I genitori di Ninì insieme alla bella nonna passavano tutta l'estate e
il primo autunno in una loro casetta di campagna che era lontana dalla
città un otto miglia, ed era in amenissimo luogo, e dal colore
dell'intonaco la chiamavano la Villetta Rosa.
Era una casa di gente buona perchè le rondini della Madonna avevano
appeso molti nidi sotto le grondaie e, garrendo, raccontavano dall'alba
alla sera le istorie de' valicati paesi e le leggende di oltremare ai
garofani del balcone ed ai girasoli del giardino, i quali, molti ed alti
come candelabri nel tempio, volgevano alla luce i solenni occhi d'oro,
grandi come lune sorgenti.
Ninì era un caro giovanetto di circa dodici anni, che studiava la terza
ginnasiale, ed avea una testa soave e bionda di antico paggio; e per
questa sua dolcezza e perchè quel vezzeggiativo sembrava tener presente
ai genitori la memoria dell'indimenticabile infanzia, così ancora
seguitavano a chiamarlo Ninì.
Il babbo di Ninì avea nome Alberto e teneva uno studio ben avviato di
notaio in città, e però quasi tutte le mattine vi si recava con la
diligenza che passava proprio davanti alla Villetta Rosa, e sul far
della sera con la medesima diligenza — la quale poi proseguiva per
l'alta montagna — se ne tornava in quel suo riposato soggiorno, non
senza portar seco insieme ai rogiti un cartoccio di biscottini con le
mandorle, o de' pasticcini appena sfornati nell'unica offelleria della
città.
Ninì era felice di quelle ghiottonerie e il babbo godeva più del figlio
a veder la festa che gli faceva il caro bambino.
In quell'anno, a rendere completa la felicità di quella famiglia, era
sopraggiunto un quinto personaggio, che persona a vero dire non era, ma
era trattato con tutti i riguardi come fosse stato vivo e con i suoi
sentimenti: voglio dire una bicicletta che non poteva essere che la
bicicletta di Ninì.
Ecco come era andata la cosa:
Nell'inverno ognuno di casa avea potuto osservare nel ragazzo
un'insolita melanconia. Quale ne poteva essere la causa? Nessuno
riusciva a capirla. Pareva distratto, a spasso si volgeva qua e là con
improvvisi sussulti.
— Ma che cosa può avere questo figliuolo? — si domandava non senza
pensiero il signor Alberto.
— Sai tu che cosa ha? — gli disse un bel giorno che erano a tavola, la
signora, — non l'hai capito ancora? Ci vogliono le mamme per capirle
certe cose: Il signorino vuole la bicicletta....
Ninì diventò rosso come se gli avessero scoperto il nome dell'amante, si
confuse; diede in uno scoppio disperato di pianto.
— Eh? _tantus amor_? — sclamò il signor notaio, sorpreso e commosso a
quella infrenabile passione. — L'avete nel sangue la bicicletta? Ma
saprai andarvi?
— Sì, papà! — rispose Ninì fra le lagrime, sussultando di gioia.
— E non ti farai male?
— No, papà!
— E studierai lo stesso?
— Sì, papà mio, papà bello!
La causa della bicicletta ben si capiva che era vinta, e di fatto quando
fu finito l'anno scolastico e gli esami furono passati per la esenzione,
tutta ricca di _nove_ e di _otto_, comparve in casa la bicicletta.
Chi può dire la gioia, l'adorazione di Ninì? Che cosa mai erano le
vittorie di C. G. Cesare o di Alessandro in confronto della bicicletta?
Il nobile ordigno era entrato in quella dimora con lo splendore ed il
contegno di una dama della vecchia nobiltà che si degni di mettere piede
in una famiglia borghese. E invero la bicicletta di Ninì apparteneva
alla più austera aristocrazia della specie: era venuta direttamente
dall'Inghilterra e ritenea qualcosa della rigida alterezza britannica.
Il giovanetto, che conosceva così bene le varie fabbriche e sapeva di
ruote, pedali, manubri, catene, moltipliche, sterzi come e meglio de'
verbi irregolari, era rimasto a bocca aperta alla vista di così bella
macchina, e al babbo che lo guardava come per dirgli: “Sono o non sono
io?„ osservò con profonda convinzione. — Con questa qui si fa il giro
del mondo in ottanta giorni!
