Per capire questa storia, bisogna sapere che una volta c'era uno scolaro
di liceo, il quale era stato allevato in collegio dove avea imparato
poco e male il libro della vita, ma in compenso avea scritto dei versi e
avea letto una quantità grande di romanzi sui quali avea sparso una non
minore quantità di lagrime e di sospiri.
Grave errore, in verità, buttar via per vani fantasmi un umore così
prezioso e che ha tanto peso nelle bilance della vita!
Ma a diciassette anni le sventure sembrano un'invenzione dei filosofi; e
anche la morte sembra una parola retorica, fatta per tesservi intorno di
bei melanconici ed eroici concetti.
Soltanto dopo avere camminato molto nella vita si vedono distintamente i
contorni di queste supreme realtà!
A diciassette anni Furio non vedeva che la faccia pallida e gli occhioni
dell'Ida — una signorina sedicenne, la quale con la mamma e con la
sorella maggiore abitava, per la stagione dei bagni, l'appartamento di
fronte a quello di Furio.
La vedeva quando c'era (un fotografo amico delle signore aveva
arrischiato dopo molte suppliche la presentazione del giovanetto), ma
più specialmente quando non c'era.
Nei pomeriggi lunghi estivi partiva dall'appartamento di fronte una voce
da mezzo soprano che cantava con la titubanza di chi teme di far soffrir
l'aria:
Alfredo, Alfredo,
Di questo core
Non puoi comprendere
Tutto l'amore.
Ma verrà giorno
In che il saprai....
Com'io t'amassi
Confesserai....
La ripresa “Ma verrà giorno„ era così straziante che Furio non poteva
più star fermo; si cacciava le unghie nella carne, poi correva su
all'ultimo piano e bussava alla porta di Cecco.
— Oh, Cecco, Cecco, per carità suonami quella romanza del _Guarany_!
Cecco era un suonatore di contrabbasso, randagio e beone, il quale a
quell'ora pomeridiana smaltiva il vino del desinare in placidissimi
sonni.
Destato a quel modo, è facile pensare come accogliesse l'importuno
innamorato; le frasi più gentili erano:
— Va a morir d'accidente _te_ e quella spuzzetta.
— Non dire: è così ideale! — e pur con molte preghiere e promesse che la
sera gli avrebbe pagato da bere, lo induceva a levarsi su e prendere il
suo stromento.
Allora la voce del contrabbasso cominciava dopo un _zum zum_ profondo:
Sento una forza indomita
Che ognor mi tragge a te,
con quel che segue e con tanta passione che vibravano i cuori e anche i
vetri delle finestre.
*
Finì l'estate: l'Ida partì.
Oh, piccola Ida, tu portavi con te tutto il cuore di Furio, e avevi
anche con te i fiori e la verdura, il mare e il cielo, perchè quando tu
partisti tutto si ottenebrò intorno a Furio.
Ma anche l'Ida dovea essere ben grave di tanta ricchezza o dovea aver
rimorso di averla rubata, perchè quando si trovò sola nella sua
stanzetta, al suo paese che non rivedeva da due mesi, pregò tanto la
Madonna e pianse anche lei tanto, come Furio.
Furio le mandò la _Storia di una Capinera_, _Paolo e Virginia_, _La
Capanna dello Zio Tom_, le tragedie dello Shakespeare con molti indici
convergenti verso Giulietta e Romeo: libri onesti, come ognuno può
vedere, ma che avrebbero fatto molto piangere; anzi erano segnati i
passi dove l'Ida presumibilmente si sarebbe dovuta commovere.
Ma questa comunione di anime lontane per mezzo della posta e del
pensiero altrui non bastò più a Furio e la passione gli montò così al
cervello che diceva fra sè: “Vederla ancora una volta e poi morire!„
Anche i suoi genitori ne erano impensieriti.
L'Ida non abitava lontana: un'ora di treno e un'ora o due di carrozza: a
Montiano, un nome pieno di fascino, che agli orecchi di Furio suonava
come dovea suonare il nome di Provenza a un rimatore del trecento.
Non abitava lontana, ma la lontananza è in relazione con la facilità
dell'andarvi.
Come allontanarsi da casa sua? come presentarsi a casa di lei
specialmente se c'era il babbo? Il quale era un uomo nero, che avea
visto solo una volta su la rotonda dello stabilimento, e non gli avea
rivolto una parola in tutto il tempo che erano stati in circolo. È anche
vero che Furio pure non avea detto allora una parola e le guance
dell'Ida impallidivano ed arrossivano ad ogni momento.
