II.

In sella! — Tolentino e le memorie dei garruli

vecchi. — _Napoleo Bonapartus_ e le foglie secche. — E ancora

fantasmi! — Un fantasma vero. — A Foligno. Per Santa Maria

degli Angeli. — Perchè l'anima non muoia. — La bella ostessa

d'Assisi. — Un rimedio contro i ciceroni. — Il Pelosino

salvatore. — Per monti aspri e selvaggi. — La città

morta. — Alla Scheggia: aspro nome, gente gentile! — Sul

Catria. — L'eremo di Fonte Avellana. — Gli spilli di Dorina.

— Amico, il tuo metodo è eccellente per romperti il collo: ringrazia il

freno che è buono e non hai incontrato birocci.

Così mi disse l'incomparabile ingegner Pasini quando mi potè raggiungere

nel piano dopo che io ebbi rotolato per i quattro o cinque chilometri

per cui, a giravolte, da Recanati si raggiunge il piano del Potenza.

(Eravamo partiti da Recanati il dì seguente dopo colazione.)

Ma la via, che, raggiunto il fiume, diventa un falsopiano ascendente col

fiume, la polvere alta una spanna, un sole — erano le due — feroce, un

venticello contrario, dalla montagna, frenarono i miei entusiasmi

ciclistici più che non le parole dell'autorevole compagno.

Anzi le cose giunsero al punto che il Pasini osservò che se progredivo

di quel passo, avrei finito col fermarmi.

— Io vado piano — gli dissi — perchè osservo attentamente, e prego pur

te di osservare come tutte le case campestri hanno la scala che sporge

all'infuori: tu capisci che se non si ha in mente questa forma di

costruzioni speciali, i versi del Leopardi

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella,

Incontro là dove si perde il giorno

riescono strani ad intendersi; e poi cerco anche di scoprire la villa di

San Leopardo dove il poeta compose il famoso “Elogio degli uccelli„ e la

poesia intitolata “La vita solitaria„, che dice:

Talor m'assido in solitaria parte,

Sovra un rialto, al margine d'un lago

Di taciturne piante incoronato.

— _Mo' va bein là, cinein!_ — sclamò con dileggio il Pasini, il quale

(mi ero scordato di avvertirlo) è bolognese, e, come tale, reca

attraverso lo spazio ed il tempo il carattere faceto che è proprio di

quella illustre e geniale città, insieme al suono giocoso del dialetto

natìo, — se tu cerchi un lago da queste parti, perdi il tuo tempo.

— Sarà stato un lago artificiale....

— Se è così, farai bene a venirlo a cercare di gennaio: con questo sole

il lago è asciugato: rimangono a pena le pozze per lavare; e poi farai

bene a montare un asinello invece della bicicletta. E infine capirai che

un poeta non ci mette tanto a battezzare una pozza col nome di un lago.

Le ragionevoli osservazioni del compagno mi fecero accelerare il moto

del pedale e così andammo per lungo tempo finchè si giunse ai piedi del

colle, o poggio che è più esatto, che conduce a Macerata, l'emula e

rivale di Recanati.

Precipitava per la via di traverso un altro ciclista, assai adolescente

come vedemmo quando ci sopravanzò di volata. Ma anche lui quando sentì

la salita, dovette scendere e si accompagnò con noi. Era partito, povero

figliuolo, da Iesi con un gran colletto, cravattone e polsini: ma di

tutti questi attrezzi avea dovuto liberarsi nel viaggio, e il suo abito

nero era sino a mezza vita diventato candido, come se si fosse immerso

in un vaso di polvere di cipria. Di questo era preoccupato.

Evidentemente si recava a Macerata non per istudiare o per inseguire dei

fantasmi.

Il monte su cui sorge Macerata divide la valle del Potenza da quella del

Chienti e noi, lasciata a manca la città, in quella valle scendemmo per

una via bellissima, larga e tutta indorata dal tramonto. Delizioso era

l'andare veloce fra le verdi piante, i campi fragranti di messi, lungo

il placido fiume! Il paesaggio si svolgeva solenne e nuovo davanti alle

ruote e un senso di freschezza ci penetrava nel cuore. Quel dì

(sopravveniva il vespero) ci fermammo a pernottare a Tolentino.

*

La valle fonda entro cui scorre il fiume, era già piena d'ombre e il

grazioso passeggio e il giardino ombrato che precedono la città di

Tolentino ci invitarono a fermarci lì.

Alcuni placidi e garruli uomini, di compiuta età, sedevano sul

muricciolo e ci accolsero cortesemente come si accoglie nunzio che

veloce viene in luogo romito da terra lontana. Parlavano gaiamente di

cose passate e ricostruivano al vivo la presa di Ancona, la venuta di

Fanti e Cialdini: Lamoricière, Pimodan: che era una ricostruzione della

loro vita.

— La battaglia di Castelfidardo avrebbe dovuto succedere qui, ma noi si

era stanchi e Cialdini non ci potè più tirare avanti. E sapete dove

dovea succedere? Proprio qui vicino al castello dell'Arancia: non

l'avete visto, a cinque miglia di qui, quel castello? — così diceva

l'uno e l'altro di quei vecchi.

— Quel castello grande in quel prato, vicino al Chienti?

— Sì, quello!

— E sapete, è vero, — disse uno, — che lì ci fu del 1815 per tre giorni

la battaglia tra il povero Murat e i Napoletani contro gli Austriaci? I

soldati dicevano: “Capita', mo' fuggimmo!„ E i capitani rispondevano:

“Aggio ancora a dar l'ordine.„

— E quest'altra la sapete? Dal '15 sino al '60 ogni giorno quand'erano

le quattro, che fu l'ora che Murat si dovette dar per vinto, a Tolentino

sonavano le campane a festa, e ogni anno, l'1, il 2 e il 3 maggio,

esponevano il Santissimo.

— E le stanze dove alloggiò Napoleone del 1798 quando concluse il

trattato con Pio VI le andrete a vedere?

— Oh, peccato che il conte Bezzi che è il padrone del palazzo, sia

andato con la famiglia a Sant'Elpidio al Mare.

— E non c'è il figliolo?

— E non l'avete visto che è andato via stamattina in bicicletta?

Così dicevano a gara i placidi vecchi, e quando se ne andarono l'un dopo

l'altro in fila sui loro bastoncelli, mi promisero che se avessero

incontrato il figlio del conte Bezzi di ritorno da Sant'Elpidio, me lo

avrebbero mandato all'albergo e avrei così visitato le stanze di

Buonaparte.

*

Brillarono le lampadine della luce elettrica e si accesero improvvise e

allegre. Quelle lampadine parevano dire: “noi, è vero, siamo qui fra

questi monti; ma selvagge e montane non siamo; noi siamo cugine germane

di quelle di Milano, di Parigi; siamo sentinelle avanzate della civiltà

qui nella solitudine. Il fiume Chienti che scorre lì sotto è quello che

ci ha generate.„

L'albergatore della Corona, l'unico alloggio di Tolentino, ci sfilò un

pranzo degno, almeno pel nome, di una capitale: antipasto, vitello

tonnato, spaghetti, tacchino farcito, e vino — disse — a cui bisogna

levarsi tanto di cappello.

