IL CINABRO RIVELATORE.

Donna Felicita, dama di chiaro lignaggio, di molta mondana esperienza e

ancor piacente nel candore dei capelli e nella non inelegante pinguedine

senile, scese con tutta precauzione dall'oscuro e stretto bugigattolo

della vettura da piazza, appoggiandosi con una mano alla mano di suo

nipote, il signor avvocato Paolo, e con l'altra mano alla fine mano

guantata di Irma, la fidanzata del detto signor avvocato.

— Signora, che orrore: nevica ancora, nevica! — sclamò Irma, ritraendo

il piccolo capo nel folto bavero di pelliccia che aveva frettolosamente

alzato.

— E a larghe falde, signorina, a larghe falde che è un piacere! —

rispose donna Felicita allegramente, ma invece di far presto a salire i

quattro gradini e ripararsi sotto la tettoia esterna della stazione,

volse lo sguardo al cielo nero per cui danzavano le falde bianche e

larghe come farfalle morte che cadessero giù: e anzi pareva che quel

turbinio non le incutesse alcun senso di “orrore„ come avea detto la

signorina, tanto più che si era nel bel mezzo dell'inverno, cioè nel

tempo in cui è dolce e bene che cada la neve.

La mamma di Irma, che si chiamava la signora Lucrezia, scese ultima

dalla vettura, per diverse ragioni, e anche perchè aveva uno scialle,

due ombrelli e una borsetta da portare.

— Qua, qua a me, signora, che le do la mano io, — disse donna Felicita.

— I nostri due giovanotti hanno già dimenticato che cade la neve.

— Come si fa, come si fa? sono fidanzati, bisogna compatirli, si

vogliono tanto bene, — disse la signora Lucrezia con una voce umile e

col fare confuso; — la mia Irma poi.... è diventata anche più nervosa:

ha un gran convulso, e poi? Non ha più appetito, poverina, e, con buona

licenza, bisogna che si purghi.... ogni tanto.

— Oh, povera signorina! — compassionò donna Felicita, e così a braccetto

le due rispettabili dame avevano attraversato la sala d'ingresso della

stazione, semideserta, ed erano giunte davanti al guardiasale.

— Ehi, giovanotto, vogliamo perdere la corsa? — disse donna Felicita al

nipote.

Il nipote scese dal settimo, anzi dal terzo cielo, in cui era salito in

una breve conversazione con Irma, e, dopo non facile ricerca, riuscì a

trovare i due scontrini verdi del ritorno che il guardiasale riconobbe e

bucò con due _tic tac_ secchi.

Però si oppose all'ingresso della signorina Irma e della signora

Lucrezia.

L'avvocato Paolo fece per andare a prendere lui i due biglietti

d'ingresso, ma Irma intrecciandogli le dita lungo la persona:

— Non mi abbandonare, nè pure un istante, — mormorò; e alla mamma: — te

ne supplico, va tu a prendere i biglietti!

La mamma trotterellò e solo allora la vigile guardia permise a tutti

l'ingresso.

La nobil donna, signora Felicita, sprofondò nel divano di velluto rosso

della sala d'aspetto, essendo ella piuttosto pingue: la signorina Irma

le si sedette accanto piegando appena la sponda del divano, essendo ella

assai esile. Poi, lasciata cadere la mantellina di grave pelo, perchè lì

si soffocava, disse con graziosa voce:

— Signora, io non dimenticherò mai quanto le devo per essere venuta a

Parma da noi....

— Oh sì, signora, le siamo tanto, tanto riconoscenti, — fece coro la

signora Lucrezia.

— .... in casa nostra, — proseguì Irma non badando alla madre, — e mi

permetta, signora, che le dia un bacio e le offra queste violette per

mio ricordo.

E così dicendo levò dalla borsa, che aveva portato la mamma, un superbo

ed artistico mazzo di viole di Parma, che donna Felicita accolse assai

graziosamente.

Arrivò il treno lampo. Il guardiasale annunciò la partenza per Torino.

Il treno era lì, fumido, lucido, fremente. Solo la cortese violenza del

conduttore che chiudeva gli sportelli, potè separare le due mani

intrecciate di Irma e di Paolo.