Chi non poteva darsi pace era la nonna.
— Cinquecento lire! cento scudi, — esclamava, — per un balocco che
ammazza la gente!
— E poi devi dire che l'ho avuta per favore!... — aggiungeva il signor
Alberto.
— Ah, un favore? e hai coraggio anche di dirlo? e vi meravigliate, —
osservava con amarezza, — che il mondo vada male oggi? Va anche troppo
bene per il giudizio che avete nel tirar su i figliuoli così! Ai miei
tempi con cento scudi si faceva la dote a una ragazza....
Queste parole rattristarono alquanto la dolcezza del nuovo acquisto; ma
il nobile ordigno folgorando ne' lucidi raggi tangenti e sottili come
trama di ragno, parea non degnare di una risposta quella vecchia signora
“ciclofoba e misoneista„.
Ma una domenica che ella, la bella nonna, sul limitare del tempio, se ne
stava conversando con due nobildonne dell'età sua, sentì una gaia voce
chiamare; — Addio, nonna! nonna bella! — Era Ninì in bicicletta, bello e
aitante, che volteggiava e salutava la nonna con la mano guantata e si
levava con l'altra profondamente il berretto alle due signore, ciò è a
dire senza toccare il manubrio.
— È il suo nepotino, è vero? — domandò l'una.
— Sì, signora contessa.
— Ma che grazia, che contegno! — osservò l'altra. — Me ne congratulo. Ma
avete visto, marchesa, che non appoggia neanche le mani? Io non so come
facciano a non cadere.
La buona signora nonna cominciò a persuadersi in quel giorno che il
mondo cammina anche con la bicicletta.
E come avea fatto a imparar così bene e d'un subito e senza maestro?
Mistero: e dire invece che c'era voluto tanto per fargli capire i
participi latini! Lo sapeva il povero suo maestrucolo di terza
ginnasiale: un pover'uomo piccolo e obeso che avea messo al mondo tanti
figli quanti sono i libri della Guerra Gallica del divo Cesare che
spiegava ogni anno, da molti anni: e questi figliuoli e figliuole, forse
per effetto dello scarso nutrimento, non assomigliavano punto al babbo,
ma erano venuti su lunghi, allampanati e con certe teste dondolanti.
Ninì però, benchè fosse passato in quarta classe, lo salutava lo stesso
il suo ex professore quando lo incontrava con la schiera dei suoi
figliuoli per le melanconiche vie di quella cittaduzza di provincia.
*
Quell'autunno dunque, alla Villetta Rosa, la bicicletta fu oggetto
dell'universale ammirazione. — Guardare ma non toccare! — ammoniva Ninì
ai villani grossi e piccini che si affollavano attorno alla superba
macchina e con quelle loro ditacce volevano premere le purissime gomme o
salire sino al bottone del campanello. — Come si fa? perchè questo? che
cos'è cotesto? — domandavano, — e Ninì spiegava serio serio finchè....
_drin, drin_, e d'un salto era in sella e via da que' zoticoni che non
parea neppur toccare la ignobile polvere.
*
In quelle dolci giornate d'autunno, mentre il grappolo indora e l'oliva
s'imbruna, il signor notaio, in sul far del vespero, riducendosi alla
sua villetta con la diligenza, ogni volta, ad un ben noto svoltar della
via, cercava in fondo un punto nero che si faceva grande a vista
d'occhio, e, dopo un minuto, Ninì pedalava a fianco della grave berlina,
trattenendo a stento i fremiti delle ruote.
— È il suo figliuolo, quel bel bambino? — domandavano i signori che
erano nella vettura.
— Sì, mio figliuolo! — rispondeva semplicemente, ma il cuore dentro gli
si allargava di gran piacere.
Più presso la villetta venivano poi incontro la nonna e la mamma e, dopo
cena, quando i grilli cominciano i loro striduli lamenti per la
campagna, il signor Alberto faceva al figliuolo un po' di ripetizione di
latino; se non che da qualche tempo si avvedeva, con sua meraviglia,
come Ariovisto, Vercingetorige, Labieno erano andati a dormire e si
parlava invece di gite in bicicletta, di scommesse e di corse, nonchè di
sterzi, pedali, catene, ove Ninì sfoggiava un'erudizione profonda.