Il vino, ambrato e servito in certe ampolle aristocratiche, era da vero

squisito e stavamo facendone altri esperimenti, quando l'oste ci

introdusse un giovanotto in costume di ciclista.

— Il figlio del signor conte Bezzi, — disse presentando, — e se vogliono

visitare le stanze di Napoleone, son qui a due passi.

L'amico Pasini anche qui ricusò l'invito come già per il palazzo

Leopardi.

— Io sto al tuo detto: finisco il vino e poi vado a dormire: domattina

poi mi racconterai tutto quello che hai veduto.

La casa ha questa iscrizione: NAPOLEO BONAPARTUS A. D. XI K. MART.

MDCCXCVIII CUM EXERCITU GALLORUM TOLENTINUM INGRESSUS QUATRIDUUM HISCE

IN AEDIBUS MORATUS. LEGATOS PONTIFICIS CUIUS LEGATIONIS CARD. MATTHEIUS

PRINCEPS FUIT. CUM PACE DIMISIT.

Li rimandò con una bella pace da vero che gli portò via tutte le

Provincie e gli oggetti d'arte per giunta! Quante graziose cose si

possono non dire adoperando il latino!

Le tre stanze dove il giovane generale dimorò, sono intatte: egli, se

fosse in sua scelta, ci potrebbe ritornare ancora.

Una è in damasco giallo con belle suppellettili e mobili in istile del

secolo, quella da letto in damasco rosso con gran letto e enorme

baldacchino; ma il letto, secondo l'uso d'allora, è formato da un

pagliericcio di foglie di granoturco, sostenuto sui trespoli. In verità

non c'era da invidiare il sonno del futuro imperatore.

E mentre io ammiravo e lodavo la signorilità di quelle stanze, così

diverse dalle nostre che hanno pur sempre qualcosa della bottega da

mobiliere: — Veda, — mi dicea il giovane, — di queste stanze messe così

all'antica, con quadri, cassoni da nozze, stoffe, eccetera, qui a

Tolentino ce n'erano tante. Adesso non sono rimaste che queste qui per

memoria. È stato venduto tutto. Anche noi adesso si vorrebbe vendere: ma

capirà, possiamo dare per una bagattella i mobili di Napoleone? E dire

che Napoleone III ci offriva una somma! e i miei non hanno voluto

vendere! Piglialo adesso! — E quell'egregio giovane si morse l'indice

per dispetto. Egli avrebbe venduto non solo i mobili, ma la lapide e il

palazzo. Aggiunse per mutar discorso: — Ah, guardi la lettera del

generale Berthier!

Curiosa lettera! In essa il generale Berthier con grazia tutta francese

e republicana, in nome non so se del Direttorio o della Francia o

dell'umanità riconosce l'ospitalità data al Bonaparte: mi pare anche che

ringrazi, ma certamente ordina (bontà sua!) che la proprietà e la

persona del conte siano d'ora innanzi rispettate!

— Scusi, — mi interruppe il giovane, — vuole un po' delle foglie di

formentone dove ha dormito Bonaparte? Tutti quelli che vengono qui ne

portano via un pizzico per memoria. Gli Inglesi e gli Americani ne

portano via dei pacchetti addirittura, e li faccio pagare, sa? Ma a lei

gliele do per niente.

Ringraziai, pensando che di pesi su la bicicletta ne aveva anche troppi.

— Ma allora, — obbiettai, — se ciò dura da un mezzo secolo e più come fa

il pagliericcio ad essere così bel gonfio?

Il giovanotto sorrise alla mia ingenua domanda.

— Ogni anno — rispose — si rimettono le foglie nuove, così vengono

battezzate con le altre e diventano antiche anche loro.

*

Tolentino è anche la patria di San Nicolò e del Filelfo, due brave

persone che non avrebbero turbato certo i miei sonni. Chi li turbò fu il

Pasini. Fresco come una rosa, alle tre in punto bussò e mi avvisò che

erano le quattro. Ricordo poco del viaggio: una via ascendente fra i

picchi dei monti; valli opache; di quando in quando ombre di villani

addormentati, che per ismuoverli dal mezzo bisognava coi campanelli

destar tutti gli uccellacci dei boschi; e un gran salire, salire sempre

per rimontar la valle del Chienti.

— Fatti coraggio, — diceva il Pasini che precedeva zufolando, — adesso

la strada è grigia e non si vede che monta!

Quando fui ben desto, avevamo lasciato i luoghi culti: sorgeva il sole e

la via lungo il Chienti si addentrava, slabbrata, ingombra di schegge

cadute dall'alto, nel regno delle ginestre melanconiche e delle quercie

dai grandi tronchi, le quali con le verdi chiome stese a forma

d'ombrello ricoprono giù le acque verdastre mormoranti nel mattino.

Per le strade dei rari borghi che attraversavamo, mi colpì spesso il

nome di “Via Giacomo Leopardi„, ed io mi arrestavo vinto dal fascino di

quel nome che spandeva una effusione di gloria: “Sì, — pensavo, — meglio

è che tu viva qui, fra le ginestre, i monti selvaggi, gli armenti, le

acque che fra gli uomini della civiltà superba e crudele!„ Ma Pasini mi

sospingeva innanzi senza alcuna pietà per i miei sogni.

Il paese di Serravalle è l'ultimo delle Marche; dopo la via prende di

petto il monte, s'entra nell'Umbria e non c'è Pasini che tenga, ma

bisogna scendere di sella. Il sole sferzava la via: ma come dopo un'ora

di ascesa in alto giungemmo — o dolce vista! — ci si aprì un piano, o

meglio un altipiano, l'altipiano di Colfiorito, tutto cinto di monti

minori.

Lago dovea essere un tempo, e di fatto anche ora rimane un terreno

paludoso, che poi costeggiammo, ricoperto di grandi e livide foglie

acquatiche. Pel vasto, selvaggio pianoro, biche di frumento, mandre di

buoi e cavalli che di Maremma qui vengono a passar l'estate, per

ritornare poi alla pastura di Maremma l'inverno. I pastori sono barbuti

e ravvolti di pelli caprine ed hanno con sè grandi e fieri cani.

Il vento che ci sferzava di dietro, fece sì che i sei chilometri del

pianoro li volassimo senza toccar pedale per la via che vi serpeggia

come un nastro sottile.

Avanti! avanti!

Dacci di sprone, allenta la briglia,

Che in un momento farai cento miglia!

ci cantò dietro uno di que' pastori.

Ecco finisce il piano: e per giungere alla casa cantoniera che segna la

cima dell'Alpe bisogna ancora salire.

*

Io per me scesi di sella, ed ecco per la bianca via veniva giù una

figura nera. Era una donna scarna, scalza, col capo grigio, scoperto,

vestita di nero: al collo, al fianco le pendevano medaglie, scapolari,

corone così che ad ogni passo ella suonava tutta.