*

Appena il treno fu in moto e si trovarono soli nello scompartimento,

Paolo precipitò su la zia e domandò con ansia:

— Ebbene?

— Ebbene, cosa?

— Cosa te ne pare, cosa ne dici adesso che l'hai conosciuta?

— Che furia! Tutti così alla vostra età: fa il piacere, stendimi il

_plaid_ sopra, sono assai stanca.

— Ma una parola, almeno una sola parola! — supplicò Paolo.

— Vedi, caro, io sono stanca: domani dopo colazione, intendiamoci bene,

tu vieni da me e ne parleremo: ecco tutto.

— Mi dirai almeno che è bella, che è deliziosa!...

— Oh sì, sì....

— Come sì, sì? Affascinante! Hai bene osservato gli occhi profondi? E le

mani, zia! Ah, tu non ami e perciò non osservi....

— Finissime....

— E poi bisogna sapere, bisogna conoscere lo spirito....

— Ah, senza dubbio....

E la signora si appisolò o parve assopirsi tacitamente: nè al nipote ci

fu più verso di levare una parola di bocca dalla nobile dama.

All'avvocato Paolo non rimase altro conforto che fumare convulsamente un

paio di verginia e guardare la neve che adesso correva dietro

turbinando, mentre il pensiero avea ripreso il biglietto di andata verso

Parma.

Donna Felicita non si destò che sotto la tettoia della stazione di

Torino.

Erano oramai le undici di notte, e quando Paolo aprì lo sportello di

casa della nobile zia, si sentì dire ancora una volta:

— Ricordarsi: non prima delle dodici.

*

Le cose erano andate così.

Irma e Paolo amoreggiavano da quattro anni: si erano lasciati due volte:

due volte si erano ricambiate le lettere con un eterno addio. Due volte

Paolo, a onor del vero, avea riscritto ed era tornato a Parma,

supplicando Irma di perdonargli. Il perdono era stato concesso e

l'ultimo perdono era stato suggellato da parte di lui con una promessa

di matrimonio.

Come mai Paolo, giovane di mondo, spregiudicato la sua parte, fornito di

larghi mezzi, bel giovane, indipendente, vivente a Torino, avesse finito

per legarsi con la signorina Irma di Parma, la città delle violette, dei

duchi e delle mondane duchesse, sono di quei misteri della passione che

ognuno può spiegare a suo modo; e che io non voglio indagare. Basterà

dire che egli era convinto di conquistare la felicità per tutta la vita

terrena.

Suo padre, vecchio gentiluomo, abbastanza originale, e che viveva quasi

sempre in campagna, aveva da lungo tempo lasciato il figliuolo libero,

liberissimo delle sue azioni. La mamma non c'era più, che potesse dare

un consiglio. Non rimaneva che donna Felicita, la quale voleva bene al

nipote con quel misto di saggezza e di mondanità che hanno le vecchie

dame per i nipoti. Donna Felicita era del resto assai navigata nelle

varie acque della vita, aveva avuto una giovinezza molto brillante e ora

vivea una vita che si sarebbe potuta chiamare epicurea, parte dell'anno

nel suo comodo palazzo in Torino, parte in villa, lasciando che le cose

del mondo seguissero il loro corso che ella, senza far professione di

sociologia, avea riconosciuto essere costante anche attraverso le varie

rivoluzioni e i molti turbamenti sociali e politici.

Fu a lei che, prima di ogni altra persona, Paolo rivelò il suo

fidanzamento.

— Fai benissimo: era ben tempo che ti accasassi, — disse la zia.

E fu anche due mesi dopo che Paolo pregò la zia di venire con lui a

Parma a conoscere la fidanzata. La nobile signora acconsentì dopo lunghi

dinieghi, ma ad un sol patto: cioè che la cosa fosse senza impegni da

parte sua.

Paolo allora fu costretto a dare prima tutte le spiegazioni: la

signorina Irma non avea gran dote, anzi, forse, non aveva dote perchè

avea molti fratelli e una sorellina: del resto famiglia onoratissima: il

babbo consigliere di Prefettura, commendatore, patriotta: di Irma poi

non ne parliamo.