— Perchè, babbo, non compri una bicicletta anche per te.... e per la
mamma, — saltò su una volta a dire. — Sai quante belle gite si farebbero
insieme?
— E per la nonna niente? — disse una voce, in suono di pacato
rimprovero.
— Oh, anche per la nonna, non è mica vecchia la nonna, è vero, papà?
*
Un vespero — era la luna piena e grande come il fior dell'elitropio, e
pareva ondeggiare al confine del cielo, e la diligenza era in ritardo —
il signor Alberto spingendo l'occhio non vide quel folletto di Ninì
precipitarglisi contro, e per quel senso che all'uomo talvolta disvela
il vero delle occulte cose, provò una stretta al cuore e peggio fu
quando per il piccolo viale che menava alla Villetta Rosa, non vide nè
la moglie nè la madre.
La facciata della villetta su cui il sole tramontante e la luna sorgente
stendevano vaghi e dolenti colori, avea un non so che d'abbandono.
Chiamò: nessuno rispose. Corse il viale del giardino, salì le scale, ed
ecco gli si affacciò sul limitare la moglie.
— Cos'è? Ninì? — domandò con subita apprensione.
— No..., la nonna.
— Cos'ha fatto?
— S'è fatto male a una gamba, zitto...! — e così dicendo lo condusse
nella stanza della signora.
— Ma cos'è stato, mamma? — domandò il pover'uomo, accostandosi al
lettuccio, dove giaceva la signora con la gamba distesa e coperta.
— Caro figliuolo, lo sai tu cos'è stato? — rispose ella. — Le disgrazie
vengono senza dir “bada!„ Andavo per stendere un abitino di Ninì, che io
avea smacchiato e sono caduta giù per le scale: Ecco cosa è stato.
La buona signora parlava assai pianamente, ma si vedeva che spasimava
forte. Il più avvilito era Ninì che, mogio mogio, pareva non capire come
mai la nonna così svelta, così bella, avesse potuto d'un momento
all'altro ammalarsi così. Vi sono dunque delle cose tristi e nuove nella
vita oltre la dolce compagnia del babbo e della mamma, oltre
Vercingetorige e la bicicletta?
Il signor Alberto guardò la gamba, la vide gonfia, contorta e d'un
brutto colore. Era rottura, era una storta, che era? Le sue conoscenze
giuridiche non gli fornivano alcun lume in proposito; ma ben comprese
che non si poteva passar la notte così.
Il medico di condotta valeva tutt'al più per sapere chi era ministro
allora a Kopenaghen, o come si potesse risolvere la questione di
Oriente; quanto poi a terapeutica, il signor Alberto non gli avrebbe
affidato un'unghia incarnata da medicare. Nella città v'era un solo
medico di cui si fidava, il dottor V***, anzi valentissimo chirurgo e
suo amico, ma fino alle nove di sera: dopo, quel valentuomo non avea
altri amici che il fiasco e, quanto a medicina, protestava che il solo
rimedio efficace era l'olio di ricino per i visceri addominali e il
cremortartaro nell'acqua fresca per tutte le altre malattie.
Il signor Alberto fu preso da un'agitazione sorda e violenta e non senza
ragione. La mamma sua spasimava: la gamba si enfiava sempre di più.
— Perchè non avete subito mandato ad avvisarmi? — domandò alla moglie.
— È l'affare di due ore appena.
— Lì per lì, a botta fresca, non si credeva fosse nulla di grave, —
rispose l'ammalata, — dopo ho mandato il ragazzo del contadino: avrà
preso le scorciatoie, e non ti avrà incontrato.
Il signor Alberto chiamò allora il contadino che andasse da un fattore
lì presso: desse per carità il cavallo, corresse alla città dal dottor
V***.
— Non avere un cavallo in istalla! — mormorava, scrivendo intanto un
biglietto per il dottor V***.
Dopo dieci minuti tornò il villano, dicendo che il fattore era andato
col cavallo alla fiera e non era per anche tornato.