La strana apparizione adocchiò proprio me: mi ordinò con certi cenni di

fermarmi. Io mi fermai e la pazza allora parlò. I pastori che videro,

scesero un dopo l'altro anch'essi dai greppi e si accostarono per udire,

senza aprir bocca nè sorridere. Alcuni si stesero col ventre a terra e

uno si teneva su col palmo della mano una gran barba lanosa. I cani

aveano mutato posto anch'essi.

Ella parlò credo per più di una mezz'ora gridando e gestendo e il vento

veniva e portava via quelle ardenti ed ebre parole. Ed io pure

l'ascoltai e il perchè non so: forse perchè la pazzia ha certa

similitudine con la completa e ideale saviezza, e forse ancora perchè il

ritornare allo stato primitivo e selvaggio della ragione si ridesta

talvolta in noi come un istinto.

Oh l'immensa e immane ascesa dei secoli per giungere alla civiltà, come

noi la chiamiamo! Ma come l'orso ammaestrato balla e cammina sui pie'

deretani e appena può si butta giù prono e grugnisce, così anche noi

sentiamo talvolta la voluttà del ritorno alla vita antica e libera di

umane belve. Questo talvolta io almeno sento, e ciò forse mi rende

stranio e timido alla vita progressiva e civile.

Era del Cadore quella fanatica, e a piedi era andata a Roma dal Papa per

fare un'ubbidienza che avea avuto dal Crocifisso. Ma a Roma non avea

avuto udienza. Ora da Roma andava a Loreto alla santa casa della Madonna

che certo la avrebbe ascoltata. Gran cose avea da compiere! Il

Crocefisso le avea insegnato a leggere l'Apocalisse. Doveva redimere il

mondo. Ripeteva di continuo: “Capiscelo, fratello, el nostro Signor el

ga dito: carità, dolcezza, amore! Ma el demonio vedendo che li omeni

dorme, e lu no dorme, el ga fatto un'altra dottrina: l'una l'è la

stretta de man, che passa sora i sette peccati, l'altra l'è la vanità,

l'altra l'è la lussuria. Cadrà el sol e la terra, ma senza el biglietto

dei diexe comandamenti no se va in paradiso. No lo sentio voialtri el

soffio del Signor? Se 'l vol, pol buttar giù questi monti come mi butto

via col piè questa polvere!„ Altre cose disse e mi insegnò per far

miracoli, se voglio andare in paradiso, dei segni magici con un

fazzoletto e mi comandò di andare da tutti i preti e da tutti i vescovi

a dire che si sveglino, perchè oramai è giunto il tempo e il demonio ha

compiuto la sua conquista.

I pastori la udivano, come dissi, sdraiati e immobili come i loro cani,

ed io durai gran fatica a liberarmi da colei; ma già io avea raggiunto

il monte quando udii certe sue grida disperate che mi chiamavano. Era

lei che di corsa risaliva il monte alzando le braccia. Quando mi fu

presso, mise la mano in tasca e levò una medaglia che mi volle donare

per memoria.

Ed è probabile che la medaglia magica mi abbia impedito di rompermi il

collo giù per le precipitose giravolte per cui dall'Alpe si scende a

Foligno. Per dieci miglia non un'anima sotto il sole: solo il profumo

ebro delle ginestre.

Ad un certo punto, dove il monte faceva ombra, scorsi Pasini seduto

pacificamente presso la sua bicicletta.

— Credevo che ti fossi fermato lassù, — disse. — Guarda quella valle:

di' se non è la Svizzera, senza la neve e col nostro bel sole! e quella

cascata tra il verde?

*

Ad un'ora dopo mezzodì ci trovavamo finalmente a Foligno in una fresca e

grande stanza d'albergo dove molti eleganti ufficiali, pacatamente,

signorilmente desinavano fra belle signore.

Freschezza e lindura molta era nella stanza, ma io per mio conto era

come ubriaco dal viaggio e avea ancora davanti agli occhi gli aspri

monti, la pazza che scalza va a Loreto, i pastori cogli armenti e il

barbaglio del sole. Mi ricordo solo che lì all'albergo, un colonnello a

capo tavola faceva un gran parlare, ma di tutto il discorso mi rimase in

mente questo che sosteneva che _dominus_ al genitivo fa _domini_: e

quando riprendemmo verso le cinque pomeridiane il viaggio, ricordo per

le vie della città uno spazzino che ridendo, con le gambe larghe,

scagliava un getto d'acqua sul selciato, ma così forte che parea una

fiumana. I monelli vi andavano sotto saltando, le vetture vi passavano

pian pianino e così facevano la pulizia delle ruote. Io chiesi a quel

degno funzionario quanto si pagava per non essere spruzzato, e lo

assicurai eziandio che la doccia l'avea fatta poco prima all'albergo.

Egli mi assicurò che potevo passar oltre senza pagar pedaggio; ma non fu

di questo parere un vecchio mendicante, alto, gagliardo e tanto sudicio

che tutto il getto di poc'anzi non l'avrebbe purificato. Il mio buon

Pasini cercava con persuasioni e belle parole bolognesi di toglierselo

dai panni, ma tutto era inutile: allora si rivolse a me, e io zitto,

come non l'avessi veduto; ma quando mi posò la mano su la spalla, mi

voltai di botto e con accento croatescamente imperioso e forte, dissi:

— _Was wollen sie?_

Tale rimedio, già esperimentato favorevolmente contro i monelli, ottenne

anche questa volta il suo effetto: l'uomo prima mi guardò attonito, poi

come fosse stato colpito da quelle tre parole, mi voltò le spalle e

alzando le braccia, e chiamando a testimonio i vicini, si allontanò

ripetendo fra le lagrime e il cruccio:

— L'è rrabbiato! rrabbiato!

Così ebbimo libero il passaggio, ed uscimmo da porta Firenze per una via

larga e bella che passa per il piano della valle del Topino, confluente

del Tevere e ricordato da Dante nel canto di san Francesco.

A Spello, che foscheggiava turrito a man destra e dove sono affreschi e

tavole del Pinturicchio, avrei ben voluto fermarmi, ma in quell'ora una

sosta spostava tutto l'itinerario, e poi perchè non dirlo? nel mio amico

Pasini avrei trovato un'opposizione difficile a vincere. Egli prima di

partire fissa il viaggio, le vie, le scorciatoie, gli alberghi, le ore

con una precisione degna di un capo d'esercito. Una volta fissato, non

ammette variazioni.

Io avrei potuto dirgli: “Ma prima di partire non sapevo che a Spello

c'erano dipinti del Pinturicchio.„

Egli mi avrebbe risposto: “Dovevi informarti prima e avrei disposto una

tappa a Spello per il tuo Pinturicchio.„

Dunque avanti e addio Pinturicchio.

La bella via ondeggia fra cipressi che molti e densi sorgevano nella

calda luce del tramonto umbro. Non molto andammo che vedemmo grande e

sola nella valle elevarsi la cupola del Vignola che tanto _d'aere

abbraccia_ e copre il gran tempio di Santa Maria degli Angeli.

Questa cupola è così solitaria e ben costrutta che si scorge lontana da

tutti i lati, ma di arrivarvi è un altro affare, tanto che le stelle già

si principiavano ad accendere quando sostammo presso la lunga fontana di

marmo che sgorga con murmure di preghiera dal fianco del tempio.