Come affrontare, dico, quell'uomo così severo e che pareva avesse letto
tutto nell'animo dell'adolescente e della figliuola? con quale
ragionevole pretesto?
*
Il pretesto venne, ma era tanto sottile che era ben audace cosa
l'affidarvisi!
Cecco, il sonatore di contrabbasso, un bel giorno gli disse:
— Uhi! poeta! la sai la nuova? sabato andiamo a Longiano per la festa
del Cristo: siamo in dieci sonatori, se vieni anche tu c'è il viaggio
gratis fin lassù, ti faccio passare per il fattorino dell'orchestra.
Furio a tale notizia fu preso dalle vertigini, perchè bisogna saper, due
cose: che Longiano è un castello su di un bel colle che è vicino ad un
altro colle ove è Montiano: ove dimorava la sognata fanciulla.
Secondo: bisogna sapere che per un giovanetto che dai suoi genitori ha
per i minuti piaceri un franco la settimana, non è facile trovarne dieci
per fare un viaggio. I genitori di Furio erano gente da bene, ma povera
gente, v'erano degli altri fratellini, e il babbo, che era medico,
faceva anche troppo a mantenerlo in collegio: nè Furio, benchè avesse
letto molti romanzi, avea imparato a metter le mani nel portafogli del
babbo o far cattive azioni. Dunque anche il denaro, che è cosa tanto
volgare rispetto all'amore per l'Ida, costituiva una difficoltà.
Le parole di Cecco fecero sparire la tetraggine dal cervello di Furio,
per la quale andava curvo e pensoso come un filosofo: la mente
lampeggiò: si risovvenne che le signorine prima di partire si erano
fatte il ritratto da quel fotografo amico.
Furio balzò in casa del fotografo: parlò, pregò, si disperò affinchè gli
consegnasse i ritratti che li avrebbe portati lui. Quegli nicchiava.
— Ma dove mai vuoi trovare un pretesto più ragionevole? — fremeva Furio,
mentre colui riponeva, ancor incerto, nella busta le dodici fotografie,
sei dell'Ida e sei di Elvira, la sorella maggiore, — io vado alla festa
del Cristo, e siccome sono tuo amico, così tu mi hai detto: “senti,
Furio, giacchè vai a Longiano, fa una scappatina a Montiano, così mi
risparmi la posta e mi saluti le signore„, non ti pare?
Il fotografo crollava la testa:
— Tu hai perso il cervello dietro quella signorina; ma a me vuoi far
perdere la clientela, il mio ragazzo! — e pur tuttavia gli consegnò la
busta.
*
Poi Furio saltò in casa di Cecco e disse:
— Vengo, vengo, sai! ma lo trovo poi un posto?
— Se te l'ho detto che ci penso io!
— Quand'è così, basta, Cecco: vengo, oh, se ci vengo! ma non dirlo agli
altri il segreto...., non svelare a nessuno....
*
Tutte le trombe dell'avvenire suonavano agli orecchi di Furio una
fanfara gloriosa di assalto alla baionetta.
*
— Mamà, mi attacchi i bottoni alle ghette? mamà, avresti una borsetta da
viaggio? mamà, avresti un ombrello?... mi dai la catena d'oro del babbo?
— Ma dove vuoi andare, figliuolo?
Furio esitò, poi confessò la sua passione che era anche troppo nota.
— Non spendo niente però, mamma, vado gratis con Cecco e con i bandisti.
— Non far sciocchezze, figliuolo, lo sai che tu adesso devi badar a
studiare, a farti un avvenire. Se lo sa il babbo!...
— Già, che cosa dirai al babbo se questa sera non mi vede a cena?
— Dirò.... che sei andato via a trovare la nonna.
Così rispose la mamma, la quale per Furio rappresentava (oh, povere
mamme!) qualche cosa di eterno, di eterna e immancabile difesa, sempre e
per qualunque male; mentre l'Ida era cosa fuggevole e tanto divina che
tutti, in suo pensiero, gliela doveano contendere.
