Ed erra l'armonia per questa valle

riempiva tutto quell'infinito e vibrava per la profonda quiete la quale

parea sentire la magìa di quel verbo presente come un suono che non

tanto è nelle parole, quanto nelle cose.

Ma a quella passione che già mi aveva preso e mi trascinava come

dicesse: “Vieni, e anche tu odi la voce dei sovrumani silenzi e piangi!„

riluttava con paura l'anima mia; però mi staccai da quell'abbraccio di

fantasmi e volli filosofare e filosofai alcune cose.

Primieramente pensai: pigliate uno studioso, bendatelo e conducetelo

qui, e poi scopritegli questa valle e domandategli: che paesaggio è

questo? Egli risponderà: questo è il paesaggio del Leopardi.

Secondariamente: Ecco trovato il segreto della poesia del Leopardi: è

una poesia autoctona: senza tradizioni, senza scuole: sorta qui: formata

di una natura antica e di un'anima nuova.

Quel senso della misura nell'arte, che non si acquista se non troppo

tardi, cioè quando la giovanezza va morendo, il Leopardi invece l'ebbe a

sua insaputa per mezzo di que' suoi meravigliosi studi, e questi furono

i fili conduttori diretti fra questa natura e quell'anima.

E ancora: chi più del Leopardi sentì il fascino e l'armonia della vita?

Eppure è così: chi rende quest'armonia con quei sensibili mezzi che si

dicono arte, non gode la vita; e chi la gode non la può rendere.

Poi rammentai le parole del villano della vigilia, pensai a questa

nostra cara e antica patria e venni infine considerando queste ultime

cose:

Le altre nazioni hanno i secoli per loro vita, noi abbiamo l'eternità.

Esse possiedono in estensione fino le steppe, gli oceani e i deserti: ma

noi possediamo in profondità, giù dove Iddio ha posto i suoi semi più

preziosi e segreti, e ogni tanto gemono dalla terra e sorgono su fra

questa plebe morta questi fatali giganti a stupefazione del mondo.

Questo bisogna dire, questo bisogna predicare. Quando questa terra

d'Italia pare morta, essa invece medita la nuova progenie sua immortale.

Quanta magnificenza dell'uomo o di Dio, che è tutt'uno! Come le altre

passioni davanti a questa eternità di benèfica forza cedono, nel modo

che i monti minori si appianano quando si sale sul monte più alto!

*

Ma i conforti della metafisica e della filosofia, ohimè, sono ben di

sovente effimeri e migliore espediente mi parve togliermi dalla

suggestione di quel luogo.

— Andiamo? — dissi al giovane.

Salutammo gli abati; e dopo poco ci si scoprì l'altra valle che è quella

del Potenza e guarda a mezzodì ed è grande come quella del Musone.

Disse il giovane: — Vedete come si distingue bene il Potenza? Proprio

così: quando dopo il temporale si schiarisce il cielo e le nebbie si

alzano, la prima cosa che si vede dal fondo è appunto il fiume.

— Adesso — veniva sempre dicendo con la sua voce piana e calma —

montiamo per la via di Montemorello e ci troviamo subito di faccia al

palazzo. Per questa via (una via deserta fiancheggiata da casupole con

la scala all'esterno come in quasi tutte le case campestri della Marca)

il poeta veniva fuori di raro per non farsi vedere, perchè je davano del

gobbo e a lui je dispiaceva. Ci veniva più spesso d'inverno, perchè qui

ce batte il sole anche l'inverno e a lui perchè era ammalato, je piaceva

il sole. Lo chiamavano, se non sapete, il gobbetto di Montemorello,

perchè questa qui è la parrocchia di Montemorello, anzi c'era un vecchio

che si ricordava che quand'era ragazzino, lui je dava in segreto un

baiocco perchè lui e gli altri ragazzacci non le gridassino dietro: “il

gobbo di Montemorello!„ ed eccoci arrivati: Vedete lì? quello è il

palazzo Leopardi, bello, eh? Dovete poi veder dentro! È come una reggia.