Sei forse tu l'acqua _utile et humele et preziosa et casta_ del divino

canto francescano alle cose create?

Il tempio era ancora aperto e potei entrare per vedere la Porziuncola,

che è, come tutti sanno, il piccolo romitorio di san Francesco, sul

quale venne poi elevato il tempio: cioè come a Loreto.

Anche la casetta della Porziuncola, fatta di pietre da taglio annerite e

forti, ma tutta scintillante di preziose e divote cose, con sei lampade

scendenti dalle catene d'oro sino a terra, era aperta.

*

Non v'era alcuno nel sacello meraviglioso, ma poi bene osservando vidi

qualche cosa, ed era una donna che divotamente pregava e così si

stringeva con le braccia al seno e così pietosamente che sussultava

tutta.

Io non so di che ella pregasse il nostro soave e buon santo Francesco,

ma certo non per la salvezza del suo corpo perchè questo era in lei così

distrutto e gramo che faceva pietà. Ma certamente pregava affinchè le

tenebre non vincessero, affinchè non si morisse, affinchè non si

spegnesse l'anima, affinchè non scendesse in quelle tenebre l'anima,

affinchè dalle carni già dissolute l'anima sopravvivesse, salisse.

Giacchè per nessuna altra cosa, di quelle che si incontrano per la

mondana via, non si può pregar tanto Iddio!

Ella, come tanta parte della umanità credente, si rivolgeva a san

Francesco, come ad avvocato e patrono presso Iddio. Certo nessuno più di

lui fu vicino a Cristo che è una parte della Trinità, benchè egli non

abbia avuto la mortale melanconia di Cristo; ma ebbe anzi io non so

quale ingenua lietezza italica, fu cavaliero e poeta, e in questo

differisce la sua imitazione; e certo nol seppe. Ciò non toglie però che

egli sia sempre ottimo patrono presso Dio. Ma perchè ciò sia, bisogna

credere che il figlio di Pietro Bernardone sia presso Dio.

Dunque tu che per questa valle ragionando con frate Leone per il verno a

Santa Maria degli Angeli venivi; tu che domasti col segno d'amore il

lupo d'Agubbio e chiamavi sorelle le tortore e fratello il Sole; tu che

dalle grotte del Subasio, dalla selvaggia Avernia radunavi intorno a te

le rondini dell'aria e i fiori della terra; tu vivace e innamorata e

laboriosa anima oggi sei alla destra di Dio, e sei arbitro della vita e

della morte?

Io non lo so perchè è inverosimile. So che il tuo corpo, qui in questa

terra spento, dato nudo alla terra, qui riposa sul monte, alla

estremità: di fronte alla tomba di santa Clara, la spirituale amica tua.

Ma l'anima dove sia io non so. Però se essa non si è diffusa qui in

quest'aria, certo in qualche luogo dev'essere: e più certo è che questa

gente di ciò solo ti prega, cioè che l'anima non muoia: ma dove, quando

ci rivedremo? Giacomo Leopardi prima di morire disse che forse ci

saremmo riveduti presso il prato dell'Asfodelo.

Allora io sentii la voluttà di lagrimare e di pregare ancora, io forte e

giovane, accanto a quell'umile donna, povera ruina umana!

Dopo, un passo di frate venne, e ci disse che bisognava andare, e

spegneva due lampade e le altre riforniva di olio. Quella piccola cosa

nera che era una donna con entro un'anima, si levò e andò. Uscii anch'io

e trovai Pasini che mi aspettava pazientemente seduto su di un gradino

del tempio, giacchè la sosta alla Porziuncola era stata segnata

nell'itinerario.

*

Assisi, stesa ad anfiteatro, prospetta dal lato d'occidente Santa Maria

degli Angeli: la distanza è poca, ma questa è nella valle, quella dove

il monte Subasio _frange più sua rattezza_, onde conviene salire così

che era già notte fatta, quando entrammo sotto le merlate torri di

Assisi.

Oh, ma chi può dire il piacere, dopo così faticoso viaggio, di essere

accolti con ogni gentilezza in belle stanze e in comodo albergo?

Ma in verità chi può dire se era bella la stanza, se l'albergo era

comodo? Ben io posso dire che una voce di donna così ridente, così

saltellante come gli avori di un piano, così pastosa ci accompagnò per

le scale, ci fece vedere le stanze, ci chiese quel che volevamo da cena

che a noi parve che meglio di così non si potesse trovare!

Anche senza avere la forza illusoria dell'impareggiabile signor Don

Chisciotte, si poteva prendere quella voce per la voce non di una

ostessa, ma di una castellana o di una signora d'alto lignaggio.

Sì, anche Pasini, che non si interessò punto del Leopardi nè della

Porziuncola, quella sera non si poteva staccare dalla tavola, una tavola

grande, in una stanza anche grande, ove eravamo noi due con due signori,

che erano marito e moglie.

Ella stessa, la donna dalla bellissima voce, serviva con la perizia di

un cameriere al grande albergo, girando attorno col piatto; poi si

sedeva in un angolo attendendo che noi le rivolgessimo la parola, ma

l'occhio suo vigilava a mutar le forchette, a prendere i piatti dalla

mano del domestico, e serviva con tanta dignità che veniva voglia di

levarsi in piedi e dire: “Scusi, si accomodi lei che servo io.„

— Il signor Sabatier?[3] — chies'io.

[3] Il signor Sabatier, autore della bellissima _Vita di San

Francesco_ (Parigi, Fischbacker, 1894), dimorava in quel tempo

in Assisi.

— È qui ancora all'albergo Subasio, — diss'ella, — con tutta la

famiglia; è tanto buon uomo e prima di stampare il suo libro ne ha fatto

una lettura qui in Assisi e ci sono andata anch'io. I frati però dicono

che chi ci è andato andrà anche all'inferno.

— E lei non ha paura dell'inferno? — chiese il Pasini.

La signorina levò verso il mio povero amico, dal suo angolo, i più begli

occhi canzonatori di cui io abbia memoria.

— Speriamo che Iddio e san Francesco mi usino misericordia, — disse poi.

Anche la signora moglie di quel signore dovette convenire che l'ostessa

era una figura molto piacente.

Diciottenne: alta, opima, matronale nelle movenze, vestita senza alcuna

eleganza: un largo camiciotto bianco senza taglio con larghe maniche

serrate al polso, da cui uscivano due pure mani, e ai piedi le

pantofole. Ma la testa bruna e rosea, con tutte le linee sviluppate,

avea qualcosa di squisitamente italico: la testa della Madonna della

Seggiola che giovaneggia e ride! La voce pur così musicale nell'umbra

melanconia degli accenti, avea delle venature sottili di ironia come le

lamine di acciaio che si intravedono nelle casse forti e avvertono che

l'eleganza del mobile è solo apparente: resiste al fuoco e al maglio.

— Scusi, signorina, ma questo brodo è molto salato, — notò il Pasini, e

avea pienamente ragione.

— Egli è perchè è troppo sostanzioso ed è tutto di pollo, — fu pronta a

rispondere.