*
Ora bisognava pensare a vestirsi in modo da far bella figura, ma pur
troppo la volontà di Furio non era pari ai mezzi, ed è facile capire
perchè. Egli aveva bensì la sua assisa di collegiale, ma non corredo di
abiti borghesi. Ben si sa che per un collegiale è grande ambizione nelle
vacanze pavoneggiarsi con un bel vestito civile. I genitori di Furio in
quell'estate, cedendo alle preghiere e alle promesse, avevano
accondisceso a fargli fare un abituccio da estate. Era di una lanetta
chiara e leggera che per l'agosto poteva andar bene, e aveva fatto buon
servizio per tutta la stagione, fedel compagno sì al mattino come alla
sera in cui la più parte della gente galante vestiva di scuro. Ma verso
i primi di ottobre con quell'arietta fresca che odorava di pioggia
vicina, il servizievole abito era troppo eloquente testimonio di onorata
povertà! La catena del babbo, la borsetta da viaggiatore, le uose, il
colletto e la cravatta nuova furono ammennicoli che non valsero a
rimediare il difetto dell'abito. “Avessi almeno un soprabito da mezza
stagione!„ gemeva il giovinetto, e fu per un istante in procinto di
prender con sè il grave cappotto nero del collegio. Ma bisognava
staccare alamari, filettatura, e invece urgeva l'ora della partenza.
Convenne dunque far di necessità virtù e così vestito come meglio potè,
Furio, poco dopo, era pronto per la partenza.
— Mamà, mi dai un po' di soldi? — chiese timidamente, e avutili, scappò
di casa facendo le scale a quattro gradini per volta, e quando fu in
istrada diede un'occhiata a quelle finestre da cui poche settimane
innanzi al raggio delle stelle e della luna la bianca, la cara fanciulla
cantava: “Spirto gentil de' sogni miei„ e “Alfredo, Alfredo, di questo
core„ con quella voce innamorata che gli faceva venire i brividi come
squillo di tromba e destriero di battaglia.
Povera finestrella! era chiusa! Ma si aprirà un altr'anno quando verrà
l'estate e lei tornerà al mare. Ma fra quest'anno e quello venturo c'era
un abisso: l'ultimo anno di collegio. Il terribile professore di
matematica, il rettore prete del collegio, il preside, i prefetti
crudeli passarono alla mente di Furio come una visione terrorizzante.
Ohimè, nel vasto mondo dove c'era l'Ida, c'era anche il preside e c'era
il collegio: combinazioni inverosimili e pur vere!
*
Ci faceva una magra figura Furio nel carrozzone di terza classe fra quei
sonatori che strepitavano come indemoniati, mentre egli, guardando il
cielo grigio da cui gemeva la pioggia, pensava, come a un sogno, che
quella sera avrebbe veduto l'Ida: forse avrebbe potuto sfiorare con un
bacio le labbra di lei. Cose da impazzire!
Scesero a Savignano che piovigginava.
Montarono tutti in una giardiniera scoperta, tirata da due cavalli
magri. Pioveva ora davvero e tutti si erano stretti sotto l'ombrello di
Furio, cantando a squarciagola.
Uno a cassetta suonava imperterrito l'inno di Garibaldi con la cornetta
e spaventava i cavalli che, per la pioggia, per lo spavento delle grida,
per il gran peso, non volevano andar più avanti.
— Ferma! ferma!
C'era una casa di contadini.
— Ma non ce l'abbiamo più il vino! — dicevano i villani.
— Ma sì che l'avete il vino novo in quel botticino là; to', si sente! —
e con quella libertà che si concede in Romagna, erano scesi, avevano
invaso la tinaia e batteano con le nocche i tini e le botti.
— Ma quello è del padrone!
— Oh, che credete che i suonatori che vanno a sonare a Longiano non
abbian da pagar da bere?
E bevvero, bevvero tanto che la pioggia cessò e dopo i cavalli,
spaventati al suono delle trombette che squillavano tutte, presero la
corsa per la salita, e così fu l'ingresso trionfale a Longiano.
Verso ponente nereggiava da lungi un colle e sul colle un castello.
— Ecco là Montiano! — disse Cecco piano a Furio; e a Furio balzò il
cuore come se in quel punto avesse veduto l'Ida.
Come scesero, Furio domandò piano e segretamente ad una donna quanto
c'era da Longiano a Montiano.
— Tre miglia e più e strada cattiva, — rispose quella stupida e parlava
forte e indicava, così che tutti potevano udire, una viottola che calava
giù nella valle e riappariva poi in un'erta tutta di petto vicino a
Montiano.