La luna solenne, pallida, piena, allagava del latteo bagliore la
campagna: i grilli elevavano l'inno notturno; i pantani sonavano gli
epitalami delle rane al lume lunare quando la melma pare d'argento.
*
Il signor Alberto pensò di far attaccar l'asino, ma l'asino al baroccio
avrebbe impiegato più tempo che un uomo spedito: di mandare il villano,
ma non se ne fidava.
— Aspettatemi che vado io, — disse, — e mosse risolutamente.
— Papà, — esclamò allora Ninì, con la sicurezza di chi si sente balenar
un'idea, — vado io con la bicicletta: in mezz'ora vado e vengo....
Il poveretto guardò il figliuolo e disse: — Tu? — come dire: “una cosa
da ridere„, e pure a lui le gambe tremavano e capiva che a far dodici
chilometri a piedi, avrebbe impiegato tre ore e più: il dottore V***
sarebbe stato in piena ebrezza, e questo era il peggio.
— Vado io, vado io! — disse il giovanetto quasi festosamente,
interpretando quella incertezza per un assenso, e scappò dalla stanza e
poco dopo lo si sentì gridare giù dal giardino: — Vieni giù, babbo,
vieni a vedere...!
*
La bicicletta, lucente, era ferma sotto il pugno del giovanetto al
limitare del cancello. La lente della lampada proiettava su la via
biancastra un fascio più vivo che la luce lunare, e vinceva l'ombra, di
che gli olmi formanti le siepi, rigavano la via. Le due lenti laterali
mandavano due bagliori evanescenti, verde l'uno, rosso l'altro: pareva
una locomotiva in tensione, pronta a lanciarsi e divorare cento miglia
d'un fiato.
La fronte e il gesto del giovanetto avevano un'espressione decisa e
sicura, erano gli occhi alti e vivaci.
— Qua la lettera, papà! — e più che dargliela, il giovanetto gliel'ebbe
tolta, mal suo grado, di mano, e d'un balzo in sella e via: via così
rapidamente che le due luci, verde e rossa, scomparvero in un batter
d'occhio: svoltarono.
— Ninì! Ninì! — gridò il padre, che si riebbe da quella specie di
sbalordimento all'improvvisa partenza: ma il giovanetto era già fuor
della vista e della voce.
La via per lungo tratto era bianca; tutta bianca senza un'anima viva:
poi ci fu uno svolto in cui l'ombra proiettata da un colle immergeva la
via nel buio. Ninì pensò di frenare la corsa, ma non lo potè: la
macchina vi si immerse quasi avesse avuto essa una forza indipendente
dalla volontà di lui. Vi poteano essere pietre, ubriachi, buche,
impedimenti di ogni genere da rotolare e fracassarsi macchina e gambe:
chi li avrebbe potuti evitare? Ebbene no! Il lungo _tunnel_ nero fu
attraversato senza una scossa, in un lampo. Oh, la buona bicicletta!
Quando rientrò nella luce della luna trasse un respiro e cessò di
premere il campanello che aveva disperatamente suonato per tutto quel
tratto; cessò e volle per un momento rallentare la corsa: ma anche
questa volta non vi riuscì perchè le ruote giravano da per sè.
E va! e va! I pensieri del giovanetto erano del resto confusi, perchè
l'uno si formava appena che già un altro sopraggiungeva e lo scancellava
e non ne poteva fermare alcuno e poi tutti parevano essere attaccati ad
una ruota che girava, girava.
La nonna in letto, il babbo, il dottore, la commissione, il far presto,
il non farsi male, si confondevano insieme: poi non incontrare nessun
viandante, non un carro, non un uomo: poi il ricordarsi improvviso di
un'osteria che a quell'ora dovea essere aperta e non averla vista: tutto
passava e ritornava alla mente. Ma dove mai era andata a finire
quell'osteria? Non c'era più? Queste sensazioni vaghe, ricorrenti, senza
tregua, finirono per formarne una concreta ma piena di fantastica paura,
cioè che fossero molte ore che aveva lasciato il babbo: che la Villetta
Rosa fosse lontana grandi miglia, e la città fosse anche più lontana:
che non si fosse in su la prima sera, ma a notte piena; una di quelle
notti lunghe, come si legge nelle fole, lunghe per l'incantamento dei
maghi e delle versiere, i quali hanno fermato la luna lassù e hanno
detto al sole di non apparire, e quando avranno finito le loro tregende,
diranno al sole: “Su via, vieni fuori!„
Ma nel suo buon senso di bambino savio e che avea studiato, capì che
tutte codeste fantasie aveano una certa parentela con un sentimento
brutto che avea persino paura di nominare — la paura! — e per mandarle
via, cominciò a suonare il campanello allegramente, come volesse dire:
“Olà, se c'è qualcheduno, si scansi, che passa la mia bicicletta!„ Ma
non c'era nessuno e suonava a vuoto, anzi lo squillo, nell'austera
immobilità della campagna, rispondeva quasi lugubre e pareva un grido
che chiami soccorso.