Io volli rimediare ed osservai invece che il fritto di cervella era

straordinariamente eccellente ed abbondante.

La signorina mi rispose il giorno seguente nella nota.

Anzi il dì seguente le facemmo le nostre congratulazioni per l'abilità

non comune con cui, da sola, dirigeva il suo albergo. Ella rispose così

press'a poco: “Siamo due sorelle e due fratelli. Nostro padre, che ha

negozio anche di caffè e di salumeria, ci ha abituati a tutto. Noi

facciamo i migliori salami e prosciutti di tutta l'Umbria e ne mandiamo

perfino a Roma. Quando viene l'autunno, si lavora tutti quanti siamo in

casa nella carne suina e non con le macchine chè non vien bene, ma con

le mani.„

— E anche lei lavora nella carne suina con le mani? — chiesi io.

Ella levò il sipario delle palpebre che coprivano quelle languida

pupille di viola, mi avvicinò al volto le affusolate mani di marchesa, e

disse:

— Anch'io lavoro nella carne suina!

*

Mi assicurava quel signore, nostro commensale, che ad Assisi tutti

vivono su san Francesco e su santa Chiara. Egli ne era indignatissimo. —

Vedrà domani, quando vorrà visitare il convento di San Francesco...., i

ciceroni, i mendicanti, le guide....! Non si salva: io e mia moglie

fuggiamo domattina per la disperazione.

— Oh sì! — sospirò la sua signora che soffriva di visceri e anche

dell'Acqua di Nocera Umbra che l'amabile ostessa le avea fatto pagare

centesimi settanta, puro prezzo di costo, diceva. Più tardi seppi che

quel signore era un professore e allora mi spiegai l'acredine delle sue

parole: i professori sono di solito bravissima gente, ma hanno la

digestione difficile, e pare sempre che abbiano mangiato sostanze grevi

ed acerbe.

Io la mattina, levatomi per tempissimo, con il sussidio della guida

Treves, potei visitare tutto a mio bell'agio, tanto il convento, come la

chiesa bassa, come la chiesa alta di San Francesco; passare ad una ad

una le pitture giottesche, ammirare tutte le meraviglie di

quell'edificio che è fortezza, monastero, tempio sopra posto a tempio,

museo d'arte, unico nel suo genere al mondo e così noto, specialmente

agli stranieri, che qui è inutile parlarne.

Non mancarono, è vero, le guide e i ciceroni e i sacrestani, ma io tenni

loro press'a poco questo discorso:

— Permettano, di grazia, o signori, che per una prima impressione mi

valga dei miei occhi, domani e i giorni seguenti ricorrerò, ne stiano

certi, ai loro lumi ed alle loro parole.

E così potei guardare ed ammirare senza suggerimenti.

Verso le nove mi raggiunse nel tempio l'ingegner Pasini, il quale per il

suo compiuto ed elegante vestito da ciclista, attirò in modo speciale le

guide intorno a sè. Egli quando arriva in qualche città che giudica

d'importanza, leva dalla borsa un berretto alla russa, bianco fiammante,

sotto la cui gran cupola fa bellissimo vedere: un paio di calze scozzesi

sgargianti aggiungono di esotica gravità. Ma egli si liberò dagli

importuni assicurando che il tempio lo avea visto benissimo e che

intendeva di andare a prendere il caffè senza guide.

Così entrammo nella città seguiti ogni tanto da nuove guide e da

mendicanti di varia età. Il tempio romano a Minerva, la casa del

Metastasio ci passarono dinanzi e giungemmo all'altra estremità ove

sorge il tempio di Santa Clara e dove l'innamorata santa è sepolta.

Di qui la vista su la valle è stupenda e la cupola del Vignola in quella

verde solitudine accesa dal sole così che parea vaporare scintille ed

oro, in quel gran piano, sola, ardita, produceva un effetto quasi di

magia: ma vero è anche che i mendicanti vecchi e piccini non ci

lasciavano in pace; ogni tanto le brutte mani ci toccavano le spalle per

avvertirci che se davanti c'era Santa Maria degli Angeli, dietro c'erano

anche loro.

Per quanto la mendicità si consideri presso di noi come un'istituzione

sociale, aggravata in Assisi dalle tradizioni — male interpretate del

resto — del Santo che fu cavaliere della Povertà, tuttavia la cosa

diventava seccante, quando per buona ventura sopraggiunse un giovinetto

di circa quattordici anni, decentemente vestito di rigatino con le

scarpe ai piedi e il cappello in testa, il quale rinnovando il _quos

ego!_ di Nettuno, cominciò a rimbrottare l'uno e l'altro così: — Eh, tu

l'hai avuto il soldo...., tu non ne hai bisogno, tu puoi andar a

lavorare, tu hai avuto già due soldi che li ho visti io! — I mendicanti

si ritraevano con certe mosse timide e irose che facevano un bellissimo

effetto: insomma in breve ce li spazzò tutti.

Io guardai il nostro liberatore: era un visetto acuto e vivo e gli

proffersi venti centesimi, per le medesime ragioni morali — _si parva

licet componere magnis_ — per cui i proprietari del Viterbese pagavano

un cánone fisso al brigante Tiburzi per essere liberi dai briganti

minori.

Ma con nostra sorpresa il giovinetto ricusò.

— Tu non fai il mendicante?

— Io no, io faccio il _facocchi_ (il carrozziere).

— E come ti chiami?

— Il Pelosino.

— Bene, caro Pelosino, qua la mano.

— Vede che bella vista? — cominciò egli a dire, — ma qui è niente. Hanno

visto il Pincetto? noi lo si chiama così, ma è più bello del Pincio di

Roma. Vengano con me, gli insegno una strada che risparmiano un quarto

d'ora. — E vi ci condusse.

Il Pincio di Assisi è davvero degno di una capitale per le piante rare,

la disposizione delle aiuole e de' marmi, per la grazia architettonica

con cui a gradinate, ripiani erbosi, grotte, ascende sino al monte; ma

sopra tutto per la vista incantevole su l'Umbria.

— Ecco Spello, ecco là Perugia, ecco Gubbio!

L'immenso anfiteatro dei monti barbagliava sotto il sole di mezzogiorno

come un mare di fiamme; le città erte sui monti fulgevano come schisti e

come mica.

Ma presso di noi in una valletta verde ed ombrosa erano bimbi vestiti di

bianco. Una domestica, di giovane età, dondolandosi su la gonna, lunga e

bianca, languidamente scuoteva un cembalo, e due signorine ballavano a

quel suono: questo il solo rumore, questo il solo movimento in

quell'ora.

— Vengano, vengano se vogliono veder tutto, — diceva l'ottimo Pelosino,

— quello è il castello: quello laggiù, dopo gli Angioli, è Rivotorto, la

prima chiesa di san Francesco. Vogliamo andare a vedere le grotte del

Subasio? No?! e allora andiamo a vedere la vasca con li pesciolini. Non

ci sono nè anche a Roma dei pesciolini così belli: ora li chiamo. Non ci

ha mica delle bricciole di pane in tasca? Non importa; glieli farò

vedere lo stesso li pesciolini, — e vi gettò del terriccio, ma _li

pesciolini_ con sua gran mortificazione non comparvero.