Donna Felicita, per colmo di prudenza, volle scrivere una lunga lettera

alla signorina Irma dicendo _primum et ante omnia_ che la famiglia di

Paolo lasciava liberissimo il giovane delle sue azioni, e che ella

venendo a Parma non rivestiva nessuna veste nè ufficiale nè ufficiosa.

Veniva non come zia, ma come buona amica di Paolo; ecco tutto.

La signorina Irma rispose alla sua volta con una lettera profumata di

mammole dove le cortesie più squisite erano scritte nella più

aristocratica e cuneiforme delle calligrafie. Però in mezzo alle fini

espressioni di gentilezze la signorina Irma metteva bene in chiaro

alcune circostanze di fatto: cioè che nè lei nè la sua famiglia avevano

sollecitato in alcun modo l'onore di un matrimonio: che il babbo anzi

aveva ceduto a malincuore per ragioni troppo lunghe a riferire, che

infine il signor nipote era liberissimo di sciogliersi da ogni impegno

anche dopo la data parola, e questo diceva non solo in nome dei suoi

genitori, ma in nome proprio. In altri termini faceva capire che

rinunciando alla sua indipendenza cedeva solo all'amore per Paolo, non

alla lusinga di migliorata condizione sociale. Avvertiva inoltre che la

nobile dama venendo a Parma, non incorreva in alcuna compromissione: non

poteva tuttavia negare il vivissimo desiderio di conoscere la zia di

Paolo anche in veste di semplice amica perchè ne aveva sentito dir tanto

bene dal nipote; e di poterle baciare la mano come ora gliela baciava

per lettera protestandosi con ogni segno di deferenza sua devotissima

serva Irma.

Per quali ragioni poi Paolo, che era così convinto della felicità cui

andava incontro, aveva voluto che sua zia conoscesse di persona Irma e

gliene dicesse il parer suo, anche codesto — dico — appartiene alla

psicologia; ed io me ne dispenso, visto che i novellieri al dì presente

ne fanno così grande e sagace uso che io temerei del confronto.

Messe così le cose a posto, donna Felicita si avventurò al viaggio.

Di mano in mano che il treno si accostava all'ondisona riviera del Po,

non lungi dalle cui rive Parma eleva la tristezza delle nere mura

ducali, l'eccitazione di Paolo veniva aumentando.

Per tutto il viaggio non aveva fatto che parlare di Irma e diceva cose

che la zia sapeva a memoria per averle ascoltate in altre condizioni e

in altri tempi; ma che pure fanno tanto piacere ad udire alle signore

anche se sono zie.

— Tu dici, zia, che la mia è una passione cieca: no! la mia è una

passione ardente, ma più pratica che tu non creda. Irma non ha dote, ma

questo non conta nulla....

— Perfettissimamente!...

— .... ma Irma è un'intelligenza dominatrice, ed è quello che ci vuole

per me. Io, capisci, voglio darmi alla politica: io ho bisogno per

moglie non di una bambola che deva poi guidare, ma di una donna che

sappia cooperare al mio avvenire: lei scrive benissimo, è di una coltura

sorprendente come tu potrai assicurartene. È affascinante: cosa sono

questi ritratti? Niente: una pallida immagine: la vedrai, la sentirai, e

finirai coll'innamorartene anche tu....

Così erano giunti, erano rimasti tutto il giorno in casa di Irma, ed

erano partiti come è detto.

*

A mezzodì Paolo entrò nel salotto di donna Felicita. Lo rodeva una sorda

impazienza. L'ostinazione della zia a non manifestare i suoi entusiasmi

se non a mezzogiorno preciso, lo aveva messo di molto malumore.

Ora donna Felicita, seduta su la sua poltrona, era riposatissima delle

fatiche della vigilia.

— Adesso prenderai il caffè con me, vero?

E con una calma che contrastava con l'agitazione del giovane, versava

dalla chiavetta della macchina l'aroma nero bollente nelle tazzette di

porcellana.

— Tu non ci vuoi lo zucchero, vero?

— Ma insomma, zia, deciditi, — scoppiò Paolo, — che impressione ti ha

fatto Irma?

— Buonissima....

— Ma lo dici con una calma, con una calma disperante....

— Ma come vuol che lo dica?

— Con più entusiasmo.