I pagliai grandi come fantasime, le case rare e velate di ombre e di
luce; sopratutto i tronchi spettrali degli alberi invece di
incoraggiarlo e fargli buona cera come avrebbero dovuto, parevano dire:
“importuno, lasciaci dormire: non sai tu che vegliamo tutto il santo dì
per voi, mala gente?„ Anche la luna era diventata noiosa, ma tanto! la
luna piena, la quale prima gli era apparsa come auspicio di felice e più
facile viaggio. Se fosse stato buio, meglio: avrebbe con la lampadina
veduto più distintamente la via e non avrebbe veduto tutto quel confuso
languore biancastro, come un mare di ombre. La luna era lassù, in mezzo
al cielo. Chi può dire che la luna non abbia il naso, gli occhi e la
bocca? Ma ha il naso rincagnato, gli occhi stupidi, e la bocca
sgangherata con un viso mezzo sciocco e mezzo maligno. A lungo andare
tutte queste idee fantastiche che tornavano come per dispetto mentre la
ragione le voleva mandar via, finirono questa volta per formarne una che
avea parvenza di idea concreta: “che abbia smarrito la via? che abbia
imboccato un'altra strada?...„ Le piante parevano indicarselo l'una
all'altra, malignamente: “ecco, passa, è passato, fagli sbagliar la
via!„ I tronchi immobili fuggivano indietro, eppur quella incresciosa
fila di piante non finiva mai: “ecco passa, zitto, zitto: ha sbagliato
la via!„
Con uno sforzo di volontà riuscì a frenare l'impeto delle ruote che
parevano stregate: le idee turbinanti con le ruote, si quetarono, guardò
attorno, e in quel confuso bagliore, in quell'alto ricamo di piante e di
rame vaporanti nell'argentea e nebbiosa luce, nulla in sulle prime
distinse. La via gli pareva molto più stretta di quella che tante volte
avea percorsa. Ma ben guardando, scorse sull'alto di un poggetto il
meandro di un muricciolo basso e le punte aguzze de' cipressi, rigidi
nella luna: Il cimitero della Nottalena dove hanno loro dormitorio i
morti! Non avea sbagliato via. Avanti dunque.
Ma quando riavviata con rapidità la corsa, giunse al fine di un lungo
tratto diritto, lungo tanto che la diligenza vi impiega un buon quarto
d'ora a traversarlo, sentì il latrato di un cane, e un botolo sporse il
muso fuor d'un cancello di spini e ringhiò con quella implacabile e vile
ferocia che la secolare dimestichezza con l'uomo ha insegnato
all'innocente frate lupo, come san Francesco il chiamava.
— Stupido! — gli gridò dietro Ninì, superando in due pedalate il piccolo
botolo, che fra il buio e il chiaro tentò come una palla di rincorrerlo.
Ma in quel momento gli si parò davanti, grande, solenne, la fornace con
que' suoi camini alti come torri, e pareva un castello co' merli e le
bertesche de' cavalieri antichi: e gli sopravvenne un'idea piena di
terrore reale: il terribile cane di guardia della fornace, un cane
grosso come un vitello, che tutte le volte che si passava di lì, dava
dietro alla diligenza con dei balzi così spaventosi da atterrire i
cavalli. Anzi la gente avea fatto ricorso, e ci aveano sparato anche
contro con la rivoltella. L'imagine ingrandì, il cagnaccio diventò
enorme come un toro, feroce come una tigre, agile come il leopardo. Il
leopardo e la tigre li avea ben veduti in un serraglio! Questa volta la
bicicletta si fermò da per sè; il poverino scese di sella: un sudore
gelido gli bagnava la fronte, e le gambe gli tremavano. C'era un gran
silenzio; e tutta la vasta campagna, gli alberi in punta salivano
convergendo verso quella brutta faccia della luna. Solo il suo cuore
batteva.