— Bene: — seguitò spiegando — questo è il vialetto per li amorosi: veda

come è nascosto! Par fatto a posta, non è vero?

— Come, ci sono anche qui li amorosi? — lo richiese il Pasini simulando

grande espressione di scandalo.

— Non si faccia specie che ci sono anche qui e quanti! e si raccontano

cose! — confermò il giovinetto con ingenua vergogna; e mutò discorso e

soggiunse: — Oh, quest'altro è il viale per li bambini. Sente che belli

uccelli? senta come canta! è un lucarino: io lo so bene. Avete visto la

casa paterna di san Francesco? Papà mio se ne ricorda di san Francesco.

E il duomo l'hanno visto? No? Andiamo a vedere il duomo. — Così per

varie stradicciuole seguimmo l'infaticabile Pelosino il quale, quando fu

presso il duomo, avvertì con segretezza:

— Se chiede qualche cosa qualcheduno, non diano niente a nessuno, son

tutti impostori! — e come giungemmo: — Le piace la facciata del duomo?

Davanti al tempio s'alza il monumento di San Francesco, ultimo lavoro

del Duprè.

Il Pelosino, osservando noi che il monumento sembrando di creta poteva

guastarsi con le molte piogge, disse:

— Facesse il miracolo che se mettesse il cappuccio quando piove!

— Tu fai li quattrini, eh Pelosino? — disse biecamente allora un uomo al

ragazzo: il quale levò le spalle con tutto il senso di sprezzo che una

persona savia e attiva ha per i fannulloni. E perchè dir male

dell'ottimo Pelosino? Si accontentò di poco più dei quattro soldi che

gli avevamo prima offerto per elemosina.

— Dunque tu fai anche la guida? — dissi Io che capii finalmente di

essere contro mia voglia incappato in una guida per l'appunto.

— No, faccio qualche servizietto alli forestieri quando capita, e mi

danno quello che vogliono.

— Ti piacciono dunque i soldi?

— Eh.... — e l'ottimo Pelosino sorrise, poi disse: — Non vorrei morire

scalzo!

Non restava altro che preconizzare al giovinetto un felice avvenire.

*

Il sole delle due cadeva a piombo su le cineree torri di Assisi, quando

accompagnati sino alla porta dalla nostra ospite salsicciaia, lasciammo

la città dei santi e precipitammo al piano. Strane città queste che

visitammo! per andarvi bisogna far dieci o quindici chilometri di

salita, per lasciarle si rischia di finire in qualche burrone.

Per deserte vie di traverso (e il Pasini pedalava innanzi con la

sicurezza di un condottiero di eserciti) e lasciando da banda Perugia,

giungemmo a prendere la via nazionale che da Scheggia conduce a Perugia,

via così poco battuta al di d'oggi che il piano stradale non reca

traccia di rotaie.

Comincia la salita e si sale per circa chilometri dieci sino a

raggiungere la cima di un elevato contrafforte di monti, che precede i

monti che dividono i due versanti. Sotto il sole pomeridiano i ciuffi

delle ginestre vigorose sui dirupi diffondevano un acre e selvaggio

profumo e davano ai sensi alcun conforto. Di lassù scorgemmo finalmente

di fronte Gubbio: la quale è in fondo ad un altipiano ascendente, e

spicca sì perchè altre città o castella non sono per quanto l'occhio

cerchi d'intorno, sì perchè pare, ed è nel fatto, incatenata al

Montecalvo, alto e rotondo che serra Appennino.

— In quel monte sopra Gubbio si apre, che di qui non si vede, la famosa

gola del Bottaccione per cui si scappa nell'altro versante. Sentirai

quella come tira! — disse il Pasini.

Io mi dissi assai stanco. Egli mi assicurò che mi sarei riposato domani

studiando le famose tavole Eugubine. E poi, — aggiunse, — adesso hai

fatto dieci chilometri a piedi; monta in sella, e così metti in riposo i

muscoli che ti hanno aiutato a camminare e metti in attività quelli che

muovono il pedale che nel frattempo si sono riposati.

Questa teoria del Pasini per cui uno mai non si stancherebbe variando la

bicicletta col camminare, può avere un certo valore in teoria ma in

pratica è cosa diversa. Io mi consolava vedendo come Gubbio si

avvicinasse a noi: ma anche questa era un'illusione de' suoi immani

torrioni che pareano da presso.

*

Quando cadde la sera e più nulla distinsi, lasciai che le gambe

seguissero sul pedale il loro moto automatico, mentre il pensiero si

addormentava o per la gran stanchezza o forse perchè vi erano questi

versi nella memoria che rotolavano con insistenza noiosa: i versi di

Dante:

Oh . . . . . . . Oderisi,

L'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte

Che alluminare è chiamata in Parisi.

E anche mi veniva in mente la predica che san Francesco tenne al famoso

Lupo d'Agubbio:

“Frate Lupo, tu hai fatti grandi malefizi, guastando e uccidendo le

creature di Dio, sanza sua licenza„; con quel che segue.

A un certo punto fra il lume e lo scuro della strada vidi qualcosa di

nero: non era frate Lupo: erano i preti. Buon segno! Così a Tolentino,

così ad Assisi, così qui i preti e gli abati uscendo a vespertino

diporto, segnano l'estremo di una passeggiata ragionevole e danno

indizio di terra certa, come gli uccelli nel viaggio di Colombo: quelli

di Gubbio inoltre erano due preti pingui e ne dedussi che la città dovea

essere vicina.

Questa volta non mi ingannai e di fatto poco dopo entrai nell'abitato e

una voce mi fermò e disse: — Il suo compagno è sceso qui, e ha ordinato

la minestra anche per lei.

Eravamo giunti all'Albergo San Marco.

*

Il nome di città dato a Gubbio non è rettorico, e città forte, grande,

bella, fiorente e potente, quasi imprendibile, dovea esser al tempo tuo,

o Oderisi! E prima ancora nell'Età Romana dovea essere uno dei più

importanti centri dell'Umbria. L'anfiteatro romano di cui avanzano

cospicue rovine, è capace di 20000 persone ed è una prova di fatto. Oggi

anfiteatro e città sono una deserta ruina, la vita non vi scorre più,

anche i marmi si sentono morire: pare abbiano il desiderio di cader giù:

i marmi alti che reggono gli immani edifici crollanti. Se però un

melanconico viaggiatore volesse formarsi un'idea di ciò che doveva

essere una città medioevale, vada a Gubbio e si troverà contento: e per

andarvi può questo peregrino pensoso fare, non la via che ho percorso

io; ma prenda quel tronco di ferrovia privata e quasi sconosciuta, a

sezione ridotta, che da Fossato si stacca e tocca con lungo giro varie

città dell'Umbria e della Toscana finchè sbocca ad Arezzo.

Il monte soprastante Gubbio ha fornito, già dagli antichi tempi, pietra

da taglio per gli edifici, alcuni de' quali si conservano ancora in

buono stato, almeno nell'esterno: facciata chiusa, scura e liscia; una

porticina in un canto a sesto acuto; in alto, sotto la grondaia

sporgente, una fila di finestruole, sostenute da colonnette rotonde e

sottili sì che tutto pare un ricamo.