Adesso tutti sapevano che andava a Montiano.
— Oh, che va a Montiano che è notte? Ma a che fare? Come? Non sta qui a
cena con noi? Vi sono le lasagne e i galletti in padella! E il formaggio
fresco, olà! Ehi, ehi, a Montiano non c'è mica osterie e poi vien giù
ora un acquazzone! — così dicevano i suonatori a gran sconforto di
Furio: ma lo videro precipitar giù per la viottola senza ombrello e col
cappello di paglia in mano affinchè il vento non lo portasse via. — Bel
matto! Ehi, l'ombrello! — gli gridarono dietro. Ma Furio era scomparso.
— Ma ci ha la morosa a Montiano, — avvertì Cecco.
— Contane tante! — e levarono il braccio, come a dire: “se ci ha la
morosa, si posson ben lasciare le lasagne ed i galletti e pigliar la
pioggia„.
Mentre le gambe di Furio correvano, il cervello farneticava. Per la
valle non c'era nessuno; certi bagliori di sangue sopra il castello di
Montiano rompeano le nubi livide e gravide, da cui scendeva la pioggia
all'insaputa di Furio.
“.... Bisognerà ben domandare dove stanno di casa, perchè io non lo so.
E allora tutti si imagineranno che io vado a trovar l'Ida, e chi sa
quante altre malignità penseranno mentre il nostro amore è così puro!
Domattina tutto il paese saprà che è arrivato un giovane che non era del
luogo e ha chiesto della famiglia X***; ma si leggeva negli occhi che
invece domandava dell'Ida.„ A Furio anche pareva che tutti gli abitanti,
anche i monelli, ad un gran circuito da Montiano, dovessero sapere chi
era l'Ida e la ragione per cui egli correva sotto la pioggia.
Poi c'era un altro pensiero: “Io busso. Apre il babbo e mi domanda: Chi
è lei? cosa vuole? Sono venuto a portare i ritratti. Ma di notte? in
campagna? non c'era la posta? C'era, ma siccome i suonatori, etc., etc.;
così il fotografo mi ha detto: Senti, caro Furio, giacchè vai a
Longiano, fammi il piacere, porta questi ritratti, etc.; è una
passeggiatina ed eccomi qui....„
Indubbiamente c'era la concatenazione logica in tutto questo discorso,
ma ci voleva un po' di tempo per farlo capir bene anche perchè era una
cosa complicata; e sopratutto ci voleva molta buona fede per credervi.
Oh se ci fosse stata solo la mamma, la signora Sofia! lei sì che era una
gentilissima signora, e avrebbe subito compreso la ragione della sua
venuta! Però sopra di ogni altro dubitoso e molesto pensiero aleggiava
un'idea ridente, ineffabilmente gioiosa. L'Ida gli avea detto: “Addio
per sempre!„
Dunque non lo amava! sì che lo amava, ma non glielo avea mai detto e non
avea risposto niente alla sua lettera d'amore, una lettera molto lunga
ove si conteneva il più genuino stillato di una giovanetta anima
sensibile ed inesperta come quella di Furio. La avea però accettata
quella lettera e tenendola con le dita tremanti, pareva che la poverina
paventasse tutto l'ardore, tutta la passione, tutto il pericolo che si
sprigionava da quella busta. Ma che stenti...., ma che preghiere
disperate perchè l'accettasse! Questo era avvenuto lungo il viale che
conduce al mare; e Furio, correndo sotto la pioggia, raccontava a sè
stesso quell'episodio del suo dolce amore: “andavamo avanti noi due pel
viale: io dicevo tremando che accettasse la lettera, lei tremando diceva
di no. Diceva senza voltarsi: “La mamma, signore, ci guarda!„ Io diceva:
“Ida, si fermi!„ Lei si fermava ed io diceva due paroline alla mamma che
ci avea raggiunti, per farle capire che noi si parlava di cose
indifferenti, non di amore, anzi che non ci amavamo: poi dicevo piano:
“Ida, andiamo„ e lei si moveva. Non potevamo andar piano. Tutto il viale
ci passò in un momento: se fosse stato lungo dieci volte tanto non ce ne
saremmo accorti. Io parlai tanto che lei prese la lettera e la nascose
nel seno. Dopo non parlò più: anch'io non dissi più niente.... La sola
risposta dell'Ida è stata questa: “Addio per sempre!„ Perchè? quale
mistero?