— Se mi si avventa contro, mi butta per terra e mi mangia, — pensò. —
Oh, papà mio! — disse a fior di labbro, invocando come in una
preghiera il babbo che gli pareva tanto lontano!
*
Ma in più seria agitazione alla Villetta Rosa erano il babbo, la mamma e
la nonna di Ninì.
— Non dovevi lasciarlo andare, — disse la signora al marito, il quale, a
passo lento e come smemorato, avea rifatto il piccolo viale ed era
risalito nella stanza ove l'inferma giaceva, ed ora se ne stava
pensieroso in un angolo.
Le parole della signora, benchè pacate, suonavano come un vivo
rimprovero.
— Non sono mica stato io a dirgli di andare! — rispondeva il pover'uomo.
— E allora? sono stata io?
— Allora non lo so neppur io. È andato, ecco: mi ha preso la lettera che
non me ne sono accorto. Non lo sai che è un folletto? Io l'ho chiamato e
lui era già lontano.
Anche la nonna, udendo la cosa, si querelava e, fra lo spasimo della
gamba, andava ripetendo: — Ma è un'imprudenza: in fondo è un
bambino...., di notte!
Stettero molto tempo in silenzio.
Dopo un certo intervallo, la signora domandò:
— Che ora era quando è partito!
Il signor Alberto levò l'orologio. La lancetta segnava le otto e mezzo.
— Sarà circa una mezz'ora, — disse.
Cominciarono a fare il còmputo di quello che avrebbe potuto impiegare di
tempo ad arrivare alla città. A piedi ci vogliono due ore e mezzo buone;
un cavallo un'ora e mezzo circa, ma se va piano; un asino due ore
scarse; un buon cavallo, ma di carriera, tre quarti. E una bicicletta?
Questione difficile, e nessuno dei tre sapeva formarsene un'idea
precisa.
— Essendo di notte, che non ci si vede, — disse finalmente la nonna, —
ci vorrà circa un'ora e più, se non si vuol cadere e farsi male.
Speriamo, in nome di Dio, che abbia tanto giudizio da andar pianino.
Questa parve l'opinione più probabile, e allora la signora osservò:
— Tanto come andare a piedi. Vedi che potevi muoverti tu e non
arrischiare tuo figlio?
Queste parole caddero sul cuore del povero padre amaramente. Sentiva il
rimprovero e quasi gli veniva da piangere. Parlavano tutt'e tre adagio,
a stento, e ognuno capiva come sotto le parole dell'altro ci fosse un
secondo pensiero più increscioso della ricerca del tempo che avrebbe
Ninì impiegato: l'idea del pericolo!
In quel silenzio della stanza più rade si facevano le parole, più forte
e alta l'idea del pericolo.
Quando fu grande tanto da non poter più essere trattenuta, fu prima la
signora che disse piano, quasi che la calma della voce dovesse attenuare
la terribilità della cosa.
— C'è poi quel cagnaccio della fornace....
— Già.... quel cagnaccio.... — fece eco il signor Alberto, sorpreso
perchè egli pure pensava al cagnaccio della fornace, e non lo voleva
dire per non ispaventare le donne.
— Va, va a vedere quello che accade, — disse allora nervosamente la
mamma.
— Va, corri.... corri.... su, fa presto, — spasimò la nonna.
Il signor Alberto non rispose, non prese nemmeno il cappello, precipitò
per le scale, corse tutto il piccolo viale, corse un buon tratto per la
strada bianca.
Ma dopo un poco sentì il respiro diventargli grosso, e capì che sarebbe
stato assurdo arrivare di corsa alla fornace. Studiò dunque il passo, ma
dalla mente non gli si partiva il cagnaccio, e ogni altro pericolo
scompariva davanti al ribrezzo che quello gli incuteva. Certo era una
cosa quasi inverosimile: il cancello di notte è chiuso, la bestia dorme;
ma il timore era più forte della ragione, e quel feroce mastino lo
vedeva balzare su Ninì.... e gli si gelava il sangue e chiudeva gli
occhi quasi per non vedere la orribile sua fantasia.