Dei tesori d'arte che Gubbio dovea possedere rimane ciò che è difficile

ad esportare, cioè gli edifici e le torri. Il Municipio contiene ancora,

oltre alle famose sette lastre di bronzo, in dialetto umbro o gubbino,

un museo di quadri, mobili, armi, diplomi e bolle degli imperatori di

Svevia, così cari e celebrati da Dante nostro. Nella desolata chiesa di

Santa Maria Nuova si conserva tuttora una tempera della Madonna, con

santi, di Ottaviano Nelli quattrocentista, che mi parve così

sorprendente e animata opera che ne richiesi la riproduzione

fotografica[4]. Chiesi poi di visitare il museo Brancaleoni, che

conteneva, oltre ad altre cose di gran pregio, delle tegole di Mastro

Giorgio.

[4] Fotografia Alinari di Firenze.

Mi risposero: — Venduto!

— Allora visitiamo il Palazzo Ducale.

Mi risposero: — Non ci vada chè è tutto diroccato.

Vedendo che altre morti rimanevano in mia scelta oltre a quella del

topo, andai a visitare il Palazzo dei Consoli. Questo è un edificio in

forma di torre quadrata che si eleva su terreno ascendente e sopra

basamenti giganteschi. Data dalla metà del secolo XIV. Le stanze sono

semplicemente grandi quanto è grande la torre e sono soltanto due,

congiunte da una di quelle sorprendenti scalee medioevali, di marmo, con

balaustra di marmo a trifogli, che montano a forma di mezza piramide

lungo la parete stessa. Dalla sommità del torrione vengono le vertigini

se si guarda al basso, e proprio lassù gira una loggetta esterna a

sottili colonne ed archi che è un prodigio di eleganza. Di fuori ardeva

nel gran mattino senza vento il piano di Gubbio, e tutta la città nera

pareva raccogliersi attorno a questa immensa torre.

Il capomastro che mi accompagnava (si stavano facendo alcuni restauri

per opera del Governo) mi disse: — Vedete? Su questa loggetta i

consiglieri di quel tempo quando volevano fare una fumata, ecco,

venivano qui e la godevano bene l'aria fina!

*

E sempre Dante!

Tra duo liti d'Italia surgon sassi,

. . . . . . . . . . . . . . . . .

E fanno un gibbo che si chiama Catria,

Disotto al quale è consecrato un ermo,

Che suol esser disposto a sola latria.

Così con quella misteriosa intonazione per cui la fisonomia della

materia gli passava nei versi, Dante descrive l'altissimo e selvaggio

monte Catria alle cui falde orientali, in una conca montana, lontano da

villaggi, si eleva ancora Fonte Avellana, deserto oggi e dispogliato

eremo, dove fece penitenza san Pier Damiano, dove la tradizione vuole

che dimorasse Dante (ed io lo credo perchè certe cose non si possono

descrivere al vero se non si sono vedute) e dove sino a pochi anni

addietro i bianchi frati Camaldolensi, fra quelle ariostesche selve e

quelle spelonche pare facessero vita signorile e gaudiosa.

Desiderio di vedere cose che pochi hanno visto, mi spinse fin là. Il

buon Pasini avea notato questo peregrinaggio extra-ciclistico nel suo

itinerario e volle compiuto il programma, benchè l'idea di un'ascensione

non gli sorridesse gran fatto.

Partimmo dunque da Gubbio verso le tre del pomeriggio e, varcata l'Alpe,

arrivammo che alto era ancora il sole, al villaggio della Scheggia, il

quale si trova all'incrocio della antica via romana, detta Flaminia, che

va da Rimini a Roma e della via che pel Bottaccione e Gubbio va a

Perugia.

Scheggia non ha alberghi e ci convenne domandare ospitalità a famiglie

private in povere stanze e tristi letti. Ma l'umile cortesia e la

premura di que' montanari ci compensò del difetto.

Nella casa dove alloggiammo mi sta a mente la figliuola della padrona di

casa, una giovinetta di tredici anni, ma alta, pallida, qualcosa come

senza sesso, con una voce piena di languore e una testa capelluta e

profilata così dolcemente che ricordava le fisonomie del Perugino.

Avea nome Dorina, e perchè le nostre stanze erano umili, ella colse

molte ciocche di gelsomini e di erbe odorose e la sera ne trovammo

ornate le stanze. Avea un fratello soldato: così anche il caffettiere

dell'unico caffè del luogo — se caffè si vuole chiamare — avea un

figliuolo che era il sostegno della casa, ed era stato richiamato sotto

le armi per i tumulti di quel maggio: anche la guida che ci dovea al

mattino seguente condurre al Catria — vecchio montanaro che parea

squadrato nel sasso — avea un figlio soldato: soldato d'Italia era stato

lui pure, già tempo, nel sessantasei. Mi compiacqui d'interrogare

variamente costoro, ma per quanto eccitassi a rispondere, mi dovetti

convincere che il sentimento dell'odio sociale non era arrivato nel suo

cammino ascendente fino lassù.

Fino a quando? Io non lo so. Ma temo che la solitudine, gli alti monti,

le foreste saranno, pur troppo, il maggior impedimento al cammino

dell'odio.

Mentre noi parlavamo sul limitare dell'umile casa, una voce con

l'accento di Romagna, disse:

— Oh, chi vedo? non siete voi l'ingegnere Pasini e voi non siete P*** di

Rimini? — e ci fu incontro con dimostrazioni grandissime di cortesia.

Ben la conobbe il Pasini: io a lungo stentai a ricordarmene. Era una

vecchia signora di Rimini che ora con la sorella e la famiglia del

figliuol suo erasi stabilita alla Scheggia ove avea avuto eredità di

case e di possessioni. Ci volle per forza da lei a cena, ci presentò i

suoi di casa con molti: — ma non si ricorda? — Dissele il Pasini che io

mi dilettava di cose antiche, e le buone donne allora mi condussero per

certe melanconiche e grandi stanze della loro casa ove erano moltissimi

mobili antichi e quadri e terraglie, tenuti però senz'alcun ordine o

cura. Assicuravano che gente forestiera ogni tanto passa, e comperano a

contanti e a vil prezzo quanto trovano di anticaglie.

Ma per quanto fossero cortesi, io non posso serbare grata memoria di

queste signore, perchè esse, credendo forse di farmi cosa grata,

rievocarono antichi ricordi della mia famiglia e della mia prima

gioventù: io credeva di averli sepolti; ma essi sanguinano ancora. Vi

sono piaghe nella vita che solo il falegname quando adatta i chiodi alla

cassa potrà chiudere. Non altri!

La buona signora avea molte bottiglie di vino spumoso, egregio ed

antico, ma per quanto ne abbia bevuto non riuscii a ridere; e quando ci

accomiatammo da lei e mi rinchiusi nella stanza che Dorina aveva

abbellito coi gelsomini del suo povero giardino pensile, sentii il sonno

fuggire lontano e, la notte, sentii le ore sensibilmente passare come

fantasmi vivi come sentivo il placido dormire del Pasini, nella stanza

da presso.