“No addio per sempre, anima mia, no, ecco io torno, ecco io vengo: oggi
tu deciderai della vita mia, del mio avvenire: mi dirai se mi ami! Sì tu
mi ami, perchè io ti amo senza fine. Tu sei la felicità e sei passata
vicina alla mia anima, e la mia anima ti vuole....„
Furio si asciugò il sudore perchè era giunto nel paese e cercava come
Renzo una persona di buon augurio per fare anche lui la sua domanda, e
com'ebbe scorto un vecchietto che gli veniva incontro con un grande
ombrello, se gli fece dappresso rammentandosi involontariamente delle
lezioni di storia greca dove avea imparato che gli Spartani aveano un
gran rispetto per i vecchi, e gli disse:
— Di grazia, signore, dove starebbe la famiglia del signor X***?
Furio si accorse che ci si guadagna sempre ad esser gentili, perchè il
vecchierello non solo indicò la via, ma volle anche accompagnare il
giovanetto su di un'altura da cui si poteva vedere la villa.
— Stanno un po' discosti dal paese, vede? eccola là la casa: vede che
c'è la vigna intorno? oh! una bella vigna tutta di uva albana; e anche
loro sono buona gente, anche le ragazze: stanno un tantino su la loro,
ma vanno alla messa.... Oh, ma lei ha preso un bel riscaldo e una
bell'acqua a venir fin quassù!...
— Già, ho dimenticato l'ombrello! — e Furio ringraziò e giù per il
sentieruolo indicato. Alcune ragazze venivano su, lente lente, cogli
orci sul capo che sopravanzavano i rami delle acacie, una mano sull'anca
e l'altra lungo la persona.
Furio le paragonò fuggevolmente alle ancelle ateniesi, alle Danaidi,
alle Canefore, ma esse volsero verso di lui con fatica il bianco delle
pupille con uno sguardo lungo, inquisitorio: parvero accennarsi
sorridendo l'una all'altra la villa dove abitava l'Ida.
La villa si elevò sopra il naso di Furio. Lì c'era l'Ida: in una casa di
mattoni come tutte le altre case c'era la sola creatura divina che vi
fosse nel mondo; cosa che pareva impossibile.
Si fermò premendo con una mano i battiti disperati del cuore, perchè
sentiva che non avrebbe potuto parlare, e con l'altra stringeva i
ritratti che dovevano illustrare il discorso.
Fece cadere il martello sul portone, che suonò tutto. Queste parole
ballavano davanti alla mente di Furio:
“Signore mie, avendo udito che c'era una festa quassù, ho pensato di
fare una giterella fin qui....„
Ma la porta si socchiuse e Furio vide il volto ben noto della servetta.
Essa non ebbe nemmeno il tempo di domandare “chi è?„ che riconobbe il
giovinetto; mandò un “oh!„ lungo lungo, poi dentro in casa.
Rimase sul limitare della porta socchiusa, e sentiva dentro un gran
barattar di voci, un affrettarsi di passi come se la sua venuta avesse
messo tutta la casa a rumore. Quale animo fosse il suo può ognuno di
leggieri pensare: le fiamme gli salivano sul volto, ed era un incendio
che avvampava dal cuore, quand'ecco comparvero le signore, cioè la mamma
e la sorella maggiore. Furio non si ricordò più di quello che disse, ma
avea consegnato i ritratti e se ne voleva andare.
Ce ne volle per farlo entrare e farlo sedere.
E l'Ida? L'aveva veduta un momento solo, sul limitare, alta, immobile,
sbalordita con i grand'occhi aperti: vestiva di rosa e di bianco;
qualche cosa di impossibile al tatto, da suicidarvisi vicino, subito.
Ella non si mosse per dargli la mano, non disse una parola: poi andò
via.
— È stato il fotografo che mi ha pregato tanto di venire a portare
questi ritratti.... — diceva Furio alla sorella maggiore che era rimasta
nel salotto, perchè la signora se ne era andata per un momento. — Un
bravo artista che non ritocca i ritratti....
Furio parlava così quando risuonò una grossa voce d'uomo che veniva giù
dalle scale e parlava con la signora.