*
Ma ad un certo punto scorse in fondo in fondo un lumicino: il lume
ingrandiva rapidamente senza rumore.
— È lui! è lui! — disse il signor Alberto, che si sentì rinascere. — Il
poverino è tornato addietro: meno male!
Si mise in mezzo alla via levando tutt'e due le braccia.
La bicicletta squillò per allontanare lo strano viandante, che si dovea
vedere assai da lontano.
— Son io, son io, Ninì, — urlò il signor Alberto, quando il riflesso
della lampada l'ebbe investito.
— Oh, papà! sei tu? — disse il ragazzo con gran sorpresa, e balzò di
sella.
Il brav'uomo se lo ricoverò convulsamente fra le braccia e non cessava
dal baciarlo e andava ripetendo tutto contento:
— Meno male che sei tornato indietro.
— Indietro? — disse Ninì con voce offesa.
— Chi te lo ha detto? Sono andato sino in città, ho chiamato il dottore,
e fra pochi minuti vedrai la carrozza: siamo partiti insieme.
— Ma davvero? ma tu hai volato, figliuolo, — e non sapeva persuadersene,
e gli pareva un miracolo. — E hai avuto paura? — domandò poco dopo
avviandosi verso la villa.
— Io paura? Di che? Delle ombre?
E si mise a ridere allegramente.
— Racconta, racconta....
— È presto raccontato, — disse il ragazzo: — giunto in città, sono
subito andato alla locanda, la _Corona di Ferro_ che tu hai detto, e il
dottore entrava proprio allora con il maggiore di cavalleria e degli
altri ufficiali; gli dò la lettera, e lui la legge....
— E che faccia ha fatto?
— Oh, una brutta faccia; ma dopo mi guarda e si mette a ridere. Io, puoi
capire, stavo serio serio. “È lei il figliuolo del notaio?„
“Sissignore!„ dico io. “Ed è venuto proprio lei da Sant'Abate?„
“Sissignore!„ (Avevo, pensa, la mia macchina appoggiata ad una colonna
ed era diventata tutta bianca, ed ero anch'io diventato tutto bianco di
polvere). “È venuto solo?„ “Sissignore.„ “Quanto ci ha messo!„ (Che
curioso eh, papà?) Io gli dico: “Ventinove minuti.„ “Bravo bambino!„
dice allora il maggiore e gli altri che stavano a sentire, e giù, mi
battono la mano su la spalla che mi facevano quasi cadere. “Bene, — dice
il dottore, — domattina, carino, alle sette sono lassù; dillo pure al
babbo, che stia pur sicuro che verrò lassù, bravo bambino! Dirai che
intanto mettano su la gamba delle compresse fredde.„ “Il papà mi ha
mandato perchè lei venga subito„, dico invece io. Il dottore mi guarda,
ma si vedeva che aveva poca voglia di muoversi e stava cercando delle
scuse. Diceva: “ma adesso non posso, è impossibile!„ Ma gli ufficiali si
misero a ridere e a beffarlo e gliene han dette tante, che io mi sarei
vergognato, e a me, invece, mi hanno colmato di finezze, mi hanno fatto
fare un uovo sbattuto; un tenente mi ha voluto offrire una ciliegia
nello spirito, un altro mi voleva dar del cognac, e oramai litigavano
fra loro se il cognac mi avrebbe fatto bene o male e poi mi domandarono
se volevo fare il soldato.
In quella erano giunti alla Villetta Rosa, e in lontananza si scorgevano
i due fanali di una vettura e si udiva il tintinnio di una sonagliera.
Era il medico che arrivava a portar soccorso alla buona nonna.
*
Dopo alcuni giorni la nonna era in via di completa guarigione, e ciò — a
detta del medico stesso — era avvenuto per la speditezza della cura, di
che il maggior merito andava al caro bambino.
Non è dunque a dire quanta gratitudine gli sapessero tutti e in ispecial
modo la nonna. E perchè ancora ella si stava molte ore all'ombra, nel
giardino, su di una sediuola a sdraio, così si faceva raccontare più e
più volte il viaggio notturno, e non si stancava mai di sentirselo
ripetere.
