stato miscredente. E son di quel Carme pur questi altri

versi, che riaccennano alla città di Dio e alla vita beata che i buoni vi

condurranno in eterno:

al mio

Pianto ei compianse, e: non è questa, disse,

Quella città, dove sarem compagni

Eternamente.

E non insisterò qui ancora sui precetti e sulle massime morali che

in quello stesso Carme vengono, con severità e schiettezza di forma

e di pensiero che ricordano il Parini dell’_Educazione_, inculcate e

proclamate. Esse sono bensì quali ogni onesto e probo razionalista

accetta e rispetta, ma altresì quali nessun credente rifiuta, o dovrebbe

rifiutare. Vi si bandisce una morale profondamente ed eternamente umana,

al di fuori e al di sopra d’ogni fede o contingenza religiosa.

E come nel Carme, così nell’_Urania_. Quel Giove, che qui ancor siede

_ne’ palagi d’Olimpo_, ma così insolitamente pietoso dei mali ond’è

afflitta e dolente l’_umana stirpe_, non ha che da mutar nome per

diventare il Dio degl’_Inni sacri_. Sembrandogli oramai _piena la

vendetta_ dell’ardimento di Prometeo, _del rapito foco_, egli accolse

_più mite consiglio_; e fermò di richiamar dalla terra le Furie, che vi

avean fatto _troppo empio governo_:

assai ne’ petti umani

Commiser d’odj, e volser prone al peggio

Le mortali sentenze.

A ricondurre l’amore tra gli uomini, quel Padre misericordioso mandò in

mezzo ad essi le Virtù. Le quali, nella reggia olimpica, gli alitavan

d’intorno.

Di felici

Genj una schiera al Dio facea corona,

Inclita schiera di Virtù: chè tale

Suona qua giù lor nome.

Una novità mitologica codesta; dacchè i vecchi poeti ci avevan, sì,

qualche volta riferito che presso al trono di Giove eran Temide o Dike,

ma solo i Padri della Chiesa avevano immaginato intorno al Dio Padre

tutto un corteo di Virtù, come la Verità e la Pace, la Misericordia

e la Giustizia. Queste—e dalla poetica figurazione trasse partito

il Milton—non avean rifinito di perorare pro o contra la redenzione

dell’uomo, prima che il Verbo s’incarnasse; e avevan percorso il cielo e

la terra, cercando chi potesse degnamente, e volesse, addossarsi le colpe

dell’umanità, e riscattarla col sacrifizio di sè stesso.

Anche le Virtù dell’inno manzoniano, _spirti obbedienti_, discesero

nel _basso mondo_, per attirare a sè gli occhi e le menti degli uomini

inselvatichiti; e lo ricercarono tutto, ma in vano,

chè non levossi

A tanto raggio de’ mortali il guardo;

E di Giove il voler non s’adempia.

Del Giove, s’intende, misericordioso e virtuoso; chè invece l’_alto

consiglio_ dell’iroso e tirannico Giove omerico, il quale, corrucciato,

volle sacrificate all’ira di Achille «molte generose alme d’eroi», s’era

bene adempito! (_Iliade_, I, 5).

Ma il Giove buono non si diede per vinto. Al suo desco sedevano, movendo

«una concorde d’inni esultanza» che inebriava «le menti degli Dei», le

Muse: egli levò la destra, accennando;

e la crescente

Del volubile canto onda ristette

Improvviso.[16]

Il Padre le esortò a tentar esse, con le loro arti blandamente

persuasive, di schiuder le _ardue menti_.

«La forza sol de l’arti vostre il puote.

Là giù dunque movete: a voi seguaci

Vengan le Grazie; e senza voi men bella

Già la mia reggia il tornar vostro attende».

Le Muse ritrovaron nel mondo le Virtù, le quali erravano solette e

dolenti. Prima Calliope mosse «i bei precetti ad avverar del Padre», e

s’accostò all’orecchio di Orfeo, susurrandogli dolci parole; la imitarono

le altre sorelle, ciascuna eleggendo un mortale, cui ispirare gli

armoniosi ammaestramenti:

L’alme col canto ivan tentando, e l’ira

Vincea quel canto de le ferree menti.

Gli uomini, raggentiliti, assistettero a spettacoli non prima veduti:

Ove furente

Imperversar la Crudeltà solea,

Orribil mostro che ferisce e ride,

Vider Pietà che mollemente intorno

A i cor fremendo, dei veduti mali

Dolor chiedea; Pietà, de gl’infelici

Sorriso, amabil Dea.