Era la voce di lui, del babbo. Furio se ne era dimenticato. A quella
voce sentì un rimescolamento dentro e si levò in piedi: qualche cosa di
simile come agli esami di matematica. Poco dopo Furio vide entrare il
babbo e udì quella voce baritonale che fra le altre cose diceva:
“.... ma le pare che io lasci andar via a quest'ora, con quest'acqua, il
figlio di un collega? Uhm! Uhm! Venga, venga con me; lei è giovane, ma
si fa in un momento a prendere un malanno..., che diamine! Gina, quando
la limonata è ben calda, portala su: e il fuoco è acceso? Bene, venga
con me...., ma che albergo!... fra le altre cose qui alberghi non ce ne
sono....„ e prese per mano Furio che a tutti i costi voleva andare
all'albergo, e lo condusse in una stanza dove in un camino avevano
buttato una gran fascina che faceva un'alta fiamma rossa e crepitava
tutta.
— .... è stato il mio amico Cecco — proseguiva il collegiale che certo
non avea previsto quell'_a solo_ col babbo — che quando siamo stati
lassù a Longiano, mi ha detto: “quello là è Montiano, in due salti ci
arrivi;„ allora mi sono ricordato di loro, della sua signora, e ho
detto: “già che c'è un'ora di giorno, voglio fare una passeggiatina e
andare a trovare....;„ sono così belle queste colline!
“....sì, va bene, va bene — gli andava ripetendo il babbo con quella sua
voce grossa e burbera che ricordava le voci dei prefetti in collegio —
ma si cambi: tutto, sa? anche la camicia, si strofini forte forte: ecco
le pantofole: questa camicia di flanella sarà un po' grande per lei, ma
meglio che niente; poi si metta questo mio soprabito.... Non faccia
complimenti e con tutto suo comodo....„
E Furio fu lasciato solo fra i sarmenti che ardevano e la limonata
calda. “Ma quello è matto a volere che mi metta i suoi abiti!„ gli disse
addietro Furio con un atto di sprezzo. Per sua sventura nella stanza
c'era un grande specchio: vi si guardò, si vide dalla testa ai piedi, vi
si riconobbe e rabbrividì. Era un mostro di fango, l'acqua ed il sudore
grondavano dai capelli su le gote infiammate: le mutande gli si
irrigidivano su le gambe. Il povero abituccio chiaro d'estate, cura
dell'ago della dolce mamma, già testimone fido e segreto di tante ore di
contemplazione beata, aveva finito eroicamente i suoi giorni in quella
corsa disperata d'amore! Che fare?
Bisognò, per forza, mettersi le calze, le mutande, le pantofole, la
camicia del babbo dell'Ida! Il soprabitone no: era troppo: gli arrivava
sino al polpaccio.
Si lasciò cadere su la sedia mormorando: sono rovinato! Il ridicolo gli
cadeva addosso come poco prima la pioggia. Per buona ventura bussò
discretamente alla porta la signora Sofia, alla quale pur convenne
sorridere vedendo come all'esile giovanetto mal si convenisse il gran
soprabito del marito. Andò in cerca di un giacchetto, lo trovò; e così
vestito, ma vergognoso e confuso come può ognuno pensare, Furio dovette
comparire davanti all'Ida. Ma poi furono tutti, fuor che l'Ida, tanto
espansivi e cordiali con lui! accesero un altro camino, accesero le
lampade, portarono a tavola una bella minestra fumante e stapparono
delle bottiglie di vino buono.
Furio a tavola potè vedere che anche l'Ida mangiava come tutte le altre
donne.
Poi fecero conversazione; gli domandarono della vita del collegio, del
suo papà che il babbo dell'Ida dovea aver conosciuto; furono insomma
tanto gentili, fuor che l'Ida, la quale non volle suonare al piano;
anche il suo babbo la pregò, ma non ci fu verso.
— Suona sempre e questa sera non vuole! — disse Elvira, la sorella.
— Ah, è un po' capricciosetta la signorina! ha il nervoso questa sera,
allora la cureremo! Vuol far la romantica, legge i romanzi, le poesie
sentimentali, Romeo e Giulietta, Paolo e Virginia! Io vorrei sapere chi
glieli procura quei libri! Bistecche e vin buono, se no si prende quel
bel colore di pappina fredda. I romanzi li leggerai quando sarai nonna e
avrai tempo da perdere, cara figliuola. Che ne dice lei, signor
studente? — Così parlò il padre dell'Ida e che cosa ne provasse Furio io
non lo dirò perchè ognuno può imaginarlo. Fremeva freddo contro quel
padre il quale ignorava i più semplici diritti dell'anima e dileggiava
quella santa creatura ne' suoi sentimenti più puri.