— Buonissima, buonissima, — ripetè la zia senza accelerare però le

vibrazioni della sua voce.

— Vero che è bella? vero che è un fascino? e hai notato che prontezza di

parole? che scioltezza di mente? che senso moderno delle cose?...

Il giovane, con crescente calore, enumerava tutte le qualità fisiche e

morali della fidanzata, e ad ognuna la vecchia dama faceva cenno di sì

sorbendo a sorsi piccoli la sua bevanda favorita.

— Ammetterai dunque che io ho trovato la mia felicità....

— Questa è un'altra questione, il mio giovanotto; la felicità è nelle

mani di Dio e.... di Irma.

— E allora?

— Allora è, caro, che è superfluo parlarne; al punto poi in cui sono le

cose, superfluissimo....

— Ma insomma, dubiti della sua onestà, del suo amore per me? — domandò

Paolo con un fremito segreto nella voce e nel gesto.

— Perchè vuoi che ne dubiti? sarebbe scortesia gratuita il solo

pensarlo.

— E allora?

— Allora, caro, è che i miei vecchi occhi, non innamorati, hanno

osservato alcune piccole cose a cui tu non hai e non potevi por mente

nella tua triplice qualità di giovane, di uomo e di innamorato. Io che

non sono nessuna, ohimè, di queste tre belle cose, ho potuto osservare

alcune inezie che in una signorina non fanno difetto, ma che in una

fidanzata non sono presagio di grande felicità coniugale.

— Spieghiamoci.

— Spieghiamoci pure, solo mi dispiace che noi due finiremo col

disgustarci, ma l'hai voluto tu.

— Avanti!

— La signorina Irma porta la _lorgnette_.

Paolo si mise a ridere:

— Ma se è graziosissima con la _lorgnette!_

— D'accordo, ma è anche miope; e quando dovrà governare la casa, giacchè

molto ricchi non sarete, e poi anche nelle case ricche la padrona è bene

che sorvegli tutto, vedrai quel “graziosissimo„ come perderà il suo

superlativo. Ti potrei far notare che è anemica, che non mi pare di gran

salute; ma questo non vuol dir nulla.

— Ma se è floridissima, se ha le guance di un lieve incarnato....!

— Per quel che riguarda il lieve incarnato ne parleremo più tardi.

Quando torni a Parma, osserva prima di tutto la padronanza che essa ha

in casa sua; fratelli, genitori, dipendono da lei; la mamma, povera

infelice, è letteralmente la sua cameriera.

— Ma è ben quello che io desidero; cioè una moglie che sappia comandare,

che abbia una volontà....

— Giustissimo; ma io ho osservato che la sua è piuttosto una caparbietà.

Tu come innamorato non puoi distinguere caparbietà da volontà. È troppo

giusto. Io però ti posso assicurare che la sua vantata forza di volontà

è più parente con l'ostinatezza orgogliosa che non con la ragione, il

che mi dà indizio o che l'indole di lei non è delle più invidiabili o

per lo meno che non fu bene allevata in casa; e se co' suoi genitori è

abituata a volere quello che vuole, col marito farà precisamente lo

stesso, anzi peggio; non ci si modifica a ventun anno....

— Venti, — corresse Paolo.

— Bene, venti: ma la cosa non muta con un anno di meno. Ora, se tu vuoi

assumerti questa parte educativa, farai opera buona, ma non assicuri

certo la tua felicità. Anche i fratelli, per giovani che vanno ancora a

scuola, mi sembrano troppo mondani, troppo liberi.... nel parlare, nel

fare, troppo spregiudicati. Non dimenticare inoltre che ieri, alla

nostra presenza, si sono dovuti imporre un contegno eccezionale.

M'imagino che cosa deva avvenire in quella casa negli altri giorni!

— Domando io che c'entrano i fratelli....?

— D'accordo; ma provano che l'educazione famigliare non è stata delle

più rigorose.

— Cara zia, perdonami, — disse Paolo con forzata mansuetudine, — la tua

analisi è spietata, ingiusta. Tu giudichi l'istituto della famiglia con

criteri d'altri tempi. Le gerarchie assolute tra genitori e figliuoli

appartengono alla storia del passato, non convengono più ai tempi

nostri....