Le personificazioni le aveva rimesse di moda il Monti. Ma codesta amabile

Dea, _degl’infelici sorriso_, presso che sconosciuta al mondo classico,

era stata negletta dai nuovi poeti del classicismo napoleonico. Essi,

come quegli uomini primitivi, conoscevano bensì l’_Offesa_, la quale

passeggiava con alta fronte, _feroce e stolta_, e provocatrice; non quel

_mite Genio_ che il Manzoni immagina le si opponesse:

Lo spontaneo Perdon, che con la destra

Cancella il torto, e ne la manca reca

Il beneficio, e l’uno e l’altro obblia.

Qui siamo in pieno mondo evangelico, e il poeta dell’_Urania_ dà la

mano a quello della _Pentecoste_. Sui passi del Perdono, veniva Nemesi,

«seguace lenta ma certa»; la quale, quando s’accorge che le voci del

Perdono non sono ascoltate, «non fa motto ed aspetta».

Un giorno al fine

Ne gl’iterati giri, orba dinanzi

Le vien l’Offesa: al tacit’arco impone

Nemesi allor l’alata pena; aggiunge

L’aërea punta impreveduta il fianco,

E l’empio corso allenta.

Chi non ricorda il Coro del _Carmagnola_?

Beata fu mai

Gente alcuna per sangue ed oltraggio?

Solo al vinto non toccano i guai;

Torna in pianto dell’empio il gioir.

Ben talor nel superbo viaggio

Non l’abbatte l’eterna vendetta:

Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;

Ma lo coglie all’estremo sospir.

Videro, quegli uomini primitivi, la Fatica che rimaneva in un cantuccio,

_inonorata_ e inascoltata; e a lei si avvicinava, amabile compagno,

l’Onore, cercando di renderla _più cara_.

Vider la Fede, immota

Servatrice dei giuri, e l’arridente

Ospital Genio che gl’ignoti astringe

Di fraterna catena; e tutta in fine

La schiera dia ne l’opra affaticarsi.

Videro, e novo di pietà, d’amore,

Ne gli attoniti surse animi un senso,

Che infiammando occupolli.

Codesto _senso novo_ prenunzia, a me pare, molto vicino l’Inno del

poeta, che, più risolutamente cristiano e sfranchito di quel ciarpame

neoclassico, magnificherà ai «tementi dell’ira ventura» il rinnovato

sacrifizio de

L’ostia viva di pace e d’amor.

Così, a quelle nuove aure di pietà e d’amore, la società umana sorrise

come, dopo uno squallido inverno, la terra ai tepori primaverili. Le

Muse, «de’ lieti principii in cor secure», donarono agli uomini «il

plettro e l’arte sacra del plettro», e le amiche Grazie «il dilettar

denaro e il suader potente»:

al suon che primo

Si sparse a l’aura, dispogliò l’antico

Squallor la terra, e rise.

Era l’_ultima aetas_ virgiliana, il sospirato ritorno dei _Saturnia

regna_, ovvero un’età novissima, che si rannodava a quella ch’ebbe già ad

annunziare

L’Angel che venne in terra col decreto

Della molt’anni lagrimata pace?

Era un’utopia, per così dire, retrospettiva, a cui forse spingevano pur

le dottrine sociali del Rousseau; o una meditata riconciliazione con la

più santa utopia della fratellanza evangelica? A ogni modo, il poeta,

che voleva ostentare uno spensierato neopaganesimo, ecco che rivelava,

nel fondo del suo cuore, un ardore di neofita e una sete d’idealismo

cristiano, che male celavan le ceneri della miscredenza volterriana. In

questo Carme, così classicamente drappeggiato, il paganesimo non è che

al di fuori, nella forma. La Musa ispiratrice, l’Urania del nuovo poeta,

«di caduchi allori non circonda la fronte in Elicona»; e le Grazie, che

ne allietano il canto, non mendicano estranei fregi da intessere al

vero, o profani diletti. La Musa manzoniana è severa e pudica, e caste e

immacolate le Grazie che le fanno corona.

Da lor sol vien se cosa in fra i mortali

È di gentile; e sol qua giù quel canto

Vivrà che lingua dal pensier profondo

Con la fortuna de le Grazie attinga.

Il Manzoni ha già trovata persino la formola della nuova arte sua; così

che più tardi, Apollo, irato contro i Romantici milanesi, non avrà se non

da ripetere, nella terribile sua sentenza:

«Tutto ei deggia da l’intimo

Suo petto trarre e dal pensier profondo,

E sia costretto lasciar sempre in pace

L’ingorda Libitina e il veglio edace».