Ma oimè, chi intenderà, chi difenderà la giovinezza sublime dalla
sterile sapienza dell'età virile e dalla lugubre tirannia dei vecchi?
Gli uni e gli altri hanno l'anima che già è morta a metà, e non lo
sanno! La loro sapienza aiuta a morire, non a vivere; e la gioventù ha
una sua sapienza innata di ben altro valore perchè in essa si contengono
le leggi della vita! Chi difenderà la nostra giovinezza? Così Furio
pensava, e contemplando il pallido e muto volto dell'Ida, fissando
quegli occhi in cui si leggevano mirabili istorie d'amore e parevano
domandare a lui soccorso, il giovinetto inghiottiva lagrime amare di
ribellione e di sdegno.
Più tardi lo accompagnarono nella stanza che avevano allestito per lui,
dove avevano messo tutto ben in ordine e la servetta che era entrata poi
per portar l'acqua, disse segretamente e con grande significazione:
— Quello lì è l'altarino della signorina. Sapesse come prega!... Non le
mandi più quei libri: la vuol far morire? La poverina prega e piange per
dimenticarsi di lei, e lei invece è venuto fin quassù! Ah, l'ha fatta
bella! Lo so poi io sola quello che dovrà patire quando sarà andato via
lei! — Così disse la graziosa servetta, alla quale l'essere villana, non
toglieva di essere esperta e confidente dei segreti d'amore.
Sopra un tavolo c'era un altarino con quattro candelieri, la madonna
dell'Addolorata, la corona e due abitini e, sul piano coperto di bianco
e di pizzi, il libro da messa.
Furio contemplò a lungo quasi piangendo, e si addormentò col libro delle
preghiere che leggeva l'Ida, come se in esso si fossero contenute le
immortali storie di Ofelia e di Giulietta.
*
Venne la mattina: nella notte durante il sonno degli innamorati la luna
avea cacciato le nubi: risplendeva per i rossi pampini il sole e
cantavano le allodole.
*
Furio prima di partire ebbe la buona ventura di trovarsi solo per un
momento con l'Ida nel giardino, dove le foglie delle rosette di ogni
mese cadevano sull'erba bagnata delle aiuole.
— Quello che io ho bisogno di sapere per il mio avvenire è se tu mi ami!
— così disse Furio dando audacemente del tu per la prima volta, e l'Ida
non rispose.
— Per tutto il mio avvenire, odi bene, e anche per l'eternità, mi ami? —
replicò Furio.
— Sì, — sospirò allora l'Ida e si appoggiò ad un albero come se quella
parola che le era sfuggita dalle labbra, le avesse smagate le forze.
Gli occhi di Furio a quel monosillabo meraviglioso lampeggiarono,
afferrò, strinse la mano dell'Ida, la quale cadeva inerte sotto il suo
tatto, e con una voce che consacrava tutto, il passato ed il futuro,
disse:
— Allora eternamente!
L'Ida lasciò cadere in giù quella sua primaveril testa chiomata e si
scostò come adorando la magica parola che la sua vita per la prima volta
udiva dall'uomo, e parve anch'ella dire: “eternamente!„
*
Eternamente?
Furio quando uscì dal collegio e si buttò ebbro nella vita, trovò che
oltre all'Ida divina, c'era anche la fatale Emma più divina, e
l'orgogliosa e culta Olimpia, divinissima. Poi passarono gli anni, e si
racconta che Furio prendesse anche moglie, ma da allora smarrì il
concetto della divinità femminile.
E dell'Ida?
Tutto è silenzio, ma io credo che abbia sparso molte e amare lagrime e
mi fu raccontato che la sua cara giovinezza sfiorì per solitari anni
senza nozze, ma fedele a un ineffabile fantasma antico d'amore: e poichè
questa è una storia che non si rinnova come la placida luna, così è ben
degna di essere tramandata alla memoria per esaltazione ed onore delle
piacenti donne, le quali troppo acerbamente e spesso da' novellatori e
filosofi sono biasimate per il facile oblio e per l'incostanza negli
affetti d'amore.