Ci ha dormito anche il re[1]; e questa è la piazzuola dove ha fatto la

poesia del sabato del villaggio che dice che vengono li ragazzi a far

chiasso. Adesso, perchè è presto, non c'è nissuno, ma la sera vi sono

ancora tanti ragazzini. E quella casetta lì poi è dove teneva il telaio

la Silvia; ma il vero suo nome era Teresa, ed era la figlia del

cocchiere: la madre e un'altra figlia seguitarono per molti anni a

tenere il telaio in questa casa, perchè anche lei è morta presto come

quell'altra. Ebbene, lui veniva su quel balcone, lassù, e la sentiva

cantare o la stava a vedere a ballare il _salterello_. C'è anche la

lapide nella casa.

[1] Vi fu ospitato dall'illustrissimo signor conte G. Leopardi, in

occasione di non so quali manovre, un nipote di S. M. il Re ucciso.

Io seguii il braccio della mia guida loquace, fissai e non lessi i noti

versi scritti su di una targa di legno di fresco verniciata, la quale

era infissa in quel muro antico e scalcinato:

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D'in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Non lessi e chinai giù il capo. Ora io non descriverò come i fantasmi di

una passione, la quale già fu, possano insorgere e circondare, simili a

guerrieri armati: ma soltanto dirò che numerose imagini movevano da

quella targa, da quella casetta, da quel palagio e mi opprimevano di uno

spasimo che le parole son corte ad esprimere.

— Adesso è tanto che è morta! — disse il giovane con timidezza, quasi

per confortarmi, e parea rimorso di aver ricordato cose che mi aveano

dato dolore. Ma io allora mi sciolsi in fretta da lui, che rimase assai

meravigliato, e in fretta entrai nella chiesa di Montemorello che è lì

di fianco: mi venne giù una gran quantità di lagrime. Mi inginocchiai e

mi sentii il bisogno di pregare non so chi nè perchè. In quell'ora

mattutina la chiesetta era deserta. Ai lati del presbitero due banchi

portavano la scritta _Gentis Leopardæ_. Gli occhi dell'anima mia

vedevano il giovane poeta esangue, in compagnia della sua austera

famiglia, immobile, col bavero del ferraiuolo alla bocca. Si levava

l'ostia consacrata fra gli incensi. Tutti si chinavano. Egli pensava

invece ad Arimane potente! Ed anche per questo pensiero seguitai a

lagrimare. Ora a mente calma le trascrivo queste cose e senza vergogna,

benchè sappia che se queste parole dovessero cadere sotto gli occhi di

alcuna persona savia alla maniera moderna ne avrei mala ingiuria di

anima guasta e offesa.

*

Quelli che studiano ed amano il Leopardi e hanno letto di lui, della sua

famiglia e della sua giovinezza tante cose, faranno bene, se queste cose

vogliono fissare in modo conforme al vero, di venire a Recanati e

visitare specialmente il palazzo.

D'altronde la cortesia e la mente dell'illustrissimo signor conte G.

Leopardi — capo attuale della famiglia e nipote al poeta, come nato da

Pier Francesco, il minore dei quattro figli superstiti di Monaldo e di

Adelaide Antici — è tanta e così compiuta che solo facendone esperimento

si può conoscere per intero. Io altro non ne dirò, nè dirò quale è la

magnificenza del palazzo, in cui non saprei se sia maggiore il fasto

dell'antica casa comitale Leoparda o il moderno e raffinato agio. Anche

di quella famosa biblioteca, raccolta, come è noto, dal conte Monaldo e

in cui si plasmò la mente dell'angelico suo figliuolo, non è con poche

parole possibile dare un'idea. D'altronde moltissimi ne hanno scritto e

specialmente nell'occasione del centenario. In quell'anno, poi, venne

publicata in Recanati una guida[2], con molte e belle figure, che è

specialmente una dichiarazione, semplice e oggettiva, di casa Leopardi.

Autore ne è il signor Vincenzo Spezioli di Recanati, che appunto conobbi

in casa Leopardi. Libro all'uopo migliore di questo io non saprei

indicare.

[2] 29 giugno 1898. _Guida di Recanati_, compilata da VINCENZO

SPEZIOLI e pubblicata dal Comitato esecutivo per le onoranze

centenarie a Giacomo Leopardi. Recanati, Tipografia di R. Simboli,

1898.

Piccole storie del mondo grande · 第 13 / 28 题