[16] Cicerone chiamò _volubilis_ l’orazione facile, _Brut._ 28; e il

Tasso, _Gerus. lib._, XX, 13, disse: «Così correan volubili e veloci

Dalla sua bocca le canore voci»; e il Monti, _Prometeo_, I: «Nè della

lingua all’imperfetto guizzo Permise la volubile parola».

V.

Dopo la pubblicazione dell’_Urania_, nel 1809, il genio del Manzoni

tacque, fino al 1815, quando vennero fuori i primi quattro _Inni sacri_.

Che cosa era avvenuto in questi sei anni, che vanno dal ventiquattresimo

al trentesimo del poeta, e son quelli dunque della virilità operosa?

Ce lo dicono soprattutto le preziose lettere a Claudio Fauriel; a

quell’amico «cortese»,

Di cui cara l’immago ed onorata

Sarammi infin che la purpurea vita

M’irrigherà le vene,

come protestava il Manzoni, negli sciolti _A Parteneide_.

Le lettere al Fauriel a noi pervenute sono cinquantaquattro,[17] e di

esse la prima è datata da Susa, 17 febbraio 1807. Parecchie son quelle di

quest’anno e dei successivi fino al 20 aprile 1812; poi succede un lungo

silenzio di circa due anni. Il 9 febbraio 1814, ecco che il Manzoni si

rifà vivo, per dar conto all’amico della sua felicità domestica e dei

lavori che aveva tra mani. Comincia:

«Si je voulais m’engager à vous expliquer comment il s’est fait,

qu’avec le plus vif et le plus constant souvenir d’un ami tel

que vous, j’ai laissé passer tant de tems sans me rappeler à

vous....., je ne saurais comment m’y prendre, et j’espère que

vous voudrez concilier avec votre indulgente amitié ces deux

faits, dont l’un n’est que trop indubitable, et sur l’autre

desquels je désire bien ardemment que vous n’ayez jamais eu de

doutes. Je romps enfin ce silence que je me suis si souvent

reproché, _ne sachant pas si quelque circonstance ne viendra pas

me le faire garder forcément pour quelque tems_, et me priver de

la consolation d’avoir une lettre de vous».

Se si pensa ch’eravamo alla vigilia dell’abdicazione di Napoleone,

s’intenderà facilmente come il timore di torbidi politici non era davvero

campato in aria. Un tal Mantovani, antico servitore dell’Austria e molto

devoto alla Chiesa, buon uomo del resto e smanioso dell’ordine, annotava

in un suo diario, ora alla Biblioteca Ambrosiana, sotto la data del 1º

gennaio di quell’anno:

«Incomincia il nuovo anno con un apparato assai lodevole, cioè

non più colla speranza di esser liberati dal nostro governo, ma

colla certezza di avere a giorni un grosso corpo di Austriaci a

Milano. Questo pensiero ci fa tollerare le gravi e quotidiane

contribuzioni, delle quali per la settima volta siamo aspramente

angustiati». I sudditi, «gementi per l’orribile scorticazione»,

frenano le querele in attesa del vicino rimedio. «Milano ha un

aspetto brillante, perchè avvivata dalla certezza di finirla».[18]

Occorre ricordare che il Ministro responsabile di quelle «quotidiane

contribuzioni» e di quella «orribile scorticazione» era il Prina?

Fin dalla metà del dicembre 1813, l’esercito austriaco, sotto gli ordini

del feld-maresciallo conte Bellegarde (di famiglia di condottieri, sul

tipo del Conte di Carmagnola), aveva occupata la maggior parte della

terraferma veneziana; e si buccinava che il re di Napoli, Gioacchino

Murat, trattasse con lui ai danni del vicerè Eugenio. Certo, il 28

gennaio, il quartier generale dell’esercito napoletano era già a

Bologna; e il 4 febbraio, Bellegarde occupava Verona. Di qui egli emanò

un proclama, che strideva con quelli che il generale Carascosa e il

procuratore Poerio venivan pubblicando, in nome del re Gioacchino,

nell’ex-ducato di Modena e Reggio e nella provincia pontificia di

Ancona. L’uno diceva: «Voi piemontesi, voi nobili toscani, e voi sudditi

dell’antica Casa d’Este, tornerete nelle vostre felici condizioni d’una

volta; la capitale del mondo cattolico cesserà di essere la seconda città

di uno Stato straniero»; gli altri promettevano l’unità e l’indipendenza

di tutta l’Italia, sotto l’unico loro re. E il giorno avanti che il

Manzoni riprendesse la penna per iscrivere al Fauriel, l’8 febbraio,

l’esercito austriaco, a cui il napoletano, venendo meno alle promesse,

non s’unì, s’incontrò sul Mincio col franco-italiano condotto da Eugenio.