— Vero, vero, caro nipote — disse donna Felicita con placidissimo

sorriso — nè tu potevi incolparmi di essere vecchia con maggior

garbatezza. Sta però attento a quel che ti dico ora e tu co' tuoi

ventisette suonati e con la tua laurea in legge mi dovresti capire

troppo bene: io non ti ho detto di venire da me per farti una

discussione sul matrimonio. Ti faccio soltanto osservare che le leggi

giuridiche e le leggi dell'opinione publica sul matrimonio sono quelle

che erano cento anni fa. Uniformatemi prima le leggi al nuovo concetto

che tu sembri avere della famiglia e allora potremo discutere! — E

siccome il nipote crollava il capo in segno di compatimento, ella

proseguì: — Oh, e ora veniamo al paragrafo “istruzione ed ingegno„! La

signorina certo rivela mente svegliata, pronta; può regolare bene una

conversazione mondana: inoltre ha molta coltura, ha letto molto, anche

troppo; però quanto all'ago e al ferro da calza pare che non abbia

un'eccessiva famigliarità.

— Ma quale è oggi, cara zia, la signorina per bene che sappia far le

calze quando vi sono le macchine che le producono ad un prezzo che non

francherebbe la mano d'opera?

— Vero, vero, però il sapere rammendare una calza può sempre venir utile

— rispose donna Felicita blandamente accennando con la mano a cose

future, e proseguì: — Ancora: tu forse non sei mai entrato nella sua

stanza: io ti posso assicurare che è disordinatissima....

— Un disordine artistico.... via!

— Sì, artistico..., bei mobili, bei fiori, quadretti, quadrettini,

libri, riviste, giornali, dediche, ventagli, profumi fin che vuoi: ma

non ho trovato nè un ago, nè uno spillo. Il cassetto del comò è un

cumulo di ciarpame, lettere, giornali in mezzo alla cipria, ai guanti,

ai nastri. Poca pratica della casa, insomma, e.... sopra il capezzale,

niente....

— Questo te lo aveva prevenuto, il babbo di Irma è razionalista: anche

Irma è libera pensatrice: del resto ella non ne fa un mistero come non

ne fa un vanto: infine io so che per compiacere a te è disposta anche al

matrimonio religioso.

— Compiacere a me? Per me fate come più vi piace....

— Quanto alle idee religiose mi permetto di avvertirti che tu sei

indietro, che il pensiero moderno....

— D'accordo, caro, io sono della più completa ignoranza per quel che

riguarda il pensiero moderno: questa però è la terza volta, sarà il puro

caso, che ho l'occasione di notare come le signorine libere pensatrici

hanno una spiccata tendenza per il disordine artistico come tu lo

definisci. Quanto poi al famoso incarnatino di poco fa — si affrettò a

concludere la terribile zia — ecco quello che ho trovato, per pura

combinazione — nota bene — nel cassettino della _toilette_ della

signorina. Non te lo volevo dire, ma la tua cieca ostinazione mi obbliga

ad una indelicatezza da cui in tutt'altra occasione mi sarei ben

guardata.

— Cosa?

— Calma, calma! Dà qui la mano.

Paolo porse la mano.

— Apri la palma, — e donna Felicita levò dallo stipo un tubetto

impercettibile, ne toccò la palma del nipote, poi col pollice dell'altra

mano fregò sapientemente.

— Vedi — disse con tutta pace — come il palmo della tua bianca mano

acquista in un batter d'occhio il colore incarnatino? Questa

inclinazione.... diremo così.... alla pittura, credilo, non è di buon

augurio per la felicità coniugale! Non v'è colpa, ne convengo, però si

eccedono i limiti di quella vanità che dobbiamo concedere ad una

signorina. Del resto — aggiunse mentre Paolo corrugava le ciglia sul

palmo assai roseo della sua mano — fa una cosa, quando torni e la vedrai

piangere per una ragione qualsiasi, perchè imagino che come fidanzata

piangerà qualche volta benchè sia razionalista, passale di sorpresa e

calcando un pochino un fazzoletto candido di batista sugli occhi e se

non vi trovi i segni del carboncino, dimmi che tua zia è rimbambita del

tutto.

Piccole storie del mondo grande · 第 20 / 28 题