*

Mi assopiva a pena quando battè sul selciato la zampa ferrata dei muli:

un rumore come di ghiaccio che, io non so come, diceva che nel cielo

c'era la luna chiara. Era un'ora dopo la mezzanotte e le guide ci

venivano a destare per salire sul Catria.

Viaggiammo tutta la notte sotto la luna che tramontava.

Il mulattiere, la guida e il Pasini facevano un gran favellare che l'eco

rendeva dalle gole del monte come linguaggio di gnomi: che cosa dissero

io non so: come non so per dove siamo passati finchè durò la notte: ma

certo per forre e luoghi precipitosi ed orribili. I muli ansimavano

penosamente nel lento ascendere.

Un'alba di cenere con un vento ghiacciato ci sorprese a mezzo monte: mi

dissero allora di smontar di sella e di arrampicare. La guida buttava la

corda di querciolo in querciolo e ci tirava su. Il mulattiere tirava i

muli per la cavezza chiamandoli con certi nomi che non ricordo più; ma

erano nomi graziosi, e il detto mulattiere mi assicurò che anche le

bestie devono avere un nome proprio. Anche questo mi parve degno di

nota. I tre compagni avevano imitato il mio sistema: si erano chiusi in

un mutismo assoluto. Vero è per altro che se anche avessero parlato, il

vento non avrebbe permesso di intendersi, e gli abeti e i faggi nelle

foreste ruggivano e scotevano d'ogni lato le chiome, quasi furibondi di

essere avvinti al suolo.

I due montanari, usati a quel cammino e con le scarpe ferrate,

guadagnavano lenti, ma sicuri il terreno procedendo curvi e studiando di

offrire minor presa al vento: ma per noi la cosa era ben diversa: le

scarpette da ciclista rimettevano un passo ogni due. Il Pasini era di

pessimo umore e, nei pochi momenti che gli ero da presso, mi spiegava,

con intenzione di rimprovero, che le ascensioni non si improvvisano e

che ci vuole quel che ci vuole.

Sopra la nostra testa, livido, verde, si disegnava il Catria: gli altri

monti minori, già sorpassati, parevano come schiacciarsi e sprofondarsi.

È il Catria in forma di un vero gibbo, come dice Dante, cioè di gobba:

l'una è grandissima e l'altra molto minore, e fra le due si avvalla

un'insenatura a forma di sella verso la quale tendeva quella specie di

sentiero per cui noi salivamo. Pel gibbo verde vedevansi passare ondate

biancastre a fremiti: era il vento che si insinuava tra le alte erbe. La

nuvolaglia correva e spesso inghiottiva la cima del Catria; emergente a

tratti fra lividori di sole nascente.

Ma quando passammo il ciglio di quella sella e ci si scoperse l'opposto

versante, mancando l'appoggio del monte, il vento ci scompigliò: un mulo

andò a gambe in aria: il Pasini rotolò miseramente, la qual cosa non era

proprio nel suo programma: il giovane mulattiere perdette il cappello, e

tenendo l'altra bestia restìa per la cavezza, s'era accoccolato e mi

parea che invocasse qualche santo. Per mio conto, lo dico senza

ostentazione, la scena parve divertentissima.

Ma la vecchia guida allora con molta prestezza e sangue freddo corse e

raddrizzò il Pasini, fatto ludibrio indegno del vento, raccolse il

cappello e avviò la sbandata spedizione finchè l'ebbe ridotta in una

certa cavità alquanto difesa dai sassi e fra gli abeti. Quivi fu tenuto

consiglio sul da farsi. La guida si disse pronta a condurci sino alla

cima. Ma il Pasini rifiutò energicamente: voleva ritornare a casa in

bicicletta lui, e non di volata. Per tal modo rinunciammo alla completa

ascesa del Catria e fu invece stabilito di far colazione appena avessimo

trovato un luogo più acconcio. Girammo a lungo per il selvaggio pianoro

e ci adattammo come potemmo in mezzo ad un bosco, che luogo più riparato

non v'era. Lì vennero sciolte le bisacce e si fece colazione senza che

il vento portasse via pani e bottiglie. Pareva di essere sospesi

nell'aria: nella navicella di un pallone. La guida, pur maciullando

placidamente, si ostinava a farci vedere il Gran Sasso, e può darsi che

fosse quella punta che sfumava azzurrina verso mezzodì; ma non ne posso

far fede.

Erano le otto quando lasciammo il Catria dove la posizione diventava

insostenibile sempre più. I somieri pel gran vento si rifiutavano di

scendere, noi con le nostre scarpe da ciclisti rotolavamo poco

graziosamente. Il Pasini se la pigliava con me perchè ridevo troppo! La

guida avea un bel sorreggerci, un bell'offrirci fragole e nocciole

fresche, ma fu un disastro quella discesa, e quando in fine dopo avere a

precipizio girato molte insenature del monte, scorgemmo nella fonda

valle i bastioni del convento, solo allora l'anima del compagno si

consolò.

*

Giungemmo sul sagrato: l'immenso edificio, grande come un villaggio, era

diroccato, squallido, deserto: percorremmo coi somieri molti bassi

corridoi a sesto acuto senza incontrare anima viva: e mi si può credere

quando dirò che i monaci sono tre, e uno era andato in quel dì alla

Pergola. Finalmente spuntò una figura bianca. Io domandai una cella.

Disse il monaco: — Ve ne sono cento: scelga lei. — In una trovai una

specie di letto: chiusi la finestra e mi gettai sul giaciglio dove un

sonno profondo si impadronì della mia anima e delle mie carni.

Dormivo da quattro ore quando il Pasini, l'implacabile sveglia, venne a

bussare.

— Ho fatto preparare il pranzo per quattro: quando sei vestito vieni giù

in refettorio.

Il refettorio era una grande stanza a volta con le tavole massicce di

noce, con gli zoccoli di quercia alti e intarsiati; e sopra la porta,

con doppia scalea, sporgeva il pulpito da cui dovea predicare funeree

cose qualche ombra di monaco.

La cucina del convento avea cercato di far onore ai suoi ospiti, ma per

me mangiai pochissimo e più che la stanchezza ne fu cagione la

malinconia del luogo. L'urtare delle posate contro i piatti produceva

strani echi; e parevano destare ombre bianche di monaci vagolanti.

Pareva anche che dai finestroni cadesse un lividore di notte; e il

tuono, ripercosso dal Catria, ogni tanto rombava.

Con tutto questo io avrei voluto rimanere più tempo a Fonte Avellana,

forse una settimana, forse più. Ma non fu di questo parere il Pasini, e

sellati i somieri, fu senz'altro decisa la partenza.

Alla Scheggia dove ritornammo sull'ora dell'Ave Maria, erano stati in

pensiero per noi perchè anche quivi il vento e il temporale si erano

fatti sentire.

Ma la notte susseguente dissipò le nubi e la pioggia, e il mattino

scintillava sul piccolo borgo e sui monti con grande purezza.

Piccole storie del mondo grande · 第 14 / 28 题