Si combattè con ardore e bravura dall’una e dall’altra parte; ma nè gli

Austriaci riusciron nell’intento di porre il piede sulla riva lombarda,

nè i Francesi a respingere il nemico di là dall’Adige. E che sarebbe

avvenuto tra qualche giorno?

[Illustration: Casa del Manzoni, in via Morone, all’angolo di piazza

Belgioioso.]

Il Manzoni aveva da poco comperata una casa, nella «contrada del

Morone», al n.º 1171: quella stessa in cui poi passò tutta la lunga sua

vita, e dove, fra tante altre, ebbe la visita di Cavour e di Garibaldi

e del principe Umberto, e rifiutò garbatamente quella dell’arciduca

Massimiliano (il povero Massimiliano!). Ad essa era congiunto, ed è

ancora un piccolo giardino: «où il y a un grand jardin», scriveva egli

scherzosamente, «d’à peu près un dixième d’arpent». Poichè negli ozii

di Brusuglio era diventato un giardiniere meglio che dilettante, ora si

affretta a piantar qui le sue amate robinie[19] e abeti e rampicanti:

«où je n’ai pas manqué de planter des liquidambars, des sophora,

des thuya et des sapins, qui, si je vis assez, viendront quelque

jour me trouver par la fenêtre».

E intanto gli cresceva la famiglia. Il 21 luglio dell’anno avanti, gli

era nato un secondo figliuolo (la primogenita, la Giulietta che poi

andò sposa a Massimo d’Azeglio, era nata a Parigi, sul _Boulevard des

Italiens_, al n.º 23, il 23 settembre del 1808; ed era stata tenuta a

battesimo dal Fauriel, «homme de lettres, agé de 35 ans», e da Gaetano

Boldoni, «homme de lettres, de 45 ans»): un maschietto questa volta, in

cui aveva rinnovato il nome di suo padre. Veniva sù bene.

«....après avoir bien fait souffrir mon Henriette pendant la

grossesse, il la dédommage à présent, et nous console presque à

chaque instant par sa bonne santé, par sa tranquillité, par son

hilarité et sa _sagesse_. Henriette le nourrit, et s’en trouve très

bien. Il était né faible, et presque malingre, d’une mère qui

était dans le même état; mais peu à peu tous deux se sont remis

en force, au point qu’Henriette (à part des petites incommodités

dont elle n’a jamais été bien libre) est une excellente nourrice,

et mon petit Pierre est un des enfants mieux portants que l’on

puisse voir».

La buona signora Enrichetta scriveva, alla sua volta, a una cugina che

il neonato era «un bellissimo bambino e rassomigliava intieramente alla

sua piccola sorella:... i suoi due primi nomi», aggiungeva, «sono Pietro

Luigi, ma noi lo chiamiamo _Pedrin_». Un vero idillio domestico; e il

babbo giardiniere, tra il sorriso dei bambini e le cure agricole, non

dimenticava i versi. «Quant à moi», diceva, «je suis entre la famille,

les arbres et les vers».

[17] Per codeste lettere, vedi: _Il Manzoni ed il Fauriel studiati nel

loro carteggio inedito da ANGELO DE GUBERNATIS_; 2ª edizione, Roma, 22

maggio 1880.—Sul Fauriel (nato a Saint-Étienne, il 21 ottobre 1772) e

sulla sua corrispondenza col Manzoni, son da rileggere i due saggi del

SAINTE-BEUVE, da prima apparsi nella _Revue des deux mondes_ del 1845

e 1846 (il Fauriel era morto il 15 luglio 1844), poi nei _Portraits

contemporains_, t. IV, Paris, 1889.—Scrissero anche del singolare

letterato francese il RENAN, nella _Revue des deux mondes_ del dicembre

1855, e il FORTOUL, nella stessa rivista, maggio 1846.

[18] Cfr. G. DE CASTRO, _La restaurazione austriaca in Milano

(1814-1817)_; nell’«Archivio storico lombardo», a. XV. s. II. fasc. 3, 30

settembre 1888; pag. 597.

[19] Con la nipotina Vittoria, figlia di Pietro e moglie poi del senatore

Brambilla, egli amava, più che del Romanzo, vantarsi d’essere stato «il

primo introduttore delle robinie in Italia!».

VI.

Mette conto d’indugiarsi un momento a considerare il Manzoni sotto questo

nuovo aspetto, di agricoltore e di giardiniere. Una simile simpatia per

gli esperimenti agricoli mostrò prima di lui, tra i nostri grandi poeti,

il Petrarca.[20]

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni · 第 1 / 45 段