— Noi, caro figliuolo, — disse una volta, — si stava in gran pensiero,
sopra tutto per quel brutto cagnaccio della fornace: ci fu un momento
che si ebbe, non so nemmeno io come, paura tutti e tre.
— Ebbene, nonna, — disse il giovanetto guardandosi attorno con sospetto
che altri l'udisse, — ho avuto una gran paura anch'io. Non te l'ho mai
detto, ma adesso te lo voglio raccontare, ad un patto però: che tu non
fiati!
— Ti ha toccato il cane? — domandò con paurosa sollecitudine la nonna.
— No, ma io ho avuto paura lo stesso; e non l'ho, pensa, neppur visto, e
se non fosse stato un maledetto cane piccolo che mi corse dietro, non mi
sarebbe venuto nè anche alla mente e sarei passato davanti alla fornace
senza accorgermi. Ma quando ho pensato al cane della fornace, è stato
come se me lo fossi veduto addosso: non fui più buono di andare avanti,
le gambe mi tremavano, vedeva tutto confuso e mi pareva di sentire il
cane che ringhiava: “se passi ti mangio! se passi ti mangio!„
— E allora? — domandò la nonna.
— Allora non lo so nè anche io. Io volevo tornare indietro, ma avea una
gran vergogna di confessare a voi altri d'aver avuto paura. E poi ho
pensato che potevo dire una bugia: che mi si era sgonfiata una gomma,
che mi si era storta una ruota. Ma tu capisci che non era vero. Vedila
là! è possibile che si rompa?
— Va avanti, — disse la nonna.
— La bugia era peggio della vergogna, e allora ho detto fra me: Ebbene
il cane mi mangerà! ma tu, nonna, non puoi pensare cosa mi sentivo di
dentro! Ah, la paura come è brutta! Però all'improvviso mi è venuta
un'idea: se io ci riesco a passare il cancello prima che il cane se ne
accorga, sono salvo, non mi arriva più. E allora mi sono buttato su la
bicicletta, ho messo la testa in giù da non vedere più niente, da non
capir più niente, e via via, che avrò fatto due miglia in un lampo.
Quando mi voltai indietro la fornace non c'era più. Non puoi pensare che
piacere ho provato allora. Poco dopo mi sono incontrato con un gran
baroccio di strame che riempiva tutta la strada: i buoi muggivano e quel
suono mi faceva un bene che non puoi credere. Mi sono messo a gridare:
“Hanno paura i buoi? devo smontare?„ “No, no, che stia pur su. I buoi
non hanno paura. Avanti la bicicletta!„ mi rispose la voce di un uomo
che non si vedeva, e pareva venire dall'alto del carro. “Perchè delle
volte le bestie hanno paura,„ dico io, contento di parlare finalmente
con un uomo. “Anzi grazie: è da buona educazione,„ mi disse quell'uomo,
e quando gli passai di fianco sento che dice: “Guarda, guarda, è un
bambino!„ e poi forte: “Oh, non avete paura a andar in giro di notte?„
“Io paura?„ e mi metto a ridere. “Dove siamo?„ gli domando: “È lontana
la città?„, “Eccola là,„ mi risponde. “Si vedono i lumi.„ E difatti si
vedevano i lumi: ecco le prime case, i fanali a gaz, la gente che andava
a spasso ancora sotto il viale, mentre io credeva che fosse almeno la
mezzanotte. Guardo l'orologio, e sai che ora vedo? Le otto e mezzo: ci
avea messo appena ventinove minuti. Ma che paura, la mia nonna bella!
Però non dirlo al babbo che non lo deve sapere e non lo saprà mai.
Così il giovanetto terminò il suo racconto, e la nonna a baciarlo e a
lambirgli i capelli, biondi e morbidi, con tenerezza infinita....
— Mi hai salvato tu la gamba, tesorino biondo, — dicea.
— No, nonna mia. È stata la bicicletta. Vedi? — e le additava lì presso
con orgoglio la lucente macchina, — non si è mosso un dado, non si è
spezzato un raggio, e ho corso, sai!